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Biografia di Peter Benenson, fondatore di Amnesty International

(31 luglio 1921 - 25 febbraio 2005)

"Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: 'Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità'. Questo è anche oggi il motto per noi di Amnesty." (Peter Benenson, fondatore di Amnesty International)

È stata la sua ispirazione, nel 1961, a lanciare quella che sarebbe stata presto definita "la più grande pazzia dei nostri tempi" o ancora "la repubblica della coscienza", Amnesty International: un movimento mondiale di attiviste e attivisti che si confrontano con le ingiustizie dei governi, denunciano le violazioni dei diritti umani ed esprimono solidarietà alle vittime di queste violazioni. Sono milioni in tutto il mondo le persone vittime di persecuzioni e di abusi che conservano un debito di riconoscenza nei confronti di Peter Benenson.

Nato il 31 luglio 1921, Peter Benenson era il nipote del banchiere ebreo-russo Grigori Benenson e figlio della notabile Flora Solomon che allevò il figlio da sola dopo la morte del marito John Solomon, colonnello dell'esercito britannico. Da bambino ricevette un'istruzione privata da WH Auden e successivamente frequentò Eton e Oxford, dove studiò Storia.

La sua inclinazione alla critica emerse molto presto, quando le sue lamentele nei confronti del preside del college di Eton per la qualità del cibo della mensa scolastica, sfociarono in una lettera di avvertimento alla madre per le "tendenze rivoluzionarie" del figlio. All'età di 16 anni lanciò la sua prima campagna e riuscì nell'impresa di coinvolgere la sua scuola nel sostegno agli orfani della guerra civile spagnola. Lui stesso decise di adottare a distanza uno di questi bambini per restituire una speranza al suo futuro. Sempre in quegli anni, si occupò della sorte di alcuni ebrei in fuga dalla Germania di Hitler.

Dopo la laurea in Storia a Oxford entrò nella British Army, dove lavorò nell'ufficio stampa del ministero dell'Informazione. Dopo la fine della guerra, mentre era ancora nell'esercito, studiò legge. Successivamente lasciò l'esercito per svolgere il praticantato da avvocato. Entrò a far parte del partito Laburista, diventando un esponente di spicco della Società degli avvocati laburisti.

All'inizio degli anni '50, il Congresso dei sindacati unitari inglese decise di inviarlo in Spagna come osservatore nei processi che si stavano celebrando contro alcuni sindacalisti locali. Rimase sconvolto da ciò che vide e, con piglio professionale e forte impegno civile, decise di preparare una lista completa delle inadempienze legali da discutere con il giudice. Anche grazie alla sua intransigenza, la sentenza finale del processo portò alla completa assoluzione degli imputati. Episodio questo molto raro nella Spagna franchista.

Grazie a questo tipo di azioni, Benenson cominciò ad acquisire una fama internazionale. A Cipro aiutò e avvisò gli avvocati greco-ciprioti, i cui clienti erano rimasti imbrigliati nella maglie del sistema giudiziario britannico. Riuscì a mettere insieme avvocati laburisti, liberali e conservatori e a far mandare osservatori in Ungheria durante gli eventi del 1956 e i conseguenti processi del 1956 e anche in Sudafrica, dove un più grande processo di tradimento doveva aver luogo. Il successo relativo a questi due schemi di azione portò alla formazione di Justice, un'iniziativa simile ad Amnesty International, che raggiunse diversi risultati nella difesa del ruolo della legge per oltre tre decenni.

Come lui stesso riferì: "Fu nel 1960 che questi pensieri cominciarono a farsi strada nella mia mente, durante l'Anno mondiale per i rifugiati, che fu indetto per cercare di svuotare i vari campi per rifugiati presenti in tutta Europa. Fu uno successo straordinario. Questo mi fece venire in mente che forse avremmo dovuto avere un'altra iniziativa simile per cercare di svuotare i campi di concentramento".

È stata questa costante attività che permise di mettere le basi per il suo sforzo principale, quello del 1961: il lancio di Amnesty International. L'elemento catalizzatore di tutto fu il suo sdegno nel leggere che due studenti erano stati arrestati in un bar di Lisbona e imprigionati per aver brindato alla libertà delle colonie portoghesi. E per questo unico "crimine", il governo portoghese li aveva condannati a ben sette anni di prigione.

L'indignazione che suscitò in lui l'episodio lo portò a pubblicare su un settimanale di Londra un articolo:
"Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Ci sono milioni di persone in prigione in queste condizioni, sempre in aumento.
Il lettore del quotidiano percepisce un fastidioso senso d'impotenza. Ma se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un'azione comune qualcosa di efficace potrebbe essere fatto".
(Peter Benenson," I prigionieri dimenticati", The Observer, 28 maggio 1961)

Così con la pubblicazione, il 28 maggio 1961, sulla prima pagina dell'Observer, di un appello intitolato "I prigionieri dimenticati", nacque Amnesty International.

L'espressione "prigioniero di coscienza" divenne ben presto di uso comune e il logo del movimento, una candela circondata dal filo spinato, divenne un simbolo mondiale di speranza e di libertà.

Quell'articolo venne ripreso da altri organi di stampa nel mondo e l'adesione entusiasta di migliaia di persone convinse Benenson a trasformare quella campagna in ciò che sarebbe divenuto il più importante movimento globale di attiviste e attivisti per i diritti umani, impegnati a denunciare le ingiustizie dei governi, esprimere solidarietà e dare speranza alle vittime: un'organizzazione oggi presente in oltre 150 paesi, con 2 milioni e 800.000 soci.

È la funzione di denuncia che ha reso il nome di Amnesty International così conosciuto nel mondo, anche presso i governi responsabili di violazioni dei diritti umani e che si preoccupano quando vengono illuminati dal "riflettore" di Amnesty International.

Nei primi anni Benenson lavorò instancabilmente per il nuovo movimento fornendo gran parte delle risorse finanziarie per muovere i primi passi, visitando i paesi e occupandosi anche delle questioni organizzative necessarie per far crescere in dimensioni e importanza la sua creatura. In un'occasione, per riuscire a entrare in paese particolarmente inaccessibile (Haiti), posò come artista folk inglese.

Nel 1966, in occasione del lancio di un rapporto di Amnesty International sulle torture commesse dalle forze armate britanniche, Benenson sostenne che l'associazione era stata "infiltrata" dai servizi segreti britannici e che avrebbe dovuto spostare il quartier generale di Amnesty International in un paese neutrale. Un'indagine indipendente non ritenne fondata la sua richiesta e abbandonò temporaneamente l'organizzazione per ritirarsi a vita privata.

Ma Benenson non smise di lottare per un mondo migliore e tornò a tempo pieno nell'organizzazione a metà degli anni '90.

Il 10 aprile 2001 ricevette il premio Mirror Pride of Britain Lifetime Achievment. Accettò questo premio solo per permettere ad Amnesty International di essere presente in una trasmissione televisiva seguita da circa 9 milioni di persone.

Per celebrare il 40esimo anniversario della fondazione di Amnesty International, Peter Benenson disse:
"In 40 anni di attività Amnesty International ha reso possibili diverse vittorie. I suoi archivi sono pieni di lettere di prigionieri di coscienza o vittime di torture che ringraziano l'organizzazione per aver fatto la differenza. La tortura è adesso vietata da accordi internazionali. Ogni anno sempre più paesi aboliscono la pena di morte. Il mondo presto avrà una Corte penale internazionale che sarà in grado di assicurare alla giustizia coloro che sono accusati dei crimini peggiori. La sola esistenza della Corte diventerà un deterrente per molti crimini".
"Ma ci sono tanti cambiamenti da fare. La tortura è bandita, ma in due terzi del mondo viene praticata segretamente. Troppi governanti continuano a consentire detenzioni ingiuste, uccisioni o sparizioni causate o eseguite impunemente dai loro ufficiali [...] Coloro che oggi continuano a provare un senso d'impotenza possono fare qualcosa: possono sostenere Amnesty International. Possono aiutarla a combattere per la libertà e la giustizia. Solo quando l'ultimo prigioniero di coscienza sarà liberato, quando l'ultima camera di tortura verrà chiusa, quando la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite sarà realtà per le persone di tutto il mondo, allora il nostro lavoro sarà finito".

È stato questo costante lavoro in favore dei diritti umani a gettare le fondamenta per quello che sarebbe stato il suo più eccezionale contributo, il significato di una vita intera spesa rincorrendo l'ideale di un mondo più giusto.

Lo ricorderemo con le parole pronunciate in occasione dei 25 anni di Amnesty International, una sorta di testamento spirituale tradotto in decine di lingue: "Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, o sono scomparse. Per loro brucia la candela di Amnesty International".

Peter Benenson credeva nel potere delle persone comuni di determinare cambiamenti: creando Amnesty International ha dato a ciascuno di noi l'opportunità di fare la differenza nella difesa dei diritti umani in tutto il mondo.