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"Nuovo ordine, stesse violazioni". Migliaia di detenuti a rischio dopo il passaggio di consegne dagli Usa all'Iraq

CS080: 13/09/2010

Interno di una prigione nel Kurdistan iracheno, giugno 2010 © Amnesty International
Interno di una prigione nel Kurdistan iracheno, giugno 2010 © Amnesty International

In un nuovo rapporto diffuso oggi, dal titolo "Nuovo ordine, stesse violazioni: detenzioni illegali e torture in Iraq", Amnesty International ha denunciato che decine di migliaia di persone, molte delle quali trasferite recentemente dalla custodia statunitense a quella irachena, rimangono in stato di detenzione senza processo e a rischio di subire torture e altri maltrattamenti.
 
Il rapporto documenta migliaia di casi di detenzioni arbitrarie senza accusa né processo, talvolta in corso da diversi anni, duri pestaggi, eseguiti spesso in carceri segrete per estorcere confessioni, e sparizioni forzate.
 
"Le forze di sicurezza irachene si sono rese responsabili della sistematica violazione dei diritti dei detenuti ed è stato loro concesso di farlo con impunità" - ha dichiarato Malcolm Smart, direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Ciò nonostante gli Usa, che a loro volta hanno così poco rispettato quei diritti, hanno trasferito migliaia di persone facendo loro affrontare il rischio di illegalità, violenza e abusi, venendo così meno alla propria responsabilità in materia di diritti umani".
 
Sebbene le autorità di Baghdad non forniscano cifre precise, Amnesty International stima che le persone detenute senza processo in Iraq siano 30.000. Di queste, 10.000 sono state trasferite dalle carceri statunitensi, dopo la fine di alcune attività delle truppe da combattimento.
 
Parecchi detenuti sono morti in carcere, apparentemente a seguito di torture e altri maltrattamenti da parte del personale iracheno addetto agli interrogatori e delle guardie penitenziarie, che rifiutano regolarmente di fornire informazioni ai parenti dei detenuti.
 
Riyadh Mohammad Saleh al-'Uqaibi, 54 anni, sposato con figli, è morto in carcere il 12 o il 13 febbraio 2010 a seguito di un'emorragia interna causata dal pestaggio subito durante l'interrogatorio, così duro da provocargli la rottura delle costole e una lesione al fegato. Ex membro delle Forze speciali irachene, era stato arrestato alla fine del settembre 2009, posto in custodia in un centro di detenzione all'interno della Zona verde di Baghdad e poi trasferito in una prigione segreta situata nel vecchio aeroporto di Muthanna. La famiglia si è vista restituire il corpo diverse settimane dopo la morte, con un certificato che attribuiva il decesso a un attacco cardiaco.

 

"Le autorità irachene non hanno svolto azioni efficaci per fermare la tortura e punire i torturatori, nonostante le strabordanti prove del suo uso. Il loro compito è di indagare, arrestare e processare i responsabili e fornire riparazione alle vittime. Non facendolo, fanno capire che la tortura è tollerata e può continuare" - ha commentato Smart.
 
Nel centro segreto di Muthanna, la cui esistenza è stata rivelata nell'aprile di quest'anno, sono state detenute oltre 400 persone. Diverse hanno dichiarato ad Amnesty International di essere state arrestate sulla base di prove false, fornite alle forze di sicurezza irachene da informatori segreti. Sono state detenute senza contatti col mondo esterno e, in alcuni casi, sottoposte a tortura per costringerle a confessare di aver preso parte ad attentati o ad altre azioni criminali che sono punite con la pena di morte.

La tortura in Iraq è usata in modo ampio per ottenere "confessioni". In molti casi queste vengono preparate dagli addetti agli interrogatori, che costringono i detenuti a firmarle con gli occhi bendati senza conoscerne il contenuto. Questi documenti sono usati spesso come unica prova a carico degli imputati, anche nel corso di processi che possono terminare con una condanna a morte.

Centinaia di prigionieri sono stati condannati alla pena capitale, e alcuni messi a morte, dopo essere stati giudicati colpevoli sulla base di "confessioni" false ed estorte sotto tortura o coercizione. Tra i metodi di tortura praticati, il rapporto di Amnesty International segnala i pestaggi con cavi e tubi di gomma, la sospensione degli arti per lunghi periodi di tempo, le scariche elettriche su zone sensibili del corpo, la frattura degli arti, lo strappo delle unghie delle mani e dei piedi, il soffocamento, la perforazione coi trapani e le minacce di stupro.

Migliaia di persone, inoltre, continuano a rimanere in cella nonostante ordinanze giudiziarie di rilascio e nonostante la Legge di amnistia del 2008 avesse disposto la scarcerazione dei detenuti non incriminati per un periodo compreso tra sei e 12 mesi. 
 
Il 15 luglio 2010, le forze statunitensi hanno trasferito quasi tutti i detenuti sotto la loro custodia, salvo 200, alle forze irachene senza la minima garanzia contro la tortura e i maltrattamenti.
 
Il rapporto di Amnesty International denuncia anche detenzione per lunghi periodi di tempo nella regione del Kurdistan, ad opera degli Asayish, le forze di sicurezza curde.

Walid Yunis Ahmad, 52 anni, padre di tre figli, è detenuto senza accusa né processo da oltre 10 anni. Arrestato il 6 febbraio 2000 a Erbil, secondo Amnesty International è la persona da più lungo tempo in carcere senza processo in tutto l'Iraq. Solo nel 2003 i suoi familiari hanno appreso che era ancora vivo e hanno potuto visitarlo. Sottoposto a torture e a periodi di isolamento, nel 2008 ha intrapreso uno sciopero della fame durato 45 giorni.

"Le autorità irachene devono agire in modo fermo e deciso ora, nel momento in cui si è completato il trasferimento dei detenuti dalle forze statunitensi a quelle locali. Devono dimostrare di avere la volontà politica di rispettare i diritti umani di tutti gli iracheni, secondo gli obblighi internazionali che hanno assunto, e di porre fine alla tortura e alle altre violazioni dei diritti dei detenuti, così dominanti attualmente" - ha sottolineato Smart.

"Chi è detenuto da lungo tempo senza che sia stato incriminato per un reato di accertata natura penale e non è stato sottoposto a processo, dev'essere rilasciato o giudicato in modo rapido e in linea con gli standard internazionali sul processo equo, senza ricorso alla pena di morte" - ha concluso Smart.

 

FINE DEL COMUNICATO                                                  Roma, 13 settembre 2010
 
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it