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Arabia Saudita

Regno dell'Arabia Saudita

Capo di Stato e di governo: re Abdullah Bin 'Abdul 'Aziz Al-Saud
Pena di morte: mantenitore
Popolazione: 25,3 milioni
Speranza di vita: 72,2 anni
Mortalità infantile sotto i 5 anni (m/f): 26/17‰
Alfabetizzazione adulti: 82,9 %

  1. Contesto
  2. Prigionieri di coscienza
  3. Controterrore e sicurezza
  4. Violenza e discriminazione contro donne e ragazze
  5. Diritti dei migranti
  6. Rifugiati e richiedenti asilo
  7. Tortura e altri maltrattamenti
  8. Pene crudeli, inumane e degradanti
  9. Pena di morte
  10. Missioni e rapporti di Amnesty International

Migliaia di persone hanno continuato a essere trattenute senza processo in quanto sospettate di terrorismo mentre centinaia d'altre sono state arrestate. A ottobre, il governo ha annunciato che più di 900 sarebbero state processate. Attivisti dei diritti umani e pacifici critici del governo sono stati detenuti o sono rimasti in detenzione, compresi prigionieri di coscienza. Le libertà di espressione, religione, associazione e riunione sono rimaste fortemente limitate. Le donne hanno continuato a subire gravi discriminazioni per legge e per prassi. I lavoratori migranti sono stati vittime di sfruttamento e abusi, con scarse possibilità di compensazione per il trattamento subito. Rifugiati e richiedenti asilo non hanno ricevuto protezione adeguata. L'amministrazione della giustizia è rimasta avvolta nella segretezza e di natura sommaria. Tortura e maltrattamenti di detenuti sono risultati diffusi e sistematici, e sono stati generalmente commessi nell'impunità. La fustigazione è stata utilizzata come forma di punizione primaria e accessoria. La pena di morte ha continuato a essere ampiamente applicata, in particolare maniera discriminatoria contro lavoratori migranti provenienti da Paesi in via di sviluppo, donne e persone in stato di povertà. Almeno 102 persone sono state messe a morte.

Contesto

Il governo ha incrementato la propria collaborazione con i meccanismi delle Nazioni Unite sui diritti umani. A gennaio, una delegazione del governo è apparsa per la prima volta davanti al Comitato delle Nazioni Unite, per discutere il primo rapporto mai presentato dall'Arabia Saudita sull'attuazione nel Paese della Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW). A febbraio, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne si è recata per la prima volta in visita in Arabia Saudita.

Prigionieri di coscienza

Attivisti dei diritti umani e pacifici critici del governo sono stati arrestati e incarcerati. Altri attivisti detenuti negli anni precedenti sono rimasti in carcere.

*Il dott. Matrouk al-Faleh, accademico e attivista per i diritti umani, dopo il suo arresto avvenuto a maggio, è stato detenuto senza accusa né processo nel carcere di al-Ha'ir a Riyadh, dove gli è stato negato l'accesso a un avvocato. Le autorità non hanno fornito motivazioni per il suo arresto, avvenuto in seguito alla pubblicazione di un suo articolo di denuncia contro le dure condizioni di detenzione alle quali erano sottoposti due fratelli, il dott. Abdullah al-Hamid e Issa al-Hamid, entrambi prigionieri di coscienza, nel carcere di Buraida. I fratelli al-Hamid stavano scontando rispettivamente sentenze a sei e quatto mesi di reclusione, comminate nel 2007 in seguito alla loro condanna per «incitamento alla protesta» per aver sostenuto una protesta pacifica davanti al carcere di Buraida organizzata dalle famiglie di detenuti politici in attesa di processo. Entrambi sono stati rilasciati al termine della loro sentenza.

*Lo sceicco Nasser al-'Ulwan, arrestato nel 2004 o nel 2005 a Buraida, secondo quanto riferito per essersi rifiutato di proclamare una fatwa (decreto), è rimasto in carcere senza accusa né processo, e senza alcuna forma di indennizzo. È stato riferito che egli è rimasto in incommunicado e in isolamento per gran parte dell'anno.

*Il prigioniero di coscienza Fouad Ahmad al-Farhan, un blogger arrestato nel dicembre 2007, apparentemente per aver criticato il governo, è stato trattenuto in incommunicado nel carcere di Dhahban, a Jeddah, fino al suo rilascio in aprile.

Controterrore e sicurezza

Le autorità hanno applicato una vasta gamma di misure repressive in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo. La legislazione prevede pene estremamente severe per i reati legati al terrorismo; le normative tuttavia rimangono ambigue e applicate in modo allargato, punendo come reati l'esercizio pacifico della libertà di espressione e altre attività legittime. Questa realtà è stata esacerbata da una magistratura reticente, che ha favorito l'impunità per i responsabili delle violazioni dei diritti umani.

Le autorità hanno detenuto centinaia di persone per motivi di sicurezza, tra cui alcuni rimpatriati forzatamente da Iraq, Pakistan e Yemen. Migliaia di altre persone detenute negli anni precedenti sono rimaste in carcere, detenute praticamente in segreto. La maggior parte dei reclusi sono stati trattenuti in incommunicado per prolungati periodi di tempo per essere interrogati, ed è stato loro negato l'accesso a un avvocato, all'assistenza medica e ai familiari per mesi o addirittura anni. A nessuno è stato concesso di contestare la legalità della propria detenzione. Il governo ha dichiarato che molti dei detenuti erano trattenuti affinché potessero seguire un programma di "rieducazione". In aprile le autorità hanno rilasciato 32 ex reclusi di Guantánamo Bay, in stato di detenzione da quando le autorità statunitensi li avevano rimpatriati in Arabia Saudita nel 2007; almeno altri 24 rimanevano in carcere a fine anno.

*Otto cittadini del Bahrein sono stati arrestati a un posto di blocco il 28 febbraio, durante una breve visita in Arabia Saudita. I prigionieri sono stati trattenuti in incommunicado e in isolamento fino al 12 luglio, quando sono stati rilasciati senza accusa né processo.

L'esigua minoranza di detenuti per motivi di sicurezza che hanno avuto accesso alla giustizia, hanno dovuto affrontare processi gravemente iniqui e procedimenti segreti. Tra i casi citati si elencano brevi interrogatori davanti a una commissione composta da tre inquisitori, non necessariamente magistrati, confessioni e altre dichiarazioni rilasciate nel corso di interrogatori in stato di incommunicado. Le persone giudicate colpevoli sono state condannate a pene detentive, più la pena accessoria della fustigazione.

A ottobre, il governo ha annunciato l'istituzione di un Tribunale penale speciale (SCC) per processare oltre 900 detenuti per reati capitali, tra cui omicidi e attacchi dinamitardi, omettendo però di fornire ulteriori dettagli. Si ritiene che tra gli imputati vi fossero gli otto uomini apparsi alla televisione saudita nel 2007 "confessando" di aver pianificato attacchi terroristici, un reato capitale. Tutti gli otto imputati erano stati trattenuti in incommunicado per prolungati periodi di tempo, e potrebbero essere stati torturati. Cinque di loro sono cittadini sauditi: Abdullah e Ahmed Abdel Aziz al-Migrin, Khaled al-Kurdi, Mohamed Ali Hassan Zein e 'Amir Abdul Hamid Al-Sa'di; due erano cittadini ciadiani, Ali Issa Umar e Khalid Ali Tahir, mentre l'ultimo, Muhammad Fatehi Al-Sayyid, cittadino egiziano. A fine anno non risultava chiaro se fossero già iniziati i processi davanti all'SCC.

Alcuni prigionieri condannati per reati contro la sicurezza sono rimasti in detenzione oltre il termine della loro sentenza.

*Majed Nasser al-Shummari aveva completato la propria sentenza a tre anni di reclusione nel 2005, ma è rimasto in carcere. Era stato condannato al termine di un processo segreto a Riyadh, durante il quale non aveva avuto alcuna assistenza legale, per accuse collegate a un suo viaggio in Afghanistan.

Violenza e discriminazione contro donne e ragazze

Le donne hanno continuato a subire gravi discriminazioni per legge e per prassi; esse non sono inoltre state protette adeguatamente contro la violenza domestica e di altra natura, nonostante i progressi registrati nella collaborazione del governo con organi internazionali in favore dei diritti delle donne. Tra i vari motivi di preoccupazione, le donne hanno continuato a essere subordinate rispetto agli uomini, in virtù di norme dettate dal codice di famiglia, sono state loro negate pari opportunità di lavoro, sono rimaste escluse dal diritto di guidare un veicolo o di viaggiare da sole, mentre le donne saudite coniugate con un cittadino straniero non hanno il diritto di trasmettere la cittadinanza ai propri figli, al contrario degli uomini sauditi in pari condizioni.

In seguito alla sua visita nel Paese, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ha osservato alcuni progressi nell'accesso delle donne all'istruzione, ma ha dichiarato di aver ricevuto numerose denunce riguardo a discriminazioni e violenze contro le donne, anche per mano della polizia religiosa.

Il Comitato sulla CEDAW, nel corso del processo di revisione sull'attuazione da parte dell'Arabia Saudita del trattato, si è detto preoccupato di come il concetto di protezione nei confronti della donna (mehrem), così come applicato, limiti gravemente i diritti delle donne, in particolar modo in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli, eredità, diritti di proprietà, e libertà di scelta riguardo al luogo di residenza, all'istruzione e al lavoro. Il Comitato ha inoltre rilevato un alto tasso di violenza domestica e l'assenza di procedimenti giudiziari a riguardo. Il governo ha dichiarato che una normativa contro la violenza sulle donne era in corso di stesura.

Ad agosto, la Commissione nazionale sui diritti umani, un organismo ufficiale, ha sollecitato il governo a intraprendere misure concrete per porre fine alla pratica dei matrimoni tra minorenni. A settembre, la Commissione ha annunciato la prossima apertura di un consultorio per donne a Riyadh, per indagare casi di abuso contro donne e minorenni.

Diritti dei migranti

I lavoratori migranti hanno subito numerose violazioni ai loro diritti nella totale impunità. Alcuni lavoratori hanno protestato contro il mancato pagamento dei salari, le precarie condizioni di vita e di lavoro, e l'assenza di volontà da parte dei datori di lavoro di rinnovare il loro permesso di soggiorno.

Molti collaboratori domestici stranieri, per la maggioranza donne, sono stati trattenuti in condizioni di grave abuso, obbligati a lavorare fino a 18 ore al giorno, in alcuni casi percependo una bassa se non nulla remunerazione. I collaboratori domestici in Arabia Saudita non sono in alcun modo protetti da normative in materia di lavoro, e in pratica hanno scarse possibilità accedere a una qualche forma di indennizzo contro il comportamento abusivo o lo sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro.

*A luglio, è stato riportato che alcuni funzionari aeroportuali hanno impedito al datore di lavoro di Ela Adoul Madouky, una collaboratrice domestica indonesiana, di obbligare la donna a salire su un aereo in partenza per il suo Paese natale, in quanto chiaramente malata e bisognosa di ricovero ospedaliero. I medici hanno dichiarato di aver già curato la donna in precedenza, per malnutrizione grave e ferite, come bruciature ed escoriazioni. La donna ha dichiarato di essere stata percossa dai suoi datori di lavoro, e di essere stata nutrita solo con pane.

Rifugiati e richiedenti asilo

Le autorità hanno violato i diritti di richiedenti asilo e rifugiati. Alcuni sono stati di fatto trattenuti in stato di detenzione. Altri sono stati forzatamente rimpatriati in Paesi dove erano a rischio di gravi violazioni dei diritti umani.

*Circa 80 iracheni, fuggiti dall'Iraq nel 1991, sono rimasti richiusi in un campo recintato, e protetto da guardie, nelle vicinanze di Rafha. A nessuno di loro era stato concesso diritto d'asilo né era stata offerta la possibilità di condurre una vita normale in Arabia Saudita.

*Circa 28 cittadini eritrei, che avevano cercato asilo in Arabia Saudita nel 2002, sono rimasti in detenzione vicino alla città di Jizan, senza alcun accesso alla giustizia.

Tortura e altri maltrattamenti

Tortura e altri maltrattamenti hanno continuato a essere diffusi e generalmente commessi nell'impunità. Tra metodi di tortura comunemente praticati si citano duri pestaggi con bastoni, scosse elettriche, sospensione dal soffitto, colpi con pugni, privazione del sonno e insulti.

*A marzo, secondo quanto riferito, tre cittadini ciadiani, Muhammad Hamid Ibrahim Sulayman, Hassan Bashir e Muhammad Salih, sono stati giudicati colpevoli di furto e condannati all'amputazione della mano destra sulla base di confessioni che avrebbero reso in seguito alle percosse subite mentre si trovavano in prolungata detenzione in incommunicado.

*Un ex detenuto, trattenuto senza accusa in varie istituti penitenziari tra il 2003 e il 2006, ha dichiarato ad Amnesty International nel 2008 di aver subito scosse elettriche, e di essere stato tenuto in isolamento per quattro mesi, di cui tre settimane incatenato, rinchiuso una cella angusta senza aria condizionata, in condizioni climatiche di caldo estremo.

Pene crudeli, inumane e degradanti

La fustigazione è considerata obbligatoria per diversi reati, e ha continuato a essere utilizzata di frequente come forma di punizione primaria e accessoria. Si sono avute condanne all'amputazione per reati di furto.

*A gennaio, in seguito a una vasta campagna locale e internazionale, la vittima di uno stupro, conosciuta come la "ragazza di al-Qatif", e il suo compagno, entrambi condannati alla fustigazione, sono stati graziati dal sovrano.

*A febbraio, Bilal Bin Muslih Bin Jabir al-Muwallad e Ahmad Hamid Muhammad Sabir, che avevano rispettivamente 15 e 13 anni all'epoca del reato, sono stati condannati a 1.500 e 1.250 frustate. I due minorenni facevano parte di un gruppo di sette soggetti di sesso maschile giudicati colpevoli di rapina e aggressione a Medina; gli altri cinque sono stati condannati a morte (cfr. oltre). A fine anno, il caso rimaneva all'esame della Corte di Cassazione della Mecca.

Pena di morte

La pena di morte ha continuato a essere ampiamente comminata al termine di processi sommari e segreti. Raramente gli imputati hanno accesso all'assistenza di un legale, e possono essere condannati anche sulla base di semplici confessioni estorte sotto coercizione o con l'inganno. Come negli anni precedenti, la pena di morte ha continuato a essere applicata in maniera discriminatoria contro le persone povere, tra cui molti lavoratori migranti provenienti da Africa e Asia, e donne. Ad aprile, Amnesty International ha ricevuto un filmato ripreso in segreto della decapitazione pubblica di un cittadino giordano condannato per reati di droga.

Almeno 102 tra uomini e donne, tra cui 39 cittadini stranieri, sono stati messi a morte nel corso dell'anno. Molti di loro erano stati condannati alla pena capitale per crimini non violenti, come reati di droga, "sodomia", blasfemia e apostasia. La maggior parte delle esecuzioni sono state pubbliche.

*A gennaio, i genitori di Moeid bin Hussein Hakami, decapitato nel 2007, hanno preso la singolare e coraggiosa decisione di sporgere denuncia contro le autorità per l'esecuzione del figlio. Il ragazzo aveva 13 anni all'epoca del reato, e 16 anni quando fu decapitato. Secondo rapporti, i genitori non erano stati informati preventivamente dell'esecuzione del figlio, e non erano stati messi a conoscenza del luogo di sepoltura.

*A febbraio, cinque giovani sono stati condannati a morte a Medina per una serie di rapine e aggressioni, reati che il giudice ha ritenuto costituire «corruzione sulla terra».Tutti gli imputati erano stati detenuti in incommunicado dopo il loro arresto nel 2004, e secondo fonti avevano confessato in seguito alle percosse subite. Due di loro, Sultan Bin Sulayman Bin Muslim al-Muwallad, cittadino saudita, e 'Issa Bin Muhammad 'Umar Muhammad, cittadino del Ciad, avevano 17 anni all'epoca dei presunti reati.

*A febbraio, una corte ha preso in esame l'appello di Rizana Nafeek, una collaboratrice domestica dello Sri Lanka, condannata a morte per un omicidio nel 2005 quando aveva 17 anni. L'esito dell'appello non è stato reso noto.

*Ad aprile, Sultan Kohail, un ragazzo di 17 anni, è stato condannato a 200 frustate e a un anno di carcere da un tribunale senza giurisdizione per imporre la pena di morte. L'incriminazione era sorta in seguito alla morte di un ragazzo durante un episodio di rissa tra compagni di scuola. In seguito ad appello, il caso è stato trasferito presso un altro tribunale, il quale tuttavia aveva in precedenza processato il fratello maggiore dell'imputato per gli stessi capi d'accusa, condannandolo a morte. Il fatto ha suscitato timori che Sultan Kohail potesse essere a sua volta condannato a morte, sebbene fosse minorenne all'epoca del reato.

A dicembre, l'Arabia Saudita ha votato contro una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per una moratoria mondiale sulle esecuzioni.

Missioni e rapporti di Amnesty International

Amnesty International ha richiesto ancora una volta di poter visitare l'Arabia Saudita per condurre ricerche sulla situazione dei diritti umani, ma non ha ottenuto l'autorizzazione.


Affront to justice: Death penalty in Saudi Arabia (MDE 23/027/2008)

Saudi Arabia: Amnesty International Submission to the UN Universal Periodic Review (MDE 23/029/2008)