In Guinea, soldati del corpo dei berretti rossi sono partiti dalla capitale Conakry e hanno percorso 300 km verso nord, in direzione di Khoréra, nelle vicinanze di Boké. Stavano cercando Karamba Dramé, leader di un movimento giovanile della città. Quando lo hanno trovato, uno dei soldati ha aperto il fuoco e gli ha sparato. Karamba Dramé è morto prima di giungere in ospedale il 31 ottobre 2008.
Come è avvenuto in molti altri paesi dell'intera Africa, nel corso dell'anno la popolazione della Guinea è stata duramente colpita dall'aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità. Manifestazioni sono sfociate in proteste, e le autorità avevano ritenuto che Karamba Dramé fosse uno degli organizzatori. Così lo hanno ucciso.
La crisi alimentare che ha caratterizzato l'Africa nel corso dell'intero anno ha colpito in modo sproporzionato i gruppi più vulnerabili della società, in particolare le persone che già vivevano in stato di povertà. Nell'intero continente, manifestanti hanno protestato contro la disperata situazione sociale ed economica e il forte aumento del costo della vita. Alcune manifestazioni sono degenerate in violenza, con la distruzione di proprietà pubbliche e private, e nel contempo le autorità hanno spesso represso i manifestanti con un uso eccessivo della forza. Le forze di sicurezza hanno ferito e ucciso numerose persone, che protestavano per il loro diritto a standard di vita adeguati, incluso il diritto al cibo. Manifestanti sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente. Alcuni sono stati vittime di maltrattamenti in detenzione, o condannati a pene detentive in seguito a processi iniqui. Nella maggior parte dei casi, le autorità non hanno condotto indagini per identificare chi all'interno delle forze di sicurezza si fosse reso responsabile di violazioni dei diritti umani nelle operazioni di risposta alle proteste.
Nel corso degli ultimi anni, milioni di persone nell'intera regione hanno continuato a vedere negati i propri bisogni primari, nonostante la costante crescita economica di molti paesi africani. La gente ha affrontato enormi sacrifici per assicurarsi i quotidiani mezzi di sostentamento, in condizioni spesso aggravate dall'emarginazione o dalla repressione politica, e da tentativi di ridurre al silenzio le richieste della società civile e di negare l'attribuzione di qualsiasi potere.
Nonostante le repressioni, in numerosi Stati manifestanti si sono riversati nelle strade per protestare contro la terribile situazione sociale ed economica e il forte aumento del costo della vita, come in Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d'Avorio, Repubblica di Guinea, Mali, Mozambico, Senegal, Somalia e Zimbabwe. I manifestanti, a volte loro stessi violenti, sono stati di norma recepiti con violenza da parte dello Stato. A fine febbraio, in Camerun, le forze di sicurezza hanno ucciso circa 100 persone in risposta alle violenti proteste scoppiate in diverse città del Paese contro l'aumento vertiginoso del costo della vita e i bassi salari. Alcune delle persone sono state uccise apparentemente con un colpo d'arma da fuoco ravvicinato alla testa. A febbraio, in Mozambico la polizia ha ucciso tre persone e ne ha ferite altre 30 quando ha sparato munizioni cariche contro manifestanti che dimostravano contro l'aumento del costo dei mezzi di trasporto.
In Mali, marce di protesta sono state organizzate contro l'aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e la privatizzazione della fornitura d'acqua a Lere, nella regione nord-occidentale del Paese. A novembre, almeno sei persone sono rimaste ferite, di cui una è in seguito deceduta in ospedale, quando le forze di sicurezza hanno sparato contro i manifestanti. In Burkina Faso le forze di sicurezza hanno arrestato diverse centinaia di persone, dopo che le manifestazioni contro l'aumento del costo della vita a Ouagadougou e a Bobo-Dioulasso erano sfociate in violenza. Almeno 80 delle persone arrestate sono state condannate a pene detentive senza aver avuto accesso a un avvocato.
In Zimbabwe, centinaia di attivisti che protestavano contro il drammatico declino dell'economia e del deteriorarsi delle infrastrutture sociali sono stati arrestati e detenuti senza accusa. Molte manifestazioni sono state disperse dalle forze di polizia, spesso con un uso eccessivo della forza. Il governo ha continuato a manipolare l'accesso al cibo per ragioni politiche, sebbene a fine anno le Nazioni Unite avessero stimato che erano circa cinque milioni le persone che necessitavano di aiuti alimentari. Migliaia di persone, per lo più nelle zone rurali, sono sfollate a causa della violenza politica fomentata dallo Stato, senza avere più alcun accesso alle loro riserve di cibo, alla loro terra e ad altri mezzi di sostentamento.
Migliaia di persone hanno continuato a migrare verso altri Paesi, nella speranza di migliorare le condizioni di vita delle proprie famiglie. Molti, presi dalla disperazione, hanno preso il mare mettendo le loro vite nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Centinaia di migranti sono morti durante il viaggio per abbandonare il Corno d'Africa attraverso il Golfo di Aden, nel tentativo di raggiungere lo Yemen. In Mauritania centinaia di migranti, presumibilmente diretti in Europa, sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente nel Paese. Molti di loro sono stati trattenuti in condizioni disumane, e hanno subito maltrattamenti prima di essere espulsi, spesso non verso il loro Paese di origine, senza poter mettere in discussione la legalità dell'espulsione.
A causa del rapido processo di urbanizzazione, e del prevalente stato di indigenza, numerosi cittadini di molti Stati africani non hanno avuto accesso ad alloggi adeguati, vivendo spesso in baraccopoli. Oltre ad essere a rischio di sgomberi forzati da parte delle autorità, le persone che vivono in questi insediamenti non autorizzati non dispongono di servizi di base, come acqua e servizi igienici. A Lagos, in Nigeria, molte persone sono state obbligate ad abbandonare le loro case al di fuori di qualsiasi procedura, senza ricevere in seguito un indennizzo o un alloggio alternativo. In Ciad, le autorità hanno ordinato la demolizione di migliaia di abitazioni a N'Djamena, in virtù di un decreto presidenziale varato durante lo stato di emergenza, in quanto sarebbero state costruite abusivamente su terreni demaniali. Decine di migliaia di persone sono state lasciate senzatetto, e hanno dovuto cercare una sistemazione alternativa. In Kenya, centinaia di famiglie residenti nei pressi del fiume Nairobi hanno rischiato di essere sgomberate con la forza quando il governo ha annunciato che gli abitanti di insediamenti non ufficiali vicino al fiume dovevano abbandonare la zona.
In molti Stati, le condizioni carcerarie sono rimaste lontane dagli standard internazionalmente riconosciuti, spesso a causa del sovraffollamento. Come spesso accade, i prigionieri più poveri sono quelli che hanno sofferto maggiormente della situazione, in quanto le famiglie non avevano le risorse per garantirne i bisogni di base durante il periodo di detenzione.
In molti Paesi africani, conflitti armati e condizioni di insicurezza hanno obbligato centinaia di migliaia di persone a fuggire dalle loro case, alla ricerca di protezione oltre frontiera, o di una qualche forma di sicurezza all'interno del proprio Paese. In alcuni dei più cruenti conflitti armati che ancora dilaniano il continente, sia le forze governative e che i gruppi armati hanno completamente ignorato la dignità e l'integrità fisica della popolazione. La popolazione civile è stata costantemente oggetto di attacchi da parte di tutte le fazioni partecipanti ai conflitti; stupri e altre forme di violenza sessuale sono rimasti fenomeni dilaganti; i bambini sono stati spesso reclutati e utilizzati nelle ostilità, mentre operatori umanitari sono stati presi di mira. I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale, perpetrati nel contesto di conflitti armati, raramente sono stati chiamati a risponderne.
Nel corso dell'anno, il ruolo delle Nazioni Unite e delle missioni di pace regionali in Africa è aumentato; tuttavia ciò non è bastato ad assicurare un sensibile miglioramento in termini di protezione della popolazione civile. Questo è stato dovuto, anche se solo in parte, a una disponibilità inadeguata di risorse. Le Nazioni Unite e le organizzazioni regionali, come l'Unione Africana, non hanno registrato sostanziali progressi nella risoluzione dei conflitti armati in Sudan (Darfur), Ciad, Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo (nord Kivu).
La diffusione di armi di piccolo calibro ha continuato a essere uno dei fattori principali che contribuiscono ai conflitti armati e alla diffusione delle violazioni dei diritti umani. Gli embarghi sulla vendita di armi imposti dalle Nazioni Unite non sono stati efficaci.
La comunità internazionale ha mobilitato una quantità di risorse senza precedenti per combattere gli episodi di pirateria al largo delle coste della Somalia, e proteggere i propri interessi commerciali. Non ha compiuto, invece, alcuno sforzo per fermare il flusso di armi da fuoco diretto verso la Somalia, a dispetto dell'embargo delle Nazioni Unite. E non ha nemmeno agito in modo proattivo per fermare le diffuse violazioni del diritto internazionale umanitario compiute da tutte le parti coinvolte nel conflitto, così come non ha portato in giudizio le persone che si erano rese colpevoli di crimini ai sensi del diritto internazionale.
Centinaia di migliaia di nuovi sfollati sono il risultato del conflitto in Somalia. Da gennaio 2007, gli scontri all'interno e alla periferia della capitale Mogadiscio hanno causato la morte di 16.000 civili e il ferimento di un numero imprecisato di persone. Il governo federale di transizione non è stato in grado di stabilire la propria autorità nelle zone centrali e meridionali del Paese, e ha perso terreno a beneficio dei gruppi di opposizione armati. Le organizzazioni umanitarie hanno avuto una limitata libertà di movimento per fornire gli aiuti di emergenza alle circa 3,2 milioni di persone che ne avevano bisogno. Operatori umanitari, così come giornalisti e difensori dei diritti umani, sono stati spesso presi di mira per ragioni politiche e penali.
Nella seconda metà dell'anno, il conflitto armato nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo ha ripreso vigore. Tutte le parti coinvolte nel conflitto si sono rese colpevoli di diffuse violazioni dei diritti umani, inclusi uccisioni e rapimenti di civili, stupri e altre forme di violenza sessuale, e del reclutamento e impiego di bambini-soldato. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite, cercando riparo dagli scontri.
Il conflitto armato in Darfur si è intensificato durante il corso dell'anno, senza speranza di lasciar intravedere una soluzione politica vicina. Gli attacchi contro i civili sono continuati, così come gli stupri, i saccheggi e la distruzione dei villaggi. Milioni di persone sono rimaste sfollate all'interno del Paese, e le organizzazioni umanitarie spesso non hanno avuto accesso alle persone che necessitavano degli aiuti a causa dell'insicurezza generale e degli attacchi ai convogli umanitari. Per questo motivo, migliaia di persone non hanno ricevuto gli aiuti di emergenza. Le persone non hanno ricevuto protezione dalla violenza, di cui avevano disperatamente bisogno, anche all'interno dei campi sfollati. Solo per citare un esempio, ad agosto le autorità hanno circondato il campo di Kalma, nel Darfur meridionale, hanno aperto il fuoco e, secondo quanto riportato, hanno bombardato il campo sfollati, uccidendo 47 persone.
A maggio, il gruppo armato di opposizione Movimento giustizia e uguaglianza (JEM), ha sferrato un attacco contro Omdurman, alla periferia della capitale Khartoum. In seguito all'attacco, le autorità sudanesi hanno perseguitato civili ritenuti di origine darfuriana. Centinaia di persone sono state arrestate e detenute arbitrariamente, e molte di loro hanno subito torture o altre forme di maltrattamento. Sono state anche riferite esecuzioni extragiudiziali.
Gli scontri scoppiati ad Abyei, nel Sudan meridionale, tra le forze armate sudanesi e le forze del Movimento di liberazione del popolo sudanese (SPLM), hanno causato la distruzione della città, lo sfollamento di 50.000 persone, e messo ulteriormente a repentaglio il delicato Piano completo di pace tra il nord e il sud del Paese.
Nel corso dell'anno, è tornata altissima la tensione tra Ciad e Sudan, in particolar modo dopo un attacco da parte di gruppi di opposizione armati del Ciad contro la capitale N'Djamena agli inizi di febbraio. Le forze governative del Ciad hanno respinto l'attacco dopo due giorni di intensi combattimenti. In seguito, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, e ha arrestato numerosi membri dell'opposizione, uno dei quali è stato vittima di sparizione forzata. Sono state anche riferiti casi di esecuzioni extragiudiziali subito dopo l'attacco. Si stima che 50.000 persone circa siano fuggite dalle violenze di N'Djamena e abbiano cercato rifugio oltre confine in Camerun.
Nel corso dell'anno, le cause alla base della dilagante insicurezza nella regione non si sono limitate ai soli conflitti armati. In diversi Paesi, la violenza politica in seguito alle elezioni ha rivestito un ruolo di rilievo. In Kenya, oltre 1.000 persone sono morte in episodi di violenza etnica al servizio della politica, e nelle conseguenti uccisioni da parte delle forze di polizia, che si sono susseguiti alle elezioni del 30 dicembre 2007. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite dai propri luoghi di origine; alcune di loro hanno cercato rifugio in Paesi confinanti, come l'Uganda. In Zimbabwe, almeno 180 persone sono rimaste uccise, e migliaia altre ferite, nel corso di episodi di violenza politica promossa dallo Stato nei periodi immediatamente precedenti e successivi al secondo turno delle elezioni presidenziali. Molte persone hanno continuato a fuggire negli Stati confinanti, in particolar in Sudafrica. Sia in Kenya che in Zimbabwe le violenze e le gravi condizioni di insicurezza generale hanno messo a repentaglio non solo la sicurezza fisica dei cittadini, ma hanno anche impedito loro di guadagnarsi di che vivere, e migliaia di persone hanno perso le proprie abitazioni, le scorte alimentari e l'accesso alla terra e ad altre forme di reddito. A causa della violenza politica, centinaia di migliaia di persone sono dipese dagli aiuti umanitari per soddisfare i propri bisogni primari.
Decina di migliaia di persone in fuga da attacchi xenofobi in Sudafrica a maggio sono divenuti dipendenti dagli aiuti umanitari dopo essere stati costretti d abbandonare le proprie abitazioni e aver perso tutte le loro cose. Più di 60 persone sono rimaste uccise, e altre 600 ferite, nel corso di pestaggi, stupri e omicidi in varie province del Paese, perpetrati spesso da persone appartenenti a una stessa comunità. Questi attacchi xenofobi contro singoli individui, presi di mira a causa della loro percepita nazionalità, etnia o della loro condizione di migranti, sono stati in parte alimentati dallo stato di privazione in cui versano molti cittadini sudafricani. Indagini ufficiali non sono state in grado di assicurare i responsabili alla giustizia o di far luce sulle cause della violenza.
Molti gruppi appartenenti a diverse società africane hanno continuato a subire discriminazioni e ad essere esclusi da forme di protezione o di indennizzo per gli abusi subiti. In Uganda, ad esempio, le vittime di numerose violazioni dei diritti umani nel corso del conflitto armato nel nord del Paese hanno perso ogni mezzo di sostentamento, sono rimaste traumatizzate, e spesso escluse da qualsiasi forma di indennizzo.
Gli abitanti di tutto il continente africano sono stati soggetti a discriminazioni all'interno delle proprie famiglie e comunità per questioni di genere, o perché affetti da HIV/AIDS, condizione ulteriormente esasperata dalla loro povertà. In Sudafrica, ad esempio, dove 5,7 milioni di persone sono sieropositive all'HIV, le donne delle zone rurali hanno continuato a incontrare ostacoli nell'accesso ai servizi sanitari per la cura dell'HIV/AIDS a causa delle oltremodo difficili distanze da percorrere per raggiungere le strutture sanitarie e il costo dei trasporti. Lo stigma e la discriminazione basata sul genere, non esclusa la violenza, hanno inoltre influenzato la capacità delle donne di proteggersi dall'infezione da HIV e di ricercare cure e assistenza sanitarie.
In numerose società, le donne hanno subito discriminazioni anche sulla base di leggi consuetudinarie e pratiche tradizionali. Le leggi consuetudinarie di alcuni gruppi etnici in Namibia, ad esempio, sono chiaramente discriminanti nei confronti di donne e ragazze, in particolar modo le leggi sul matrimonio e l'eredità.
In vari Stati, in particolar modo la Tanzania, persone albine sono state uccise nel corso di sacrifici rituali. Il governo della Tanzania ha denunciato le uccisioni, ma nel corso dell'anno nessuno è stato processato per tali crimini, malgrado l'arresto di un certo numero di persone in relazione al fenomeno.
In diverse nazioni, cittadini sono stati perseguitati per il loro (presunto) orientamento sessuale, come in Camerun, Gambia, Nigeria, Rwanda, Senegal e Uganda. In molti Paesi, le relazioni omosessuali sono considerate reato.
In molti Stati africani, il sistema giudiziario non è stato indipendente. Inoltre, la mancanza di fondi, l'inadeguatezza dei mezzi a disposizione e delle risorse umane del sistema giudiziario spesso sono state causa di tempi eccessivamente lunghi per le udienze dei casi penali. Per le persone con limitato accesso a risorse economiche, entrare a patti con il sistema giudiziario penale può rivelarsi un incubo.
In Nigeria, ad esempio, le persone povere devono affrontare numerosi ostacoli per ottenere un processo equo, in tempi accettabili. Sebbene siano stati fatti degli sforzi per fornire l'assistenza di un legale, i risultati sono rimasti largamente insufficienti per garantire una rappresentanza legale a tutti coloro che necessitano di un avvocato, ma che non possono permetterselo, anche in casi che prevedono la pena capitale. Le oltre 700 persone rinchiuse nel braccio della morte in Nigeria nel 2008 avevano tutte una cosa in comune, la loro povertà.
D'altro canto, con una decisione storica la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS) ha ordinato al governo del Niger di pagare una forma di indennizzo a una donna tenuta in stato di schiavitù domestica e sessuale per dieci anni, accusando le autorità di inerzia per non aver applicato le vigenti leggi contro la schiavitù.
I governi hanno continuato a limitare, senza giustificazione, i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. Tuttavia, gli sforzi dei governi volti al controllo delle informazioni si sono al contempo confrontati con un'accresciuta mobilitazione dei gruppi della società civile, che spesso si sono attivati in collaborazione tra di loro, e da più forti e indipendenti mezzi di comunicazione.
Il varo di leggi e di altre forme di regolamentazione è stato spesso utilizzato come strumento per controllare le attività dei media e della società civile. Nello Swaziland, la nuova legge sulla soppressione del terrorismo, con le sue oltremodo ampie definizioni di terrorismo, ha avuto l'effetto di congelare le attività delle organizzazioni della società civile e ha infranto i diritti alle libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione. In Etiopia, le autorità hanno redatto un disegno di legge che criminalizza le attività in difesa dei diritti umani, e che conferisce al governo un eccessivo livello di controllo sulle attività svolte da organizzazioni della società civile. In Ciad, un decreto presidenziale che limita la libertà di stampa è rimasto in vigore anche dopo la revoca dello stato di emergenza. In Sudan, la censura nei confronti dei media indipendenti è stata rinforzata. In Rwanda, lo spazio di azione concesso ai professionisti dei media indipendenti, inclusi i giornalisti stranieri, è rimasto limitato. Nel Lesotho le restrittive norme di trasmissione, e il ricorso alla diffamazione penale, al reato di sedizione e ad accuse simili hanno continuato a mietere vittime tra gli operatori dei media e hanno infranto il diritto alla libertà di espressione. In Kenya il parlamento ha varato una legge sui media, e in Uganda le autorità stavano elaborando una proposta di legge: entrambe le normative ridurrebbero ulteriormente la libertà di stampa. In Niger, il governo ha imposto un black-out sulle notizie riguardanti il conflitto in corso nel nord del Paese, e ha proibito ai giornalisti di visitare la regione.
In molti Paesi, tra cui Angola, Camerun, Ciad, Gambia, Guinea Equatoriale, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan, Tanzania e Togo, le attività dei media sono state sospese in quanto il contenuto degli editoriali era non gradito dalle autorità. Giornalisti sono stati sistematicamente arrestati, e a volte incriminati per reati penali, solo per aver svolto il proprio lavoro.
Oppositori politici del governo sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente in Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Etiopia, Gambia, Guinea Equatoriale, Mauritania, Repubblica del Congo, Swaziland e Zimbabwe. In alcuni casi, esponenti politici dell'opposizione sono stati vittime di sparizioni forzate o sono stati uccisi illegalmente. In altri Paesi, come in Eritrea, lo spazio concesso all'opposizione politica, alla libertà di parola e alle attività della società civile è stato praticamente inesistente.
I difensori dei diritti umani sono rimasti esposti a rischi in diversi Paesi, e sono stati spesso oggetto di vessazioni, e a volte anche arrestati, per aver difeso i propri diritti e quelli degli altri. Giornalisti e difensori dei diritti umani sono dovuti fuggire dai loro Paesi perché temevano per la loro sicurezza personale.
In Zimbabwe, numerosi difensori dei diritti umani, sindacalisti ed esponenti dell'opposizione politica sono stati arrestati. Alcuni di loro sono stati rapiti e uccisi dalle forze di sicurezza governative, o da militanti indipendenti assoldati dalle autorità. Anche in Camerun, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad e Sudan si sono verificati arresti di difensori dei diritti umani. In alcuni casi, sono state riportate torture e maltrattamenti nel corso della detenzione. In vari Paesi, le autorità hanno chiuso, o minacciato di chiudere, organizzazioni della società civile.
Fino a quando i governi non affronteranno il problema dell'impunità in maniera seria, sarà impossibile arginare le diffuse violazioni dei diritti umani in tutta la regione. Nella situazione attuale, chi viola i diritti umani si sente legittimato a continuare a farlo liberamente agendo in un vuoto giudiziario, beneficiando dell'indifferenza del governo, o della sua rinuncia, in seguito a vaghi tentativi, di portare in giudizio i colpevoli. Solo sporadicamente, in seguito a violazioni dei diritti umani su larga sala, vengono istituiti commissioni o altri organi investigativi, spesso con il fine primario di placare l'opinione pubblica piuttosto che stabilire la verità e identificare i colpevoli.
La commissione nazionale che investigava sull'uccisione di centinaia di persone, e su altre violazioni dei diritti umani avvenute in Ciad nel febbraio 2008, ha pubblicato il suo rapporto a settembre e, ad oggi, il governo non ha intrapreso alcuna attività per dare attuazione alle sue raccomandazioni. Una commissione d'inchiesta istituita nella Repubblica di Guinea per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse tra il 2006 e il 2007 non ha effettuato alcuna indagine. In Liberia, la Commissione verità e riconciliazione ha concluso le udienze pubbliche e a fine anno si attendevano i suoi risultati. La commissione istituita in Kenya per indagare sulle violenze scoppiate in seguito alle elezioni, ha pubblicato il risultato delle proprie indagini a ottobre. Sebbene il governo si fosse impegnato ad attuare le raccomandazioni contenute nel rapporto, a fine anno non era stato ancora sviluppato un piano d'azione articolato in tal senso.
Sfortunatamente, spesso i governi si servono di commissioni di inchiesta, o di verità e riconciliazione, come surrogati di inchieste giudiziarie, essenziali per stabilire responsabilità penali individuali.
La Corte penale internazionale (ICC) ha continuato a occuparsi di diversi casi riguardanti il continente africano. In seguito all'applicazione da parte del Procuratore dell'ICC di un mandato di arresto spiccato contro il presidente del Sudan, Omar Al Bashir, per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, numerosi Stati e organismi internazionali, tra cui l'Unione Africana, hanno cercato di mettere a repentaglio il lavoro svolto dall'ICC. L'Unione Africana, la Lega Araba e l'Organizzazione della Conferenza Islamica hanno richiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di deferire il caso. Su istanza del Rwanda, l'Unione Africana ha adottato una mozione di critica contro quello che è stato definito un abuso della giurisdizione universale.
Sebbene l'ICC abbia continuato a istruire casi riguardanti il continente africano, per contro essa è in grado di processare soltanto un numero limitato di persone. È pertanto fondamentale che anche le giurisdizioni nazionali indaghino e perseguano gli individui sospettati di crimini ai sensi del diritto internazionale, anche tramite l'esercizio della giurisdizione universale. Purtroppo il Senegal non ha registrato sostanziali progressi nel caso contro l'ex presidente del Ciad, Hissène Habré, dimostrando una mancanza di volontà politica ad avviare indagini credibili.
Per chiudere su una nota lieta, a luglio l'Unione Africana ha adottato il Protocollo allo Statuto della Corte africana di giustizia e dei diritti umani. Una volta operativa, la Corte potrà contribuire a porre fine all'impunità in Africa, se gli Stati membri dell'Unione Africana consentiranno alle vittime di violazioni dei diritti umani di rivolgersi direttamente alla Corte per ottenere rimedi efficaci.
Nella regione permane un enorme divario tra la retorica dei governi africani, che dichiarano di proteggere e rispettare i diritti umani, e la quotidiana realtà delle sistematiche violazioni dei diritti umani.
Nel 2008, gli abitanti del continente africano, privati dei loro diritti, hanno invaso le strade. Le manifestazioni sono spesso sfociate in violenza, il risentimento alimentato dall'atteggiamento repressivo dei governi verso il dissenso e la protesta. Le rivolte sono probabilmente destinate a continuare. Così, se da un lato tante sono le persone che vivono in condizioni di disperata povertà, dall'altro solo pochissime di loro riusciranno ad avere una qualsiasi una speranza di affrancarsi. La loro situazione è esacerbata dall'incapacità dei governi della regione di provvedere ai più basilari servizi sociali, di affermare lo Stato di diritto, di affrontare la corruzione e di rendersi responsabili delle proprie azioni nei confronti dei loro popoli. Mentre la situazione economica globale sembra appare sempre più cupa, le speranze dell'intero continente africano sono riposte nella continua vitalità delle organizzazioni della società civile dell'intero continente, e nella determinazione dei difensori dei diritti umani ad opporsi a interessi radicati, a dispetto dei rischi che ciò comporta per la loro sicurezza personale.