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Panoramica regionale - Asia e Pacifico

  1. Privazione
  2. Insicurezza
  3. Esclusione
  4. Voci
  5. Conclusione

Il 20 maggio, nella cittadina di Kawhmu, non lontana da Yangon, le autorità di Myanmar hanno impedito ai sopravvissuti del ciclone Nargis, che versavano in condizioni disperate, di chiedere l'elemosina nelle strade, punendo allo stesso tempo chiunque tentasse di aiutarli, e alienandoli in pratica da qualsiasi forma di assistenza sponttanea. Circa tre settimane prima, il ciclone aveva devastato gran parte del Myanmar meridionale, uccidendo decine di migliaia di persone e obbligando centinaia di migliaia di civili ad abbandonare le proprie case e i propri mezzi di sostentamento.

Il ciclone dovrebbe aver spazzato via anche gli ultimi dubbi se una popolazione possa mai essere ridotta alla fame da politiche di governo repressive. Il mondo intero ha osservato inorridito come il governo del Myanmar, il Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo (SPDC), rifiutava di ammettere la magnitudine del disastro, e forniva aiuti assolutamente inadeguati ai circa 2,4 milioni di sopravissuti al ciclone. Per tre settimane, l'SPDC ha anche rifiutato qualsiasi tipo di assistenza internazionale e ha bloccato l'accesso al delta del fiume Ayeyarwady proprio quando i sopravvissuti avevano maggiormente bisogno di cibo, riparo e medicinali. Al contrario, una settimana dopo il passaggio del ciclone, mentre le comunità locali stavano ancora lottando per la sopravvivenza, l'SPDC ha dirottato risorse fondamentali per sovvenzionare un referendum del tutto superfluo per l'approvazione della nuova, e gravemente inficiata, costituzione. L'SPDC, bloccando aiuti che avrebbero potuto salvare vite umane, e al contempo non fornendo assistenza adeguata alle vittime, ha deliberatamente violato il diritto alla vita, all'alimentazione e alla salute di centinaia di migliaia di persone.

Nei Paesi della regione Asia e Pacifico, centinaia di milioni di persone hanno sofferto a causa di politiche di governo, che non potevano, o che temevano, mettere in discussione. Milioni di altre sono sprofondate in condizioni di povertà, a causa dell'aumento del costo di cibo, carburante e di altri beni di consumo, dovuto in parte dalla crisi finanziaria mondiale. Alla maggior parte di queste persone i relativi governi hanno negato il diritto di contribuire ad affrontare in modo costruttivo tale crisi.

La gravità degli eventi che si sono susseguiti al ciclone Nargis in Myanmar ha tuttavia sollecitato l'intervento degli Stati confinanti, sia dei Paesi membri dell'Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), che della Cina, principale sostenitore internazionale del Paese. Sebbene i governi di tali nazioni avessero in precedenza dichiarato i diritti umani internazionali incompatibili con i "valori asiatici", in quanto minacciano la sovranità nazionale e negano la supremazia dello sviluppo economico, il verificarsi di una tale catastrofe su ampia scala ha obbligato i Paesi membri dell'ASEAN a chiedere pubblicamente alle autorità del Myanmar di consentire l'accesso agli aiuti internazionali, e fungere da mediatori tra l'SPDC e la comunità internazionale.

Ancora più degna di nota è stata la risposta del governo cinese alla gravità della catastrofe (e al desiderio di salvaguardare la propria immagine in previsione dei Giochi olimpici di Pechino 2008), il quale ha deviato sensibilmente dal proprio principio cardine, consolidato negli anni, di non interferenza negli affari dei singoli Stati sovrani, e sembrerebbe aver fatto leva sulla propria indiscutibile influenza per persuadere l'SPDC ad accettare le offerte di aiuti internazionali.

I Giochi olimpici di Pechino, e il derivante aumento di sensibilità della Cina alle questioni relative alla propria immagine, avevano accresciuto le speranze di ottenere effettivi e sostenibili miglioramenti della situazione generale dei diritti umani nel Paese. In effetti, il Comitato internazionale olimpico aveva dichiarato di aver scelto la città di Pechino come sede per i giochi anche per questa ragione. I preparativi alle Olimpiadi sono stati invece caratterizzati da un aumento della repressione in tutto il Paese, mentre le autorità hanno incrementato i controlli nei confronti dei difensori dei diritti umani, praticanti religiosi, minoranze etniche, avvocati e giornalisti. A Pechino, le autorità cinesi hanno sfrattato con la forza migliaia di residenti dalle le proprie case, punendo chiunque contestasse le politiche di governo.

L'organizzazione dei Giochi olimpici, come avvenimento sportivo, è stata elogiata per la sua magnificenza. La manifestazione sportiva ha dimostrato la capacità del governo cinese di mobilitare imponenti risorse, e ha provato, proprio come intendeva fare, che il Paese è ormai diventato una delle principali potenze mondiali. Ma i Giochi hanno anche dimostrato che un Paese in grado di organizzare un tale spettacolo non può giustificare la propria incapacità di garantire molti dei diritti umani ambiti dal proprio popolo, in particolare i diritti delle decine di milioni di cittadini ai quali non è stato consentito trarre alcun beneficio dal fenomenale sviluppo economico del Paese.

Privazione

Per anni, il governo cinese ha attuato le proprie politiche economiche con il sudore della fronte di circa 150 milioni di lavoratori migranti, la maggior parte dei quali hanno abbandonato le campagne e si sono riversati nelle baraccopoli delle città cinesi in rapida espansione.La fine del boom edilizio associato ai Giochi olimpici, e il crescente impatto della crisi economica globale hanno invece lasciato milioni di lavoratori migranti cinesi ad affrontare un futuro incerto; negli ultimi mesi dell'anno i lavoratori migranti hanno dovuto fare ritorno ai loro villaggi, senza alcuna promessa di una crescita economica costante, e per di più consapevoli delle diversità tra le loro condizioni di vita e quelle della classe media urbana nazionale in rapida ascesa. Le tensioni sociali derivanti da questa crescente spaccatura, e dalla consapevolezza delle disparità esistenti tra ricchi e poveri, tra zone urbane e rurali, hanno dato vita a migliaia di proteste in tutta la Cina.

La regione Asia e Pacifico nel suo complesso racchiude alcune tra le zone più ricche (in Australia, Cina, Corea del Sud e Giappone) a fianco delle popolazioni più povere del pianeta (Afghanistan, Bangladesh, Corea del Nord, Laos, Myanmar, Papua Nuova Guinea). Nel corso dell'anno, le differenze nelle condizioni di vita di queste popolazioni sono sembrate più direttamente collegabili alle politiche dei rispettivi governi che alla distribuzione delle risorse naturali.

L'India, il secondo gigante del continente asiatico, ha cercato di perseguire un progresso economico interno mantenendo allo stesso tempo un solido impegno in favore dei diritti civili e politici della popolazione. Tuttavia, le autorità indiane non sono state in grado di assicurare i diritti delle popolazioni povere urbane e delle comunità rurali già in stato di emarginazione, tra le quali i contadini senza terra, e le comunità adivasi, che si sono opposti allo sfruttamento delle proprie terre e risorse naturali in favore di progetti industriali. In diversi Stati federali, le autorità hanno deliberatamente ignorato le clausole costituzionali esistenti che demarcavano alcune zone come territorio esclusivo delle comunità adivasi, concedendole in sfruttamento alle industrie minerarie o di altri settori. Nello Stato dell'Orissa, uno dei più poveri dell'India, la concorrenza per le limitate risorse naturali si è intrecciata alla lotta politica in favore dei diritti degli adivasi e della libertà di religione, e alle politiche di sviluppo del governo. L'ondata di violenza civile che ne è risultata ha causato la morte di almeno 25 persone, lo sfollamento di altre 15.000 persone, principalmente cristiani a rischio di persecuzione, e ha impedito a migliaia di persone di aver accesso a cure sanitarie, istruzione e abitazioni inadeguate.

Anche le politiche del governo del Bangladesh hanno danneggiato le comunità indigene del Paese. Mentre la lotta politica tra il governo tecnico, sostenuto dai militari, e i leader politici veterani dominava i titoli delle prime pagine dei giornali, dietro le quinte il governo continuava a sostenere i coloni bengalesi nell'occupazione di terre appartenenti alle diverse comunità jumma, i popoli tribali degli Altipiani di Chittagong.

A ottobre, la Banca asiatica di sviluppo ha diffuso la notizia che 2 milioni di cambogiani potrebbero ritrovarsi in condizioni di povertà a causa dell'aumento del costo di cibo, carburante e di altri beni di consumo derivante dalla crisi finanziaria mondiale. Essi andavano ad aggiungersi ai 4,5 milioni di persone, circa un terzo della popolazione, che già vivono in povertà. Oltre 4.000 famiglie residenti nei pressi del lago Boeung Kak a Phnom Penh, molte delle quali vivono in alloggi di fortuna, sono state a rischio di sgombero forzato per un progetto di conversione della zona in discarica. Il 26 agosto 2008, giorno di apertura della discarica, i residenti non ne avevano ricevuto alcun preavviso, mentre i manifestanti hanno subito diffuse minacce da parte della autorità locali e dei dipendenti delle società incaricate dei lavori. Allo stesso tempo, le forze di polizia di Phnom Penh hanno aumentato le incursioni notturne ai danni degli strati più poveri della popolazione che vivono ai margini della società, arrestando arbitrariamente lavoratori e lavoratrici del mercato del sesso, senzatetto e mendicanti.

La Corea del Nord è stata colpita dalla più grave carestia da decenni, e milioni di persone sono state ridotte alla fame. I gruppi più vulnerabili sono stati bambini, donne e anziani. Migliaia di persone hanno continuato ad attraversare il confine con la Cina, principalmente alla ricerca di cibo e di mezzi di sostentamento economico. Le persone arrestate e rimpatriate forzatamente sono state portate in campi di prigionia, dove sono state costrette ai lavori forzati e hanno subito tortura e altre forme di maltrattamento. Il governo della Corea del Nord non ha fatto nulla per affrontare la situazione, evitando perfino di richiedere l'assistenza della Corea del Sud, uno dei principali donatori di riso e fertilizzante degli ultimi anni, a causa delle relazioni tese tra i due Paesi.

Insicurezza

Nel 2008, nessun Paese della regione Asia e Pacifico si è trovato in stato di guerra dichiarato con un altro Stato della regione, ma i conflitti tra governi e gruppi di opposizione hanno continuato a mettere a repentaglio la vita di decine di migliaia di civili in tutta la zona, e hanno impedito a milioni di altre persone di avere accesso a cure sanitarie, istruzione e alloggi adeguati. Questi conflitti sono stati, almeno in parte, di natura etnica, caratterizzati spesso da un gruppo di persone che imbraccia le armi contro un altro gruppo per richiedere un pari, o maggiore, accesso alle risorse.

Indipendentemente dalla causa alla base degli scontri, sono stati i civili, in particolar modo quelli già emarginati per questioni di genere, etnia, religione, casta o classe sociale, a soffrirne maggiormente le conseguenze.

Gli abitanti di Afghanistan, Pakistan, Sri Lanka, Myanmar, Thailandia del sud e Filippine meridionali hanno dovuto affrontare gravi minacce da parte delle forze armate, sia governative che antigovernative, che hanno spesso apertamente ignorato anche le più fondamentali leggi che regolano i conflitti armati.

Milioni di cittadini afghani residenti nelle zone meridionali e orientali del Paese, terrorizzati sia dai Taliban e altri gruppi ribelli che dalle milizie locali, palesemente alleati con il governo, hanno vissuto in condizioni di insicurezza, che hanno ulteriormente limitato le loro già ridotte disponibilità a cibo, cure sanitarie e istruzione, in modo particolare per donne e ragazze. L'anno ha fatto registrare un altro sanguinoso record di violenze in Afghanistan, con la morte di circa 1.400 civili quale bilancio diretto degli scontri a fuoco, mentre decine di migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per fuggire dal conflitto; molti profughi sono stati attirati dalla relativa sicurezza e prosperità offerta dai principali centri urbani, come Kabul e Herat, dove si sono ammassati in nuove baraccopoli. I Taliban e altri gruppi antigovernativi si sono resi responsabili del ferimento del maggior numero di civili; tuttavia, i circa 60.000 militari internazionali presenti in Afghanistan hanno a loro volta continuato i bombardamenti aerei e le incursioni notturne, ai danni della popolazione civile e delle loro proprietà, favorendo così l'insorgere di una prevedibile ondata di violenta rabbia popolare.

Il governo afghano non è stato in grado di affermare lo Stato di diritto, o di assicurare i più fondamentali servizi a milioni di cittadini afghani, anche nelle zone di cui aveva il controllo. I Taliban e altri gruppi antigovernativi hanno esteso il proprio potere a oltre un terzo del Paese, negando ancora una volta a donne e ragazze accesso ad istruzione e cure sanitarie, e imponendo il proprio modello brutale di giustizia, spesso basato su esecuzioni pubbliche e fustigazioni. Come risultato, nonostante alcuni miglioramenti in termini di iscrizione di bambini nelle scuole e disponibilità di cure sanitarie di base, la maggior parte dei cittadini afghani hanno brevi aspettative di vita, e a costo di enormi sacrifici. La vita media è di soli 42,9 anni, il Paese è tornato ad avere uno dei più elevati tassi di mortalità materna del pianeta, mentre il reddito pro capite medio è di 350 dollari USA l'anno, uno dei più bassi al mondo.

L'insicurezza dell'Afghanistan si è riversata oltre confine e ha investito gran parte del Pakistan, non limitandosi più alle zone tribali alle frontiere con l'Afghanistan, ma coinvolgendo sempre più anche altre aree del Paese; seguaci dei Taliban hanno catturato ostaggi, hanno attaccato e ucciso civili e hanno commesso atti di violenza contro donne e ragazze. A fine anno, gruppi di Taliban pakistani avevano stabilito il proprio dominio su gran parte delle zone tribali di frontiera, così come nella valle di Swat, una zona abitata al di fuori dei territori tribali, e non lontana da Islamabad. I Taliban hanno chiuso decine di scuole per ragazze, ambulatori medici e qualsiasi altro commercio non considerato sufficientemente devoto, come ad esempio negozi di musica. Non deve affatto sorprendere dunque che nelle zone tribali del Pakistan i residenti, soprattutto se di sesso femminile, abbiano un'aspettativa di vita inferiore a quella registrata in altre zone del Paese, che i tassi di mortalità infantile e materna siano più elevati, e che al contrario quelli di istruzione siano sensibilmente inferiori.

A febbraio, un nuovo governo civile è stato eletto in Pakistan, e ha prontamente fatto numerose promesse per il miglioramento della situazioni dei diritti umani nel Paese. Il governo del presidente Asif Ali Zardari si è impegnato per mantenere alcune di queste promesse, ma si è dimostrato altrettanto incapace di affrontare la crescente crisi di insicurezza in cui versa il Paese, che non è cambiata da quanto al governo militare vi era il generale Pervez Musharraf. A fine anno, il nuovo governo si è a sua volta semplicemente trovato a vacillare disastrosamente, così come era capitato al suo predecessore, dovendo decidere se abbandonare significative fasce della popolazione pakistana al dominio di gruppi di ribelli senza scrupoli, o perseguire una politica di terra bruciata, punendo la popolazione locale senza in effetti diminuire in modo significativo le potenzialità di combattimento dei gruppi antigovernativi.

Questo modello di popolazione civile intrappolata negli scontri tra forze filo e antigovernative, disdegnose del benessere delle comunità locali, si è ripetuto in tutto il continente asiatico. Nella Thailandia meridionale, la violenza serpeggia da un secolo tra la popolazione, quale manifestazione del lungo periodo di negazione dei diritti subito dalla popolazione locale, di lingua ed etnia prevalentemente malay, e di religione islamica. L'area è una delle più povere e meno sviluppate del Paese, e la popolazione locale da tempo risente degli sforzi compiuti dal governo centrale e dalla maggioranza buddhista thailandese per raggiungere una completa assimilazione. Gruppi ribelli hanno fatto ricorso ad azioni brutali, come la decapitazione, e altri tipi di attacchi, ai danni di cittadini buddisti e attentati alle scuole. Ma la pesante risposta del governo in nome della sicurezza, che ha incluso tortura e altre forme di maltrattamento di sospetti musulmani, ha portato a diffuse violazioni dei diritti umani, alienando la popolazione locale.

Una dinamica per alcuni aspetti simile ha alimentato il conflitto nell'isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, dove la popolazione musulmana dell'isola, sentendosi privata dei propri diritti da parte della popolazione e del governo centrale, di religione prevalentemente cristiana, ha sofferto tassi di sviluppo economico sensibilmente inferiori. Ad agosto, il fallimento dei negoziati di pace tra il governo delle Filippine e il Fronte di liberazione islamica Moro (MILF) ha causato la ripresa delle violenze, che ha continuato a essere caratterizzata da abusi da parte di entrambe le parti in conflitto. Il numero di civili direttamente coinvolti da questa recente escalation delle ostilità è aumentato drammaticamente, e per il momento non vi sono speranze di una soluzione definitiva. Ad agosto, attacchi da parte del MILF contro civili avvenuti in quartieri a prevalenza cristiana, ma talvolta anche in zone abitate sia da cristiani che da musulmani, hanno causato l'abbandono di oltre 610.000 persone dei villaggi, in fuga dagli attacchi diretti del MILF e dagli scontri a fuoco tra quest'ultimo e le forze di sicurezza. Circa 240.000 persone sono in seguito ritornate alle proprie abitazioni, quando l'esercito nazionale aveva dichiarato sicuri i villaggi. Molte di loro hanno trovato le case bruciate, il bestiame rubato e hanno continuato a vivere nella paura.

Nel Myanmar, malgrado le politiche di governo abbiano impoverito l'intera popolazione, l'SPDC si è scagliato con particolare violenza contro le 135 minoranze etniche e religiose del Paese, che compongono circa un terzo dell'intera popolazione nazionale. L'esercito di Myanmar ha proseguito l'offensiva contro civili di etnia karen nello Stato di Kayin (Karen) e nel Dipartimento di Bago (Pegu). Da quando l'attuale governo ha dato il via all'offensiva militare nel novembre 2005, oltre 140.000 civili di etnia karen sono stati uccisi, torturati, sfollati forzatamente, violati sessualmente, costretti ai lavori forzati, anche per impieghi pericolosi in esercitazioni militari, come la rimozione di mine terrestri, e sottoposti a diffuse e sistematiche violazioni dei loro diritti umani. La gravità di tali violazioni le configura come crimini contro l'umanità.

Nel 2008, un altro "conflitto dimenticato", quello tra le forze governative dello Sri Lanka e il gruppo d'opposizione armato delle Tigri Tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam - LTTE) è proseguito tra intensi combattimenti. L'ampia popolazione tamil dell'isola da tempo lamenta la discriminazione politica ed economica cui è oggetto da parte della maggioranza cingalese al potere. Da oltre un decennio, le LTTE hanno attuato diverse tattiche brutali, tra cui attacchi dinamitardi contro civili e il reclutamento di bambini-soldato, per ritagliarsi uno Stato indipendente de facto nel nord-est dell'isola. Tuttavia quest'area non si è rivelata un porto sicuro per la popolazione tamil locale, in quanto le LTTE non ammettono alcuna forma di opposizione. Verso la fine dell'anno, il governo dello Sri Lanka era in procinto di invadere l'enclave grazie a una serie di vittorie militari. Oltre 250.000 persone, la quasi totalità della popolazione tamil del nord del Paese, conosciuta come Wanni, sono fuggite dalle loro abitazioni in cerca di rifugio. Molte di loro, se non addirittura la maggior parte, erano già state sfollate diverse volte a causa degli scontri, anche negli anni precedenti, mentre alcune erano sopravvissute al disastroso tsunami dell'Oceano Indiano nel 2004.

Il governo dello Sri Lanka ha negato l'accesso alla zona del conflitto a membri di organizzazioni umanitarie e giornalisti internazionali, per evitare che assistessero agli scontri o fossero testimoni della situazione disperata in cui versavano i civili intrappolati tra le due fazioni. Da parte loro, le LTTE, prese d'assedio, hanno sfruttato la stessa popolazione come forza lavoro e personale militare sempre disponibile, e come cuscinetto contro l'avanzata dei soldati governativi.

Esclusione

Anche laddove la discriminazione etnica non si è manifestata in un conflitto armato, essa è rimasta una costante nel panorama sociale della regione Asia e Pacifico, dalle società più benestanti fino alle più povere. A febbraio, il governo australiano ha compiuto un passo storico, porgendo le proprie scuse alle cosiddette "generazioni rubate", aborigeni e indigeni di Torres Strait Island che da bambini erano stati forzatamente tolti alle loro famiglie in virtù di leggi e politiche governative. Tuttavia il governo australiano ha annunciato che non avrebbe istituito un fondo di compensazione né avrebbe concesso altre forme di indennizzo.

Il governo della più giovane repubblica del mondo, il Nepal, ha faticato a mantenere le proprie promesse per un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, che per generazioni ha sofferto di privazioni con il benestare ufficiale. I maoisti al controllo del governo nepalese avevano basato gran parte della propria attrattiva elettorale sulla promozione dei diritti delle donne, delle caste inferiori e dei poveri. Tuttavia, la sfida maggiore opposta al loro dominio è venuta dalla popolazione madhesi, l'etnia dominante delle pianure meridionali che ricoprono un terzo del Paese, la quale ha ritenuto che il nuovo governo non avesse tenuto sufficientemente in considerazione le loro annose sofferenze.

Le numerose minoranze etniche presenti nella Cina occidentale, le zone di etnia tibetana e la provincia a prevalenza musulmana della Regione autonoma dello Xinjiang uiguro, hanno continuato a subire gravi discriminazioni. Nel 2008, gli scontri in queste aree sono stati i più violenti degli ultimi anni. Con le proteste del 10 marzo, i monaci tibetani, e in seguito altri monaci in manifestazioni di sostegno, domandavano la sospensione delle campagne governative di educazione politica e una distensione delle restrizioni alla pratica religiosa. La violenza si è scatenata quando civili tibetani si sono uniti alle proteste, per esprimere le loro annose sofferenze, tra le quali la sensazione di venire esclusi dai benefici derivanti dallo sviluppo economico del Paese, e l'indebolimento della cultura e dell'identità tibetane come conseguenza delle politiche governative. A Lhasa, manifestanti hanno attaccato migranti di etnia han e i loro esercizi commerciali, sebbene la maggior parte delle proteste siano continuate pacificamente in tutte le zone tibetane. Le autorità cinesi hanno infine dichiarato che 21 persone erano rimaste uccise da manifestanti violenti, e che oltre 1.000 delle persone detenute durante le proteste erano state rilasciate; organizzazioni tibetane estere hanno invece dichiarato che erano oltre 100 i tibetani rimasti uccisi, e che a fine anno erano ancora diverse centinaia le persone in detenzione. È risultato difficile stabilire cifre esatte, in quanto le autorità cinesi hanno negato l'accesso ai media e agli organismi di controllo indipendenti.

Il 14 agosto, Wang Lequan, segretario del Partito comunista della regione dello Xinjiang, ha annunciato una battaglia «all'ultimo sangue» contro il "separatismo" musulmano dell'etnia uigura. Le autorità hanno citato una serie di violenti episodi perpetrati da sospetti terroristi per giustificare l'attuazione di drastiche azioni repressive, e hanno mantenuto uno stretto controllo sulla pratica religiosa, proibendo tra l'altro a tutti i dipendenti governativi e ai bambini di frequentare le moschee. Le autorità cinesi hanno comunicato l'arresto di oltre 1.300 persone nel corso dell'anno per accuse di terrorismo, estremismo religioso e altre violazioni di leggi sulla sicurezza nazionale, delle quali 1.154 erano state formalmente condannate, oppure rimanevano sotto processo o in punizione amministrativa.

Voci

Mentre l'anno volgeva al termine e gli effetti della crisi economica globale si manifestavano sotto forma di disoccupazione, meno cibo sulle tavole e inferiore reddito disponibile per beni di prima necessità, come abitazione, istruzione e cure sanitarie, un crescente numero di persone nella regione Asia e Pacifico ha cominciato a richiedere ai governi di assumersi le proprie responsabilità. Piuttosto che far fronte alle loro esigenze, i rispettivi governi hanno tentato di tappare loro la bocca. Questa tendenza ha aggravato l'annosa e diffusa intolleranza da parte di molti governi dei Paesi della regione Asia e Pacifico verso le libertà dei propri cittadini, e i Paesi in cui ciò è apparso più evidente sono la Corea del Nord e il Myanmar, dove da anni la libera espressione viene di fatto soppressa nella maniera più assoluta.

Le autorità cinesi avevano temporaneamente allentato le restrizioni alla libertà di stampa in previsione dei Giochi olimpici di Pechino. I giornalisti stranieri hanno goduto di una libertà di cronaca senza precedenti, ed era stato sbloccato l'accesso ad alcuni siti web, come quello di Amnesty International e della BBC. A fine anno, tuttavia, per contrastare il crescente malcontento della popolazione, le autorità cinesi hanno ricominciato a ridurre al silenzio e a intimidire chiunque sollevasse critiche. I cittadini che hanno aderito a Carta 08, in favore di una fondamentale riforma legale e politica, hanno subito intensi controlli da parte del governo, mentre numerosi firmatari hanno subito vessazioni e altre forme di maltrattamento. A fine anno, almeno un firmatario, Liu Xiaobo, rimaneva in detenzione arbitraria. All'inizio del 2009, molti siti web, tra i quali quello di Amnesty International, sono stati rimessi al bando dalle autorità.

In modo analogo, il Vietnam ha continuato a condurre azioni repressive contro i sostenitori del movimento filo-democratico Bloc 8406, attivo su Internet, e contro altri gruppi non autorizzati che lottano in favore della democrazia e dei diritti umani, incriminando numerose persone in virtù dell'art.88 del codice penale, «propaganda contro la Repubblica socialista del Vietnam», e di leggi che criminalizzano «l'abuso delle libertà democratiche contro gli interessi dello Stato».

Aggressioni alla libertà di espressione non si sono verificate solo negli Stati socialisti. Il governo di Singapore ha continuato ad abusare di leggi contro la diffamazione per ridurre al silenzio le critiche: il Far Eastern Economic Review è stato accusato di diffamazione ai danni del primo ministro Lee Hsieng Lee, mentre a settembre sono state avviate azioni legali contro il Wall Street Journal Asia per aver messo in discussione l'indipendenza del sistema giudiziario. Circa 19 persone che manifestavano contro la povertà sono state accusate di riunioni non autorizzate su suolo pubblico.

In Thailandia si è registrato un forte aumento nel numero di persone accusate del reato di lesa maestà, una legge inserita nel codice penale thailandese che proibisce qualsiasi parola o atto di diffamazione, insulto o minaccia contro la famiglia reale. Ad agosto, il governo provvisorio delle Isole Fiji ha annunciato la prossima nomina di un tribunale specifico per i mezzi di comunicazione, per assicurare una «maggior regolamentazione» delle attività dei media.

Nello Sri Lanka, quello che era un vibrante ambiente mediatico ha sofferto terribilmente della continua ondata di attacchi contro giornalisti e operatori dei media. Si calcola che almeno 14 operatori del settore siano stati uccisi illegalmente nello Sri Lanka dagli inizi del 2006. Altri sono stati detenuti arbitrariamente, torturati, o sono stati vittime di sparizioni forzate mentre in custodia delle forze di sicurezza. Oltre 20 giornalisti hanno abbandonato il Paese in seguito a minacce di morte.

Conclusione

Molte popolazioni della regione Asia e Pacifico si sono rivolte, per fronteggiare la crescente pressione politica ed economica, alla rete di organizzazioni internazionali in favore dei diritti umani, chiedendo loro di sostenerle nel loro impegno per garantire una maggiore dignità a loro stessi e agli altri.

Accantonando la propria riluttanza storica a parlare il linguaggio dei diritti umani, l'ASEAN ha consentito, grazie agli enormi sforzi compiuti in seguito al ciclone Nargis, alle popolazioni maggiormente colpite dalla tragedia di ricevere l'assistenza di cui avevano bisogno. A novembre, in una prospettiva a più ampio respiro, lo statuto dell'ASEAN è entrato in vigore in seguito alla ratifica da parte della totalità dei 10 Paesi membri. Lo statuto afferma l'impegno da parte degli Stati membri al rispetto dei diritti umani, e fornisce all'ASEAN un'opportunità senza precedenti di istituire un potente organo di difesa dei diritti umani.

I parlamentari partecipanti alla Conferenza dei parlamentari del Pacifico, tenutasi in dicembre, hanno sostenuto all'unanimità una serie di azioni in favore dell'istituzione di un meccanismo per i diritti umani nella regione del Pacifico, un importate passo in avanti per le Isole del Pacifico, e per l'intera regione.

Queste due iniziative sono un riconoscimento del lavoro svolto dai difensori dei diritti umani nella regione, che hanno sempre combattuto in prima linea per l'introduzione di tali cambiamenti. Nonostante le pesanti ritorsioni da parte dei governi, e i gravi rischi alla loro persona, i difensori dei diritti umani hanno continuato a lavorare per garantire i diritti di tutti coloro che soffrono e sono vittime di abusi. In molti Paesi, un crescente numero di attivisti e critici dei governi hanno iniziato a usare Internet per dar voce al loro dissenso, e quale forma di mobilitazione per raccogliere sostegno. In Cina, l'uso di Internet è cresciuto in modo esponenziale, permettendo a molti di condividere informazioni sull'operato del governo e a pochi coraggiosi di invocare riforme. Allo stesso modo, in Vietnam, i sostenitori del movimento filo-democratico Bloc 8406, che opera in Internet, hanno avuto il coraggio di invocare condizioni di vita migliori e maggiore libertà per tutti i loro connazionali. In Malaysia e a Singapore, Paesi nei quali la repressione alla libertà di parola prosegue inesorabile, i blogger sono la principale fonte di informazioni, analisi e critiche indipendenti, e ne pagano le conseguenze.

Alla base di tutti questi sforzi vi è il principio che tutti gli individui debbano godere di pari diritti umani e dignità. Sebbene queste speranze siano spesso andate infrante, gli eventi del 2008 dimostrano chiaramente che questo credo si è oramai radicato fermamente in molte comunità della regione Asia e Pacifico.