1. Contenuto della pagina
  2. Menu principale di navigazione
  3. Menu di sezione
Vai alla pagina iniziale
Testata per la stampa
  1. contattaci
  2. Utilizza la tecnologia RSS per rimanere sempre aggiornato
  3. amnesty.org
 


ricerca avanzata

Contenuto della pagina

Panoramica regionale - Europa e Asia centrale

  1. Privazione
  2. Insicurezza
  3. Rifugiati e migranti
  4. Esclusione e discriminazione
  5. Voci
  6. Conclusione

Per la prima volta dopo quasi dieci anni, all'inizio di agosto due Paesi europei sono entrati in guerra tra loro. Dalla fine dei conflitti dei primi anni Novanta, l'Europa aveva raggiunto un certo grado di stabilità in termini di economia, sicurezza e affermazione del principio di legalità, ma gli eventi del 2008 hanno dimostrato quanto sia potenzialmente fragile il senso di sicurezza che ha pervaso l'Europa dopo la fine della "guerra fredda".

I cinque giorni di conflitto tra Georgia e Russia per il controllo dei territori dell'Ossezia del Sud hanno provocato centinaia di morti tra i civili, migliaia di feriti e, nel loro picco estremo, lo sfollamento di quasi 200.000 persone. Le ostilità tra i due Stati e i conseguenti saccheggi e incendi hanno arrecato gravissimi danni alle abitazioni dei civili nell'Ossezia del Sud e nelle aree adiacenti. Sono state usate munizioni a grappolo, devastanti per i civili e i loro mezzi di sussistenza sia al momento dell'impiego, sia dopo la fine degli scontri.

Alla fine dell'anno, anche la crisi economica mondiale ha dato prova di quanto la presunta stabilità dell'architettura economica della regione fosse altrettanto soggetta a cambiamento. Diversi Stati europei hanno chiesto l'intervento del Fondo monetario internazionale a sostegno delle loro economie, tra diffusi timori che la congiuntura sfavorevole avrebbe fatto ulteriormente sprofondare verso la povertà un numero sempre maggiore di persone, in particolare quelle già rese vulnerabili da conflitti, discriminazione o insicurezza.

Privazione

Nel 2008, in tutta l'Europa i poveri hanno continuato a non avere accesso al soddisfacimento di molti bisogni essenziali. Nonostante l'aggravarsi della crisi economica, l'Europa ha mantenuto il suo ruolo di casa di alcuni dei Paesi più ricchi del mondo del 2008. Per contro, essa è divenuta anche la sede di tanti fallimenti nella mancata affermazione dei diritti dei suoi abitanti nell'accesso a istruzione, assistenza sanitaria, abitazioni sicure e mezzi di sostentamento. In tutta la regione il divario tra ricchi e poveri è rimasto ampio e, a seconda del lato in cui le persone si trovavano, l'accesso ai diritti umani è stato sensibilmente differente. Così come lo è stato all'interno dei Paesi stessi; in Tajikistan, ad esempio, la povertà e la disoccupazione hanno colpito le donne in modo sproporzionato, rendendole più vulnerabili alle violazioni dei diritti umani.

Quando gli eventi esterni o la cattiva gestione interna hanno prodotto carestie, sono stati i poveri a patire per primi e in modo più intenso. In Albania, per esempio, coloro che vivevano al di sotto della soglia di povertà, vale a dire più del 18% della popolazione, hanno sofferto più sensibilmente del già limitato accesso del Paese all'istruzione, all'acqua corrente, all'assistenza sanitaria e sociale. In Asia Centrale, uno dei più rigidi inverni degli ultimi decenni ha colpito infrastrutture vitali e ha costretto vaste aree della regione ad affrontare una gravissima situazione di mancanza di approvvigionamento energetico e alimentare, tanto da indurre le Nazioni Unite a lanciare appelli di emergenza per aiutare gli abitanti di Tajikistan e Kirghizistan.

Insicurezza

Come negli anni scorsi, la parola d'ordine "sicurezza" è stata usata per mettere in atto politiche e pratiche che hanno dato il risultato opposto, ovvero indebolire i diritti umani in nome della lotta al terrorismo, avvolgere le violazioni con la coperta dell'impunità e rafforzare le barriere contro chi tentava di sfuggire dalla persecuzione, dalla violenza e dalla povertà.

È continuata a mancare la volontà politica di rivelare la verità riguardo alle rendition di detenuti da parte degli Stati Uniti verso Paesi in cui sarebbero stati esposti al rischio di abusi, nonostante l'esistenza di prove che fugavano ogni dubbio sulla complicità degli Stati europei. La necessità di indagini complete e indipendenti sulle accuse di coinvolgimento nei voli di rendition è divenuta ancor più evidente a febbraio, quando, contrariamente a quanto ripetutamente affermato fino ad allora, il Regno Unito ha ammesso che nel 2002 gli Stati Uniti avevano utilizzato il territorio britannico d'oltremare di Diego Garcia in almeno due occasioni, allo scopo di trasferire detenuti nel quadro del programma di rendition e detenzioni segrete.

Stati come Danimarca, Germania, Italia, Gran Bretagna e Spagna non hanno avuto scrupoli nell'accettare "rassicurazioni diplomatiche" non tutelabili in giudizio per giustificare la deportazione di sospetti terroristi in Paesi in cui vi era il rischio reale che fossero sottoposti a torture e altri maltrattamenti. In Turchia le condanne inflitte ai sensi di norme anti-terrorismo spesso si sono basate su prove inconsistenti e inattendibili. Nel Regno Unito la segretezza adottata nell'applicazione di misure anti-terrorismo ha dato luogo a procedimenti giudiziari iniqui.

A febbraio, con una sentenza storica, che ha anche rappresentato una chiara indicazione della direzione da assumere in altri contesti di preoccupazione in materia di diritti umani all'interno della regione, la Corte europea dei diritti umani ha ribadito il divieto assoluto di tortura e altri trattamenti o pene inumane o degradanti. La sentenza proibisce agli Stati di espellere qualsiasi persona, compresi presunti terroristi o chi sia ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale, verso Paesi in cui vi sia ragione di ritenere che questa persona potrebbe diventare vittima di tali violazioni.

Le vittime di tortura e altri maltrattamenti, metodiche frequentemente utilizzate per estorcere confessioni e così spesso motivate da questioni di razza o identità, sono state altrettanto spesso lasciate a loro stesse da sistemi giudiziari che non hanno saputo chiamare a rispondere quanti erano incaricati di garantire la sicurezza e lo Stato di diritto. Il corso della giustizia è stato costellato di ostacoli come la mancanza di accesso immediato all'assistenza legale, l'incapacità della magistratura di condurre in maniera risoluta le inchieste, il timore delle vittime di subire ritorsioni, le lievi sanzioni imposte agli agenti di polizia condannati e l'assenza di sistemi di controllo delle denunce indipendenti e dotati di risorse adeguate. In Paesi come Bosnia ed Erzegovina, Grecia, Kazakistan, Russia, Spagna, Turchia, Ucraina e Uzbekistan tali mancanze hanno perpetuato una cultura dell'impunità.

Nell'intera regione, la sicurezza personale delle donne è rimasta a rischio laddove gli Stati non sono riusciti a proteggerle dalla violenza all'interno della famiglia e da parte del proprio partner. Fenomeno dilagante in tutta la regione, questo tipo di abuso ha interessato donne di ogni età ed estrazione sociale e si è manifestato con una gamma di aggressioni verbali e psicologiche, violenza fisica e sessuale, controllo economico e persino omicidio. La tutela delle donne è stata lacunosa, le leggi esistenti in materia di violenza spesso non sono state messe in atto pienamente e altrettanto spesso le risorse, incluse quelle per le case protette e per la formazione delle forze dell'ordine preposte, sono state vergognosamente inadeguate. A dicembre il Consiglio d'Europa ha deciso di redigere uno o più trattati che fissassero standard vincolanti per la prevenzione, la protezione e il perseguimento della violenza contro le donne, domestica e non.

Anche altri gruppi emarginati hanno spesso trovato ostacoli sul cammino per l'ottenimento di risarcimento o protezione; come sempre, sono stati gruppi sociali come i rom, i migranti, le donne, i poveri a subire situazioni di maggiore insicurezza.

Alcune persone hanno prosperato su tale insicurezza e, in lungo e in largo per l'Europa, hanno guadagnato somme enormi di denaro con la tratta di essere umani. Nutrendosi alle spalle delle persone impoverite e sfruttando la corruzione, la mancanza di istruzione e il dissesto sociale, essi hanno costretto uomini, donne e bambini a lavorare nell'ambito domestico, nell'agricoltura, nell'industria, nelle costruzioni, nell'ospitalità e a darsi alla prostituzione.

Un importante passo avanti per la protezione dei diritti di queste persone è stata l'entrata in vigore, a febbraio, della Convezione del Consiglio d'Europa contro la tratta di esseri umani. A fine anno, 20 dei 47 Stati membri avevano ratificato il trattato e altri 20 l'avevano firmato. Spetta ora agli Stati mettere in atto le condizioni e le tutele sancite nel trattato, per fare in modo che negli anni a venire questa "moderna" forma di schiavitù diventi solo un ricordo.

Rifugiati e migranti

Non si è attenuato da parte degli Stati il ricorso a uno schema comune di violazioni dei diritti umani legato all'intercettazione, alla detenzione e all'espulsione di cittadini stranieri, compresi quelli che cercavano protezione internazionale. In alcuni Paesi è stata negata alle persone la sicurezza di poter accedere alle procedure per l'ottenimento dell'asilo, mentre in altri è stato ridotto il livello di tutela accordata ai richiedenti asilo iracheni, e alcuni sono stati rimpatriati. Russia, Turchia e Ucraina sono tra gli Stati che hanno forzatamente respinto i richiedenti asilo verso Paesi in cui rischiavano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

L'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) ha riferito che nel 2008 circa 67.000 persone avevano intrapreso il pericoloso viaggio per raggiungere l'Europa via mare e che centinaia di esse - il numero esatto è impossibile da calcolare - erano morte durante il tragitto. Solo in Italia e a Malta sono approdate 38.000 persone, la maggior parte transitate dalla Libia. Gran parte di queste persone avevano chiesto asilo e più della metà dei richiedenti avevano ottenuto protezione internazionale. Tuttavia, in tutta la regione, la risposta caratteristica alle sfide rappresentate da un flusso così grande e composito di migranti irregolari è rimasta la repressione.

Con un'iniziativa profondamente deludente, l'Unione Europea ha varato una Direttiva per il rimpatrio dei migranti irregolari. La norma ha istituito un periodo massimo eccessivo di detenzione per richiedenti asilo e altri migranti irregolari che raggiunge i 18 mesi. La direttiva rischia di abbassare gli standard esistenti negli Stati membri dell'UE e di rappresentare un brutto esempio per altre regioni del mondo.

Esclusione e discriminazione

Molti richiedenti asilo e migranti sono anche incorsi in situazioni di discriminazione ed esclusione dai servizi e dal lavoro, ritrovandosi così ad affrontare condizioni di estrema povertà. In alcuni Paesi come la Svizzera, i richiedenti asilo respinti sono stati esclusi dall'assistenza sociale e quindi obbligati a vivere in condizioni di emarginazione e indigenza. In Germania i migranti hanno continuato ad avere accesso ridotto all'assistenza sanitaria e alla possibilità di rivolgersi a un giudice in caso di violazione dei loro diritti sindacali, mentre è stato limitato l'accesso all'istruzione dei loro figli.

Molti Paesi hanno sistematicamente detenuto migranti e richiedenti asilo, spesso in condizioni non adeguate. Il Comitato diritti umani delle Nazioni unite ha espresso preoccupazione per le condizioni di vita nei centri di detenzione per migranti in Francia, gravemente sovraffollati e in pessime condizioni igieniche. Nei Paesi Bassi raramente sono state applicate alternative alla detenzione, anche nel caso di minorenni non accompagnati e di vittime di tratta o di tortura. La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza ha connesso la pratica in uso a Malta di detenere sistematicamente tutti i migranti e i richiedenti asilo con l'aumento del razzismo e dell'intolleranza sull'isola.

Anche altre categorie hanno subito discriminazione ed esclusione a causa del proprio status giuridico, o della sua mancanza, comprese le persone sfollate a causa dei conflitti nell'ex Iugoslavia e nell'ex Unione Sovietica, la cui possibilità di accedere a una serie di diritti è stata limitata o negata per questioni legate alla registrazione e alla residenza. Il continuo impiego in alcune zone del sistema risalente all'era sovietica della "propiska", ovvero la registrazione nel luogo di residenza permanente, è divenuto terreno fertile per la corruzione e lo sfruttamento poiché molte delle sue norme restrittive potevano essere superate con il pagamento di una tangente. Con il risultato, naturalmente, che chi non poteva permettersi di pagare è stato escluso da quello sciagurato sistema.

Molti profughi appartenenti a minoranze, una volta tornati in zone dell'ex Iugoslavia, hanno continuato a subire discriminazioni nell'accesso a un certo numero di servizi, come nell'impiego, anche nelle istituzioni pubbliche, e nel riottenimento dei loro diritti di proprietà o di locazione. In Turkmenistan è continuata la pratica di controllare l'origine turkmena delle persone risalendo fino alla terza generazione, riducendo in tal modo la possibilità per le minoranze etniche di accedere al lavoro e all'istruzione superiore.

In molti Paesi il clima di razzismo e intolleranza ha contribuito a escludere le persone dalla vita sociale o dal governo favorendo ulteriori discriminazioni.

Migranti, rom, ebrei e musulmani sono risultati tra le vittime di reati di matrice razzista commessi da singoli o da gruppi estremisti. Spesso, l'incapacità di riconoscere la gravità dei delitti di stampo razzista e la mancanza di volontà politica hanno determinato l'impunità dei responsabili. A seguito della crescita di un clima ostile ai rom e di episodi violenti in vari Paesi europei, come la Repubblica Ceca e l'Ungheria, a novembre il Relatore Speciale delle Nazioni unite sul razzismo ha affermato che «tali azioni rivelano gravi e ben radicati problemi di razzismo e discriminazione nei confronti dei rom nel cuore della moderna Europa, che devono essere affrontati nel modo più vigoroso possibile e attraverso l'affermazione dello Stato di diritto».

Forse la dimostrazione più completa della discriminazione sistematica nella regione è quella nei confronti dei rom, che in tutti i Paesi sono rimasti largamente esclusi dalla vita pubblica. Le famiglie rom non hanno potuto godere del pieno accesso ad alloggi, istruzione, occupazione e assistenza sanitaria. Molti hanno vissuto in quelli che possono essere definiti ghetti segregati, isolati fisicamente dal resto della comunità, spesso con la carenza o la totale assenza di forniture di acqua ed energia, impianti sanitari, strade asfaltate o altre infrastrutture basilari. Gli sgomberi forzati dei rom in Stati come l'Italia li hanno spinti in una ancor più profonda condizione di povertà. Nel Kosovo settentrionale alcuni rom sono stati costretti a rimanere sfollati in campi contaminati da piombo, con gravi conseguenze per la loro salute.

In alcuni Paesi le autorità non sono state capaci di integrare pienamente i bambini rom nel sistema scolastico, tollerando o promuovendo scuole per soli rom o sistemando i rom in scuole speciali per studenti con disabilità mentali in cui venivano insegnati programmi ridotti. Secondo l'organizzazione non governativa internazionale Save the Children, in Bosnia ed Erzegovina solo il 20-30% dei bambini rom frequentava la scuola elementare, e solo lo 0,5-3% la scuola materna.

La possibilità di frequentare la scuola per i bambini rom è stata ostacolata anche dalle precarie condizioni abitative, dall'isolamento fisico e culturale, dalla povertà e dalla mancanza di mezzi di trasporto. Allo stesso modo, gli stereotipi negativi hanno danneggiato le loro prospettive future e hanno avuto come risultato un'ulteriore negazione dei loro diritti.

Le autorità albanesi ancora una volta non sono state in grado di mettere in atto le norme che garantiscono accesso prioritario agli alloggi per gli orfani che abbiano completato la scuola secondaria o abbiano raggiunto l'età adulta. Circa 300 adulti, orfani fin dall'infanzia, hanno continuato a condividere stanze in edifici fatiscenti e inadeguati, condizioni che ne hanno aggravato l'esclusione sociale. Privi di qualifica, spesso sono rimasti disoccupati o hanno accettato lavori occasionali per salari irrisori, sopravvivendo con sussidi minimi da parte dello Stato.

Nel riconoscere la continua discriminazione subita da molti suoi abitanti, l'Unione Europea ha proposto a luglio di aggiornare la sua legislazione anti-discriminazione.

Voci

Per molti versi, grandi aree della regione sono state tradizionalmente un esempio di libertà di parola e di democrazia partecipativa. Nel corso degli ultimi decenni, difensori dei diritti umani, organizzazioni non governative e attivisti di comunità locali hanno ottenuto molti successi in Europa e in Asia centrale. Ma nel 2008, nei Paesi in cui lo spazio per il dissenso aveva già poca visibilità, chi cercava di far conoscere gli abusi, di esprimere punti di vista alternativi o di chiamare i governi od altri soggetti a rispondere delle proprie azioni, è rimasto inascoltato. Oppure è stato represso. Le libertà di espressione e associazione sono rimaste minacciate, così come gli stessi difensori dei diritti umani.

In Turchia le voci dissenzienti sono ancora una volta incorse in persecuzioni e intimidazioni. L'attività dei difensori dei diritti umani è stata ostacolata da incriminazioni ingiustificate, alcuni difensori dei diritti umani di alto profilo sono stati costantemente sottoposti a indagini penali e altri sono stati minacciati da individui o gruppi ignoti in conseguenza del loro lavoro. Anche le organizzazioni non governative per i diritti umani hanno subito un eccessivo controllo amministrativo delle proprie attività e i tribunali hanno reagito in modo sproporzionato con la chiusura di siti Internet. Alcune manifestazioni sono state proibite senza motivi legittimi e quelle organizzate senza permesso, soprattutto nella regione sudorientale della Turchia, a maggioranza curda, una delle zone più povere della regione, sono state sciolte con impiego di forza eccessiva, spesso ancor prima che si provasse a disperderle con metodi pacifici.

In Bielorussia il governo ha continuato a esercitare un controllo eccessivo sulla società civile, senza concedere libertà di associazione o di espressione. Il controllo statale sui mezzi di comunicazione è aumentato e sono proseguite le restrizioni ai mezzi di comunicazione indipendenti. Alcuni eventi pubblici sono stati proibiti; manifestanti pacifici sono stati multati e detenuti per brevi periodi; attivisti della società civile e giornalisti hanno subito vessazioni e intimidazioni.

Le libertà di espressione e di riunione in Uzbekistan non sono migliorate. Difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti indipendenti hanno continuato a essere colpiti a causa delle loro attività, nonostante le autorità abbiano affermato il contrario. Almeno dieci difensori dei diritti umani sono rimasti in carcere in condizioni crudeli, inumane o degradanti, dopo essere stati condannati a lunghe pene detentive a seguito di processi iniqui. L'accesso alle visite di parenti e avvocati è risultato limitato e, secondo le segnalazioni, essi sono stati torturati o sottoposti ad altri maltrattamenti. Alcuni si sono gravemente ammalati in carcere.

Le autorità del Turkmenistan hanno lanciato una nuova ondata repressiva contro attivisti della società civile e giornalisti indipendenti. In Armenia e Azerbaijan giornalisti e stazioni radiotelevisive indipendenti sono stati al centro di vessazioni e intimidazioni.

In Russia leggi sulla diffamazione e la calunnia sono state impiegate per soffocare il dissenso e ridurre al silenzio giornalisti e attivisti per i diritti umani. Giornalisti e media indipendenti e organizzazioni non governative sono stati attaccati dalle autorità per aver denunciato le violazioni dei diritti umani nell'instabile regione del Caucaso settentrionale. In un clima di crescente intolleranza verso i punti di vista indipendenti, vari difensori dei diritti umani e sostenitori di gruppi di opposizione sono stati incriminati per aver espresso opinioni dissenzienti o aver criticato le autorità di governo.

Non sono cessate le intimidazioni contro rappresentanti di gruppi o confessioni religiosi diversi da quelli ufficialmente riconosciuti o contro esponenti di gruppi non tradizionali in Armenia, Azerbaijan, Kazakistan, Tajikistan e Uzbekistan.

In un certo numero di Paesi le autorità hanno continuato a incoraggiare un clima di intolleranza contro le comunità lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT), rendendo così più difficile sia la possibilità di fare sentire la propria voce, sia la tutela dei loro diritti. Le autorità hanno impedito manifestazioni pubbliche, non hanno fornito adeguata protezione ai partecipanti e, in alcuni casi, politici di primo piano hanno apertamente usato un linguaggio omofobico. In Bielorussia, Lituania e Moldova sono stati proibiti eventi pubblici a sostegno delle comunità LGBT. In Bosnia ed Erzegovina il primo evento del genere ha chiuso i battenti prima del previsto a causa delle minacce di morte ricevute dagli organizzatori e delle aggressioni contro i partecipanti. Il festival era stato circondato da un'atmosfera intimidatoria quando alcuni politici e mezzi di informazione avevano condotto una campagna omofobica. In Turchia non è cessata la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, così come non sono cessate le denunce di violenze per mano delle forze dell'ordine contro persone transgender. Un tribunale ha anche ordinato la chiusura di un'organizzazione che sostiene i diritti LGBT, motivandola con il fatto che i suoi obiettivi erano «contrari ai valori morali e alla struttura della famiglia».

Conclusione

Nonostante preoccupanti sviluppi che hanno ostacolato la piena realizzazione dei diritti umani per tutti i cittadini della macroregione dell'Europa e Asia Centrale, il 2008 ha visto compiere alcuni passi positivi, sui quali si dovrà continuare a costruire negli anni a venire. Seguendo un trend positivo, l'Uzbekistan si è unito ai Paesi vicini abolendo la pena di morte; la Bielorussia rimane l'ultimo, solitario Paese a mantenere l'esecuzione capitale, non soltanto in Europa, ma ormai anche in tutta l'Asia Centrale.

Con una dichiarazione senza precedenti nel suo genere, il ministro turco della Giustizia si è scusato a ottobre con la famiglia di un uomo deceduto in custodia e ha riconoscilo che la sua morte poteva essere stata causata da tortura. Un passo verso l'attribuzione di responsabilità e la volontà di fare giustizia che deve essere replicato da altri.

Molti violatori dei diritti umani in tutta la regione hanno continuato a sfuggire alla giustizia, mal'arresto e la consegna dell'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić alle istituzioni della giustizia internazionale è stato un significativo passo in avanti nella lotta contro l'impunità per i crimini di guerra commessi nell'ex Iugoslavia. La sfida che si presenta ora è di riprodurre questo passo a livello locale, dove gli sforzi insufficienti o parziali dei tribunali nazionali troppo spesso sono stati la causa o il motivo della perdurante impunità nei nuovi Stati balcanici.

Troppo spesso l'Europa non ha saputo assumere il ruolo di guida politica a garanzia della tutela dei diritti umani nella regione con molti dei suoi Stati ancora privi di quella volontà politica di essere all'altezza dei propri obblighi.

I sistemi di attribuzione delle responsabilità devono garantire una concreta tutela dei diritti umani. Assieme al Consiglio d'Europa, l'Unione Europea deve farsi carico della propria responsabilità di combattere la discriminazione, la povertà e l'insicurezza.

L'anno è terminato in positivo per l'individuazione delle responsabilità: si è avuta la dimostrazione di come le persone che lottano per farsi sentire, per contare e per non essere escluse possano ottenere risultati positivi. Il 25 dicembre il governo del Montenegro ha ufficialmente riconosciuto le proprie responsabilità per la "deportazione" di profughi bosniaco-musulmani nel 1992.

I parenti dei profughi avevano fatto causa al governo per ottenere un risarcimento per la sparizione dei propri cari, ma il governo era ricorso in appello contro ogni decisione dei tribunali che avesse accordato l'indennizzo. A tutti gli effetti, tali appelli avevano ostacolato il diritto delle vittime a ottenere un risarcimento. Tuttavia, nel mese di dicembre il governo ha informato i legali delle famiglie che avrebbe concesso il risarcimento a tutte le 193 persone vittime o parenti di vittime delle sparizioni forzate. Esse comprendevano nove sopravvissuti al campo di concentramento dell'esercito serbo-bosniaco di Foča, 28 loro familiari e 156 donne e bambini, nonché genitori e fratelli degli 83 uomini uccisi dalle forze militari serbo-bosniache dopo essere stati fatti scomparire dalla polizia montenegrina.

In una lettera inviata ad Amnesty International, Dragan e Tea Prelevic, gli avvocati che rappresentano le famiglie di 45 vittime, hanno scritto: «Tutte le famiglie si sentono liberate dal peso di sedici anni di opposizione da parte dello Stato e, senza dubbio, finalmente sentono di aver ottenuto un po' di giustizia. È stato rimosso un macigno e ora ci aspettiamo che abbia un effetto positivo per tutte le vittime di crimini di guerra in Montenegro e nella regione [...] Siamo più che convinti che tutte quelle persone, donne, bambini e uomini, tanto coraggiose quanto distrutte, non avrebbero potuto vedere questo giorno senza il vostro sostegno».