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Panoramica regionale - Africa subsahariana

  1. Conflitto
  2. Preoccupazioni in materia di pubblica sicurezza
  3. Repressione del dissenso
  4. Persone in movimento
  5. Diritto all'alloggio - Sgomberi forzati
  6. Crisi economica - Responsabilità sociale delle imprese
  7. Discriminazione
  8. Conclusione

«Nessuno ha mai chiesto al popolo sudanese se ritenesse necessario il mandato d'arresto contro il loro presidente. [Ma] senza dubbio, sì, era giunto il suo momento.»

Questa dichiarazione rilasciata da un attivista sudanese riflette il pensiero di molti altri abitanti della regione di fronte alla notizia del mandato d'arresto spiccato lo scorso marzo dalla Corte penale internazionale (Icc) contro Omar Al Bashir, presidente del Sudan. I capi di imputazione contro il presidente Al Bashir, come responsabile indiretto, riguardavano crimini di guerra, nello specifico attacchi deliberati contro la popolazione civile e saccheggio, e crimini contro l'umanità, nello specifico omicidio, sterminio, trasferimento forzato della popolazione, tortura e stupro. Il mandato di arresto è stato un segnale chiaro e inequivocabile diretto a tutte le persone sospettate di essersi rese colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani: nessuno è al di sopra della legge e i diritti delle vittime devono essere difesi.

Esponenti della società civile africana hanno più volte ribadito l'importanza di rafforzare il sistema giudiziario internazionale e hanno invitato l'Unione africana (Au) e i suoi stati membri a collaborare con l'Icc. A luglio, tuttavia, l'assemblea dell'Au ha adottato una risoluzione con cui rispondeva negativamente alla richiesta di cooperazione della Corte per la consegna del presidente Al Bashir. L'Au ha inoltre rinnovato la propria richiesta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il differimento della procedura dell'Icc nei confronti del presidente Al Bashir e ha espresso l'intenzione di cercare di limitare la discrezionalità del procuratore nell'avvio di indagini e procedimenti penali. Sebbene alcuni stati membri dell'Au abbiano espresso il loro dissenso a tale risoluzione, la loro voce è stata messa prontamente a tacere dagli stati maggiormente ostili all'Icc.

L'enorme divario tra la retorica di molti governi africani in materia di diritti umani e la mancanza di azioni concrete in favore del rispetto, della protezione e della promozione dei diritti umani non è una novità. Raramente, tuttavia, tale contrasto è stato così palese come nella reazione dei governi al mandato di arresto contro il presidente Al Bashir. In Africa, ne è nato un ampio dibattito, tuttora in corso, sul ruolo della giustizia internazionale nello stabilire le responsabilità per le gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale. 

Purtroppo, l'anno trascorso ha offerto numerosi altri esempi dell'assoluta mancanza di volontà politica da parte africana di garantire la giustizia per i crimini commessi a qualsiasi livello.

Conflitto

Militanti di gruppi armati di opposizione e delle forze di sicurezza governative nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, nella Repubblica Democratica del Congo (Drc), in Somalia e in Sudan hanno continuato a commettere violazioni dei diritti umani nella totale impunità, specialmente nelle zone del paese più insicure o interessate da conflitti armati.

La Somalia non dispone di un sistema giudiziario correttamente funzionante e non è previsto alcun meccanismo per monitorare gli abusi dei diritti umani. Il conflitto tra i diversi gruppi armati e le forze governative ha causato la morte di decine di migliaia di civili, a causa della natura indiscriminata e dell'eccessiva forza con la quale sono state condotte numerose operazioni militari da entrambe le parti in conflitto, in particolare nelle vicinanze della capitale Mogadiscio. La popolazione civile è spesso stata presa di mira durante gli attacchi e sono state bombardate aree densamente popolate. L'assistenza militare al governo federale transizionale, incluse le spedizioni di armi dagli Stati Uniti, in assenza di garanzie adeguate che tali aiuti non diventassero causa di gravi violazioni dei diritti umani, ha rischiato di aggravare la situazione. Il conflitto in Somalia ha inoltre continuato ad avere implicazioni sulla stabilità dell'intera regione del Corno d'Africa.

Nella regione orientale della Drc, le violenze sessuali, gli attacchi contro i civili, i saccheggi e il reclutamento e l'impiego di bambini soldato sono continuati con la stessa intensità. Le operazioni militari condotte congiuntamente dall'esercito nazionale del Congo (Fardc) e dalle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite (Monuc) contro il gruppo armato Forze di liberazione democratica del Ruanda (Fdlr) hanno nuovamente causato lo sfollamento di migliaia di civili e la distruzione di villaggi e diverse altre migliaia di persone sono rimaste uccise o ferite. Le Fdlr hanno continuato ad attaccare la popolazione civile. Il contingente Monuc è stato fortemente criticato per aver sostenuto le Fardc nel corso delle operazioni militari, poiché lo stesso esercito nazionale si è reso responsabile di numerose violazioni dei diritti umani.

A novembre, l'arresto in Germania di Ignace Murwanashyaka, presidente delle Fdlr, e del suo vice, Straton Musoni, è stato uno sviluppo positivo e ha dimostrato il contributo che la giustizia internazionale può offrire in favore nella lotta contro l'impunità. Il governo della Drc si è rifiutato di arrestare Bosco Ntaganda, ex leader dei ribelli, e di consegnarlo all'Icc, contravvenendo palesemente all'ordine di cattura emesso nei confronti di quest'ultimo. Allo stesso modo, altri alti ufficiali del Fardc, accusati di crimini di guerra o di altre gravi violazioni dei diritti umani, non sono stati sospesi dal servizio o consegnati alla giustizia.

A marzo, l'Au ha istituito una commissione, presieduta dall'ex presidente sudafricano, Thabo Mbeki, per trovare possibili soluzioni per garantire la giustizia e favorire la riconciliazione nel Darfur. Il rapporto, pubblicato a ottobre dalla commissione guidata da Mbeki, contiene numerose raccomandazioni su come ottenere giustizia nel paese, stabilire la verità sia sugli eventi passati sia sulle attuali violazioni dei diritti umani e sulle modalità attraverso cui fornire adeguate forme di indennizzo alle vittime di abusi e alle loro famiglie. La commissione Mbeki ha riconosciuto il ruolo dell'Icc nella lotta all'impunità.

Ciononostante, sebbene alcuni paesi abbiano dichiarato che il presidente Al Bashir, nel caso di una sua visita nei loro territori sarebbe stato passibile di arresto, molti altri, come Egitto, Etiopia ed Eritrea hanno dato il loro benvenuto al presidente sudanese. Il governo del Sudan ha continuato a ignorare i tentativi internazionali di ottenere giustizia e a rifiutarsi di arrestare l'ex ministro di governo Ahmad Harun e il leader delle milizie Ali Kushayb, contro i quali l'Icc ha spiccato un mandato di arresto per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ad aprile 2007.

Si è intensificato il conflitto tra le diverse comunità nella regione meridionale del Sudan, in particolar modo a Jonglei, causando lo sfollamento di migliaia di persone e l'uccisione e il ferimento di molte altre, tra le quali c'erano civili.

Tutte le organizzazione umanitarie che hanno cercato di offrire alla popolazione civile il loro aiuto sono state ostacolate dalle difficili condizioni in cui erano costrette a operare nel paese. Tali impedimenti erano dovuti in parte alle generali condizioni di insicurezza e in parte al fatto che le stesse organizzazioni umanitarie sono state prese di mira dalle fazioni coinvolte nel conflitto o da bande armate. Lo stesso problema si è verificato nella Drc, nel Ciad orientale e in Somalia. Anche le forze di peacekeeping delle Nazione Unite e dell'Au, spesso con mandato di proteggere la popolazione civile, sono state bersaglio di attacchi in questi quattro paesi.

Anche in situazioni post-conflitto, i temi della giustizia e dei risarcimenti per le passate violazioni dei diritti umani non sono stati affrontati in maniera efficace. In Liberia, per esempio, la Commissione verità e riconciliazione, creata per fare luce sulle violazioni dei diritti umani perpetrate nel periodo 1979-2003, ha pubblicato la sua relazione finale nel 2009, raccomandando di istituire un tribunale penale straordinario per indagare e perseguire tutti i sospettati di crimini ai sensi del diritto internazionale. Tuttavia, erano poi necessarie azioni concrete da parte delle autorità al fine di dare attuazione alle raccomandazioni.

In Burundi, non si sono compiuti sostanziali passi avanti nell'istituzione di una Commissione verità e riconciliazione e di un tribunale speciale, all'interno del sistema giudiziario burundese, per far luce sulla violenta storia del paese e perseguire, una volta accertati, i reati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Le buone notizie sono giunte principalmente dal Tribunale speciale per la Sierra Leone, che nel 2009 ha portato a termine tutti i processi, inclusi quelli in appello, fatta eccezione per quello a carico dell'ex presidente della Liberia, Charles Taylor, che è continuato durante l'anno. Il programma di risarcimenti della Sierra Leone, tuttavia, è risultato privo di mezzi per avere conseguenze concrete per le persone che furono vittime di violazioni dei diritti umani durante il conflitto del 1991-2002. A dicembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha inoltre esteso il mandato del Tribunale speciale internazionale per il Ruanda fino alla fine del 2012, per consentirgli di portare a termine i processi.

Alla fine del 2009, il Senegal non aveva ancora avviato il processo a carico dell'ex presidente del Ciad, Hissène Habré, come richiesto dall'Au, apparentemente per mancanza di risorse. Tuttavia, le richieste di aiuti economici da parte del Senegal sono state considerate eccessivamente onerose dalla comunità internazionale.

Preoccupazioni in materia di pubblica sicurezza

La mancanza di impegno nell'affrontare il problema dell'impunità si è riflessa nell'atteggiamento di molti governi della regione nei confronti delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia e da altre agenzie della sicurezza. Nel corso dell'anno, gli episodi di uso eccessivo della forza e di uccisioni illegali, esecuzioni extragiudiziali comprese, da parte delle forze di sicurezza, sono stati frequenti.

Il 7 febbraio, in Madagascar la guardia presidenziale ha sparato munizioni cariche contro manifestanti disarmati che marciavano verso il palazzo presidenziale ad Antananarivo, uccidendo almeno 31 persone. Non sono state condotte inchieste indipendenti e imparziali per indagare le uccisioni illegali, nonostante le richieste dei parenti delle vittime e delle organizzazioni per i diritti umani.

In Nigeria, le forze di polizia uccidono illegalmente centinaia di persone ogni anno e il 2009 purtroppo non ha fatto eccezione. Queste uccisioni illegali, molte delle quali si sospetta siano esecuzioni extragiudiziali, perpetrate nelle stazioni di polizia, ai posti di blocco o nelle strade, non vengono quasi mai indagate. Chi vive in povertà è maggiormente a rischio di venire ucciso, perché non ha mezzi per corrompere gli ufficiali di polizia. La legge in Nigeria consente un maggiore ricorso alla forza letale di quanto permesso dagli standard e dalle norme internazionali sui diritti umani.

In Camerun non si sono avute indicazioni della volontà da parte del governo di avviare indagini sull'uccisione illegale di un centinaio di persone nel 2008, quando le forze di sicurezza repressero manifestazioni violente contro l'aumento del costo della vita e contro un emendamento costituzionale finalizzato a estendere la durata del mandato presidenziale. Il governo del Kenya non ha intrapreso alcun provvedimento per garantire la giustizia per le violazioni dei diritti umani perpetrate nel corso delle violenze post-elettorali del 2007-2008, quando rimasero uccise oltre mille persone. Per questo motivo, il procuratore dell'Icc ha chiesto l'autorizzazione alla Corte per avviare un'indagine su possibili crimini contro l'umanità occorsi durante le violenze post-elettorali in Kenya.

Il 28 settembre, oltre 150 persone sono state uccise illegalmente in Guinea, quando le forze di sicurezza hanno represso violentemente una manifestazione pacifica in uno stadio della capitale Conakry.

Alcune donne che partecipavano alla manifestazione sono state stuprate in pubblico. Dopo che nessuna indagine credibile era stata avviata dalle autorità, le Nazioni Unite hanno istituito una commissione internazionale d'inchiesta. Questa ha stabilito che erano stati commessi crimini contro l'umanità e ha raccomandato di deferire il caso all'Icc.

Almeno in questo caso c'è stata una volontà politica congiunta di Nazioni Unite, Au e Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale (Ecowas) di agire prontamente al fine di determinare i fatti e identificare i responsabili. Purtroppo, in questa regione si è trattato dell'eccezione più che della regola.

Nel corso del 2009, tali problematiche sono risultate ancor più complicate in quanto le forze di sicurezza hanno continuato a essere mal pagate, inadeguatamente addestrate e mal equipaggiate. In molti stati, le forze di sicurezza sono state principalmente utilizzate come strumento di repressione e non per tutelare lo stato di diritto e l'ordine pubblico o per essere al servizio della popolazione. In tal modo la richiesta di giustizia è risultata schiacciata da ulteriori violazioni.

Repressione del dissenso

In molti paesi, giornalisti, membri dell'opposizione politica, sindacalisti e difensori dei diritti umani hanno visto violati i loro diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. In tutta la regione, i governi hanno spesso reagito alle critiche screditando e attaccando in vari modi chi esprimeva dissenso, ad esempio tramite intimidazioni, arresti arbitrari, sparizioni forzate e, a volte, uccisioni. In alcuni paesi, il sistema giudiziario mancava di indipendenza, trasformandosi a sua volta in uno strumento di repressione e gli stessi magistrati hanno subito intimidazioni.

Il lavoro dei giornalisti è stato limitato in molti modi e la lista dei governi che nel corso del 2009 hanno represso le libertà fondamentali e il diritto del loro popolo all'informazione è lunga: in Angola, giornalisti hanno rischiato procedimenti penali per "aver abusato dei mezzi di comunicazione" e per accuse di diffamazione passibili di pene detentive; in Camerun, un giornalista è stato condannato a tre anni di carcere per aver pubblicato "notizie false", mentre altri sono stati denunciati per aver insultato funzionari di governo. Giornalisti sono stati arrestati anche nella Drc, in Eritrea, Gambia, Nigeria e Uganda a causa del loro lavoro; Sudan e Ciad hanno espulso numerosi giornalisti stranieri; in entrambi i paesi, così come in Ruanda e Togo, sono state varate o sono rimaste in vigore leggi sui media che ne limitavano il campo d'azione. In Sudan, una pesante censura è stata imposta ai giornali per gran parte dell'anno; in Madagascar, Nigeria, Senegal e Uganda molti mezzi di informazione sono stati chiusi; in Costa d'Avorio, nella Drc, a Djibouti, in Etiopia, Guinea, Kenya, Senegal, Swaziland e Tanzania giornalisti hanno subito intimidazioni e vessazioni; in Somalia, nove giornalisti sono stati uccisi e molti altri sono fuggiti dal paese poiché minacciati; altrettanto hanno fatto attivisti per i diritti umani, nel mirino dei membri di gruppi armati.

In tutta la regione, attivisti per i diritti umani hanno subito intimidazioni a causa del loro lavoro e a volte sono stati arrestati, come in Burkina Faso, Ciad, nella Drc, in Mauritania, Swaziland e Zimbabwe. Altri paesi, come l'Etiopia, hanno varato norme che limitano la legittima attività della società civile. In Gambia, secondo quanto riportato, il presidente ha minacciato di uccidere chiunque tentasse di destabilizzare il paese, e i difensori dei diritti umani. In Kenya, due noti difensori dei diritti umani sono stati uccisi da uomini armati non identificati, in pieno giorno a Nairobi. In Burundi, un difensore dei diritti umani che investigava sulla corruzione, anche all'interno delle forze di sicurezza, è stato accoltellato a morte nella sua abitazione.

Esponenti politici dell'opposizione, o persone ritenute tali, sono stati arbitrariamente arrestati in molti paesi, tra cui Camerun, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guinea, Guinea-Bissau, Madagascar, Niger e Zimbabwe. Molti sono stati ripetutamente torturati o altrimenti maltrattati durante la detenzione. Alcuni esponenti politici dell'opposizione sono rimasti vittime di sparizioni forzate, come in Ciad e in Gambia. Le forze militari in Guinea-Bissau hanno ucciso numerose figure politiche e militari.

In alcuni paesi, come nella Repubblica del Congo, in Guinea, Madagascar, Mauritania e Uganda, le manifestazioni sono state represse con l'uso della forza.

Persone in movimento

Il protrarsi dei conflitti armati e dell'insicurezza nell'intera regione ha costretto migliaia di persone a restare sfollate per tutto l'anno, spesso in campi profughi e in condizioni precarie, con accesso limitato ad acqua potabile, servizi sanitari e igienici, istruzione e cibo. Nel nord dell'Uganda, molti degli sfollati sono ritornati alle loro abitazioni, dove però non avevano accesso ai servizi essenziali.

Rifugiati e richiedenti asilo in Kenya, Tanzania e Uganda sono stati rimpatriati con la forza, o hanno rischiato di esserlo, verso i paesi d'origine, dove tuttavia rimanevano esposti a persecuzioni o altre violenze. In Sudafrica la risposta della polizia agli attacchi xenofobi nei confronti di migranti e rifugiati e alla distruzione delle loro proprietà è stata spesso inadeguata.

In Mauritania, i lavoratori migranti hanno continuato a essere arbitrariamente arrestati e detenuti prima della loro espulsione, attraverso una politica attuata dalle autorità a seguito delle pressioni esercitate dagli stati europei per il controllo della migrazione. L'Angola ha espulso circa 160.000 cittadini della Drc, al termine di procedure che comportavano possibili abusi, come dimostra la denuncia secondo cui le forze di sicurezza angolane hanno sottoposto gli espulsi a varie forme di maltrattamento, inclusa la violenza sessuale. Durante le operazioni di espulsione diverse persone sono morte. La Drc ha espulso per ritorsione migliaia di cittadini angolani, compresi rifugiati.

Nel 2009, uno sviluppo positivo è stata l'adozione da parte dell'Au della Convenzione per la protezione e l'assistenza degli sfollati in Africa, riconoscendo così la situazione di vulnerabilità e di bisogno in cui versano le persone sfollate.

Diritto all'alloggio - Sgomberi forzati

La rapida urbanizzazione nella regione è stata tra le cause di sfollamento. Ogni anno, decine di migliaia di persone si ritrovano a vivere in insediamenti informali, spesso in condizioni estremamente precarie, senza accesso ad acqua potabile, servizi sanitari e igienici e istruzione.
 
La popolazione non ha accesso ad alloggi adeguati, non ha titolarità di possesso ed è costantemente a rischio di sgomberi forzati. Questi comportano spesso per le persone la perdita dei mezzi di sostentamento e dei loro miseri averi, spingendole verso condizioni di povertà ancora più disperate. Le vittime degli sgomberi non vengono quasi mai consultate, non ricevono alcun preavviso dell'imminente sgombero e non beneficiano né di indennizzi né di un alloggio alternativo adeguato. Il fenomeno degli sgomberi di massa è proseguito per l'intero anno in Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Ghana, Kenya e Nigeria.

Crisi economica - Responsabilità sociale delle imprese

La mancata responsabilità sociale delle imprese è stata la causa di una serie di gravi violazioni dei diritti umani. Nella regione orientale della Drc, lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolar modo minerarie, ha continuato ad alimentare il conflitto. Sia l'esercito nazionale che i gruppi armati sono stati coinvolti nello sfruttamento illegale delle risorse naturali, poi rivendute a interlocutori economici privati. In alcune delle miniere c'erano anche casi di lavoro minorile.

Nella regione del Delta del Niger in Nigeria, la situazione si è deteriorata e, nel corso delle operazioni militari contro i gruppi armati, le forze di sicurezza si sono rese responsabili di violazioni dei diritti umani. Gruppi armati hanno sequestrato numerosi tecnici di aziende petrolifere con le loro famiglie, e hanno danneggiato i pozzi. La presenza dell'industria petrolifera ha impatti ambientali negativi a detrimento delle condizioni delle popolazioni locali. Le leggi e le normative in materia di tutela ambientale non sono state adeguatamente applicate, mentre è proseguita l'impunità per le passate violazioni dei diritti umani; questi fattori hanno entrambi contribuito ad accrescere povertà e conflitti.

A causa della corruzione, le circa 30.000 vittime dei rifiuti tossici scaricati in Costa d'Avorio nel 2006 hanno rischiato di perdere parte del risarcimento versato loro dalla società multinazionale Trafigura, in virtù di un accordo privato concluso nel Regno Unito.

Discriminazione

In diversi paesi, persone hanno continuato a essere perseguitate per il loro presunto o reale orientamento sessuale. Lesbiche, gay, bisessuali e transgender e gli attivisti dei diritti umani che hanno lavorato al loro fianco e in difesa dei loro diritti hanno subito intimidazioni e vessazioni. Alcuni hanno rischiato arresti e detenzioni arbitrarie, oltre che maltrattamenti. In tutta la regione sono state discusse o adottate nuove leggi per criminalizzare ulteriormente l'omosessualità.

In aprile, ad esempio, il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che criminalizza le relazioni sessuali tra adulti consenzienti dello stesso sesso. In Uganda, un disegno di legge contro l'omosessualità al vaglio del parlamento, basato su leggi discriminatorie in vigore, propone nuovi reati come "l'istigazione all'omosessualità". La legge propone la pena di morte e l'ergastolo per alcuni reati. In Nigeria, sono continuate le discussioni sul disegno di legge in materia di matrimoni tra persone dello stesso sesso, che criminalizzerebbe non soltanto le persone dello stesso sesso che contraggono matrimonio, ma anche i loro testimoni o i celebranti.

In Camerun e Senegal, uomini sono stati a rischio di intimidazioni, arresti e detenzioni arbitrarie, tortura e processi iniqui perché sospettati di relazioni omosessuali. In Malawi, a fine dicembre due uomini sono stati arrestati e incriminati per "pratiche indecenti tra maschi", dopo che avevano celebrato una "cerimonia di fidanzamento tradizionale". Secondo quanto riferito, essi hanno subito maltrattamenti mentre erano in detenzione.

Il ministro della Giustizia del Ruanda ha dichiarato pubblicamente che l'omosessualità non sarebbe stata criminalizzata, in quanto l'orientamento sessuale appartiene alla sfera privata.

Nell'intera regione, le persone sono state discriminate anche per motivi di genere, etnia, religione e identità. Le discriminazioni e le violenze contro le ragazze e le donne sono risultate diffuse in molte società e si sono manifestate in forme diverse. Donne e ragazze hanno continuato a essere stuprate, in particolare in situazioni di conflitti armati, come in Ciad, nella Drc e in Sudan. In alcuni paesi, si sono registrati allarmanti livelli di violenza domestica, benché in quasi nessuno di questi esistano efficaci sistemi di denuncia o di indagine. Molte donne e ragazze hanno dovuto affrontare numerosi ostacoli per ottenere l'accesso alla giustizia. La discriminazione e la bassa considerazione delle donne in paesi come il Burkina Faso e la Sierra Leone hanno influito sulla possibilità per le donne di accedere a cure e assistenza sanitaria, contribuendo a un elevato tasso di mortalità materna. Persistono invece pratiche tradizionali dannose, come le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci.

In Sudan, alcune donne sono state arrestate e fustigate per aver indossato pantaloni, capo di abbigliamento considerato "indecente o immorale". In Somalia, le milizie al-Shabab ("della gioventù") hanno chiuso organizzazioni in favore delle donne. Nei distretti settentrionali della Sierra Leone, alle donne non è stato consentito di contestare l'elezione dei capo-villaggio. In Mali, un tentativo di affrontare il problema della disuguaglianza nel sistema giudiziario ha innescato una serie di proteste, mentre la Nigeria non ha ancora adottato la legislazione per dare attuazione alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne, quasi 25 anni dopo aver scelto di ratificare il trattato.

In Mauritania, Relatori speciali delle Nazioni Unite hanno evidenziato la continua emarginazione dei cittadini mauritani della minoranza nera. In Eritrea, numerosi gruppi religiosi sono tuttora proibiti e persone hanno subito persecuzioni a causa della loro religione. In Burundi e Tanzania, sono conti-nuate le uccisioni e le mutilazioni di persone albine sulla base di rituali e credenze religiose. In Tanzania, alcune persone sospettate di essere coinvolte nelle uccisioni sono state condannate per omicidio.

Conclusione

In Africa, l'assenza di giustizia non si è manifestata solo con la riluttanza di molti stati a investigare e incriminare coloro che si erano resi responsabili di reati ai sensi del diritto internazionale, o di collaborare con l'Icc all'arresto del presidente Al Bashir. La mancata individuazione delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani da parte di autorità locali o centrali, forze di sicurezza, gruppi armati e imprese private ha continuato a costituire un problema sistematico nell'intera regione. Fintanto che persisterà questo problema, non sarà possibile ottenere alcun miglioramento duraturo nella realizzazione di tutti i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dai trattati regionali e internazionali per la difesa dei diritti umani.

L'Au dovrebbe dare il buon esempio ma in alcune circostanze non ha fatto altro che contribuire ad aggravare il problema. Nel corso degli anni, la società civile africana ha invocato con sempre maggior forza la necessità di far prevalere la giustizia, ma solamente l'impegno dei leader politici potrà apportare cambiamenti significativi.

 

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