1. Contenuto della pagina
  2. Menu principale di navigazione
  3. Menu di sezione
Vai alla pagina iniziale
Testata per la stampa
  1. contattaci
  2. Utilizza la tecnologia RSS per rimanere sempre aggiornato
  3. amnesty.org
 


ricerca avanzata

Contenuto della pagina

Panoramica regionale - Americhe

  1. Giustizia internazionale
  2. Preoccupazioni in materia di pubblica sicurezza
  3. Conflitto e crisi
  4. Relazioni continentali
  5. Preoccupazioni economiche - La povertà
  6. Violenza contro donne e ragazze
  7. Popolazioni native
  8. Controterrorismo e sicurezza
  9. Pena di morte
  10. Conclusione

"La gente mi chiede: 'Perché non lasci correre?' - dice Tita Radilla Martìnez. "Perché non mi dicono che cosa hanno fatto a mio padre. È vivo o morto? Mi dicono: 'Non riaprire la ferita'. Riaprirla? La ferita è aperta, non si è mai rimarginata."

Sono passati più di 30 anni da quando Tita Radilla Martìnez ha visto per l'ultima volta suo padre, Rosendo Radilla. Questi aveva 60 anni quando fu vittima di sparizione forzata nel 1974. Attivista della società civile ed ex sindaco, Rosendo Radilla fu visto per l'ultima volta in una caserma militare nello stato del Guerrero, in Messico.

Le speranze della sua famiglia di ottenere verità e giustizia si sono riaccese, dopo che a novembre una sentenza della Corte interamericana dei diritti umani ha condannato il Messico per non aver indagato adeguatamente sulla sua sparizione forzata.

Centinaia di migliaia di persone sono state uccise, fatte sparire con la forza, torturate e molte altre sono state costrette all'esilio, all'epoca delle giunte militari dell'America Latina, dagli anni Sessanta sino alla metà degli anni Ottanta. Il ritorno a governi civili, democraticamente eletti non ha tuttavia cancellato l'eredità dell'impunità per la maggior parte di questi crimini. Al contrario, la mancata individuazione delle responsabilità per gli abusi commessi in questo periodo nero della storia ha contribuito al perpetuarsi di politiche e pratiche che alimentano continue violazioni. L'incapacità, ad ogni livello di autorità, di assicurare alla giustizia i responsabili rappresenta un chiaro segnale che chi detiene il potere è al di sopra della legge.

Negli ultimi anni, tuttavia, un crescente numero di paesi latinoamericani hanno compiuto importanti passi in avanti nella lotta all'impunità, riconoscendo che la riconciliazione è un concetto vuoto a meno di non essere fondato su verità, giustizia e riparazione. Sino a non molto tempo fa, la maggior parte dei procedimenti giudiziari e delle condanne riguardavano personale della sicurezza di basso rango, responsabile diretto dei crimini in oggetto; scarsi o inesistenti erano gli sforzi per assicurare alla giustizia quanti avevano il massimo grado di responsabilità, per aver spietatamente eliminato dissenso e opposizione.

Ad aprile, però, per la prima volta un capo di stato democraticamente eletto è stato giudicato colpevole di violazioni dei diritti umani. L'ex presidente peruviano Alberto Fujimori è stato condannato a 25 anni di carcere per gravi violazioni dei diritti umani commesse nel 1991, tra cui tortura, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. Il verdetto di condanna ha finalmente dimostrato che nessuno può sfuggire alla giustizia. I giudici hanno concluso che l'ex presidente Alberto Fujimori aveva una responsabilità individuale in quanto deteneva il comando militare effettivo su coloro che avevano commesso i crimini.

Alberto Fujimori non è stato l'unico ex leader a essere processato durante l'anno. Il procedimento a carico dell'ex presidente del Suriname, tenente colonnello Désiré Bouterse (1981-1987), e di altre 24 persone, accusate dell'uccisione di 13 civili e di due ufficiali dell'esercito presso la base militare di Paramaribo nel dicembre 1982, è ripreso nel corso del 2009. Gregorio Álvarez, ex generale e presidente de facto dell'Uruguay (1980-1985) è stato condannato a 25 anni di carcere per il rapimento e l'uccisione di 37 attivisti in Argentina nel 1978.

In Colombia, il Consiglio di stato ha confermato la destituzione di un generale dell'esercito per violazioni dei diritti umani. Álvaro Velandia Hurtado e altri tre ufficiali militari sono stati congedati perché responsabili della tortura, della sparizione forzata e dell'esecuzione extragiudiziale di Nydia Erika Bautista, nel 1987. A novembre, nel paese è stato inoltre condannato a 40 anni di carcere il generale dell'esercito in congedo Jaime Uscátegui per il suo coinvolgimento nel massacro di 49 civili da parte dei paramilitari dell'ala destra a Mapiripán nel 1997.

Durante il governo delle giunte militari in Argentina (1976-1983), la Scuola superiore di meccanica della marina (Esma) era servita come centro di detenzione segreta, dove migliaia di persone furono fatte sparire con la forza, o torturate, o entrambe le cose. Diciassette ex ufficiali dell'Esma, tra i quali Alfredo Astiz, sono finalmente finiti sotto processo per violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e omicidio, compreso quello di due suore francesi, di un giornalista e di tre membri fondatori dell'associazione per i diritti umani Madri di Plaza de Mayo. Alfredo Astiz era stato inizialmente perseguito in relazione a questi crimini nel 1985 ma le leggi di amnistia, poi abrogate, avevano bloccato il procedimento nei suoi confronti.

A maggio, Sabino Augusto Montanaro, ministro dell'Interno durante il regime del generale Alfredo Stroessner in Paraguay, è stato arrestato dopo essere rientrato spontaneamente nel paese dall'esilio. Egli doveva essere processato per violazioni dei diritti umani, compresi reati che avrebbe commesso nel contesto dell'Operazione Condor, un piano di sicurezza regionale congiunto contro quanti venivano percepiti come oppositori politici. A settembre, più di 165 ex agenti in congedo della Direzione di intelligence nazionale (Dina) sono stati incriminati in Cile per il loro ruolo nell'operazione, cosí come in altri casi di tortura e sparizione forzata nei primi anni del regime militare cileno.

Malgrado gli importanti progressi in un crescente numero di casi emblematici di passate violazioni dei diritti umani, la giustizia per la maggior parte delle centinaia di migliaia di vittime è rimasta aleatoria. Le leggi di amnistia hanno continuato a ostacolare gli sforzi per portare davanti alla giustizia i responsabili a El Salvador, in Brasile e in Uruguay e un referendum nazionale tenutosi in Uruguay sull'annullamento della legge di decadenza delle richieste di condanna dello stato (legge di amnistia) non ha raggiunto la maggioranza richiesta per ribaltare la legge. Nel periodo che ha preceduto il referendum, tuttavia, la Corte suprema dell'Uruguay ha raggiunto un verdetto storico sulla incostituzionalità della legge, nel caso di Nibia Sabalsagaray, una giovane attivista dell'opposizione che fu torturata e uccisa nel 1974. La sentenza, insieme ai segnali mostrati dall'esecutivo di voler limitare l'applicazione della legge, è stata indice di un qualche passo avanti sulla via della giustizia.

Con un processo piuttosto breve, le persone che avevano subito violazioni dei diritti umani a Oaxaca, in Messico, durante le violente proteste del 2006, potrebbero essere vicine a ottenere giustizia grazie alla conclusione dell'inchiesta della Corte suprema sulla crisi politica di quattro anni fa. Tale inchiesta ha stabilito che il governatore dello stato e altri alti funzionari dovevano essere chiamati in giudizio, ma non sono state avviate le procedure per formulare incriminazioni a loro carico.

Tuttavia, molte altre indagini del 2009 sono state ostacolate o si sono arenate; mentre le speranze e le aspettative delle famiglie di ottenere verità, giustizia e riparazione rimanevano frustrate. Una corte federale messicana, ad esempio, ha chiuso il caso di genocidio a carico dell'ex presidente Luis Echeverrìa e le forze armate brasiliane hanno continuato a bloccare i procedimenti giudiziari relativi alle passate violazioni. A dicembre, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha annunciato la creazione di una commissione verità per indagare sulla tortura, le uccisioni e le sparizioni forzate avvenute durante il governo militare dal 1964 al 1985, secondo quanto stabilito dal terzo piano nazionale sui diritti umani. A seguito delle pressioni esercitate dagli ambienti militari, si è temuto che la proposta potesse essere affossata.

Inoltre, poco è stato fatto per assicurare alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore", condotta dagli Stati Uniti.

Giustizia internazionale

 Così come le procure nazionali si sono adoperate per combattere l'impunità in America Latina, la giustizia internazionale ha continuato a giocare un ruolo importante nel corso del 2009. A giugno, il Cile è divenuto il primo stato sudamericano a ratificare lo Statuto di Roma con cui è stata istituita la Corte penale internazionale, e a novembre, la Colombia ha ritrattato la sua dichiarazione sull'art. 124 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nella quale aveva affermato che per sette anni non avrebbe accettato la giurisdizione della Corte in riferimento ai crimini di guerra, spalancando la porta alle indagini sui crimini di guerra e i crimini contro l'umanità.

A gennaio, un tribunale nazionale spagnolo ha incriminato 14 tra ufficiali e soldati dell'esercito salvadoregno per crimini contro l'umanità e terrorismo di stato, per l'uccisione di sei preti gesuiti, la loro governante e la figlia sedicenne di quest'ultima nell'Università centroamericana di El Salvador, nel novembre 1989. Ad agosto, un giudice paraguayano ha ordinato l'estradizione in Argentina dell'ex medico dell'esercito Norberto Bianco, per rispondere del suo presunto ruolo nella detenzione illegale di più di 30 donne e nel conseguente rapimento dei loro figli nel 1977 e 1978, durante il regime militare.

Il processo a carico dell'ex procuratore militare cileno, generale Alfonso Podlech, in relazione alla sparizione forzata di quattro persone negli anni Settanta, compreso Omar Venturelli, allora prete, è iniziato in Italia a novembre. Lo stesso mese, una corte statunitense ha stabilito che esistevano motivazioni sufficienti per processare negli Stati Uniti l'ex presidente boliviano Sánchez de Lozada e l'ex ministro della Difesa Carlos Sànchez Berzaìn, nel contesto di una causa civile per danni in relazione ad accuse di crimini contro l'umanità, tra cui esecuzioni extragiudiziali, commesse nel 2003.

Preoccupazioni in materia di pubblica sicurezza

La situazione della pubblica sicurezza che riguarda molti paesi ha continuato a destare grave preoccupazione. Il numero di omicidi di donne e uomini ha continuato ad aumentare, in particolare in Messico, Guatemala, Honduras, El Salvador e Giamaica. Milioni di persone delle comunità più povere dell'America Latina e dei Caraibi sono state vittime di bande criminali violente e delle risposte repressive, discriminatorie e corrotte da parte delle forze di polizia. Nel contempo, membri delle forze di sicurezza, specialmente poliziotti, sono stati costretti a lavorare in situazioni che spesso hanno posto a repentaglio la loro vita.

Mentre le reti di organizzazioni criminali estendevano le loro attività dal traffico di droga ai rapimenti e alla tratta di persone, comprese donne e bambini, i rischi per i migranti irregolari e altri gruppi vulnerabili sono aumentati. I governi della regione hanno generalmente fatto troppo poco per raccogliere dati e analizzare queste nuove problematiche, e ancor meno per impedire gli abusi o per assicurare alla giustizia i responsabili.

Gli sforzi delle autorità per affrontare l'impennata della criminalità sono risultati spesso compromessi da accuse di gravi violazioni dei diritti umani, come sparizioni forzate, tortura e altri maltrattamenti. In Brasile, Giamaica, Colombia e Messico, le forze di sicurezza sono state accusate di aver commesso centinaia di uccisioni illegali, la stragrande maggioranza delle quali sono state archiviate come "uccisioni nel contesto di resistenza all'arresto" o semplicemente archiviate come accuse false volte a screditare le forze di sicurezza.

Nonostante le notizie di gravi violazioni dei diritti umani da parte del personale delle forze armate e di sicurezza, Colombia e Messico hanno continuato a ricevere significativi aiuti di cooperazione alla sicurezza dagli Usa e altri ancora sono previsti, secondo quanto stabilito dall'Iniziativa Merida, un accordo che prevede sostanziosi contribuiti finanziari tra Messico (e altri paesi centroamericani) e gli Usa, per combattere la criminalità organizzata.

Alcuni paesi hanno promesso progetti di sicurezza pubblica alternativi, un'iniziativa cruciale per contrastare i metodi illegali di mantenimento dell'ordine pubblico, ma le aspettative sono state frequentemente deluse e i progetti sono stati criticati dalle comunità interessate nella Repubblica Dominicana e in Giamaica, per citare qualche esempio, in quanto rinviavano ulteriormente riforme in materia di ordine pubblico urgentemente necessarie e non affrontavano i ben più ampi bisogni delle comunità.

Conflitto e crisi

La tendenza generale del 2009 verso un riarmo della regione ha destato preoccupazione per il potenziale impatto sui diritti umani delle persone che già vivevano situazioni di poca o nessuna sicurezza.

La popolazione civile della Colombia ha continuato a pagare le conseguenze del quarantennale conflitto armato interno. Tutte le parti coinvolte, le forze di sicurezza, i paramilitari e i gruppi della guerriglia, hanno continuato a violare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Le popolazioni native, i leader sociali e i difensori dei diritti umani sono risultati tra i soggetti più vulnerabili. Almeno tre, forse anche cinque milioni di persone sono state sfollate con la forza a seguito dell'interminabile conflitto armato. Almeno 286.000 persone sono state costrette a lasciare le loro abitazioni, solo nel 2009. Le donne hanno continuato a essere vittime di violenze sessuali, le comunità hanno continuato a subire rapimenti, sparizioni forzate, reclutamento forzato di bambini, attacchi indiscriminati e coloro che sono stati ritenuti in modo particolare costituire un rischio per gli interessi di ciascuna delle parti hanno ricevuto minacce di morte a scopo di intimidazione.

L'insicurezza e l'instabilità non sono state comunque limitate alla Colombia. In una sorta di sinistro riecheggiare del passato, l'Honduras ha vissuto il primo colpo di stato militare in America Latina dopo quello del 2002 in Venezuela. Sono seguiti mesi di disordini e di instabilità, che le elezioni di novembre non sono riuscite a risolvere. Le forze di sicurezza hanno gestito le proteste contro il golpe con un uso eccessivo della forza, intimidazioni e attacchi contro gli oppositori. La libertà di espressione è stata limitata mentre diversi mezzi di informazione sono stati chiusi e sono pervenute segnalazioni di violenze contro le donne e di uccisioni di più di 10 donne transgender. L'accordo Tegucigalpa-San Josè, mediato dalla comunità internazionale, che comprendeva una commissione verità incaricata di far luce sulle responsabilità, non ha registrato progressi e a fine anno rimaneva al potere un governo de facto.

Relazioni continentali

Le speranze e le aspettative per una nuova era di relazioni continentali sono state inizialmente avvalorate dagli impegni di partenariato assunti dagli Stati Uniti. Quando ad aprile il presidente Barack Obama ha parlato al Quinto summit delle Americhe a Trinidad e Tobago, ha promesso un'era di reciproco rispetto e di approccio multilaterale. Tuttavia, a fine anno, le relazioni erano messe a dura prova dalla crisi in corso in Honduras, dalla politica statunitense verso Cuba e dall'assenso della Colombia per consentire agli Usa di utilizzare alcune delle sue basi militari. Le crescenti tensioni tra diversi paesi latinoamericani, la Colombia con i vicini Ecuador e Venezuela, e il Perù con i vicini Cile e Bolivia, hanno anch'esse ostacolato gli sforzi per raggiungere una maggiore integrazione nella regione.

Preoccupazioni economiche - La povertà

La regione delle Americhe continua a essere percorsa da profonde e persistenti disuguaglianze, specialmente nell'accesso all'istruzione, nei livelli di reddito, nello status sanitario e nutrizionale, nella vulnerabilità alla violenza e al crimine e nell'accesso ai servizi essenziali.

Sebbene alcuni paesi latinoamericani e caraibici non siano stati così colpiti dalla crisi finanziaria come si era inizialmente temuto, nel corso del 2009, circa nove milioni di persone sono sprofondate nella povertà. Questo fatto ha ribaltato la recente tendenza a un aumento dei redditi, alimentata dalla crescita economica. Con vari gradi di impegno, gli stati hanno intrapreso misure per proteggere i settori più deboli della popolazione dalla crisi e hanno evitato misure regressive nel campo dei diritti sociali. Tuttavia, la spesa sociale in America Latina e nei Carabi si è mantenuta estremamente bassa e sono mancate politiche a lungo termine per combattere le violazioni dei diritti umani sofferte dalle persone che vivono in condizioni di povertà. I più colpiti hanno continuato a essere coloro che già erano vittime di discriminazioni, come le donne, i bambini e le comunità native.

Partorire in maniera sicura nel 2009 ha continuato a essere un privilegio delle donne più benestanti della regione. In ciascun paese, comprese le economie ad alto reddito come gli Usa e il Canada, tra le donne già emarginate, come le afroamericane o le donne native americane, si è registrato un tasso più elevato di mortalità a seguito di complicazioni durante la gravidanza o il parto, disparità che negli Usa è rimasta invariata negli ultimi 25 anni.

Violenza contro donne e ragazze

La violenza contro donne e ragazze è rimasta endemica. Il numero dei casi denunciati di violenza, stupro e abusi sessuali, uccisioni e mutilazioni di corpi di donne dopo lo stupro, è aumentato in Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Haiti. In diversi paesi, in particolare in Nicaragua, Haiti e Repubblica Dominicana, i dati suggeriscono che più della metà di queste vittime erano ragazze.

La discriminazione nei confronti delle donne e la mancanza di indagini rigorose sulle denunce di violenze è stata evidenziata da diversi organismi internazionali. La Corte interamericana dei diritti umani, ad esempio, ha condannato il Messico per non aver provveduto a impedire con la diligenza dovuta o a indagare in maniera efficace o a fare giustizia in merito al rapimento e all'omicidio di tre donne a Chihuahua nel 2001. Le autorità di diversi paesi, tra cui Uruguay, Venezuela e Repubblica Dominicana, hanno ammesso di non essere state in grado di gestire l'alto numero di denunce relative a casi di violenza sulle donne, malgrado l'istituzione di speciali unità dedicate, in alcuni sistemi di giustizia penale. Le cure mediche per le sopravvissute sono spesso inadeguate, deficitarie o del tutto assenti.

L'applicazione di leggi finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti della donne e a impedire la violenza è rimasta lenta, specialmente in Argentina, Messico, Giamaica e Venezuela. Alcuni paesi, principalmente nei Caraibi, hanno introdotto riforme ma non hanno rispettato gli standard internazionali sui diritti umani, non criminalizzando lo stupro in tutte le circostanze.

L'aborto nei casi di stupro o quando sia a rischio la salute della madre è risultato accessibile e disponibile in alcuni paesi come Colombia, Distretto federale del Messico, Cuba e Usa. In molti altri, anche dove questo è legalmente autorizzato, nella pratica permangono ostacoli nell'accesso. Sono state intraprese iniziative per la decriminalizzazione dell'aborto in determinate circostanze in Perù. Tuttavia, le riforme costituzionali introdotte nella Repubblica Dominicana e in 17 stati messicani per tutelare il diritto alla vita dal momento del concepimento, hanno fatto temere che si potesse arrivare a una totale proibizione dell'aborto. Il divieto assoluto di aborto in ogni circostanza è rimasto in vigore in Cile, El Salvador e Nicaragua.

Nonostante il semplice aspetto legale del diritto di una donna alla vita e alla salute, la questione ha continuato a dividere sul piano ideale ed emozionale, fino al punto che attivisti e professionisti medico-sanitari che praticavano aborti hanno ricevuto minacce e un medico statunitense è stato ucciso.

Un aspetto positivo è invece che sono state intraprese iniziative per affermare i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt). Città del Messico ha approvato uno storico documento legislativo che legalizza i matrimoni gay. Tuttavia, Honduras, Perù e Cile non hanno tutelato le loro comunità Lgbt da vessazioni o intimidazioni, al pari di altri paesi caraibici come Giamaica e Guyana.

Popolazioni native

La discriminazione nei confronti delle popolazioni native ha continuato a essere endemica e sistematica in tutta la regione. La retorica non è stata accompagnata da una azione concreta per tutelare i diritti delle popolazioni native. Vi è stata una generale incapacità di prendere in considerazione i loro diritti nelle decisioni riguardanti autorizzazioni per le estrazioni petrolifere, lo sfruttamento di legname e altre concessioni per l'utilizzo delle risorse. Il diritto a un consenso libero, anticipato e informato riguardo a materie che potrebbero avere conseguenze sulla vita delle popolazioni native è definito dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007. In Canada, Perù, Argentina e Paraguay, Amnesty International ha documentato casi in cui le autorità non avevano provveduto a stabilire un reale processo per assicurare che questo diritto fosse riconosciuto nelle proposte inerenti i progetti di sviluppo.

Grandi progetti di estrazione di petrolio e di gas naturale hanno continuato a essere portati avanti in Canada, ad esempio, senza il consenso dei lubicon cree dell'Alberta del Nord, mettendo a repentaglio il loro utilizzo delle terre ancestrali e contribuendo a un'elevata incidenza di problemi di salute e di povertà.

Nell'intera regione, sono stati segnalati sgomberi di popolazioni native dalle loro terre ancestrali. Minacce, intimidazioni e violenze contro leader nativi e membri delle comunità sono risultati fenomeni comuni.

Una nuova costituzione, entrata in vigore a febbraio in Bolivia, ha sancito la centralità e la pluralità delle identità native del paese e ha stabilito un quadro di riforme, elevando, tra l'altro, la giurisdizione nativa al pari dei sistemi giudiziari esistenti.

Le popolazioni native di tutta la regione hanno promosso campagne durante l'intero anno per l'affermazione dei loro diritti sociali, civili, economici, culturali e politici. Si sono frequentemente scontrate con intimidazioni, vessazioni, uso eccessivo della forza, accuse pretestuose e detenzioni. A Queretaro, in Messico, una donna nativa è stata rilasciata ma alla fine dell'anno altre due rimanevano in carcere, in attesa dell'esito del nuovo processo a loro carico sulla base di accuse penali costruite ad arte. In Perù, leader nativi sono stati accusati di ribellione, sedizione e cospirazione contro lo stato, in assenza di prove, a seguito dello scioglimento di un blocco stradale da parte di centinaia di nativi, in cui decine di manifestanti sono rimasti feriti e 33 persone sono rimaste uccise, compresi 23 poliziotti. In Colombia, le autorità hanno spesso falsamente accusato le comunità native e i loro leader di legami con le forze della guerriglia.

Controterrorismo e sicurezza

La nuova amministrazione statunitense aveva annunciato un sostanzioso cambiamento delle politiche che avevano danneggiato le garanzie a tutela dei diritti umani negli ultimi sette anni. Le promesse di porre fine al programma di detenzione segreta attuato dalla Cia, ad esempio, e di rendere pubbliche alcune informazioni sulle motivazioni legali che erano state formulate a sostegno di quel programma, erano state apprezzate. Ma non tutte si sono tradotte in realtà. La scadenza fissata dal presidente Obama nel suo secondo giorno di governo per chiudere la struttura di detenzione di Guantánamo entro un anno, è slittata mentre i politici dei partiti nazionali già sbandieravano il rispetto dei diritti umani dei detenuti. L'iniziativa positiva della nuova amministrazione di rimandare alle corti federali ordinarie i processi di alcuni detenuti di Guantánamo è stata sminuita dalla successiva decisione di mantenere le commissioni militari per altri prigionieri.

Nel frattempo, le detenzioni nella base aerea di Bagram in Afghanistan sono continuate come sotto la vecchia amministrazione e gli Usa non hanno adempiuto ai loro obblighi legali di garantire giustizia e riparazione per le violazioni dei diritti umani commesse nel contesto dell'antiterrorismo, a partire dal settembre 2001.

Pena di morte

Vi sono state 52 esecuzioni negli Usa durante l'anno. Sebbene si tratti del dato più elevato dal 2006, è ben al di sotto dei picchi registrati negli anni Novanta. Le condanne a morte hanno continuato il loro trend di discesa persino in Texas e Virginia, dove si contano quasi la metà di tutte le esecuzioni degli Usa, dal 1977. Circa un centinaio di persone sono state condannate a morte nell'intera nazione, rispetto alle 300 di una quindicina di anni fa. A marzo, il Nuovo Messico è divenuto il 15° stato degli Usa ad abolire la pena di morte ma, tre mesi più tardi, il governatore del Connecticut ha posto il veto a un tentativo di fare altrettanto, da parte dell'Assemblea legislativa dello stato.

Nonostante siano state comminate condanne a morte nelle Bahamas, in Guyana e a Trinidad e Tobago, non sono state effettuate esecuzioni.

Conclusione

Malgrado i progressi registrati rispetto a numerosi casi emblematici di passate violazioni dei diritti umani, nel corso del 2009 gli ostacoli sul piano legale, giurisdizionale e politico che avevano contribuito a radicare l'impunità nella regione, hanno continuato a essere impressionanti.

Tuttavia, in tutta la regione, le vittime di violazioni dei diritti umani, le loro famiglie e i difensori dei diritti umani che offrivano loro sostegno, hanno sfidato ancora una volta intimidazioni, minacce e vessazioni, attivandosi energicamente in campagne per richiamare i governi e i gruppi armati ai loro obblighi di rispettare gli standard internazionali e nazionali sui diritti umani.

Tita Radilla Martìnez ha chiesto al governo messicano di conformarsi alla decisione della Corte interamericana che ha ordinato la fine della giurisdizione militare per tutti i casi inerenti i diritti umani, pertanto la verità sulla sparizione forzata di suo padre, così come di quella di centinaia di altre persone, verrà finalmente stabilita. Hanno bisogno di giustizia. Il tempo della retorica è finito.

 

© 2010 Fandango Libri. Per acquistare il Rapporto Annuale 2010, vai su www.fandango.it