"Abbiamo dovuto abbandonare tutto. Non abbiamo più niente [...]. I talebani erano crudeli con noi e il governo ha iniziato a bombardarci, allora siamo dovuti fuggire portando con noi solo quello che potevamo trasportare. Chi ci potrà aiutare adesso?"
Un'insegnante ha rilasciato questa testimonianza ad Amnesty International mentre fuggiva dagli intensi combattimenti che hanno obbligato oltre due milioni di persone ad abbandonare le loro abitazioni nella provincia di frontiera nord-ovest (North West Frontier Province - Nwfp) del Pakistan e nelle aree tribali ad amministrazione federale (Federally Administrated Tribal Areas - Fata), al confine con l'Afghanistan.
Le sue parole danno voce ai sentimenti di milioni di altri abitanti dell'intera regione dell'Asia e Pacifico, costretti, da uno stato di insicurezza fisica o economica, ad abbandonare le loro case e, molto spesso, il loro paese.
Agli inizi dell'anno, in Pakistan si contavano quasi mezzo milione di sfollati. Sebbene le comunità locali intervistate da Amnesty International abbiano subito atti di violenza da parte dei talebani, incluse esecuzioni pubbliche, tortura e forti restrizioni alla possibilità per donne e ragazze di ricevere cure mediche e di frequentare la scuola, la maggior parte delle persone hanno dichiarato di essere fuggite principalmente dalle brutali controffensive del governo pakistano, come rappresaglia contro l'insurrezione. Ad aprile, mentre i talebani estendevano velocemente il loro controllo su zone distanti pochi chilometri da Islamabad, il governo ha di fatto lanciato un'altra imponente offensiva, spingendo alla fuga altri due milioni di persone.
La risposta adottata dal governo all'annoso conflitto nelle zone di confine con l'Afghanistan, nel Pakistan nordoccidentale, ha oscillato tra dialogo e violenza estrema; in nessuna delle due strategie è stata però manifestata la volontà del governo di proteggere i diritti della popolazione pakistana. In realtà, esiste un netto legame tra l'inasprimento del conflitto e la mancanza di volontà da parte dei governi pakistani, che si sono succeduti nell'arco di decenni, di riconoscere i diritti dei milioni di abitanti di questa difficile regione a nord-ovest del paese e di assumersi la responsabilità per gli abusi presenti e passati. Tuttora, i residenti delle aree tribali al confine con l'Afghanistan non godono degli stessi diritti dei loro connazionali pakistani: queste popolazioni, la cui vita è principalmente regolata, sia a livello amministrativo che giuridico, dal regolamento dei reati di frontiera (1901), risalente all'epoca coloniale, non rientrano nelle leggi scritte dell'Assemblea nazionale pakistana né nel suo sistema giuridico. I pakistani che vivono nelle Fata sono legalmente passibili di punizione collettiva, in virtù della quale il governo ha il diritto di punire un qualsiasi membro di una tribù o la totalità dei membri della stessa per un reato commesso su questo territorio, oppure per "comportamento ostile o non amichevole" o per presunta complicità o reticenza. Nel contempo, i tassi di mortalità infantile e materna e di analfabetismo (in particolare di donne e bambine) registrati nelle Fata sono tra i più elevati dell'intera regione.
Alla fine del 2009, milioni di persone nell'intera regione dell'Asia e Pacifico rimanevano in attesa che i loro governi si facessero carico dei loro diritti. Sia che abitassero nelle loro case o in sistemazioni di fortuna, il prevalere della giustizia per gli abusi subiti rimaneva un ideale spesso infranto, in particolare per la fasce più emarginate e deboli. Ma nessuno si è fatto carico delle persone in movimento, sia che valicassero le frontiere internazionali come rifugiati, richiedenti asilo e lavoratori migranti, o che si spostassero all'interno dei confini del proprio paese, in quanto sfollati o per lavoro. A essi sono mancati gli strumenti per affermare i loro diritti umani, siano essi civili, politici, economici, sociali o culturali, rischiando di vederli tutti negati.
La maggior parte delle persone in fuga da conflitti armati hanno cercato rifugio all'interno del loro paese. Molti hanno avuto la fortuna di poter beneficiare degli aiuti offerti da organizzazioni umanitarie, allontanando così lo spettro della morte immediata per fame o malattie; tuttavia, gran parte degli sfollati hanno sofferto a causa delle precarie condizioni igieniche, le carenti cure sanitarie e la mancanza di istruzione. Essi si sono visti inoltre negare la possibilità di denunciare la loro situazione e di ricevere una forma di indennizzo per le ingiustizie che li avevano costretti in primo luogo alla condizione di sfollati.
Da gennaio a metà maggio circa 300.000 cittadini dello Sri Lanka sono rimasti bloccati in una sottile striscia costiera nella regione nordorientale del paese, intrappolati tra il ritiro del gruppo di opposizione armato delle Tigri Tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam - Ltte) e l'avanzata dell'esercito nazionale. In molti casi, le Ltte hanno impedito loro di fuggire mentre il governo bombardava a tappeto la zona. Diverse migliaia di persone sono rimaste uccise.
Le autorità dello Sri Lanka non hanno manifestato una volontà reale di individuare le responsabilità per le atrocità commesse da entrambe le fazioni nel corso del conflitto, in particolare durante gli ultimi giorni di scontri sanguinosi, nonostante la promessa fatta in tal senso al Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon.
Il governo dello Sri Lanka aveva inoltre promesso che avrebbe permesso alle centinaia di migliaia di tamil sopravvissuti alla guerra, di tornare a casa, ma di fatto alla fine dell'anno più di 100.000 rimanevano in campi gestiti dai militari, privati per mesi della libertà di movimento. Molti di loro sono sopravvissuti a mesi di privazioni, durante i quali erano stati obbligati a seguire le forze Ltte in ritirata, che reclutavano forzatamente la popolazione civile, bambini compresi, usandola in alcuni casi come scudo umano. Il governo dello Sri Lanka, adducendo ragioni legate a preoccupazioni sulla sicurezza, ha impedito agli organismi di monitoraggio indipendenti di valutare liberamente le condizioni della popolazione in detenzione. Tale divieto di accesso ha ostacolato la raccolta di informazioni in merito alle violazioni del diritto umanitario avvenute nel corso del lungo conflitto e di conseguenza ha bloccato il processo di individuazione delle responsabilità.
Decine di migliaia di cittadini afgani sono stati sfollati a causa dell'aumento vertiginoso della violenza da parte dei talebani e, al contempo, dell'incapacità del governo centrale e delle forze internazionali alleate di migliorare la situazione politica ed economica del paese. I talebani afgani si sono resi responsabili di circa i due terzi delle oltre 2400 vittime civili; gli attacchi hanno conosciuto il loro picco massimo quando i talebani hanno cercato di interrompere le elezioni presidenziali.
Nonostante l'offensiva dei talebani, milioni di afgani si sono recati alle urne per esercitare il proprio diritto di voto, solo per vedere le elezioni compromesse a causa dell'incapacità del governo afgano, e dei suoi sostenitori internazionali, di assicurare un adeguato meccanismo di tutela dei diritti umani. I sostenitori dei principali candidati, tra i quali il presidente Hamid Karzai, hanno messo in atto una campagna di intimidazioni e vessazioni contro attivisti politici e giornalisti prima, durante e al termine delle elezioni. Gli osservatori internazionali hanno immediatamente dichiarato fraudolento il ballottaggio, mentre il processo di verifica dei risultati si è trascinato per mesi, erodendo ulteriormente la legittimità delle elezioni e il diritto del popolo afgano di partecipare attivamente alla vita pubblica del paese.
Anche nel contesto di questo conflitto, il prezzo pagato dalle donne è stato altissimo. I talebani hanno preso di mira le donne politicamente impegnate e le attiviste dei diritti umani, così come le scuole e gli ambulatori medici, in particolar modo quelli riservati a donne e bambine. Nel contempo, le persistenti condizioni di insicurezza hanno compromesso anche le poche conquiste che le donne afgane avevano ottenuto dalla caduta del regime dei talebani.
Nelle Filippine, oltre 200.000 civili hanno continuato a vivere in campi profughi o in alloggi di fortuna sull'isola di Mindanao, dilaniata dal conflitto, spesso circondati da imponenti forze militari, nonostante la firma di un cessate il fuoco nel mese di luglio tra l'esercito nazionale e gli insorti del Fronte di liberazione islamica Moro. Gli scontri sono stati caratterizzati dal comportamento illegale gruppi paramilitari e delle milizie, controllati e sostenuti economicamente da politici locali, che hanno agito in totale spregio dello stato di diritto.
L'impunità storica goduta da queste forze ha fatto da sfondo all'atroce massacro, portato avanti con l'esecuzione di almeno 57 persone, tra cui oltre 30 giornalisti, avvenuto il 23 novembre alla vigilia delle candidature per le elezioni governative. L'enormità del crimine ha spinto il governo a invocare in breve tempo la legge marziale, al fine di imporre nuovamente il controllo e incriminare numerosi membri del potente clan Ampatuan, che da oltre un decennio dominava la scena politica della provincia.
In altri paesi della regione dell'Asia e Pacifico, non è stata la violenza dei conflitti a causare lo spostamento della popolazione e la conseguente negazione dei loro diritti umani, ma piuttosto un persistente stato di repressione. Migliaia di persone sono fuggite dalla Corea del Nord e da Myanmar, lontano delle costanti e sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dai rispettivi governi. Cittadini nordcoreani hanno tentato di fuggire dalla repressione politica e dalla crisi economia in cui versava il loro paese, attraversando illegalmente il confine con la Cina. Se catturati dalle autorità cinesi e rimpatriati con la forza, essi rischiavano il lavoro forzato e la tortura; senza contare i casi di decessi avvenuti in stato di fermo.
La Cina ha preferito considerare tutti i cittadini nordcoreani sprovvisti di documenti come migranti economici piuttosto che rifugiati, continuando a impedire all'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, di poter accedere agli stessi. Nel 2009, Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situa-zione dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea ha dichiarato che la maggior parte dei cittadini nordcoreani che attraversano il confine con la Cina avevano il diritto di ricevere protezione internazionale, a causa dell'effettivo pericolo di persecuzione o punizione in caso di rimpatrio.
Le autorità nordcoreane hanno inoltre continuato a negare ai loro connazionali la libertà di movimento all'interno del paese. Per poter cambiare la residenza era infatti necessario prima ottenere un permesso ufficiale per viaggiare. Sebbene le autorità abbiano dichiarato di applicare meno rigorosamente tali regolamenti e migliaia di persone abbandonavano le loro abitazioni in cerca di cibo o di opportunità economiche, esse rimanevano vulnerabili ai sensi delle leggi vigenti e spesso sottoposte a estorsioni da parte delle autorità.
In Myanmar, migliaia di persone sono state sfollate, mentre le forze di sicurezza governative violavano sistematicamente le leggi di guerra nel contesto di offensive contro gruppi armati di opposizione, appartenenti a diverse minoranze etniche del paese. Il governo ha continuato a perseguire la propria politica di repressione del dissenso politico e 2100 prigionieri politici sono rimasti in carcere. Aung San Suu Kyi, la prigioniera più nota, che ha trascorso 13 degli ultimi 20 anni in detenzione, per la maggior parte agli arresti domiciliari, l'11 agosto è stata condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari, al termine di un processo iniquo celebrato dal tribunale del carcere Insein di Yangon. Le accuse a suo carico risalgono a maggio, a seguito della visita non richiesta di un cittadino statunitense, che ha raggiunto a nuoto l'abitazione di Aung San Suu Kyi e vi ha passato due giorni.
Nell'anno è rimasta disperata la situazione dei rohingyas, una minoranza etnica di fede musulmana del Myanmar occidentale, vittima delle persecuzioni del governo, quando a decine sono fuggiti su imbarcazioni dirette verso la Thailandia e la Malaysia. Le forze di sicurezza thailandesi, con lo scopo di bloccare l'arrivo di un'ondata di rifugiati, ne ha espulsi centinaia, abbandonandoli in mare aperto su carrette del mare senza cibo né acqua.
Verso la fine dell'anno, le autorità thailandesi hanno inoltre rimpatriato forzatamente in Laos circa 4500 laotiani di etnia hmong, tra cui 158 riconosciuti come rifugiati e molti altri in fuga dalla repressione. Le richieste di poter monitorare le condizioni delle persone rimpatriate forzatamente inoltrate al governo del Laos dalle Nazioni Unite, e da altri organismi internazionali, non sono state accolte.
A dicembre, le autorità cambogiane hanno disposto, in seguito alle pressioni esercitate della Cina, il rimpatrio di 20 richiedenti asilo uiguri, i quali, stando alle notizie, fuggivano dalla repressione che aveva fatto seguito ai disordini verificatisi a luglio nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro (Xuar). La decisione faceva parte di una strategia sempre più precisa della Cina per esercitare pressione sui governi stranieri, affinché non offrissero alcun sostegno alle voci di dissenso. Il governo cinese ha incrementato le pressioni sulle contestazioni interne, detenendo e sottoponendo a vessazioni decine di avvocati e difensori dei diritti umani. In particolare, le autorità cinesi hanno preso di mira i cittadini aderenti a "Carta 08" un documento che invoca un maggiore rispetto dei diritti umani e una maggiore partecipazione popolare.
La Cina continua a detenere il primato mondiale quale paese con il più alto numero di esecuzioni, sebbene la reale portata del problema rimanga nascosta dalle leggi che riguardano i segreti di stato.
Nella regione dell'Asia e Pacifico, la stragrande maggioranza delle persone che hanno abbandonato le loro case sono state spinte da necessità economiche. In Cina, milioni di persone che si erano trasferite nei centri economici del paese sono state costrette a far ritorno a casa nelle comunità rurali, maggiormente consapevoli delle crescenti disparità esistenti tra i nuovi ricchi e le milioni di persone che ancora vivono senza poter accedere a servizi adeguati, come cure mediche e istruzione.
Nel 2009, come era avvenuto negli ultimi anni, milioni di persone hanno abbandonato le loro abitazioni in paesi come Filippine, Nepal, Indonesia e Bangladesh, alla ricerca di un nuovo futuro in altri stati della regione, come la Corea del Sud, il Giappone e la Malaysia, o ancora più lontano. Nonostante alcuni miglioramenti delle legislazioni nazionali e gli accordi bilaterali in materia di assunzione, trasporto e trattamento dei lavoratori migranti, la maggior parte delle persone che formavano questo enorme flusso di forza lavoro migrante non ha potuto godere pienamente dei propri diritti. In molti casi, anche a causa delle pratiche attuate dai governi, essi si sono trovati a essere facile bersaglio di sentimenti razzisti e xenofobi in aumento in tempi economicamente difficili.
Ed è stata proprio la discriminazione che i lavoratori migranti hanno dovuto affrontare nell'intera regione, anche entro i confini del loro paese, a fare da sfondo a una delle più violente ondate di disordini verificatesi negli ultimi anni nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro (Xuar). Le proteste erano iniziate come manifestazioni pacifiche contro l'inerzia del governo in seguito alla morte di due persone nel corso di una violenta rivolta scoppiata in una fabbrica di Shaoguan, nella provincia del Guangdong. Il 26 giugno, centinaia di lavoratori di etnia uigura si sono scontrati contro migliaia di lavoratori di etnia han, in una fabbrica che aveva reclutato mano d'opera uigura dalla Xuar. Ai primi di luglio, le proteste nella Xuar si erano trasformate in vere e proprie sommosse e, secondo quanto riferito, le vittime sarebbero state oltre 190. In considerazione dell'emarginazione e della discriminazione a livello ufficiale attuate da decenni contro la comunità uigura, forse tutto ciò era prevedibile. Le autorità hanno attribuito le violenze agli attivisti uiguri, senza però avviare verifiche indipendenti o i processi necessari. La Cina ha messo a morte almeno nove delle persone che aveva incolpato nell'arco di mesi e le autorità hanno dichiarato che avrebbero usato la mano pesante in caso di ulteriori disordini.
Uno dei più eclatanti esempi di violazioni dei diritti umani ai danni di lavoratori migranti è emerso in Malaysia, dove questi costituiscono un quinto della forza lavoro complessiva. Le statistiche ufficiali divulgate quest'anno hanno dimostrato che tra il 2002 e il 2008 le autorità malaysiane avevano fustigato almeno 35.000 lavoratori migranti, una forma di punizione crudele e degradante, inflitta su scala colossale, spesso per reati legati all'immigrazione. A rischio di fustigazione, oltre ai lavoratori privi di documenti, erano anche richiedenti asilo, rifugiati e lavoratori in regola con i documenti, i cui passaporti erano stati confiscati dai rispettivi datori di lavoro. Migliaia di lavoratori migranti sono rimasti a languire in centri di detenzione, ben lontani dagli standard internazionalmente riconosciuti, spesso privati delle debite procedure o di tutela legale.
Ma anche i migranti che avevano beneficiato di una maggiore protezione legale hanno continuato a essere vittime particolarmente vulnerabili di abusi, a causa della loro condizione di emarginazione. Nemmeno in Corea del Sud, uno dei primi paesi asiatici ad aver riconosciuto legalmente i diritti dei lavoratori migranti, il governo è stato in grado di evitare che questi subissero soprusi da parte dei loro datori di lavoro o che fossero trafficati a scopo di sfruttamento sessuale o che fosse loro negato il salario per prolungati periodi di tempo.
In molti casi, sono stati gli interessi economici a spingere le autorità a sgomberare con la forza la gente dalle abitazioni. Le autorità cambogiane, ad esempio, hanno sgomberato forzatamente famiglie a basso reddito da un'area nel centro di Phnom Penh, interessata da un piano di riqualificazione, dopo averle sottoposte per tre anni a una campagna di vessazioni e intimidazioni. In un altro caso simile, le autorità cambogiane hanno sgomberato con la forza 31 famiglie sieropositive all'Hiv/Aids da Phnom Penh, trasferendone la maggior parte in una zona di reinsediamento assolutamente inadeguata, con limitato accesso all'assistenza sanitaria fondamentale.
In India, nello stato orientale dell'Orissa, lo sviluppo dell'industria dell'estrazione e della lavorazione dell'alluminio ha minacciato di sgombero forzato migliaia di persone appartenenti a comunità native, che considerano sacro questo luogo. Nei due anni dall'apertura a Lanjigarh della raffineria di alluminio della Vedanta, le comunità locali hanno dovuto convivere con acqua contaminata, aria inquinata, polveri e rumore costanti. Il progetto per l'apertura di una miniera sulle colline di Niyamgiri ha egualmente minacciato di compromettere l'esistenza e la sopravvivenza della comunità adivasi dei dongria kondh. Ad aprile, le autorità indiane hanno concesso alla Sterlite Industries India Ltd e alla Orissa Mining Corporation, una società statale, il permesso di estrarre bauxite dalle terre ancestrali della comunità dongria kondh, per i prossimi 25 anni.
A Papua Nuova Guinea, la polizia ha sgomberato con la forza i residenti di circa 100 abitazioni nelle vicinanze della miniera di Porgera, gestita da una succursale della multinazionale canadese Barrick Gold.
In Vietnam, un gruppo di facinorosi, apparentemente sostenuti dalle autorità, ha cacciato con la forza circa 200 monaci e monache buddiste da un monastero, dove i religiosi si erano rifugiati dopo essere stati fatti sgomberare a settembre da un altro monastero, sempre da un gruppo analogo. Le autorità hanno negato qualsiasi tipo di coinvolgimento, senza tuttavia offrire ai monaci e alle monache alcun tipo di protezione, né assicurarsi che fosse loro offerto un alloggio alternativo adeguato.
In tutti questi casi, la distruzione delle abitazioni ha minato gravemente la possibilità delle vittime di poter godere dei loro diritti e di ricevere una forma di risarcimento per le ingiustizie subite.
Nell'anno in cui il vertice di Copenhagen sul clima ha cercato, senza riuscirci, di raggiungere un consenso globale sulla questione del mutamento climatico, è risultato invece evidente l'impatto che questi cambiamenti di vasta scala hanno sull'ambiente umano. Poco prima dall'apertura del summit di Copenhagen, il governo delle Maldive ha tenuto una riunione di consiglio sott'acqua, al fine di attirare con forza l'attenzione sulla reale minaccia che incombe su questo piccolo stato insulare, che rischia, prima o poi, di venire sommerso dall'Oceano Indiano. Numerosi altri stati del Pacifico hanno dichiarato un simile timore di finire sommersi.
In Tibet e in Nepal, dove si trovano le sorgenti di alcuni dei più importanti fiumi del mondo, e in Bangladesh, il rischio di siccità o di alluvioni di portata catastrofica ha portato allo sfollamento della popolazione, con conseguenti instabilità politiche. I cambiamenti ambientali costituiscono in tal modo motivi scatenanti di nuove violazioni dei diritti umani e, come spesso accade, è la popolazione più povera ed emarginata a subire maggiormente le condizioni avverse dell'ambiente fisico e quella che con meno probabilità riceverà assistenza dai governi.
In linea di massima, i paesi della regione dell'Asia e Pacifico non sono stati in grado di far fronte alle nuove sfide in materia di diritti umani per la protezione di tutti coloro che si sono trovati obbligati a lasciare le loro case. La maggior parte dei paesi della regione non ha ancora ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951 o il relativo Protocollo del 1967, che sancisce i diritti delle persone che hanno lasciato il loro paese a causa di persecuzioni.
I quadri legislativi di ciascun paese in materia di protezione dei diritti degli sfollati sono rimasti se possibile ancor più scarsamente sviluppati, se raffrontati alle norme internazionali in materia di tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Ma nell'intera regione la sfida principale in materia di protezione della popolazione sfollata è rimasta quella di affrontare la quasi inesistente assunzione di responsabilità da parte di molti governi.
Lo Sri Lanka rappresenta il caso più eclatante. Il 27 marzo, il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha deliberato una risoluzione gravemente scorretta sullo Sri Lanka, che non solo ignorava le raccomandazioni pubblicate al termine di indagini internazionali sulle possibili atrocità commesse nel corso del conflitto, ma addirittura encomiava il governo del paese. Le preoccupazioni per la sopravvivenza di centinaia di migliaia di cittadini dello Sri Lanka sono state messe in secondo piano rispetto agli interessi e alle questioni politiche a livello mondiale. La comunità internazionale ha inoltre continuato a ignorare le violazioni dei diritti umani su larga scala che hanno obbligato migliaia di cingalesi ad abbandonare le loro abitazioni.
Cina e India, apparentemente in competizione per l'accesso alle risorse di Myanmar, non hanno usato la loro influenza politica ed economica per convincere il governo di Myanmar ad ammorbidire la propria politica di esclusione dei dissidenti interni, come Aung San Suu Kyi, o a porre fine alle repressioni delle varie minoranze etniche. Nemmeno l'atroce spettacolo, ampiamente trasmesso dagli organi d'informazione, dei profughi rohingya abbandonati alla deriva in mare aperto ha convinto gli stati confinanti con Myanmar, membri dell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), a entrare tempestivamente in azione.
Tutti i paesi membri dell'Asean hanno finalmente ratificato lo Statuto dell'Asean, contenente numerosi articoli in materia di diritti umani, incluso uno che promuove l'istituzione di un organismo per i diritti umani. Ciononostante, la maggior parte dei paesi della regione non ha ancora ratificato molti dei principali trattati internazionali per la tutela dei diritti umani. Nello specifico, Amnesty International ritiene che la regione si sia sottratta dal fornire una chiara risposta ai persistenti problemi derivanti dal flusso di persone che varcano i confini o alla violazione dei diritti umani legati a questo fenomeno.
Vi sono forti segnali che indicano come i flussi migratori, all'interno e oltre i confini dei singoli paesi, siano in aumento, per motivi legati a conflitti, necessità economiche o situazioni ambientali avverse. Tuttavia, non si registrano da parte della comunità internazionale azioni volte a modificare e ad adattare i quadri legislativi vigenti per far fronte a questo contesto. È necessario prendere coscienza che le persone lasciano le loro case per una serie di motivi diversi ma che tutti gli esseri umani, qualsiasi sia stata la ragione che li ha spinti a compiere tale passo, hanno il diritto di poter continuare a godere pienamente dei loro diritti.
Gli stati non sempre possono affrontare singolarmente le problematiche legate all'immigrazione della loro popolazione, sia perché la portata dei flussi interni è troppo vasta, sia perché questi attraversano i confini regionali o mondiali. Negli ultimi decenni questa consapevolezza è cresciuta ma necessita di un'ulteriore accelerazione per far fronte alla realtà di una popolazione globale in movimento.
Le persone provenienti dalla regione dell'Asia e Pacifico costituiscono una vasta percentuale della popolazione globale dei lavoratori migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo e degli sfollati. Tutti attendono che i governi e le istituzioni della loro regione li seguano e facilitino il loro cammino.
© 2010 Fandango Libri. Per acquistare il Rapporto Annuale 2010, vai su www.fandango.it