"Sogno di vivere in pace da qualche parte con mia figlia, di diventare nonna e di essere gentile con i miei nipotini, ma ho ancora un compito da assolvere qui [...]. Questa è una dichiarazione di guerra, dobbiamo lottare per la giustizia, non possiamo rinunciare."
Natalia Estemirova, intervistata da Amnesty International nel 2009, dopo l'assassinio del suo amico e compagno nella difesa dei diritti umani Stanislav Markelov.
Alle 8.30 di una mattina di luglio, nella capitale cecena di Grozny, l'attivista per i diritti umani Natalia Estemirova è stata trascinata fuori per strada e fatta salire su un'auto che l'aspettava; ha fatto in tempo a gridare ai passanti che qualcuno la stava sequestrando. Qualche ora più tardi, in quel medesimo giorno, il suo corpo è stato ritrovato nella vicina repubblica russa dell'Inguscezia, crivellato di colpi d'arma da fuoco.
Questa tragedia ha avuto conseguenze a vari livelli: per la figlia di 15 anni, che Natalia aveva cresciuto da sola; per il popolo ceceno, che ha perso una voce instancabile e coraggiosa che cercava di documentare gli abusi patiti e l'assenza di giustizia; e per la società civile, in Russia e all'estero, per la quale Natalia è stata un elemento prezioso nella lotta per il rispetto dei diritti umani. Sarà anche una tragedia destinata a ripetersi, se il sistema giuridico russo si dimostrerà ancora una volta totalmente inefficace nell'individuare i responsabili dell'omicidio di un'altra attivista che ha coraggiosamente sfidato le minacce di morte e le intimidazioni per esigere giustizia a beneficio altrui.
Purtroppo, quello di Natalia Estemirova non è stato un caso isolato. In tutta la regione dell'Europa e dell'Asia centrale i governi non hanno rispettato i loro obblighi di protezione dei difensori dei diritti umani e non hanno lesinato gli sforzi per reprimere chi cercava di fare conoscere le violazioni, chi aveva opinioni diverse o una fede diversa. Molti governi hanno impiegato misure repressive o hanno sfruttato l'apparente indifferenza della comunità internazionale per sfuggire alle loro responsabilità. Hanno continuato a erodere i diritti umani, a sottrarsi ai loro obblighi e a dimostrare mancanza di volontà politica nell'affrontare le maggiori violazioni.
In questo quadro, uno dei temi più impressionanti è quello delle rendition. È nota da tempo la partecipazione degli stati europei al programma globale di rendition e detenzioni segrete guidato dall'Agenzia centrale d'intelligence statunitense (Cia), a partire dal 2001, ma nonostante le ripetute smentite e gli insabbiamenti di singoli governi, ormai esistono prove evidenti del loro coinvolgimento.
Tuttavia, la maggior parte dei governi non è ancora riuscita a individuare in modo efficace e trasparente le responsabilità per questi abusi dei diritti umani, né a livello nazionale, né attraverso le istituzioni europee. Alcune delle iniziative adottate si sono rivelate insoddisfacenti. In Germania, un'inchiesta parlamentare sul coinvolgimento tedesco nelle rendition si è conclusa nel luglio 2009, ma tutti gli attori statali sono stati assolti sebbene esistessero convincenti prove contro di loro. Un tribunale tedesco ha emesso mandati di arresto per 13 agenti della Cia coinvolti nella rendition di Khalid al-Masri, ma il governo si è rifiutato di trasmettere tali mandati. Non sono stati resi pubblici metodi, prove e risultati di un'indagine, avviata con ritardo nel 2008, sull'esistenza di un presunto carcere segreto in Polonia. Altri stati europei probabilmente implicati in tali abusi, tra cui la Romania, hanno fatto ancora meno per individuare le responsabilità.
Diversi stati europei hanno ignorato le sentenze della Corte europea dei diritti umani contro il trasferimento di persone sospettate di reati di terrorismo in paesi in cui rischiavano di subire torture. A febbraio, la Corte ha stabilito che l'Italia aveva contravvenuto al divieto di refoulment con l'espulsione verso la Tunisia di Sami Ben Khemais Essid. Ad agosto, l'Italia ha rimpatriato Ali ben Sassi Toumi in Tunisia, dove è stato detenuto in incommunicado per otto giorni.
Ciononostante, vi sono stati alcuni segnali di progressi nell'accertamento delle responsabilità. Nel mese di novembre, un tribunale italiano ha condannato 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti italiani per il loro coinvolgimento nel sequestro e nella rendition di Abu Omar, rapito in pieno giorno nella via di una città italiana e quindi trasferito illegalmente attraverso la Germania in Egitto dove, secondo le sue dichiarazioni, è stato torturato. Il procedimento giudiziario è stato seriamente ostacolato da restrizioni sulle prove disponibili per la pubblica accusa, fondate su criteri di sicurezza nazionale. E a dicembre, per la prima volta un governo europeo, quello della Lituania, ha ammesso l'esistenza di un centro di detenzione segreto sul proprio territorio dopo che le indagini di un comitato parlamentare avevano rivelato che la Cia l'aveva costruito. Il comitato ha scoperto che funzionari del Dipartimento di sicurezza statale lituano avevano collaborato alla sua costruzione ed erano a conoscenza dei voli della Cia che atterravano senza controlli di frontiera, ma non ne avevano informato né il presidente, né il primo ministro, una condotta che trovava conferma anche nelle preoccupazioni sollevate altrove per la mancanza di controllo sulle agenzie di intelligence e di sicurezza.
Anche in altre aree, nei programmi dei governi la sicurezza ha prevalso sul rispetto dei diritti umani, a detrimento di entrambi. Con ondate di detenzioni arbitrarie, le forze di sicurezza dell'Uzbekistan hanno messo fuori gioco molte persone e i loro parenti, perché sospettati di coinvolgimento con partiti islamici messi al bando e con gruppi armati accusati di attentati in tutto il paese. Tra gli arrestati vi erano uomini e donne che avevano frequentato moschee non autorizzate, avevano studiato con imam indipendenti, avevano viaggiato o studiato all'estero o avevano parenti che vivevano fuori dal paese o erano sospettati di affiliazione a gruppi islamici messi al bando. Si ritiene che molti di loro siano stati detenuti per lunghi periodi senza accusa né processo. In Kazakistan, le forze di sicurezza hanno continuato a utilizzare le operazioni antiterrorismo per perseguitare i gruppi di minoranza percepiti come minaccia alla sicurezza nazionale e regionale. I gruppi più colpiti sono stati i richiedenti asilo e i rifugiati provenienti dall'Uzbekistan e gli appartenenti, reali o presunti, a gruppi islamici o a partiti islamisti non autorizzati o messi al bando in Kazakistan. La totale mancanza di volontà politica nel rispettare lo stato di diritto e nell'affrontare il problema dell'impunità in Cecenia ha contribuito a mantenere l'instabilità della regione russa del Caucaso del Nord.
Gruppi armati di opposizione hanno continuato a causare morte e distruzione in alcune parti della regione, tra cui Caucaso del Nord, Spagna, Grecia e Turchia.
In altri ambiti, il dibattito pubblico ha continuato a incentrarsi sui rischi per la sicurezza, reali o percepiti, offrendo terreno fertile alla retorica populista, in particolare in tema di immigrazione, e all'esclusione dell' "altro".
La tipica risposta degli stati europei alla sfida posta dai grandi ed eterogenei flussi di migranti irregolari è stata la repressione, con un modello coerente di violazioni dei diritti umani fatto di intercettazioni, detenzioni ed espulsioni di cittadini stranieri, inclusi quelli in cerca di protezione internazionale. Per fare un esempio, nel mese di maggio, la vita e la sicurezza di centinaia di migranti e richiedenti asilo a bordo di tre imbarcazioni che solcavano il Mediterraneo sono state messe a repentaglio prima da un alterco tra le autorità italiane e quelle maltesi su chi fosse obbligato a rispondere alle richieste di soccorso marittimo e poi dalla decisione senza precedenti del governo italiano di inviare le imbarcazioni in Libia, un paese che non ha attivato procedure d'asilo, senza valutare le loro necessità di protezione.
Altri paesi, tra cui Turchia e Ucraina, hanno rinviato forzatamente rifugiati e richiedenti asilo verso paesi in cui rischiavano gravi violazioni dei diritti umani.
Altri richiedenti asilo si sono trovati ad affrontare ostacoli per ottenere assistenza, compresi quelli che in Grecia e Turchia sono stati detenuti illegalmente ed espulsi a causa della mancanza di una procedura equa d'asilo, o quelli a cui sono stati negati la necessaria assistenza e il sostegno legale per difendere i loro diritti. Inoltre molti paesi, come Grecia e Malta, hanno regolarmente arrestato i migranti e i richiedenti asilo, detenendoli in condizioni inadeguate.
In tutta la regione, non è mutata la situazione di centinaia di migliaia di persone sfollate a causa dei conflitti che hanno accompagnato il crollo dell'ex Iugoslavia e dell'Unione Sovietica, spesso impossibilitate a ritornare a causa del loro status giuridico, o della mancanza dello stesso, e discriminate nell'accesso ai diritti, compreso il diritto di proprietà. A queste se ne sono aggiunte all'incirca altre 26.000 non ancora in grado di tornare a casa dopo il conflitto del 2008 tra Russia e Georgia.
In molti paesi, un clima di razzismo e di intolleranza ha alimentato il maltrattamento dei migranti e ha contribuito a mantenerli, insieme ad altri gruppi emarginati, al di fuori della società, bloccando i loro diritti di accesso ai servizi, di partecipazione al governo della cosa pubblica e di essere protetti dalla legge. Nel 2009, la marginalizzazione è stata accresciuta dalla paura della crisi economica e in molti paesi è stata accompagnata da un forte aumento del razzismo e dell'incitamento all'odio nel dibattito pubblico. La conferma da parte degli elettori svizzeri, nel mese di novembre, del divieto costituzionale alla costruzione di minareti è un esempio dei pericoli insiti in iniziative popolari, che trasformano i diritti in privilegi.
Molti richiedenti asilo e migranti hanno subito discriminazioni ed esclusione da servizi sociali e lavoro, trovandosi così in condizioni di povertà estrema. In Italia, una nuova disposizione facente parte di un pacchetto di norme sulla sicurezza ha istituito il reato di "immigrazione irregolare". Molti hanno espresso il timore che la nuova legge scoraggi gli immigrati irregolari dall'accedere all'istruzione e alle cure sanitarie, e certamente alla protezione delle forze di sicurezza, per paura di essere denunciati alla polizia. Ciò era particolarmente vero viste alcune disposizioni del codice penale che obbligano gli impiegati statali (come insegnanti o pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, inclusi quelli addetti al rilascio delle carte d'identità) a segnalare ogni reato alla polizia o alle autorità giudiziarie. Nel Regno Unito, centinaia di migliaia di richiedenti asilo respinti, la cui impossibilità di lasciare il paese era spesso al di fuori del loro controllo, hanno vissuto in stato di indigenza e con significative restrizioni nell'accesso all'assistenza sanitaria gratuita, la maggior parte costretti a fare affidamento soltanto sulla carità altrui. In Germania gli immigrati irregolari e i loro figli hanno avuto accesso limitato alle cure sanitarie, all'istruzione e ai ricorsi in giudizio in caso di violazioni dei diritti dei lavoratori.
Uno degli esempi più gravi di discriminazione sistematica è stata quella verso i rom, che sono rimasti in gran parte esclusi dalla vita pubblica. Le famiglie rom spesso non sono state in grado di godere a pieno dell'accesso ad alloggio, istruzione, occupazione e servizi sanitari. In alcuni casi, come ad esempio in Kossovo, un fattore discriminante era la mancanza di documenti d'identità con cui poter registrare la residenza e lo status. L'istruzione, che è una delle strade per uscire dal circolo vizioso della povertà e dell'emarginazione, è stata negata a molti bambini rom, che hanno continuato a essere inseriti in classi o scuole di livello inferiore e separate, come nella Repubblica Ceca e in Slovacchia. Gli stereotipi negativi e l'isolamento fisico e culturale hanno anche ipotecato le prospettive future. Sgomberi forzati illegittimi di rom in Italia, Serbia e Macedonia li hanno resi ancora più poveri. In molti luoghi i rom si sono trovati di fronte a una sempre più palese ostilità dell'opinione pubblica. La polizia ungherese ha rafforzato una speciale task force da 50 a 120 agenti per indagare su una serie di aggressioni contro la comunità rom, compresi alcuni omicidi, dopo che si era diffuso il timore che le prime indagini fossero state inefficaci.
In un certo numero di paesi le autorità hanno continuato a favorire un clima di intolleranza contro le comunità lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt), rendendo per loro più difficile far sentire la loro voce e proteggere i loro diritti. Ad agosto, il parlamento lituano ha approvato una controversa legge che ha istituzionalizzato l'omofobia, che è stata usata per proibire qualsiasi legittimo dibattito sull'omosessualità, per ostacolare il lavoro dei difensori dei diritti umani e stigmatizzare ulteriormente le persone Lgbt. In Turchia, è perdurata la discriminazione, nella legge e nella prassi, basata sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. Cinque donne transgender sono state assassinate e soltanto in un caso è stata emessa una condanna. Le autorità bielorusse hanno negato a un gruppo di 20 persone il permesso di svolgere una piccola azione di sensibilizzazione sulle questioni Lgbt, con la motivazione che alla domanda non avevano allegato le copie dei contratti stipulati con la polizia locale, l'ambulatorio medico e il servizio di nettezza urbana per coprire le spese di mantenimento dell'ordine pubblico, assistenza sanitaria e pulizia al termine dell'evento.
Gli stati membri dell'Eu hanno continuato a bloccare una nuova direttiva regionale antidiscriminazione, che avrebbe semplicemente colmato una lacuna giuridica a tutela di coloro che subiscono la discriminazione al di fuori del lavoro, per motivi di disabilità, credo, religione, orientamento sessuale ed età.
In molte aree della regione lo spazio per le voci indipendenti e per la società civile è stato limitato, mentre non sono cessati gli attacchi alla libertà di espressione, di riunione e di religione.
Le persone che hanno avuto il coraggio di parlare apertamente hanno affrontato molti pericoli. In Russia difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti dell'opposizione sono stati uccisi, picchiati o hanno ricevuto minacce di morte. In Serbia e in Croazia, le autorità non hanno tutelato le persone che lavorano per mettere in risalto questioni come i crimini di guerra, la giustizia di transizione, la corruzione e la criminalità organizzata; donne attiviste per i diritti umani in Serbia e i giornalisti in Croazia hanno subito continue intimidazioni e attentati. I difensori dei diritti umani in Turchia hanno continuato a essere perseguitati per le loro legittime attività di ricerca e informazione su possibili violazioni dei diritti umani, mentre le opinioni dissenzienti sono state ancora oggetto di azioni penali e intimidazioni.
Giornalisti indipendenti sono stati minacciati o arrestati in luoghi come l'Azerbaijan, o aggrediti fisicamente da assalitori ignoti in paesi come l'Armenia o il Kirghizistan, dove questi attacchi talvolta hanno avuto conseguenze fatali. In Tagikistan, giornali e giornalisti indipendenti hanno continuato a subire azioni giudiziarie penali e civili per aver criticato il governo, con conseguente autocensura dei mezzi di comunicazione. In Turkmenistan, tutti i media, a stampa ed elettronici, sono rimasti sotto il controllo statale e le autorità hanno continuato a bloccare i siti web gestiti da dissidenti o membri dell'opposizione in esilio. In Kazakistan e Uzbekistan sono aumentate le vessazioni ai danni di giornalisti e difensori dei diritti umani.
In Bielorussia sono state vietate le manifestazioni pubbliche e sono stati arrestati dimostranti pacifici.
Le organizzazioni della società civile hanno incontrato molti ostacoli nell'ottenere la registrazione ufficiale, mentre qualsiasi attività svolta per conto di un'organizzazione non registrata è rimasta un reato di rilevanza penale. In Moldova, nonostante una legge progressista sulle adunanze, approvata nel 2008, la polizia e le autorità locali hanno continuato a limitare indebitamente il diritto alla libertà di riunione pacifica, vietando le manifestazioni, imponendo restrizioni e arrestando dimostranti pacifici.
In molti luoghi, la libertà di religione e di credo è stata ulteriormente limitata. In Uzbekistan, ad esempio, le comunità religiose hanno continuato a essere sotto stretto controllo governativo e il loro diritto alla libertà di religione è stato compromesso. I più colpiti sono stati i membri di gruppi non registrati, come le congregazioni evangeliche cristiane e i musulmani che pregavano in moschee non autorizzate. Le autorità del Tagikistan hanno continuato a chiudere, confiscare e distruggere luoghi di culto musulmani e cristiani, senza alcuna giustificazione. Circa 70 testimoni di Geova sono stati incarcerati in Armenia per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare obbligatorio per motivi di coscienza.
Nonostante siano stati compiuti alcuni passi avanti nella lotta contro l'impunità per i crimini commessi sul territorio dell'ex Iugoslavia durante i conflitti degli anni Novanta, l'impegno insufficiente dei tribunali nazionali ha fatto sì che molti perpetratori di crimini di guerra e crimini contro l'umanità abbiano continuato a sottrarsi alla giustizia. Ad esempio, in tutti i tribunali della Bosnia ed Erzegovina le misure di sostegno e di protezione dei testimoni sono state inadeguate. Ciò ha significato che in alcuni casi le vittime, incluse quelle di crimini di guerra di natura sessuale, non hanno potuto accedere alla giustizia.
Sebbene una missione internazionale d'inchiesta commissionata dall'Eu abbia confermato che, durante la guerra del 2008, le forze georgiane, russe e dell'Ossezia del Sud, commisero violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario e abbia invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto ad affrontarne le conseguenze, nessuna di queste ha condotto indagini complete su tali violazioni.
In molti altri casi, purtroppo, si è rimasti lontani dal riconoscimento delle responsabilità, anche per chi attendeva giustizia dalla comunità internazionale. Tra questi vi erano ancora i parenti di due uomini uccisi nel 2007 dalle forze romene che facevano parte della missione delle Nazioni Unite in Kossovo, anche se un'indagine interna delle Nazioni Unite aveva ritenuto i soldati responsabili delle uccisioni, per aver fatto un uso improprio di proiettili di gomma. Le autorità romene non hanno reagito a queste conclusioni e, nel mese di marzo, il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo, adducendo motivi di sicurezza, non ha permesso che si tenesse un'udienza pubblica sulle ragioni per cui la missione delle Nazioni Unite non era riuscita a chiamare in giudizio i membri della forza di polizia romena.
Anche le vittime di tortura e altri maltrattamenti, spesso alimentati da razzismo e discriminazione e utilizzati con frequenza per estorcere confessioni, troppo spesso sono state ignorate dal sistema giudiziario, che non è riuscito a chiedere conto ai perpetratori. Tra gli ostacoli per l'individuazione delle responsabilità c'è stata la mancanza di un rapido accesso a un avvocato, l'incapacità dei pubblici ministeri di condurre con determinazione le indagini, la paura delle vittime di subire rappresaglie, le lievi sanzioni inflitte agli agenti di polizia condannati e l'assenza di sistemi indipendenti e adeguatamente dotati di risorse per il controllo delle denunce e l'investigazione sui casi di cattiva condotta della polizia. Questo fallimento è continuato in paesi come Grecia, Francia, Moldova, Russia, Spagna, Turchia e Uzbekistan.
Alcune vittime, tuttavia, hanno ottenuto un risarcimento, sebbene limitato e tardivo. Con una sentenza all'unanimità, a giugno, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Sergei Gurgurov era stato vittima di tortura in Moldova nel 2005. Il mese dopo la procura generale della Moldova ha aperto un procedimento penale, a quasi quattro anni da quando Sergei Gurgurov aveva dichiarato per la prima volta di essere stato torturato da agenti di polizia. In passato, la procura generale aveva risposto alle richieste di apertura di un'indagine penale affermando che egli si era inflitto da solo le ferite che attribuiva alle torture degli agenti.
La violenza domestica contro donne e ragazze è rimasta dilagante in tutta la regione, per tutte le età e in tutti i gruppi sociali. Però, solo una piccola percentuale di donne ha ufficialmente denunciato l'abuso subito. Esse sono state scoraggiate dal timore di ritorsioni del partner violento, dall'idea di gettare "vergogna" sulla loro famiglia e dall'insicurezza economica. Ma soprattutto, la diffusa impunità di cui hanno goduto i perpetratori voleva dire per le vittime che denunciare era inutile.
Atteggiamenti sociali radicati e un ritorno a comportamenti tradizionali in molti luoghi della regione hanno portato a una vergognosa carenza di servizi di protezione per le vittime di violenza domestica. In Tagikistan, tali servizi, comprese case rifugio e alloggi alternativi adeguati, erano praticamente inesistenti. Donne e ragazze sono state ancora più vulnerabili alla violenza domestica a causa dei matrimoni precoci e non registrati e per l'aumento del tasso di abbandono scolastico. In Turchia, il numero di case rifugio è rimasto ben al di sotto della soglia di uno ogni 50.000 abitanti, prevista dal diritto interno. A Mosca, una città con oltre 10 milioni di abitanti, c'era una sola casa rifugio che poteva ospitare al massimo 10 donne.
Le donne hanno anche perso fiducia nel fatto che le autorità competenti considerino la violenza domestica un reato, piuttosto che una questione privata, trattandola come tale: da qui l'eccezionalmente bassa percentuale di denunce, secondo i dati ufficiali. Il non aver colmato quell'assenza di fiducia non ha soltanto ostacolato la giustizia nei singoli casi, ma anche impedito di affrontare tali abusi all'interno della società, nascondendo la vera dimensione e natura del problema.
Nel contesto della violenza contro le donne, alcuni gruppi sociali sono rimasti particolarmente vulnerabili. Le donne migranti, per esempio in Spagna, hanno continuato ad affrontare ulteriori difficoltà nell'ottenere giustizia e servizi specialistici. In Bosnia ed Erzegovina, le superstiti dei crimini di guerra di natura sessuale hanno continuato a non avere accesso ai diritti economici e sociali e a un adeguato risarcimento per poter ricostruire le loro vite. Molte non sono state in grado di trovare un lavoro poiché subivano ancora le conseguenze fisiche e psicologiche di ciò che avevano vissuto in tempo di guerra.
Con una continua tendenza positiva, a novembre la Corte costituzionale russa ha deciso di estendere una moratoria decennale sulle esecuzioni e ha raccomandato l'abolizione della pena di morte, affermando che questo cammino era ormai irreversibile. In Bielorussia è stato istituito un gruppo di lavoro parlamentare per esaminare l'eventualità di introdurre una moratoria. Ciononostante, i giudici hanno continuato a emettere condanne a morte in un processo che è rimasto segreto: i prigionieri e i loro familiari non sono stati informati circa la data dell'esecuzione, i corpi non sono stati restituiti alle famiglie e non è stato comunicato il luogo di sepoltura. L'uso della pena di morte in Bielorussia è stato aggravato anche da un sistema di giustizia penale viziato, come dimostrano prove credibili del fatto che tortura e altri maltrattamenti siano stati utilizzati per estorcere "confessioni" e che i condannati non abbiano accesso a meccanismi di appello efficaci.
L'Europa ha un'architettura regionale sui diritti umani senza eguali in altre parti del mondo, fiera della sua reputazione di faro in questo ambito. Tuttavia, è ancora vero che la reale protezione dagli abusi dei diritti umani per molti di coloro che sono all'interno dei suoi confini purtroppo è quasi retorica.
Una delle evidenti opportunità emerse nel 2009 per mantenere gli obblighi dell'Europa è stata l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona dell'Eu. Questo ha aperto nuove possibilità per il rafforzamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali: la Carta dei diritti fondamentali dell'Eu è ora vincolante sia per le istituzioni dell'Eu sia per gli stati membri (con sole tre eccezioni) e l'Eu può ora aderire alla Convenzione europea sui diritti umani.
Pur essendo questo un altro benaccetto tassello nel quadro dei diritti umani, il divario è ancora l'attuazione a livello nazionale. Ogni singolo stato della regione ha l'obbligo primario di assicurare che all'interno dei suoi confini tutti possano godere appieno dei diritti umani garantiti dalla comunità internazionale di cui fanno parte. L'esperienza dell'ultimo anno dimostra che molti stati non riescono in questo compito, ma anche che non mancano persone coraggiose che osano resistere, qualunque sia il costo personale, e che si adoperano affinché i responsabili siano chiamati a rispondere.
© 2010 Fandango Libri. Per acquistare il Rapporto Annuale 2010, vai su www.fandango.it