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L'accordo Italia - Libia in materia di immigrazione mette a rischio i diritti umani

(18 giugno 2012)

Amnesty International Italia ha commentato con preoccupazione l'accordo - processo verbale della riunione delle due delegazioni - reso pubblico dal quotidiano "La Stampa" e siglato dai ministri dell'Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e quello libico, Fawzi Al-Taher Abdulali il 3 aprile, a Tripoli.

Amnesty International Italia, nonostante ripetuti solleciti effettuati per due mesi e mezzo, non ha mai ricevuto il testo dal ministero dell'Interno.
I contenuti del processo verbale, così come il fatto che nonostante numerose richieste il ministero dell'Interno non li abbia mai forniti ad Amnesty International Italia, confermano le preoccupazioni dell'organizzazione per i diritti umani: il quadro complessivo è quello del "contrasto all'immigrazione illegale", sottolineato più volte con enfasi nel testo.

Amnesty International Italia continua a sostenere che con la Libia di oggi, un paese nel quale lo stato di diritto è assente, in cui i cittadini stranieri languono in carcere alla mercé delle milizie che dirigono i centri di detenzione, sottoposti a maltrattamenti, sfruttamento e a lavoro forzato, un accordo sul contrasto dell'immigrazione illegale comporta rischi di gravi violazioni dei diritti umani.

La Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiati e considera tutte le persone come "migranti", anche se tra di esse vi sono persone, come eritrei, etiopi e somali, che fuggono dalla persecuzione.

Di fronte a tutto questo, è assai preoccupante la mancanza, nel nuovo accordo, di garanzie per i richiedenti asilo. Sembra che anche il governo italiano pensi che in Libia non ci siano persone bisognose di protezione internazionale. Non si prevede ad esempio un meccanismo di riferimento all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) per accedere a procedure di asilo.

Punto I

Amnesty International Italia aveva raccomandato che nella formazione fosse compresa quella sull'accesso alle procedure d'asilo, di cui non vi è invece alcun cenno.

Punto II

Kufra, alla frontiera sud, punto d'ingresso per i rifugiati del Corno d'Africa, non è mai stato un centro sanitario né tantomeno un centro di accoglienza ma un centro di detenzione durissimo e disumano. I cosiddetti "centri di accoglienza", di cui si sollecita il ripristino chiedendo collaborazione alla Commissione europea, hanno a loro volta funzionato come centri di detenzione, veri e propri luoghi di tortura. Non esistono "centri di accoglienza" in Libia.

Punto III

L'Italia chiede alla Libia di prevenire le partenze e, come scritto alla fine del processo verbale, s'impegna a collaborare a questo scopo. Ciò, nella situazione attuale, significa che l'Italia offre collaborazione a mettere a rischio la vita delle persone che si trovano in Libia.

Non è chiaro quali siano gli "accordi bilaterali in materia" citati nel testo e sarebbe invece importante capire a quali accordi ci si riferisca. Nella situazione attuale è da escludere che possano applicarsi in conformità con le norme internazionali sui diritti umani.
 
Il riferimento al rispetto dei diritti umani da parte della Libia pare del tutto decorativo: sembra che il governo italiano si stia limitando a chiedere e ad accontentarsi di "rassicurazioni diplomatiche" da parte di uno stato che non è in grado di garantire il rispetto dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.