
"Ogni tre mesi la polizia viene a vedere se ospitiamo qualcuno illegalmente, ma lo sanno che ci siamo solo noi nel campo. Trovano sempre la stessa gente! A maggio, pochi giorni prima delle elezioni comunali sono arrivati la polizia locale, la polizia di stato, i carabinieri, un'ambulanza e i vigili del fuoco. C'erano persino gli elicotteri!" Un residente del campo di via Idro, Milano, luglio 2011
Negli ultimi anni, le autorità di Milano hanno condotto centinaia di sgomberi forzati di insediamenti rom ai danni di donne, uomini e bambini che li abitavano. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno più volte denunciato, che l'attuazione del "patto per la sicurezza", firmato il 18 maggio del 2007, e del decreto di "emergenza nomadi" del 2008 ha contribuito ad aumentare gli sgomberi forzati, la discriminazione, la segregazione e altre violazioni dei diritti umani dei rom a Milano.
Il 5 febbraio 2009, ai sensi dell'"emergenza nomadi", il prefetto di Milano, nella sua funzione di commissario straordinario delegato in Lombardia, ha adottato il Regolamento per le aree designate per i nomadi nel territorio comunale di Milano, che ha sostituito quello del 1999 (Regolamento relativo agli insediamenti delle minoranze zingare sul territorio del comune di Milano). Il nuovo Regolamento ha introdotto misure che limitano la permanenza degli abitanti nei campi autorizzati fino a un massimo di tre anni (a differenza del tempo indefinito previsto dal Regolamento precedente), senza però fornire soluzioni a lungo termine dopo la scadenza di tale periodo di permanenza. In base al nuovo Regolamento, i campi autorizzati vengono descritti come "aree designate per la permanenza transitoria di nomadi" e gli occupanti sono indicati come "ospiti", sottolineando la natura a breve termine della loro residenza.
In base al nuovo Regolamento, le autorità hanno anche imposto restrizioni e regole che colpiscono solamente i residenti dei campi autorizzati (vale a dire le persone rom e sinte) che non sono applicate alle persone che vivono in altre forme di alloggio fornito dallo stato, come le case popolari, limitando il loro diritto alla privacy e alla vita familiare delle persone rom. Il Regolamento ha inoltre introdotto criteri e procedure di sgombero discriminatorie. Ad esempio, la legislazione sulle case popolari in vigore in Lombardia non prevede che una condanna definitiva sia motivo di revoca dell'assegnazione dell'alloggio popolare; il Regolamento del 2009, invece, fa sì che questo tipo di condanna possa giustificare la revoca dell'autorizzazione a restare nel campo per tutta la famiglia, compresi i bambini, su cui ricadrebbe la punizione di un atto individuale.

Inoltre, in base all'articolo 13 del suddetto Regolamento, il comune può chiudere i campi in qualsiasi momento per ragioni di pubblico interesse o per prevenire o eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana, senza che sia chiamato a fornire alcuna sistemazione alternativa. Negli ultimi anni, le autorità di Milano hanno potuto usare questo articolo come base giuridica per programmare la chiusura di vari campi autorizzati, in vista dell'attuazione di progetti legati all'Expo 2015. Diversi campi autorizzati si trovano in aree interessate da questi progetti, tra cui quelli di via Barzaghi e via Triboniano, chiusi a maggio 2011, e quelli di via Novara e via Bonfadini. Contemporaneamente, questo articolo è stato la base legale anche per l'attuazione del cosiddetto "Piano Maroni" (Progetto di qualificazione, messa in sicurezza e alleggerimento delle aree adibite a campi nomadi, integrazione sociale delle relative popolazioni ed eliminazione di alcune aree), che prevede, tra le altre misure, la chiusura di alcuni campi autorizzati e la trasformazione del campo di via Idro in un'"area di sosta transitoria".
Parallelamente, sono continuati gli sgomberi dei campi non autorizzati. Secondo alcune Ong locali, ad aprile e luglio di quest'anno ci sono stati sgomberi forzati ogni settimana, anche tutti i giorni, e le persone si spostavano da un luogo all'altro, spesso tornando in posti da cui erano già state sgomberate. Ciò ha portato alla costruzione di insediamenti sempre più piccoli, più nascosti e situati in luoghi più pericolosi e precari. A ottobre 2011, le Ong di Milano continuavano a segnalare che, sebbene non fossero più ampiamente pubblicizzati come accadeva sotto la precedente amministrazione, gli sgomberi proseguivano senza rispettare gli standard internazionali sui diritti umani.
Come Stato parte del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e della Carta sociale europea riveduta, l'Italia ha l'obbligo legale di rispettare, proteggere e realizzare il diritto a un alloggio adeguato dei rom. Con la dichiarazione dell'"emergenza nomadi" e l'adozione di regolamenti locali, le autorità nazionali e locali hanno negato uguale protezione e tutela contro gli sgomberi forzarti alle comunità rom di Milano e nel resto d'Italia.
Amnesty International chiede alle autorità di Milano di fermare gli sgomberi forzati e assicurare che i campi autorizzati, così come qualsiasi altro programma di alloggio fornito dalle autorità locali, rispondano agli standard internazionali e regionali sull'adeguatezza degli alloggi e che le persone interessate siano coinvolte nelle scelte che le riguardano.
Amnesty International chiede l'abrogazione del Regolamento delle aree destinate ai nomadi nel territorio del comune di Milano del 5 febbraio 2009, sostituendolo con nuove norme che rispettino il diritto internazionale e regionale sui diritti umani.
Amnesty International chiede che vengano forniti riparazioni e risarcimenti a tutte le persone che hanno subito sgomberi forzati a causa dell'attuazione del decreto "emergenza nomadi" nel territorio della Lombardia.
Amnesty International chiede inoltre al parlamento e al governo italiano di garantire che gli sgomberi forzati cessino immediatamente in tutt'Italia e di introdurre nella legislazione un chiaro divieto di sgombero forzato.
Amnesty International chiede infine all'Unione europea di avviare un processo d'infrazione contro l'Italia per violazione della Direttiva del Consiglio 2000/43/EC che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica.