Le comunità yakye axa e sawhoyamaxa del popolo indigeno degli enxet della regione di Bajo Chaco in Paraguay vivono vicino all'autostrada Pozo Colorado-Concepción da più di 15 anni. Nonostante alcune sentenze in loro favore pronunciate dalla Corte interamericana dei diritti umani, esse continuano a essere estromesse dalle loro terre. Private dei mezzi di sussistenza e dei loro mezzi di sussistenza, senza un'adeguata assistenza igienico-sanitaria e dipendenti da aiuti governativi saltuari, devono affrontare un presente poco sicuro e un futuro incerto.
Dalle lande più settentrionali dell'Artico fino all'estrema punta della Terra del Fuoco, i popoli indigeni delle Americhe hanno una lunga esperienza di emarginazione e discriminazione. Senza avere voce in capitolo nelle decisioni relative alle proprie terre, vite e sussistenza, gli indigeni sono colpiti in modo sproporzionato dalla povertà, anche quando vivono in zone ricche di minerali e altre risorse naturali. Molti di loro ancora non godono di riconoscimento costituzionale e i loro diritti alle terre ancestrali sono ignorati o gestiti in modi che non salvaguardano adeguatamente le loro tradizioni culturali ed economiche. L'estrazione di risorse, le politiche forestali, l'agricoltura, l'industria e altri progetti di sviluppo riguardanti le terre indigene sono spesso accompagnati da vessazioni e violenze mentre potenti compagnie e interessi privati si fanno beffe delle leggi internazionali e interne per perseguire i propri profitti. Un perdurante e radicato circolo vizioso fatto di privazioni ed emarginazione sociale pone le popolazioni indigene, e in particolare le donne, a rischio crescente di violenze, mentre chi commette gli abusi di rado è chiamato a risponderne sotto il profilo legale.
Gravati dal peso di questa eredità di terribili violazioni dei diritti umani, i popoli indigeni di tutto il continente si sono mobilitati per fare in modo di poter essere ascoltati. Le loro richieste per ottenere il rispetto del diritto alla terra e dell'identità culturale, protezione dalle discriminazioni, in definitiva il godimento dei loro diritti umani fondamentali, sono divenute con sempre maggior forza al centro del dibattito sui diritti umani nella regione.
Le comunità yakye axa e sawhoyamaxa sono state capaci di far approdare la loro causa di fronte alla corte regionale e per ottenere questo risultato si sono avvalse dell'aiuto di diverse ONG. Questo è solo un esempio dell'accresciuta capacità di collaborazione e coordinamento tra indigeni e movimento per i diritti umani che permette a difensori dei diritti umani, militanti e attivisti di trarre forza, sostegno e ispirazione dalle rispettive esperienze e successi.
In Colombia, molti degli abusi perpetrati nel corso del conflitto che da anni affligge il Paese, tra cui uccisioni e sparizioni forzate, avevano lo scopo di far sfollare le popolazioni da zone di interesse strategico o economico. Molte comunità indigene vivono in regioni ricche di risorse occupando terreni di cui detengono legalmente la proprietà in quanto collettività. Proprio la presenza di queste ricchezze del territorio ha esposto gli indigeni ad attacchi e violenze per costringerli ad abbandonare queste terre e lasciarle a disposizione dello sfruttamento economico su larga scala. Quelle comunità che si sono mobilitate per impedire gli espropri spesso sono state bollate come "sovversive", un'accusa che è sovente il preludio ad attacchi da parte dei gruppi paramilitari. Anche gruppi di guerriglieri si sono resi responsabili di minacce e omicidi ai danni delle comunità indigene da essi accusate di parteggiare per il nemico. Tuttavia, le popolazioni indigene della Colombia sono divenute sempre più attive nella difesa dei propri diritti umani. Negli ultimi mesi del 2008, migliaia di persone hanno organizzato vaste manifestazioni di protesta in diverse zone del Paese culminate a novembre in una marcia verso la capitale Bogotá che ha visto i partecipanti chiedere la fine degli abusi contro le popolazioni indigene e il riconoscimento del diritto alla terra.
In Messico, i membri della comunità di Huizopa, nello Stato settentrionale di Chihuahua, nella quale vivono indigeni pima e raramuri, hanno chiesto che le operazioni condotte da una società mineraria sulle loro terre fossero regolate da accordi condivisi con gli abitanti. Le persone che hanno partecipato alle manifestazioni hanno subito minacce e violenze da parte delle forze dell'ordine intervenute per disperdere le agitazioni.
In Cile la perdurante espansione dell'industria estrattiva e della deforestazione, combinata col lento procedere delle cause relative alla terra, ha continuato a provocare tensioni tra le autorità e le popolazioni indigene, in particolare i mapuche. Il 2008 ha visto un preoccupante sviluppo della situazione quando un procuratore regionale ha cercato di applicare la legislazione anti-terrorismo ai manifestanti che sostenevano le richieste dei mapuche. Il governo aveva fornito ripetute assicurazioni che la legge, risalente al regime militare del generale Augusto Pinochet, non sarebbe stata usata contro gli indigeni che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti.
In Bolivia persistono razzismo e discriminazione. Gli sforzi compiuti dal governo del presidente Evo Morales per promuovere i diritti delle popolazioni indigene boliviane e di altri settori emarginati della società si sono scontrati con l'opposizione delle potenti famiglie latifondiste e delle élite finanziarie, timorose di perdere i propri privilegi. Queste tensioni sono sfociate in atti di violenza culminati con l'uccisione di 19 campesinos nel dipartimento di Pando, a settembre. Le indagini svolte dall'Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dall'Ufficio del difensore civico hanno riscontrato che le autorità locali erano direttamente coinvolte negli omicidi e che la polizia non aveva protetto gli indigeni e i campesinos coinvolti nelle manifestazioni.
Ciononostante, diversi Stati si sono dimostrati sempre più fortemente inclini a riconoscere le legittime richieste delle popolazioni indigene e hanno intrapreso iniziative per metterle in pratica. La Corte Suprema del Brasile ha riconosciuto il diritto costituzionale alla terra dei popoli makuxi, wapixana, ingarikó, taurepang e patamona ha segnato un momento importante di una trentennale lotta e la sentenza della Corte è stata vista come una vittoria storica per i diritti delle popolazioni indigene dello Stato di Raposa Serra do Sol. Tuttavia, gli esiti positivi sono rimasti un'eccezione e molte popolazioni indigene continuano a lottare per i diritti sulla loro terra.
In Nicaragua, il governo ha finalmente riconosciuto il diritto alla terra delle comunità awas tingni, conformandosi in tal modo a una decisione della Corte interamericana dei diritti umani risalente al 2001. In Suriname, il popolo saramaka, discendenti dagli schiavi africani fuggiti e rifugiatisi nelle foreste interne nel XVII e XVIII secolo, ha vinto una causa di fronte alla Corte interamericana dei diritti umani. Nella sentenza, riguardante il rilascio di concessioni per lo sfruttamento minerario e forestale dei territori dei saramaka, la Corte ha stabilito che «lo Stato aveva violato il diritto alla proprietà ai danni dei membri della comunità saramaka».
Le organizzazioni attive in difesa delle donne continuano a chiedere interventi contro il crescente numero di omicidi perpetrati nella regione. I corpi di molte vittime riportavano segni di tortura e, in particolare, di violenza sessuale. Tuttavia, la risposta di molti governi, in particolare quelli dell'America Centrale, è rimasta colpevolmente inadeguata e solo una piccola percentuale delle uccisioni è stata oggetto di indagini appropriate.
Leggi promulgate allo scopo di garantire il rispetto dei diritti delle donne, in particolare il diritto a non subire violenze nella propria casa, in comunità e sul luogo di lavoro, sono presenti nell'ordinamento della maggioranza degli Stati, con la lampante eccezione di Haiti e di alcuni altri Paesi caraibici. Ciononostante, i progressi nell'impedire e prevenire la violenza contro le donne e punire i responsabili sono rimasti limitati. In Nicaragua, per esempio, le squadre della polizia specializzate nei crimini contro le donne continuano deplorevolmente a non ricevere risorse sufficienti e in Venezuela i corsi di addestramento per gli agenti specificatamente dedicati alla violenza domestica non sono stati ancora organizzati.
Nicaragua e Haiti spiccano per essere i due Paesi della regione dove più del 50% delle vittime riportate di abusi sessuali hanno al massimo 18 anni. Nella maggioranza dei casi i responsabili sono uomini adulti, sovente con posizioni di potere. Gli abusi sessuali ai danni di giovani ragazze, in alcuni casi anche solo di nove o dieci anni, è intrisecamente legato a povertà, discriminazione e privazioni, condizioni che pongono le giovani a rischio di forme di sfruttamento sessuale che rappresentano il loro unico modo per sopravvivere. Nonostante la diffusione del fenomeno, vergogna ed emarginazione condannano molte vittime al silenzio.
A causa dell'alta incidenza della violenza sessuale, risulta particolarmente preoccupante che Paesi come Nicaragua, Cile ed El Salvador, abbiano continuato a vietare di ricorrere all'aborto in qualsiasi circostanza, anche quando la gravidanza è il risultato di uno stupro o quando le ripetute gravidanze pongono in pericolo la vita di donne o ragazze. Sono state segnalate iniziative portate avanti da gruppi di pressione religiosi per cercare di introdurre questo divieto anche in Perù ed Ecuador. In Uruguay, nonostante vi sia una esteso movimento d'opinione a favore della depenalizzazione dell'aborto, il presidente Tabaré Vázquez ha posto il veto a qualsiasi proposta di riforma sulla base del proprio credo religioso. Per contro, in Messico, la Corte Suprema ha votato a favore dell'introduzione di una legislazione che depenalizza l'aborto nel distretto di Città del Messico.
Dei cinque Paesi americani dove la diminuzione delle morti in gravidanza entro il 2015 è stata posta come priorità dal governo, i tassi di mortalità materna nazionali (non esistono dati differenziali per i diversi gruppi) sono scesi in Bolivia, Brasile, Messico e Perù, ma non ad Haiti, dove nel 2008 solo il 26% delle nascite è stato assistito da personale specialistico.
Molti Paesi latinoamericani e caraibici hanno compiuto sforzi per cercare di ridurre i livelli di povertà nel corso dell'ultimo decennio. Tuttavia, nonostante alcuni progressi, più di 70 milioni di persone vivono con meno di un dollaro USA al giorno e le ineguaglianze e le disparità sociali ed economiche rimangono diffuse. Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, l'America Latina continua a essere una delle regioni del mondo che soffre maggiormente di disparità sociale.
Le comunità emarginate e diseredate sia delle zone rurali sia di quelle urbane di molti Paesi hanno continuato a non godere dei propri diritti all'assistenza sanitaria, all'acqua potabile, all'istruzione e ad abitazioni adeguate. Questa già critica situazione rischia di essere esacerbata dall'attuale crisi economica globale.
Riguardo agli indicatori relativi alla sanità, i dati pubblicati dal Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite hanno mostrato che i governi di Repubblica Dominicana e Guatemala sono tra i Paesi che destinano meno fondi all'assistenza sanitaria pubblica, rispettivamente un risicato 1,7% e 2% del prodotto interno lordo (PIL). Queste percentuali sono in netto contrasto con il 6,9% del PIL speso nella sanità da Cuba e il 7,2% del PIL destinato dagli Stati Uniti d'America. Ciononostante, migliaia di cittadini statunitensi rimangono però privi di assicurazione sanitaria e i più poveri ed emarginati hanno difficoltà di accedere a cure adeguate.
Molti Paesi della regione hanno abolito la pena di morte per legge o per prassi. Tuttavia, gli Stati Uniti d'America continuano a rappresentare un'insigne eccezione e in questa nazione la pena di morte e la povertà rimangono inestricabilmente collegate: la vasta maggioranza delle 3.000 persone che si trovavano nei bracci della morte erano troppo povere per pagarsi un'adeguata rappresentanza legale di propria scelta.
Nel mese di aprile, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza secondo la quale l'iniezione letale non violerebbe la Costituzione. Le esecuzioni sono ricominciate a maggio dopo una sospensione di circa sette mesi. A fine 2008, erano stati messi a morte 37 prigionieri, portando il numero delle esecuzioni a 1.136 da quando fu ripristinata la pena capitale nel 1977.
La decisione della Corte Suprema è stata caratterizzata dall'opinione di minoranza del giudice John Paul Stevens, membro della Corte dal dicembre 1975, che è stato testimone dell'intera era "moderna" della pena di morte negli Stati Uniti d'America. Il magistrato ha scritto che la sua esperienza lo aveva condotto alla conclusione che «l'imposizione della pena di morte rappresenta l'inutile e insensata estinzione di una vita con solo un marginale contributo a qualsiasi visibile proposito sociale o pubblico. Una pena con un tale irrilevante ritorno per lo Stato è una punizione palesemente eccessiva, crudele e inusuale». Stevens ha anche aggiunto che la discriminazione razziale continua a «giocare un ruolo inaccettabile nei processi capitali».
A dicembre, St. Kitts e Nevis ha effettuato la prima esecuzione nei Caraibi di lingua inglese dal 2000. Charles Elroy Laplace è stato impiccato il 19 dicembre, ponendo fine a una moratoria durata 10 anni. L'uomo era stato condannato per omicidio nel 2006 e una sua richiesta di appello era stata respinta nell'ottobre 2008 perché presentata fuori tempo massimo.
La tendenza positiva verso una crescente stabilità politica registrata nello scorso decennio è stata offuscata dall'aggravarsi della insicurezza pubblica.
Gli abusi da parte delle forze dell'ordine, il crimine, la violenza delle bande sono peggiorati nelle zone dove lo Stato si è dimostrato più assente, permettendo alle bande criminali di dominare gran parte della vita delle comunità. In Brasile, per esempio, molte delle comunità più povere hanno continuato a non godere dei servizi di base e l'intervento statale si è limitato a incursioni periodiche di stampo militare da parte della polizia. Queste operazioni, condotte spesso da centinaia di agenti coadiuvati da mezzi corazzati ed elicotteri, sono state caratterizzate da uso eccessivo della forza, esecuzioni extragiudiziali, torture e abusi nei confronti dei residenti. In Giamaica, la maggioranza delle uccisioni da parte della polizia, per lo più uccisioni illegali, hanno avuto luogo nei quartieri cittadini più poveri.
In Messico, dove la violenza criminale è in vorticosa crescita, diversi reparti militari sono stati dispiegati in appoggio alla polizia per combattere il crimine. Ben pochi governi della regione hanno riconosciuto la connessione tra la crescita della delinquenza e gli abusi della polizia, tuttavia nel corso del 2008, i ministri di alcuni Paesi hanno ammesso pubblicamente che la qualità delle procedure di ordine pubblico erano scese al di sotto degli standard nazionali e internazionali. Gli esecutivi di Messico, Repubblica Dominicana, Trinidad e Tobago hanno riconosciuto i fallimenti delle proprie forze di polizia e la loro limitata capacità di offrire un'adeguata sicurezza e il rispetto della legge in molte zone. Nondimeno, le misure intraprese per rimuovere gli agenti responsabili di violazioni dei diritti umani o di corruzione non sono state affatto sufficienti per arginare l'estensione del problema e sono state intralciate da ostacoli amministrativi e procedurali.
Troppi governi hanno contribuito a peggiorare il rispetto dell'ordine pubblico chiudendo gli occhi di fronte alle denunce di torture o di uccisioni illegali. Alcuni si sono persino cercato di giustificare tali abusi come necessari per le attuali necessità di sicurezza. Organismi come commissioni indipendenti o difensori civici dedicati a raccogliere denunce a carico della polizia sono rimaste realtà tipiche solo di Paesi come Stati Uniti e Canada. Nell'esiguo numero di altri Stati delle Americhe dove esistono enti simili, questi hanno continuano a dimostrarsi in larga parte inefficaci.
In alcuni Paesi come Guatemala e Brasile, sono emerse prove sempre più numerose del coinvolgimento di agenti di polizia ed ex poliziotti nell'omicidio di sospetti criminali. A Pernambuco, in Brasile, il 70% di tutti gli omicidi avvenuti nel 2008 è stato attribuito agli squadroni della morte o ai cosiddetti "gruppi di sterminio", composti principalmente da appartenenti alle forze dell'ordine. In Guatemala, l'uccisione di centinaia di giovani uomini ha riportato alla memoria le campagne di pulizia sociale degli anni Novanta quando i bambini di strada sospettati di essere dei ladruncoli venivano torturati e uccisi. La presa di mira di giovani e ragazzi delle comunità più povere in base al loro aspetto e all'età non ha fatto altro che accentuare il sentimento di esclusione dalla società.
In alcuni casi, il disprezzo della vita umana nelle comunità più emarginate è stato particolarmente scioccante. Per citare un esempio, a Soacha, vicino a Bogotá, in Colombia, decine di giovani uomini sono stati uccisi dai soldati allo scopo di riscuotere i bonus del governo per l'uccisione di membri della guerriglia.
Non sono cessate le preoccupazioni per il trattamento dei cittadini stranieri nelle mani delle forze statunitensi nel contesto della "guerra al terrore" e più di 200 uomini rimanevano detenuti nella base di Guantánamo Bay a Cuba. Tuttavia, nel 2008 si sono registrati alcuni progressi nel garantire protezione legale ai detenuti frustrando il tentativo del governo Bush di precludere loro un procedimento legale ordinario. Nel mese di giugno, con una sentenza storica, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la tesi sostenuta dal governo, secondo cui i cittadini stranieri detenuti al di fuori del territorio sovrano degli Stati Uniti non avrebbero diritto all'habeas corpus. A novembre, il presidente eletto Barack Obama ha confermato l'impegno a intervenire rapidamente una volta insediatosi alla Casa Bianca nel mese di gennaio 2009 per chiudere la struttura di detenzione di Guantánamo e fare in modo che gli Stati Uniti non ricorrano più alla tortura.
I difensori dei diritti umani dell'America Latina si sono posti in prima linea per fare in modo che le voci delle vittime fossero ascoltate, spesso a dispetto dei tentativi di ridurli al silenzio. Il 4 febbraio e il 20 luglio, milioni di persone hanno sfilato in Colombia e in altre parti del mondo per protestare contro i rapimenti da parte delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Il 6 marzo migliaia di persone erano inoltre scese nelle strade colombiane per chiedere la fine degli abusi da parte delle forze di sicurezza e dei gruppi paramilitari. Quattro mesi dopo, Jhon Fredy Correa Falla, appartenente al Movimento nazionale delle vittime dei crimini di Stato (Movimiento nacional de víctimas de crímenes de estado - MOVICE), il gruppo responsabile dell'organizzazione della manifestazione, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da quattro uomini armati in motocicletta. Diversi difensori dei diritti umani in Guatemala e Honduras sono stati uccisi per il loro lavoro a favore dei diritti umani.
In diversi altri Paesi, i difensori dei diritti umani si sono trovati ad affrontare crescenti ostilità da parte delle autorità. In Venezuela, per esempio, all'espulsione del direttore per le Americhe di Human Rights Watch a settembre, dopo la pubblicazione di un rapporto critico, è seguita una campagna denigratoria ai danni delle ONG locali, accusate di essere «filo-yankees», «contrarie alla rivoluzione bolivariana» e «antipatriottiche».
Alcuni governi sono ricorsi a un uso strumentale dei sistema giudiziario per tentare di ostacolare il lavoro dei difensori dei diritti umani. In Messico, cinque leader dell'Organizzazione del popolo indigeno me' phaa (Organización del pueblo indígena me' phaa - OPIM), Stato del Guerrero, sono stati arrestati nel mese di aprile con l'accusa di omicidio. Nonostante una sentenza federale del 20 ottobre avesse scagionato quattro degli accusati e i racconti di diversi testimoni fossero concordi nell'affermare che il quinto non si trovava sul luogo del delitto, alla fine del 2008 i cinque attivisti si trovavano ancora in detenzione.
In Nicaragua, nove donne attive nella difesa dei diritti umani sono state citate in causa per il loro coinvolgimento nel caso di una bambina di nove anni che aveva ottenuto di poter abortire legalmente dopo aver subito uno stupro nel 2003. Nonostante diversi professionisti e funzionari avessero avuto una parte in questo caso, la causa legale ha colpito solo le attiviste, impegnate da tempo nella promozione della salute sessuale e dei diritti delle donne.
Gli attivisti impegnati nella promozione dei diritti di quelle comunità da tempo confinate ai margini della società, come indigeni, comunità di afro-discendenti, e lesbiche, gay, bisessuali e transgender, sono risultati particolarmente a rischio. In Honduras, i capi della comunità garifuna del villaggio di San Juan Tela, composta da persone di discendenza africana, sono stati oggetto di minacce e sono stati costretti con le armi a firmare un atto di cessione della propria terra a favore di una compagnia privata. In Ecuador, Esther Landetta, attivista di primo piano dell'ambiente e dei diritti delle donne, è stata il bersaglio di ripetute minacce e intimidazioni a causa del suo ruolo nel dare voce alle preoccupazioni della comunità riguardo alle possibili conseguenze delle operazioni minerarie illegali nella provincia di Guayas.
La repressione e l'intimidazione di cui sono vittime i difensori dei diritti umani assumono caratteristiche variegate nei vari Paesi della regione, ma un aspetto rimane costante e preoccupante: in quasi tutti i casi oggetto di indagini da parte di Amnesty International, i responsabili non sono mai stati condotti di fronte alla giustizia.
Tuttavia, in molti Paesi, per le vittime di violazioni dei diritti umani perpetrate durante i regimi militari degli anni Settanta e Ottanta il momento di ottenere giustizia si è fatto più vicino nel corso del 2008.
In Paraguay, il presidente Fernando Lugo ha chiesto pubblicamente scusa alle vittime degli abusi del governo militare del generale Alfredo Stroessner. A dicembre, la Commissione verità e giustizia ha diffuso un rapporto e le proprie raccomandazioni riguardo alle violazioni dei diritti umani perpetrate durante il regime militare (1954-1989) e la transizione verso la democrazia. Sono state individuate oltre 20.000 vittime e la Commissione ha richiesto al Procuratore generale di indagare su tutti questi casi.
In Uruguay, decine di ex ufficiali delle forze armate sono stati chiamati a testimoniare contro il generale Gregorio Álvarez, capo del governo militare tra il 1981 e il 1985, e Juan Larcebeau, un ufficiale della marina in congedo, accusati della sparizione forzata di oltre 30 persone.
In Argentina, in un caso senza precedenti, due persone sono state condannate al carcere per «l'appropriazione» della figlia di una coppia di desaparecidos nel 1977. L'ex capitano dell'esercito che aveva materialmente rapito la bambina e l'aveva consegnata alla coppia è stato condannato a 10 anni di carcere ad aprile.
A novembre nel Salvador, due organizzazioni per i diritti umani hanno intentato causa davanti a una corte spagnola nei confronti dell'ex presidente Alfredo Cristiani (1989-1994) e di 14 militari in relazione all'assassinio nel 1989 di sei religiosi gesuiti, della loro governante e della figlia di quest'ultima.
Il Brasile spicca ancora come uno dei pochi Paesi della regione a non aver ancora fatto pienamente i conti con le cicatrici lasciate dagli abusi del passato. Abbandonando chi ha sofferto torture e violazioni, il governo non solo non ha fatto abbastanza per rispettare i diritti umani di queste persone, ma ha permesso che gli abusi si radicassero nella società.
In Messico, il 40° anniversario del massacro degli studenti nella piazza Tlateloco di Città del Messico è stato commemorato, ma senza che nessuno dei responsabili fosse portato di fronte alla giustizia.
In altri casi però, si sono registrati alcuni progressi nell'attribuzione delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani più recenti. In Colombia, decine di membri delle forze armate, tra cui anche diversi ufficiali, sono stati congedati per il loro coinvolgimento in esecuzioni extragiudiziali di civili. In Bolivia, l'inconsueta celerità con cui la comunità internazionale si è mossa per fare in modo che fossero condotte indagini sull'uccisione di 19 campesinos nel mese di settembre ha fatto crescere le speranze che i responsabili siano effettivamente chiamati in giudizio. A ottobre, il governo boliviano ha presentato una richiesta di estradizione agli Stati Uniti nei confronti dell'ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada e di due ex ministri accusati di essere coinvolti nell'uccisione di 67 persone durante una manifestazione a El Alto nel 2003.
Negli Stati Uniti d'America, una commissione del Senato ha concluso, al termine di un'inchiesta sul trattamento dei detenuti nelle mani delle forze statunitensi durata 18 mesi, che alti funzionari governativi avevano «richiesto informazioni riguardanti tecniche di interrogatorio aggressive, ridefinito le leggi allo scopo di creare un'apparenza di legalità e autorizzato il loro utilizzo contro i detenuti». Tra l'altro, la commissione ha riscontrato come l'autorizzazione di poter ricorrere a questi metodi aggressivi a Guantánamo, fornita dall'ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld «sia stata la causa diretta degli abusi sui detenuti commessi nella base» e abbia contribuito alle violazioni dei diritti umani sofferte dai soggetti trattenuti in custodia degli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq.
Nell'intera regione i difensori dei diritti umani continuano a lavorare per un mondo in cui ognuno abbia l'opportunità di vivere con dignità e tutti i diritti umani siano rispettati. Per fare questo, gli attivisti hanno dovuto spesso sfidare potenti oligarchie sociali ed economiche e contemporaneamente anche l'inerzia e la complicità di governi che non rispettano i propri obblighi di promuovere e difendere i diritti umani. I difensori dei diritti umani continuano a dimostrare come questi diritti siano intrinsecamente legati tra di loro e abbiano il potere di ispirare coraggio e determinazione.