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Panoramica regionale - Medio Oriente e Africa del Nord

  1. Insicurezza
  2. Violenza contro donne e ragazze
  3. Richiedenti asilo, rifugiati e migranti irregolari
  4. Esclusione, discriminazione e privazione
  5. Voci
  6. Conclusione

Il 27 dicembre 2008, mentre l'anno volgeva al termine, jet israeliani hanno lanciato un'offensiva aerea sulla Striscia di Gaza, abitata da 1,5 milioni di palestinesi, ammassati in quella che è una delle zone più densamente popolate del pianeta. Nelle successive tre settimane, sono rimasti uccisi più di 1.400 palestinesi, compresi almeno 300 bambini, mentre circa 5.000 sono risultati i feriti. Le forze israeliane hanno ripetutamente violato le leggi di guerra, anche sferrando attacchi diretti ai civili e a edifici civili così come attacchi mirati contro militanti palestinesi che hanno causato uno sproporzionato numero di vittime tra i civili.

Israele ha dichiarato di aver lanciato gli attacchi per fermare Hamas e altri gruppi armati palestinesi che sparavano razzi sulle città e i villaggi del sud di Israele. Nel 2008, sono stati sette i civili israeliani uccisi dal lancio indiscriminato di questi razzi, di fabbricazione per lo più artigianale, o in altri attacchi da parte palestinese provenienti da Gaza e tre civili israeliani sono stati uccisi durante il conflitto durato tre settimane iniziato il 27 dicembre.

Il subitaneo conflitto faceva seguito a un periodo di 18 mesi in cui l'esercito israeliano aveva sottoposto gli abitanti di Gaza a un persistente blocco, che ha di fatto impedito qualsiasi movimento di persone o beni all'interno e all'esterno del territorio e alimentato una crescente catastrofe umanitaria. Il blocco ha strangolato pressoché ogni aspetto della vita economica dei palestinesi, facendo sì che un crescente numero di essi dipendesse dagli aiuti alimentari della cooperazione umanitaria internazionale; persino pazienti terminali hanno visto vietato il permesso di lasciare la zona per ottenere cure che non potevano essere fornite negli ospedali di Gaza, ridotti allo stremo per mancanza di risorse e di medicinali.

Quest'ultima tornata del massacro ha ancora una volta sottolineato l'elevato grado di insicurezza della regione e l'incapacità delle forze militari, di entrambe le parti, di attenersi ai basilari principi di distinzione e di proporzionalità che sono il fondamento del diritto internazionale umanitario. Essa ha inoltre segnato la continua incapacità delle due parti, e della comunità internazionale, di risolvere l'annoso, amaro conflitto, e di portare pace, giustizia e sicurezza nella regione, e di permettere a tutta la sua gente di vivere in dignità qual è diritto umano di ognuno.

 

Insicurezza

L'incessante lotta tra israeliani e palestinesi, unitamente alla presenza di truppe statunitensi in Iraq, all'ansia dettata dalle intenzioni nucleari dell'Iran, alle profonde divisioni tra islamisti e laici e alle tensioni tra alcune tradizioni culturali e crescenti aspirazioni popolari, il tutto ha nel complesso contribuito a un clima di insicurezza politica che ha attraversato la regione del Medio Oriente e dell'Africa del Nord. A ciò si è aggiunta nel 2008 una crescente insicurezza economica e sociale mentre avanzava la crisi finanziaria globale e l'aumento dei prezzi colpiva coloro che già vivevano in condizioni di povertà, o sull'orlo di sprofondarvi. Questa è risultata evidente in seguito a una serie di scioperi e altre proteste da parte di lavoratori dei settori pubblico e privato, come è accaduto in Egitto, e a mesi di disordini nella regione tunisina ricca di fosfato di Gafsa. In questi, come in altri Paesi, molte persone hanno vissuto in condizioni di povertà estrema, abitando ai margini delle campagne o nelle sovraffollate baraccopoli delle città, vittime di fatto di gravi ineguaglianze nell'accesso a diritti basilari come un'adeguata abitazione e riparo, cure sanitarie e istruzione, lavoro e l'opportunità di assicurarsi una vita dignitosa per se stessi e le loro famiglie.

In Iraq, una guerra sempre meno raccontata ha continuato a frustrare la vita di milioni di persone, malgrado una positiva diminuzione del numero di attacchi nei confronti di civili. Lo stato di pressoché costante conflitto nel Paese ha impedito a molti di occuparsi dei propri mezzi di sostentamento e garantire un futuro per le proprie famiglie. Più di due milioni di persone rimanevano sfollate all'interno dell'Iraq mentre quasi altrettante erano fuggite in altri Paesi, principalmente in Siria e Giordania. Violenze settarie di natura religiosa ed etnica hanno continuato a dividere le comunità e ad avere effetti sulla vita quotidiana delle persone. Gruppi armati contrapposti al governo hanno sferrato attacchi suicidi e attentati dinamitardi, spesso prendendo di mira luoghi affollati come i mercati. Al contempo, migliaia di iracheni continuavano a essere detenuti senza accusa né processo da parte delle forze statunitensi, alcuni da più di cinque anni. Altre migliaia erano detenuti dalle forze governative irachene; molti sono stati torturati, alcuni sono stati condannati a morte per presunti reati terroristici, spesso al termine di processi rivelatisi gravemente iniqui, e di alcuni è stata eseguita la sentenza. Alla fine del 2008, è stato deciso che tutti i detenuti trattenuti dalle forze statunitensi sarebbero stati consegnati alla custodia del governo iracheno in virtù di un accordo stipulato tra Stati Uniti d'America e Iraq. Tale accordo non contiene alcuna garanzia di tutela dei diritti umani.

La pena di morte è stata applicata in modo estensivo dalle autorità di Iran, Iraq, Arabia Saudita e Yemen, ma sono stati registrati positivi segnali di una crescente repulsione nei confronti di tale pena tra altri Stati arabi. Ciò è risultato ancor più evidente a dicembre quando otto Stati arabi hanno deciso di votare contro una risoluzione chiave dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per una moratoria mondiale sulle esecuzioni, contribuendo ad assicurarne l'adozione per vasta maggioranza. Sempre più spesso, le autorità dell'Iran, uno dell'esigua minoranza di Stati che ancora mettono a morte condannati minorenni, e dell'Arabia Saudita, dove un sistema di giustizia discriminatorio ha determinato l'esecuzione di un numero sproporzionalmente elevato di cittadini stranieri non abbienti, sono apparse fuori tempo rispetto alla prospettiva abbracciata da una sempre più vasta comunità internazionale.

 

Violenza contro donne e ragazze

Le donne all'interno della regione hanno affrontato situazioni di ulteriore insicurezza, dettata da discriminazioni per legge e per prassi, oltre che da violenze, spesso per mano dei loro parenti maschi. Al culmine di questa condizione, la violenza ha visto donne uccise in nome dei cosiddetti delitti d'onore, come in Iraq, Giordania, Autorità Palestinese e Siria. Lavoratrici migranti domestiche sono risultate particolarmente a rischio di abusi sessuali e di altro tipo da parte dei loro datori di lavoro in quanto spesso non protette dalle leggi in materia di lavoro. Sia in Giordania che in Libano lavoratrici domestiche sono morte in circostanze sospette tra asserzioni secondo cui alcune potevano essere state uccise, o erano andate incontro alla morte nel tentativo di fuggire dal loro posto di lavoro, o erano ricorse al suicidio per disperazione. Nella regione del Kurdistan, nell'Iraq settentrionale, l'elevata incidenza di casi di donne bruciate vive, sia per propria mano che per mano di altri, ha suggerito uno scenario analogo.

In altri Stati sono stati registrati positivi sviluppi che hanno rispecchiato un crescente riconoscimento da parte dei governi per cui le donne non possono continuare a essere relegate a una forma di status di seconda classe. Le autorità egiziane hanno vietato la pratica delle mutilazioni genitali femminili; i governi di Oman e Qatar hanno apportato cambiamenti legislativi per dare alle donne lo stesso status degli uomini in varie questioni in materia di abitazione e retribuzione; e il governo tunisino ha aderito a un trattato chiave sui diritti delle donne e ha inaugurato «linee telefoniche di aiuto» per le donne che si trovano ad affrontare situazioni di violenza domestica.

 

Richiedenti asilo, rifugiati e migranti irregolari

In nessuna parte della regione l'insicurezza è risultata più evidente come tra le comunità di rifugiati e richiedenti asilo che non possedevano ancora uno status o un'abitazione permanenti, molti di loro dopo decenni di attesa vissuti in condizioni di povertà.

Migliaia di rifugiati iracheni hanno vissuto esistenze precarie in Siria, Giordania, Libano, così come in altri Paesi, oppressi e disperati da una povertà crescente ma minacciati di espulsione nel caso in cui avessero trovato un lavoro salariato. In Iraq, il governo ha preteso che i 3.000 émigré iraniani da lungo tempo sistemati nel Campo di Ashraf lasciassero il Paese, sebbene fosse poco probabile che un qualsiasi altro Paese fosse persuaso a riceverli e d'altro lato lasciandoli esposti a gravi rischi nel caso di un loro rimpatrio forzato in Iran. Un'ottantina di rifugiati iracheni che erano fuggiti dal Paese nel 1991, all'epoca della prima guerra del Golfo, hanno trascorso un altro anno confinati in un campo guardato a vista creato dalle autorità saudite, le quali hanno continuato a negare loro l'asilo. In Libano, circa la metà delle centinaia di migliaia di profughi palestinesi ivi presenti sono rimasti in campi sovraffollati costellati in tutto il Paese a 60 anni di distanza dall'arrivo dei loro progenitori. Il governo ha avviato procedure per rettificare lo status dei più vulnerabili, ovvero quanti vi risiedevano senza documenti ufficiali rimanendo pertanto impossibilitati a contrarre legalmente il matrimonio o a registrare la nascita dei propri figli, ma ostacoli di tipo legale o di altro tipo hanno continuato a impedire ai profughi palestinesi di accedere ai loro diritti alla salute, al lavoro e a un riparo adeguato.

In vari Stati, le autorità hanno rimpatriato forzatamente rifugiati e altri soggetti, in violazione del diritto internazionale, verso Paesi in cui rischiavano la tortura o l'esecuzione. Le autorità yemenite hanno rimpatriato centinaia di richiedenti asilo e hanno rispedito almeno otto persone in Arabia Saudita malgrado i timori per la loro incolumità. A gennaio, il governo libico ha annunciato l'intenzione di espellere tutti «i migranti illegali» e ha successivamente condotto espulsioni di massa di nigeriani, ghanesi e cittadini di altre nazionalità. A giugno, è stato riportato che il governo aveva cercato di espellere più di 200 eritrei informandoli che sarebbero stati condotti in volo in Italia, laddove l'intenzione reale era di rimpatriarli nei loro Paesi di origine, da cui molti erano fuggiti per evitare la leva militare obbligatoria.

Le autorità egiziane hanno anch'esse intrapreso azioni lesive dei diritti. Oltre che a eseguire espulsioni di massa - che hanno visto il respingimento di almeno 1.200 richiedenti asilo in Eritrea - le guardie di frontiera hanno sparato e ucciso almeno 28 persone che cercavano di attraversare il confine tra Egitto per ricercare rifugio in Israele. Altre centinaia sono stati catturati e incarcerati al termine di processi celebrati dinanzi a corti militari. Le autorità israeliane si sono dimostrate non meno intransigenti: esse hanno espulso in Egitto decine di richiedenti asilo e migranti che erano risusciti ad attraversare il confine, incuranti dei timori che alcuni di loro sarebbero stati poi rimandati in Sudan, Eritrea o in altri Paesi in cui avrebbero potuto essere oggetto di tortura o esecuzione.

Nel Marocco e Sahara Occidentale, le autorità hanno rastrellato ed espulso migliaia di sospetti migranti irregolari; alcuni sarebbero stati sottoposti a forza eccessiva o ad altri maltrattamenti, e alcuni scaricati senza cibo o acqua sufficienti in terre inospitali vicino ai confini meridionali del Paese. Le autorità algerine hanno irrigidito i loro controlli sui migranti, dotandosi di nuovi poteri legali di espellere sommariamente gli stranieri la cui presenza nel Paese era ritenuta illegale.

 

Esclusione, discriminazione e privazione

In molti Paesi, determinate comunità sono rimaste escluse dall'accesso ai loro diritti umani a parità dei diritti garantiti alla maggioranza della popolazione. Alcune di queste comunità comprendevano cittadini stranieri, rifugiati e richiedenti asilo, e come menzionato in precedenza, ciò non ha fatto altro che esacerbare la loro già fragile situazione di insicurezza. Altri appartenevano a minoranze etniche, religiose o di altro tipo, stigmatizzate a causa del loro credo o della loro identità.

Nella regione del Golfo, il governo del Qatar ha continuato a negare la nazionalità a centinaia di membri della tribù al-murra, alcuni dei quali erano coinvolti in un fallito colpo di Stato del 1996. Come conseguenza, essi si sono visti vietare l'accesso a diritti come la sicurezza sociale, le cure mediche e l'impiego. In Oman, le persone appartenenti a due tribù, aal tawayya e aal khalifayn, sono rimaste ai margini della società ed è stato loro impedito di ottenere documenti ufficiali di identità, di sistemare vertenze in materia di divorzio o di eredità, e di registrare imprese in seguito a una decisione del governo del 2006 di declassare il loro status a quello degli akhadam, cioè servi.

In Iran, le autorità hanno continuato a vietare l'impiego di lingue minoritarie nelle scuole e a mettere in atto un giro di vite nei confronti di attivisti appartenenti a minoranze, come ahwazi, arabi, azeri iraniani, baluci, curdi e turkmeni, i quali erano impegnati in campagne per ottenere un maggiore riconoscimento dei loro diritti, e a escludere arbitrariamente membri di minoranze sospette dal pubblico impiego. In Siria, la minoranza curda, comprendente circa il 10% della popolazione, è stata oggetto di incessante repressione. Decine di migliaia di curdi siriani sono rimasti di fatto apolidi ed è stata pertanto loro negata parità di accesso ai diritti economici e sociali.

I culti religiosi personali che differivano dai canali ufficiali dello Stato non sono stati tollerati in alcuni Paesi, e i loro praticanti sono stati esclusi dalla piena partecipazione nella società, o fisicamente puniti. In Algeria, i cristiano-evangelici convertiti dall'Islam sono stati perseguitati sebbene la libertà di coscienza sia garantita dalla Costituzione; in Egitto, secondo quanto segnalato, i cristiani convertiti dall'Islam e i bahaiti hanno di fatto continuato a incontrare difficoltà nel rilascio ufficiale di documenti che attestassero la loro fede, o che almeno non ne fornissero un'errata indicazione, nonostante le sentenze della Corte suprema amministrativa; in Iran le autorità hanno continuato a sottoporre a vessazioni e persecuzioni i bahaiti e i membri di altre minoranze religiose, detenendo religiosi sunniti e condannando un leader del culto sufita a cinque anni di carcere e alla fustigazione per «diffusione di menzogne».

Negli Stati del Golfo, i lavoratori migranti del sub-continente indiano e di altre parti dell'Asia sono stati i pilastri delle economie petrolifere, fornendo lavoro e specializzazioni in opere di costruzione e nei servizi destinati all'industria. Spesso, tuttavia, questi lavoratori a progetto sono stati costretti a vivere e lavorare in condizioni gravemente svantaggiate, esclusi da qualsiasi protezione statale contro lo sfruttamento e gli abusi. Quando protestavano contro le loro condizioni come in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti (EAU), la risposta delle autorità è stata quella di rastrellarli ed espellerli.

L'omosessualità è rimasta un argomento tabù da un capo all'altro dell'intera regione e uomini sospettati di essere gay sono stati presi di mira in diversi Paesi. In Egitto, uomini sospettati di atti sessuali con altri uomini sono stati aggrediti mentre erano in detenzione, costretti a subire visite anali e test di sieropositività all'HIV contro la loro volontà. Alcuni sono stati incatenati ai loro letti mentre erano confinati in ospedale prima di essere condannati a pene detentive per l'accusa di depravazione. Nel Marocco e Sahara Occidentale, sei uomini sono stati incarcerati per «comportamento omosessuale» dopo essere stati pubblicamente accusati di aver partecipato a un «matrimonio gay» nel 2007.

Nel mese di settembre, una frana ha ucciso più di 100 abitanti di un insediamento abusivo al Cairo, evidenziando la precarietà dell'esistenza di persone che già vivevano in condizioni di povertà nelle città della regione. La tragedia, secondo quanto è parso, era prevedibile. L'acqua percolata da una collina vicina aveva fatto presagire un possibile disastro - e di fatto la zona era stata teatro di frane prima di allora - ma le autorità non avevano provveduto a intraprendere iniziative fino a che ciò non si è rivelato troppo tardi. Nell'intera regione, altre comunità sia in zone urbane che rurali sono parse condannate a un circuito di privazione perpetua - per mancanza di adeguato accesso all'abitazione, alle cure sanitarie o a un lavoro salariato - e a un senso di totale frustrazione, con scarsa se non nulla possibilità di dire la propria in decisioni che avrebbero influenzato radicalmente la loro vita. Certamente, esse non hanno avuto voce in capitolo riguardo a come proteggere se stesse da una condizione di impoverimento ulteriore.

Nei Territori Palestinesi Occupati da Israele, i palestinesi che già vivevano in condizioni di povertà sono stati resi senzatetto nel contesto di una politica deliberata. In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno demolito molte abitazioni palestinesi sostenendo che tali case erano state costruite senza permesso, mentre in genere questo tipo di permesso viene rifiutato ai palestinesi, sfrattando così centinaia di persone. Nella Valle del Giordano, le forze israeliane hanno raso al suolo con i bulldozer le abitazioni e gli ovili dei villaggi, privando gli abitanti dei loro mezzi di sostentamento, mentre altrove i palestinesi sono stati tagliati fuori dai loro terreni agricoli dalla costruzione di un muro/recinzione e i numerosi checkpoint e i blocchi stradali stabiliti dall'esercito israeliano hanno impedito loro di spostarsi per lavorare, studiare o persino per ottenere cure ospedaliere. Nella Striscia di Gaza, l'offensiva di tre settimane lanciata dagli israeliani iniziata il 27 dicembre ha distrutto o gravemente danneggiato circa 20.000 abitazioni palestinesi e colpito scuole e posti di lavoro, oltre ad aver ucciso centinaia di civili palestinesi. Nel contempo, insediamenti israeliani nell'occupata Cisgiordania hanno continuato a espandersi e a ingrandirsi, in violazione del diritto internazionale.

 

Voci

In tutta la regione, coloro che levavano la loro voce in difesa dei propri o degli altrui diritti sono incorsi nel rischio di persecuzioni per mano dell'onnipresente polizia segreta frequentemente autorizzata dalle menti politiche dei rispettivi Paesi a infrangere la legge nell'impunità. I governi si sono generalmente dimostrati intolleranti nei confronti del dissenso e sono parsi temere critiche e contestazioni, oltre che la rivelazione pubblica di corruzione e altre malversazioni.

Da un capo all'altro della regione, le autorità degli Stati si sono serviti della necessità di «assicurarsi» contro «il terrorismo» come mezzo per alimentare paura, insicurezza e repressione. Gruppi armati hanno condotto violenti attacchi in diversi Paesi, tra cui Algeria, Iraq, Libano, Siria e Yemen, ma i governi si sono spesso serviti di leggi deliberatamente vaghe e assolute contro il terrorismo per reprimere i loro oppositori politici e soffocare critiche e dissenso legittimi. Il soverchiante potere del Mukhabarat, i servizi di sicurezza e di intelligence, hanno permeato la regione. Solitamente, questa polizia segreta faceva diretto riferimento ai capi di Stato o di governo con licenza di arrestare, detenere e interrogare i sospetti, e spesso di torturarli e altrimenti maltrattarli nell'impunità. Amnesty International ha ricevuto resoconti circostanziati di tortura da diversi Paesi, tra cui Arabia Saudita, Bahrein, EAU, Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Libano, Siria, Tunisia e Yemen. Sono stati segnalati casi di tortura anche di palestinesi arrestati dalle forze israeliane, e rispettivamente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, di palestinesi detenuti e torturati nell'impunità dalle forze di sicurezza rivali di Fatah e Hamas.

Uno dei propositi principali della tortura era di ottenere confessioni per essere utilizzate in procedimenti giudiziari davanti a corti compiacenti alla politica, i cui giudici o temevano o non erano inclini a verificare le modalità con cui erano state ottenute le prove. In diversi Paesi, i processi di oppositori del governo si sono tenuti innanzi a corti «speciali» le cui procedure non hanno rispettato gli standard internazionali sull'equo processo. In Egitto, leader della Fratellanza Musulmana, tutti civili, sono finiti sotto processo, davanti a una corte militare, da cui sono stati esclusi gli osservatori internazionali. Altri accusati sono stati processati da corti istituite in virtù dell'interminabile Stato di emergenza in vigore in Egitto. In Libia, 11 uomini arrestati dopo che avevano programmato una protesta pacifica per commemorare l'uccisione di una dozzina di dimostranti da parte della polizia, sono stati condannati a pene detentive fino a 25 anni dalla Corte per la sicurezza di Stato, benché tutti tranne due siano stati rilasciati prima della fine dell'anno. In Siria, almeno 300 persone sono finite sotto processo davanti alla tristemente nota Corte Suprema per la sicurezza di Stato o altre corti che non avrebbero loro garantito di ricevere un equo processo, e 12 attivisti filodemocratici di spicco sono stati condannati al carcere per accuse come «indebolimento del sentimento nazionale». Essi hanno lamentato di essere stati percossi in detenzione pre-processuale per costringerli a firmare "confessioni" ma la corte non ha avviato azioni per indagare tali accuse. In altri casi, per i quali un organismo delle Nazioni Unite aveva stabilito che i prigionieri erano stati detenuti arbitrariamente dopo essere stati giudicati colpevoli al termine di processi iniqui, per azioni che corrispondevano al legittimo esercizio del loro diritto alla libertà di espressione, le autorità siriane non hanno intrapreso alcuna azione. Le autorità saudite hanno detenuto centinaia di persone per motivi di sicurezza, compresi quanti avevano criticato pacificamente il governo, e migliaia arrestate in anni precedenti sono rimaste in carcere in condizioni di virtuale segretezza. A ottobre, il governo ha annunciato che avrebbe istituito una corte speciale per processare più di 900 persone accusate di reati terroristici, ma non ha fornito dettagli riguardanti gli imputati, le date dei loro processi, o riguardo al fatto se sarebbero stati assistiti da un collegio di difesa o se la corte avrebbe aperto le udienze agli osservatori internazionali.

Ovunque, anche negli Stati relativamente più aperti, giornalisti e direttori di quotidiano sapevano di dover muoversi entro certi margini per non incorrere in procedimenti penali, o rischiare la chiusura dei loro giornali o peggio. In Egitto, un direttore di un giornale è stato condannato al carcere per aver commentato la salute del presidente; in Algeria, giornalisti sono stati perseguiti dopo che avevano riportato la presunta corruzione dei circoli ufficiali e un noto avvocato per i diritti umani è stato oggetto di vessazioni per l'accusa di aver gettato discredito sulla magistratura. In Libia, un dissidente politico detenuto nel 2004 dopo aver invocato riforme politiche durante un'intervista ai media, è rimasto in custodia. Nel Marocco e Sahara Occidentale, dove le critiche alla monarchia continuano a essere tabù, difensori dei diritti umani sono stati perseguiti per una protesta pacifica ritenuta offensiva nei confronti del re, benché egli abbia successivamente emesso una grazia reale, e uno studente di 18 anni è stato condannato al carcere per uno slogan da lui scritto su un muro in cui si faceva riferimento alla sua squadra preferita di calcio e che era stato ritenuto un insulto alla monarchia. In Siria, dove il governo è di fatto intollerante verso qualsiasi tipo di dissenso, tra le persone prese di mira figuravano blogger accusati di «diffondere notizie false» o di «indebolire il sentimento nazionale», in virtù di leggi onnicomprensive designate per dissuadere e reprimere l'esercizio dell'espressione. I governi di Kuwait e Oman si sono attivati per rafforzare i controlli sull'espressione via Internet, mentre le autorità di Iran, Tunisia e di altri Stati hanno abitualmente bloccato siti Internet critici e interrotto connessioni a Internet tra locali ONG per i diritti umani e il mondo esterno.

In Egitto e Tunisia, la risposta delle autorità alle proteste dei lavoratori riguardo alle condizioni economiche è stata di reprimerle attraverso un uso eccessivo della forza ed eseguendo arresti di massa. Analogamente, le forze di sicurezza marocchine hanno disperso un blocco di protesta del porto di Sidi Ifni e attuato un giro di vite nei confronti di quanti erano sospettati di averlo appoggiato.

Difensori dei diritti umani e quanti invocavano un allargamento dei diritti alle donne, alle minoranze e ad altre categorie di persone, o una maggiore libertà politica o un più ampio accesso ai diritti sociali ed economici, si sono posti in prima linea in ogni parte della regione. Nella maggior parte dei Paesi, tuttavia, i difensori dei diritti umani hanno continuato ad affrontare grossi ostacoli. In Siria e Tunisia, organizzazioni indipendenti per i diritti umani hanno dovuto operare in un limbo legale, essendo loro richiesto per legge di ottenere una registrazione ufficiale che le autorità statali, di fatto, rifiutavano di concedere. In Iran, una ONG di punta di tutela dei diritti umani cofondata dal Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi è stata chiusa per ordine del governo, ironicamente proprio quando stava per ospitare un evento di celebrazione del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

Conclusione

L'attribuzione di responsabilità è rimasta tristemente assente nella regione per ciascuna delle violazioni dei diritti umani subita con frequenza quotidiana dalle persone. Sprofondati sempre più nell'insicurezza, esclusi dai processi decisionali, ignorati, o repressi quando tentavano di farsi ascoltare, gli abitanti della regione del Medio Oriente e dell'Africa del Nord hanno visto perpetuarsi le loro difficoltà nel corso dell'intero anno.

L'impunità ha continuato a rappresentare una pietra angolare della politica di gran parte della regione. Nel Marocco e Sahara Occidentale, ad esempio, il processo per stabilire la verità riguardo alle sparizioni forzate durante il regno di re Hassan II è parso essere fermo allo stallo. In Algeria, le autorità hanno continuato a ostacolare qualsiasi indagine sulle gravi violazioni commesse durante il conflitto interno degli anni Novanta. In Iran, Libano, Libia e Siria, le autorità non hanno intrapreso alcuna iniziativa concreta per indagare o porre rimedio ai gravi abusi del passato. Non deve sorprendere che questi fossero anche tra i governi che non hanno dimostrato alcun entusiasmo verso l'eventualità di indagare nuove accuse o episodi, come la riportata uccisione di 17 prigionieri e altre persone da parte delle forze di sicurezza siriane nel carcere militare di Sednaya.

Ma a fronte di problemi di natura così diversa e spesso apparentemente insormontabili, in tutta la regione, molte persone, siano uomini, donne e persino bambini, si sono adoperate per realizzare i loro e gli altrui diritti. Molte sono apparse indomite, anche di fronte a gravi rischi per le loro vite e i loro mezzi di sussistenza. In Algeria, i parenti delle vittime di sparizioni forzate durante la "guerra sporca" degli anni Novanta hanno continuato a premere per far luce sulla verità e per ottenere giustizia malgrado l'inesorabile ostruzionismo e le vessazioni da parte del governo. In Iran, donne - e uomini - hanno promosso una petizione "Un milione di firme" per chiedere di porre fine alla discriminazione per legge nei confronti delle donne, nonostante le ripetute vessazioni, gli arresti e le aggressioni da parte di funzionari pubblici che hanno agito in violazione della legge, mentre tante altre persone si sono impegnate in campagne per porre fine alle esecuzioni di condannati minorenni.

In questi come in altri Paesi, i difensori dei diritti umani si sono posti alla guida della promozione del cambiamento, ma vi sono stati segnali che alcuni dei detentori del potere politico hanno anch'essi riconosciuto il bisogno di un cambiamento, di riforme e di un maggiore impegno per affermare i diritti umani. Il governo del Bahrein, per citare un esempio, si è servito dell'opportunità offerta dal processo della Revisione periodica universale delle Nazioni Unite per lanciare un programma di riforme in materia di diritti umani che, se attuato, rappresenterebbe un formidabile esempio per i suoi vicini. In Libano, il ministro della Giustizia ha promosso una legge per l'abolizione della pena di morte, mentre il governo algerino è stato uno dei principali sostenitori di una moratoria mondiale sulle esecuzioni. Lentamente ma inesorabilmente, il 2008 ha visto segnali dell'emergere di una nuova generazione, più consapevole dei propri diritti e di ciò che va schiudendosi davanti a sé, e sempre più determinata a volerli conquistare.

 
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