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Non è solo una questione di economia, questa è una crisi dei diritti umani

Introduzione al Rapporto Annuale 2009 di Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International

  1. Le molte facce della disuguaglianza
  2. Le molte forme dell'insicurezza
  3. Dalla recessione alla repressione
  4. Un nuovo tipo di leadership
  5. Nuove opportunità per il cambiamento

Nel settembre del 2008 ero a New York per prendere parte a una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, che la comunità internazionale si è data per ridurre la povertà entro il 2015. Un delegato dopo l'altro, tutti parlavano della necessità di reperire maggiori fondi per sradicare la fame, diminuire il numero delle morti evitabili di neonati e donne incinte, fornire acqua potabile e servizi igienici, garantire istruzione alle bambine. Pur essendo il gioco la vita e la dignità di miliardi di persone, era fin troppo evidente la scarsa volontà di sostenere quei discorsi con un contributo economico. Uscita dalla sede delle Nazioni Unite, lessi i titoli scorrevoli delle ultime notizie, che raccontavano una storia del tutto diversa che si stava svolgendo da un'altra parte di Manhattan: il crollo di una delle più grandi banche d'investimenti di Wall Street. Era il segno di dove l'attenzione e le risorse del mondo erano davvero concentrate. Governi ricchi e potenti furono immediatamente in grado di mettere insieme una somma molte volte maggiore di quella che non era stato possibile trovare per sconfiggere la povertà. Quei governi riversarono soldi in abbondanza nelle banche che stavano fallendo e nei pacchetti di stimoli per economie cui era stato permesso per anni di impazzare e che ora si erano arenate.

Alla fine del 2008 era chiaro che il nostro mondo a due dimensioni, quella della privazione e quella dell'ingordigia, quella dell'impoverimento di molti per soddisfare l'avidità di pochi, era collassato in un buco profondo.

Come nel caso dei cambiamenti climatici, così accade per quanto riguarda la recessione economica globale: i ricchi sono responsabili della maggior parte delle azioni dannose, ma sono i poveri a subirne le peggior conseguenze. Anche se nessuno rimane indenne dagli effetti della recessione, l'impatto sui paesi ricchi è niente rispetto ai disastri che si scatenano in quelli poveri. Dai lavoratori migranti in Cina ai minatori della regione del Katanga, nella Repubblica Democratica del Congo, la gente che cerca disperatamente di tenersi fuori dalla povertà subisce conseguenze terribili. La Banca mondiale ha stimato che quest'anno altri 53 milioni di persone diventeranno povere, andando ad aggiungersi ai 150 milioni di persone colpiti dalla crisi alimentare dello scorso anno, annullando i progressi conseguiti nel passato decennio. Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, tra 18 e 51 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro. L'aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti alimentari è la causa di fame, malattie, sgomberi forzati, ipoteche su beni personali, mancanza di abitazione e disperazione.

Anche se è troppo presto per stabilire quale sarà l'impatto complessivo sui diritti umani della dissolutezza di questi ultimi anni, è chiaro che il costo e le conseguenze della crisi economica gettano un'ombra minacciosa sui diritti umani. È altrettanto evidente che i governi non solo hanno rinunciato a regolare l'economia e la finanza in favore delle forze di mercato, ma hanno anche fallito in modo abissale nel proteggere i diritti umani, la vita e i beni personali.

Miliardi di persone stanno soffrendo a causa dell'insicurezza, dell'ingiustizia e della mancanza di dignità. Questa è una crisi dei diritti umani.

La crisi ha a che fare con la mancanza di cibo, di lavoro, di acqua potabile, di terra e di alloggio ma anche con l'aumento di disuguaglianza e insicurezza, xenofobia e razzismo, violenza e repressione. Tutti questi elementi concorrono alla crisi globale, che richiede soluzioni globali basate sulla cooperazione internazionale, sui diritti umani e sul primato della legge. Purtroppo, i governi più potenti si stanno concentrando sulle conseguenze finanziarie ed economiche che hanno colpito i loro paesi e ignorano gli aspetti più generali della crisi. Anche quando parlano di un'azione internazionale, pensano sempre e soltanto all'economia e alla finanza, ripetendo in questo modo gli errori del passato.

Il mondo ha bisogno di una leadership diversa, di politiche diverse, di economie diverse, che si occupino di tutti e non solo di pochi privilegiati. Abbiamo bisogno di virare l'azione degli stati dagli interessi egoistici verso una collaborazione multilaterale, verso soluzioni includenti, complessive, sostenibili e rispettose dei diritti umani. Le alleanze tra i governi e le imprese, basate sull'aspettativa di un arricchimento finanziario alle spese dei più emarginati, devono essere smantellate, così come quelle di convenienza che proteggono i governi che violano i diritti umani dal rischio di dover rispondere del proprio operato.

 

Le molte facce della disuguaglianza

Molti esperti citano i milioni di persone usciti dalla povertà grazie alla crescita economica. La verità, però, è che molte di più sono quelle rimaste indietro. I progressi sono stati troppo fragili (come la recente crisi economica ha dimostrato), i costi per i diritti umani troppo alti. In questi anni, i diritti umani sono stati messi in secondo piano di fronte a quella specie di bisonte della strada che è stata la globalizzazione priva di regole, che ha trascinato il mondo in una frenesia di crescita. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l'aumento di disuguaglianza, emarginazione e insicurezza; la soppressione, con modalità arroganti e impunite, delle voci di protesta; la mancanza di pentimento e di punizione per i responsabili degli abusi commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all'insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere. In altre parole, siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. La miscela sta per esplodere.

Nonostante il ritmo sostenuto di crescita economica, in molti paesi africani milioni di persone rimangono al di sotto della linea della povertà, costantemente in lotta per soddisfare i loro bisogni primari. L'America Latina è probabilmente la regione con la maggiore disuguaglianza al mondo, con popolazioni indigene e altre comunità tenute ai margini nelle zone rurali come nelle aree urbane, private del diritto alle cure mediche, all'acqua potabile, all'istruzione e a un alloggio adeguato, nonostante l'impressionante crescita delle economie nazionali. L'India sta emergendo come gigante asiatico ma deve ancora fare i conti con lo stato di privazione delle classi urbane povere e delle comunità contadine emarginate. In Cina, le differenze negli standard di vita tra la classe benestante che vive in città da un lato e le comunità agricole e i lavoratori migranti dall'altro, stanno diventando ancora più profonde.

La maggioranza della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane, oltre un miliardo in insediamenti abitativi precari. In altri termini, nelle città una persona su tre vive in un alloggio inadeguato, con servizi scarsi se non inesistenti e sotto la minaccia quotidiana di insicurezza, violenza e sgombero forzato. Il 60 per cento della popolazione di Nairobi, la capitale del Kenya, vive in insediamenti abitativi precari: nel più grande di tutto il continente africano, Kibera, risiede un milione di persone. Per dare giusto un altro esempio, 150.000 cambogiani sono a rischio di sgombero forzato a causa di dispute sui terreni, requisizioni e progetti di sviluppo agro-industriale o di riqualificazione urbana.

La disuguaglianza come sottoprodotto della globalizzazione non è limitata solo alle persone che vivono nei paesi in via di sviluppo. Come evidenziato da un rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), presentato nell'ottobre del 2008, anche nei paesi industrializzati "la crescita economica degli ultimi decenni è andata a beneficio più dei ricchi che dei poveri". Gli Usa, il paese più ricco del mondo, sono al 27° posto nella classifica dei 30 paesi membri dell'Ocse, in termini di povertà diffusa e di crescente disparità di reddito.

Dai poveri delle favelas di Rio de Janeiro, in Brasile, alle comunità rom dei paesi europei, la verità nuda e cruda è che molte persone sono povere a causa di politiche, palesi o nascoste, di discriminazione, emarginazione ed esclusione, portate avanti o condonate dallo stato, con la complicità di imprese e di attori economici privati. Non è una semplice coincidenza il fatto che la maggior parte dei poveri del mondo siano donne, migranti e appartenenti a minoranze etniche o religiose. Non è un caso che la mortalità materna rimanga uno dei più grandi killer dei nostri tempi, sebbene un piccolo investimento in cure ostetriche di emergenza potrebbe salvare centinaia di migliaia di donne in gravidanza.

Un chiaro esempio della collusione tra affari e stato per privare le persone delle loro terre e risorse naturali e renderle così povere, è quello delle comunità indigene. In Bolivia, moltissime famiglie di indios Guaraní vivono in quello che la Commissione interamericana sui diritti umani ha descritto come uno stato di dipendenza analogo alla schiavitù. Dopo la sua visita in Brasile dell'agosto 2008, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui popoli indigeni ha criticato "la persistente discriminazione [che è] alla base dell'adozione di programmi politici, della fornitura di servizi e dell'amministrazione della giustizia" nei confronti dei popoli indigeni di quel paese.

La disuguaglianza permea anche i sistemi giudiziari. Nel tentativo di rafforzare l'economia di mercato e incoraggiare gli investimenti esteri di aziende e privati, le istituzioni finanziarie internazionali hanno sostenuto riforme legali nel settore commerciale in diversi paesi in via di sviluppo. Del tutto incomparabile, per la sua limitatezza, è stato invece il tentativo di assicurare che i poveri fossero in grado di tutelare i propri diritti e chiedere risarcimenti in tribunale per le violazioni commesse dai governi o dalle aziende. Secondo la Commissione delle Nazioni Unite per il rafforzamento della capacità giuridica dei poveri, circa due terzi della popolazione mondiale non riescono ad accedere in modo efficace alla giustizia.

 

Le molte forme dell'insicurezza

Il numero delle persone che vive in povertà e subisce violazioni dei diritti umani è destinato a crescere a causa di diversi fattori concomitanti in un periodo di recessione economica. Anzitutto, le politiche di aggiustamento strutturale promosse dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale fino a 10 anni fa, hanno svuotato le reti di sostegno sociale sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Quelle politiche avevano l'obiettivo di creare condizioni interne agli stati che potessero sostenere l'economia di mercato e aprire i mercati interni al commercio internazionale. Così facendo, hanno promosso l'idea di uno "stato leggero" in cui i governi hanno abdicato ai propri obblighi in materia di diritti economici e sociali, a vantaggio dei mercati. Oltre a chiedere la liberalizzazione economica, le politiche di aggiustamento strutturale hanno anche spinto a privatizzare i servizi pubblici, a deregolamentare i rapporti di lavoro e a tagliare i servizi sociali. L'idea, suggerita dall'Fmi e dalla Banca mondiale, che gli utenti dovessero pagare le prestazioni erogate ha posto questi ultimi al di fuori della portata dei più poveri. Ora, con l'economia in crisi e la disoccupazione in aumento, troppe persone vanno incontro non solo alla perdita di una fonte di reddito ma anche a un'insicurezza sociale in cui non ci sono più reti di sostegno a tutelarle in un periodo difficile.
 
In secondo luogo, l'insicurezza alimentare globale, nonostante la sua gravità, sta ricevendo un'attenzione insufficiente da parte della comunità internazionale. L'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) stima che un miliardo di persone soffrano di fame e malnutrizione. Il numero è notevolmente aumentato, a causa della mancanza di cibo dovuta a decenni di bassi investimenti nell'agricoltura, a politiche commerciali che hanno incoraggiato il dumping e il crollo delle produzioni locali, all'innalzamento dei costi energetici, alla corsa ai bio-carburanti e, infine, ai cambiamenti climatici che hanno determinato penuria d'acqua, rovinato le terre e accresciuto la pressione demografica.

In molti paesi, la crisi alimentare è stata aggravata dalla discriminazione, dalle manipolazioni politiche riguardanti la distribuzione del cibo, dalle ostruzioni poste all'afflusso di aiuti umanitari fondamentali, dall'insicurezza e dai conflitti armati che impediscono di coltivare le terre o rendono impossibile l'accesso alle risorse necessarie per produrre o vendere cibo. Nello Zimbabwe, dove alla fine del 2008 cinque milioni di persone dipendevano dagli aiuti alimentari, il governo ha usato il cibo come arma nei confronti dei suoi oppositori politici. In Corea del Nord, la distribuzione degli aiuti alimentari è stata volontariamente ostacolata dalle autorità per opprimere e affamare la popolazione. Le tattiche di "terra bruciata" poste in atto nella regione del Darfur dal governo del Sudan e dalle milizie janjawid sue alleate, hanno devastato vite e beni personali. I civili intrappolati nella guerra in corso nel nord dello Sri Lanka sono rimasti privi di cibo e di altre forme di assistenza perché il gruppo armato delle Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) ha impedito loro di lasciare le zone di conflitto e le forze armate del paese non hanno consentito il pieno accesso alle organizzazioni umanitarie. Probabilmente uno dei più vergognosi casi di negazione del diritto al cibo nel 2008 è stato il rifiuto delle autorità di Myanmar, per tre settimane, di far arrivare gli aiuti umanitari a due milioni e mezzo di sopravvissuti al ciclone Nargys, mentre lo stesso governo destinava le sue risorse a promuovere un referendum fraudolento su una ancora più fraudolenta Costituzione.

Oltre all'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, va evidenziata la perdita del lavoro di centinaia di migliaia di migranti in un periodo di crisi delle economie basate sulle esportazioni e di elevato protezionismo. Le rimesse dei lavoratori stranieri erano arrivate in questi anni a un totale di 200 miliardi di dollari all'anno (il doppio del totale degli aiuti allo sviluppo) e costituivano una fonte di entrate notevole per paesi come Bangladesh, Filippine, Kenya e Messico. Meno rimesse dall'estero significano adesso meno entrate e meno denaro da spendere in beni e servizi fondamentali. Inoltre, in alcuni paesi, la riduzione della possibilità di andare a lavorare all'estero ha lasciato molti giovani uomini disillusi, arrabbiati e inerti nei loro villaggi, rendendoli facili prede dell'estremismo politico e della violenza.

Nel frattempo, anche se il mercato del lavoro si contrae, la pressione per emigrare continua a crescere e i paesi d'ingresso ricorrono a metodi sempre più rudi per chiudere le porte. Nel giugno del 2008, ho visitato il cimitero municipale di Tenerife, nelle isole Canarie, dove fosse prive di segni identificativi testimoniano silenziosamente il fallito tentativo di migranti africani di entrare in Spagna. Solo nel 2008, 67.000 persone hanno effettuato la pericolosa traversata del Mediterraneo, dirette in Europa, e non sappiamo quante di esse siano annegate. Chi ce l'ha fatta vive in un cono d'ombra, senza documenti d'identità, a rischio di sfruttamento e abuso e con la minaccia di un'espulsione preceduta da un lungo periodo di detenzione, risultato quest'ultimo dell'adozione della Direttiva dell'Unione europea sull'espulsione dei migranti irregolari.

Alcuni stati membri dell'Unione europea, come la Spagna, hanno concluso accordi bilaterali con paesi africani per il respingimento dei migranti o per impedire a questi ultimi di muoversi. Paesi come la Mauritania hanno visto questi accordi come un nulla osta per procedere ad arresti arbitrari, detenzioni in condizioni disumane e deportazioni illegali di tantissimi cittadini stranieri residenti nel paese, anche se questi ultimi non avevano manifestato l'intenzione di lasciare il paese e se, in ogni caso, lasciare la Mauritania senza informare le autorità non costituisce alcun reato.


Mentre un numero sempre maggiore di persone vive in condizioni sempre più disperate, le tensioni sociali aumentano. Uno dei peggiori caso di razzismo e xenofobia del 2008 si è verificato in Sudafrica a maggio, con 60 morti, 600 feriti e decine di migliaia di sfollati proprio mentre un analogo numero di persone cercava rifugio in quel paese per scampare alla violenza e alla fame nel vicino Zimbabwe. Sebbene le inchieste ufficiali non siano state in grado di stabilire le cause degli attacchi, è ampiamente appurato che questi siano stati motivati dalla xenofobia e dalla competizione per il lavoro, l'alloggio e i servizi sociali, il tutto aggravato dalla corruzione.

La ripresa dell'economia dipende dalla stabilità politica. Ciò nonostante, gli stessi leader mondiali che si danno da fare per mettere insieme pacchetti di stimoli per ravvivare l'economia globale continuano a ignorare i conflitti mortali che in molti paesi sono la causa di gravi violazioni dei diritti umani, di una povertà endemica e dell'instabilità di intere regioni.

Le condizioni economiche e sociali della Striscia di Gaza, sottoposta a blocchi e attacchi militari, sono agghiaccianti. Le conseguenze politiche ed economiche del conflitto all'interno di Israele e dei Territori occupati palestinesi si propagano ben oltre le immediate vicinanze.

I conflitti del Darfur e della Somalia si svolgono in aree con ecosistemi fragili, dove l'aumento della pressione sulle risorse idriche e la capacità o l'impossibilità di trovare forme di sostentamento alimentari sono tanto la causa quanto l'effetto delle guerre in corso. Gli esodi massicci che ne sono derivati hanno creato un peso enorme sui paesi vicini, che si trovano ora ad affrontare anche le conseguenze della crisi economica globale.

Nell'est della Repubblica Democratica del Congo la brama di potere, la corruzione e gli interessi economici hanno fatto a gara con le politiche delle potenze regionali per impoverire e intrappolare la gente in un ciclo interminabile di violenza. Il risultato è che un paese dalle immense risorse naturali non riesce a riprendersi, anche a causa del crollo degli investimenti esteri, conseguente alla recessione economica globale.

In Afghanistan, il clima dominante d'insicurezza ha pregiudicato la possibilità di accedere al cibo, alle cure mediche e all'istruzione, soprattutto per quanto riguarda le donne adulte e le bambine. L'insicurezza ha valicato il confine col vicino Pakistan, dove già il governo non era in grado di garantire il rispetto dei diritti umani e porre rimedio a povertà e disoccupazione giovanile. Il risultato è che il paese è precipitato in una spirale di violenza estremista.

Se c'è una lezione da imparare dalla crisi finanziaria è che i confini internazionali non isolano dal contagio. Trovare soluzioni ai peggiori conflitti del pianeta e alla crescente minaccia della violenza estremista attraverso un maggiore rispetto dei diritti umani, è un tassello importante del più ampio progetto di rimettere in piedi l'economia.

 

Dalla recessione alla repressione

Da un lato, siamo di fronte al grave rischio che una povertà in crescita e disperate condizioni economiche e sociali possano produrre instabilità politica e violenza di massa. Dall'altro, possiamo ritrovarci in una situazione in cui la recessione sia accompagnata da una più ampia repressione da parte di governi autoritari che mal sopportano il dissenso, le critiche e le denunce di corruzione e di cattiva gestione economica. Nel 2008 abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Quando in molti paesi la gente è scesa in strada per protestare contro l'aumento dei prezzi dei generi di consumo e le difficili condizioni economiche, anche le proteste più pacifiche sono state stroncate con durezza.
 
In Tunisia, la repressione di scioperi e manifestazioni ha causato due morti, molti feriti e oltre 200 processi nei confronti dei presunti organizzatori, alcuni dei quali condannati a lunghe pene detentive. Nello Zimbabwe oppositori politici, attivisti per i diritti umani e sindacalisti sono stati aggrediti, arrestati e uccisi nella più completa impunità. In Camerun, nel corso di violenti disordini, sono morti almeno 100 manifestanti e un numero ancora maggiore di persone è finito in carcere.

In tempi di difficoltà economiche e di tensioni politiche, c'è bisogno di apertura e tolleranza. In questo modo, l'insoddisfazione e il malcontento possono essere incanalati in un dialogo costruttivo e nella ricerca condivisa di soluzioni. Invece, è esattamente in circostanze del genere che gli spazi d'espressione per la società civile si restringono. Attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti vengono intimiditi, minacciati, aggrediti, incriminati senza alcun motivo o uccisi, in ogni parte del mondo.

La censura sui mezzi d'informazione tende a crescere quando i governi cercano di zittire le critiche alle loro politiche e va ad aggiungersi ai pericoli già incombenti sul lavoro dei giornalisti in molti paesi. Lo Sri Lanka detiene uno dei peggiori record, con 14 giornalisti uccisi dal 2006. L'Iran ha limitato la libertà d'espressione su Internet, in Egitto e in Siria sono stati arrestati diversi blogger. La Cina ha allentato la morsa sull'informazione alla vigilia delle Olimpiadi per poi ritornare alla vecchia abitudine di bloccare i siti Internet e censurare altri media. Il governo della Malaysia, prima delle elezioni, ha chiuso due importanti quotidiani dell'opposizione.

L'apertura dei mercati non ha automaticamente portato all'apertura delle società. Galvanizzato dal suo potere economico, derivante dall'aumento dei prezzi del petrolio e del gas, il governo della Federazione russa ha adottato un sempre più marcato atteggiamento nazionalistico e autoritario e ha cercato tenacemente di erodere la libertà d'informazione e attaccare chi osava criticarlo. Nella fase attuale in cui l'economia russa è in declino, a causa della caduta dei prezzi e della crescita dell'inflazione, questa tendenza può diventare persino più dura.

Il governo della Cina continua a reprimere duramente coloro che criticano le direttive politiche, col risultato che la corruzione ufficiale e la cattiva gestione delle imprese non vengono affrontate se non quando lo scandalo è troppo grande per essere tenuto nascosto e gran parte del danno è stato già fatto: come pochi anni fa, in occasione delle epidemie di Sars/influenza aviaria e dell'Hiv/Aids o, più recentemente, nel caso del latte in polvere contraffatto con la melamina. Il governo cinese ha reagito mettendo a morte figure di primo piano, giudicate colpevoli di corruzione ma ha fatto poco o nulla per modificare la condotta delle istituzioni o delle aziende.

Una cittadinanza informata, in grado di chiedere conto dell'operato altrui, è la garanzia migliore per costringere i governi e le aziende a fare bene il proprio lavoro. In un periodo in cui gli stati cercano di stimolare l'economia, la libertà è un bene che va protetto, non represso.

 

Un nuovo tipo di leadership

La povertà è caratterizzata da privazione, disuguaglianza, ingiustizia, insicurezza e oppressione. Questi sono in tutta evidenza problemi legati ai diritti umani, che non si risolvono solo con misure economiche ma che richiedono una forte volontà politica e una risposta unitaria che integri questioni politiche, finanziarie e ambientali in una cornice basata sui diritti umani e sullo stato di diritto. In poche parole, richiedono un'azione collettiva e un nuovo tipo di leadership.

La globalizzazione economica ha determinato un mutamento nel potere geopolitico e una nuova generazione di stati, raggruppati nel G20, sta reclamando la leadership mondiale. Composto da Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre economie emergenti del Sud, così come da Russia, Usa e altri paesi occidentali, il G20 chiede una più accurata rappresentazione del potere politico e dell'influenza economica. Questo può anche andar bene, ma per essere davvero una potenza globale, il G20 deve impegnarsi a rispettare valori globali e fare i conti col quadro di violazioni e doppi standard in materia di diritti umani da parte dei singoli stati che lo compongono.

Non c'è dubbio che la nuova amministrazione statunitense abbia intrapreso un cammino decisamente diverso in tema di diritti umani rispetto a quella del presidente George W. Bush. La decisione presa dal presidente Obama, 48 ore dopo il suo insediamento, di chiudere entro un anno il centro di detenzione di Guantánamo, di condannare inequivocabilmente la tortura e le detenzioni segrete della Cia è stata assai apprezzabile, così come quella di candidare gli Usa al Consiglio Onu dei diritti umani. È comunque ancora troppo presto per dire se l'amministrazione Obama chiederà con franchezza e forza il rispetto dei diritti umani a paesi come Israele e Cina, così come sta facendo verso altri, come Sudan e Iran.

L'impegno dell'Unione europea sui diritti umani resta ancora ambiguo. Determinati su temi come la pena di morte, la libertà d'espressione e la protezione dei difensori dei diritti umani, gli Stati membri si mostrano meno intenzionati a rispettare gli obblighi internazionali in materia di tutela dei rifugiati e di eliminazione di razzismo e discriminazione al proprio interno, così come ad ammettere le proprie collusioni col programma Cia di consegne straordinarie di sospetti terroristi.

Brasile e Messico sono grandi sostenitori dei diritti umani a livello internazionale ma, purtroppo, spesso razzolano male al proprio interno ciò che predicano bene al di fuori dei propri confini. Il Sudafrica si è ostinatamente opposto alla pressione internazionale sul governo dello Zimbabwe affinché ponesse fine alla persecuzione politica e ai brogli elettorali. In Arabia Saudita, centinaia di persone sospettate di terrorismo rimangono in carcere senza processo, i dissidenti politici vengono imprigionati e i diritti delle donne e dei migranti sono fortemente limitati. In Cina, il sistema giudiziario è profondamente iniquo e prevede forme punitive di detenzione amministrativa per ridurre al silenzio i dissidenti. Questo paese è anche il leader mondiale delle esecuzioni capitali. Il governo russo ha consentito che nel Caucaso del Nord si diffondessero impunemente le detenzioni arbitrarie, la tortura, i maltrattamenti e le esecuzioni extragiudiziali e minaccia coloro che osano criticarlo.

I governi del G20 hanno l'obbligo di rispettare gli standard internazionali sui diritti umani che la comunità internazionale ha sottoscritto. Non facendolo, pregiudicano la loro credibilità e legittimità così come l'efficacia della loro azione. L'obiettivo del G20 è di cercare una via d'uscita alla crisi economica globale e di questo sforzo, dicono, beneficerebbero le persone che vivono in povertà. Ma la ripresa dell'economia non sarà sostenibile né equa se non verrà posto l'accento sui diritti umani.

I paesi che siedono al tavolo principale del mondo devono a tutti i costi dare l'esempio attraverso il proprio comportamento. Un buon inizio, per i paesi del G20, potrebbe esse quello di mandare il chiaro segnale che tutti i diritti (economici, sociali, culturali, politici o civili che siano) sono importanti allo stesso modo. Gli Usa negano da tempo la validità dei diritti economici e sociali e non sono stato parte del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. La Cina, dal lato opposto, non è stato parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici. I due paesi dovrebbero accedere immediatamente a quei due trattati. Tutti i paesi del G20 dovrebbero ratificare il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2008. Ratificare i trattati internazionali, in ogni caso, è solo la prima delle molte cose da fare.

 

Nuove opportunità per il cambiamento

La povertà globale, acuita dalla situazione economica, ha creato una piattaforma esplosiva per un cambiamento in favore dei diritti umani. Allo stesso tempo, la crisi economica ha stimolato un mutamento di prospettiva che volge in direzione di un cambiamento di sistema.


Negli ultimi due decenni, lo stato ha fatto un passo indietro rispetto ai propri obblighi in materia di diritti umani (se non li ha addirittura rinnegati) in favore del mercato, nella convinzione che la crescita economica avrebbe imbarcato tutti a bordo. Ma ora che arriva la bassa marea e la spinta propulsiva viene meno, i governi stanno mutando radicalmente le proprie posizioni e parlano di una nuova architettura finanziaria globale in cui le istituzioni nazionali sono destinate a giocare un ruolo più forte. Questo scenario porta con sé la possibilità che lo stato smetta di ritirarsi dalla sfera sociale e disegni un modello più legato ai diritti umani. Questo scenario crea anche la possibilità di ripensare completamente il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali in termini di rispetto, protezione e rafforzamento dei diritti umani, compresi quelli economici e sociali.

I governi dovrebbero investire nei diritti umani con la stessa convinzione con cui stanno investendo nella ripresa economica. Dovrebbero espandere e sostenere le opportunità nel campo sanitario ed educativo, porre fine alla discriminazione, rendere realtà i diritti delle donne, istituire standard universali e meccanismi efficaci per chiamare le aziende a rispondere degli abusi, costruire società aperte in cui il primato della legge sia rispettato, la coesione sociale sia forte, la corruzione sia sradicata e i governi diano conto del proprio operato. La crisi economica non dovrebbe essere presa a pretesto dai paesi più ricchi per tagliare i fondi per l'assistenza allo sviluppo. Nei periodi di difficoltà economica, gli aiuti internazionali diventano sempre più importanti per aiutare i paesi più poveri a fornire i servizi minimi essenziali nel campo della salute, dell'istruzione, dell'igiene e dell'alloggio. I governi dovrebbero inoltre lavorare insieme per risolvere i conflitti mortali. A causa della loro interconnessione, ignorare una crisi per concentrarsi su un'altra non fa altro che aggravarle entrambe.

Sapranno i governi cogliere queste opportunità per rafforzare il rispetto dei diritti umani? E le aziende e le istituzioni finanziarie internazionali sapranno accettare e assumersi le proprie responsabilità in materia di diritti umani? Fino a oggi, i diritti umani hanno figurato raramente nelle diagnosi o nelle ricette suggerite dalla comunità internazionale.

La storia mostra che la maggior parte delle battaglie che hanno condotto a un cambiamento (come l'abolizione della schiavitù o l'emancipazione delle donne) sono nate non dall'iniziativa degli stati ma dall'ostinazione delle persone comuni. Successi come l'istituzione di organi di giustizia internazionale, i controlli sul commercio di armi, l'abolizione della pena di morte, il contrasto alla violenza sulle donne o l'inserimento della povertà e dei cambiamenti climatici al centro dell'agenda internazionale sono ampiamente dipesi dalla creatività, dall'energia e dalla tenacia di milioni di attivisti di ogni parte del mondo.

È grazie al potere della gente che oggi dobbiamo tornare a esercitare pressione sui nostri leader politici. Ecco perché, insieme a molti partner locali, nazionali e internazionali, Amnesty International lancia oggi una nuova campagna. Attraverso lo slogan (((IO PRETENDO DIGNITÀ))), mobiliteremo l'opinione pubblica per chiedere conto a livello nazionale e internazionale delle violazioni dei diritti umani che conducono alla povertà e la acuiscono. Combatteremo le leggi, le politiche e le pratiche discriminatorie e chiederemo misure concrete per eliminare quei fattori che rendono e mantengono povere le persone. Porteremo la voce di coloro che vivono in condizioni di indigenza al centro del dibattito per porre fine alla povertà e pretenderemo che possano partecipare attivamente alle decisioni che riguardano il loro futuro.

Quasi 50 anni fa, Amnesty International venne creata per chiedere il rilascio dei prigionieri di coscienza. Oggi noi pretendiamo dignità per i prigionieri della povertà, affinché possano cambiare la loro vita. Sono certa che con l'aiuto e il sostegno di milioni di iscritti, donatori e sostenitori di Amnesty International nel mondo, ce la faremo!

 
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