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Panoramica regionale - Medio Oriente e Africa del Nord

  1. Conflitto e impunità
  2. Repressione del dissenso
  3. Libertà di espressione e media
  4. Pubblica "sicurezza"
  5. Preoccupazioni economiche - Alloggio e mezzi di sussistenza
  6. Discriminazione
  7. Giustizia per il passato
  8. Conclusione

"Mi mostrarono un pezzo di carta fotocopiato che diceva: 'Da dopo le elezioni, qualcuno vuole creare caos e disordini. È necessario intervenire rapidamente [...] per identificare gli organizzatori e i collaborazionisti'. Mi suonava piuttosto strano. Chiesi: 'Che cosa c'entro io con questo?' Mi spiegarono che era un avvertimento generale. Poi mi portarono alla macchina."
Shiva Nazar Ahari, un'attivista dei diritti umani arrestata il 14 giugno, descrive il suo arresto da parte di agenti del ministero dell'Intelligence.

L'anno è iniziato con i caccia militari israeliani che bombardavano Gaza, in un conflitto durato 22 giorni che è costato la vita a centinaia di civili palestinesi, e si è chiuso con una crescente repressione in Iran, dove migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro i contestati risultati delle elezioni presidenziali e l'inesorabile giro di vite sul dissenso che ne è seguito.

Entrambi i casi, pur in modo diverso, sono la dimostrazione della necessità di fare giustizia se si vuole che il duraturo circolo vizioso delle violazioni dei diritti umani abbia fine. Inoltre mettono in evidenza gli ostacoli che impediscono il corso della giustizia. In seguito al conflitto a Gaza, un'autorevole inchiesta delle Nazioni Unite ha rilevato che sia Israele sia Hamas avevano commesso crimini di guerra e possibili crimini contro l'umanità e le ha sollecitate ad avviare indagini credibili e a chiamare in giudizio i responsabili. Ciononostante, a fine anno nessuna delle due aveva intrapreso iniziative concrete in tal senso.

Le autorità iraniane, nel contempo, sono parse più inclini a insabbiare piuttosto che a indagare le accuse di stupro e altre torture ai danni dei detenuti. Hanno inoltre cercato di trasferire la colpa delle uccisioni commesse dalle proprie forze di sicurezza su coloro che avevano fatto sentire la propria voce contro di esse, piuttosto che adempiere ai loro obblighi derivanti dal diritto internazionale di indagare in maniera appropriata sulle violazioni dei diritti umani e chiamare i responsabili a renderne conto. In quanto artefici degli abusi, le autorità avevano molto da nascondere.

Gli eventi di Gaza e dell'Iran sono inoltre entrambi emblematici, in maniera assai netta, della continua insicurezza affrontata da milioni di persone nell'intera regione del Medio Oriente e Africa del Nord. Come per gli anni precedenti, il 2009 è stato testimone di divisioni profondamente radicate in campo politico, religioso ed etnico che hanno visto il moltiplicarsi di contesti di intolleranza, ingiustizia e conflitti violenti, nei quali coloro che si battevano per i diritti umani o che invocavano riforme si sono trovati troppo spesso a farlo a loro rischio e pericolo. Tali divisioni e tensioni sono state inoltre inasprite nel 2009 dal coinvolgimento estero nella regione, in particolare la presenza di forze militari estere, e dall'impatto della crisi finanziaria globale.

 

Conflitto e impunità

Il rapido, acuto conflitto a Gaza e nel sud d'Israele agli inizi dell'anno è stato segnato da entrambe le parti da un duro disprezzo per le vite dei civili, che sono stati la vasta maggioranza degli uccisi e dei feriti.

Allo stesso modo, sono stati i civili, le persone che cercavano di continuare la vita quotidiana malgrado l'agitazione che li circondava, a pagare lo scotto del conflitto interno che ha continuato ad attanagliare gran parte dell'Iraq. Nel complesso, il numero degli uccisi è diminuito nel 2009 rispetto agli anni precedenti; ciononostante, ci sono state molte vittime tra i civili. Molti sono morti in attacchi dinamitardi a Baghdad e in altre città, messi a punto da gruppi armati segreti che spesso sono sembrati selezionare i loro obiettivi con lo scopo di uccidere e mutilare il maggior numero possibile di civili e di provocare vendette settarie. Altri sono stati rapiti e assassinati da milizie armate collegate ai partiti rappresentati nel parlamento iracheno.

Anche nello Yemen, migliaia di civili sono stati sfollati dalle abitazioni e a fine anno il loro numero si attestava sui 200.000, mentre altri, per i quali non sono note le cifre complessive, sono stai uccisi nel contesto dei nuovi e più intensi combattimenti tra le forze governative e i seguaci armati di un leader religioso della minoranza sciita ucciso nel 2004. Il conflitto nel governatorato settentrionale di Sa'da è sconfinato nella vicina Arabia Saudita, le cui truppe si sono scontrate anch'esse con i ribelli sciiti.

Contemporaneamente, il governo yemenita ha ripristinato in maniera sempre più decisa metodi repressivi per cercare di contenere i crescenti disordini e le proteste nel sud del paese contro le asserite discriminazioni, mentre si moltiplicavano le preoccupazioni di ordine economico.

Gli attacchi sferrati dai gruppi armati, compresi quelli apparentemente allineati con al-Qaeda, sono costati la vita a civili in stati come l'Algeria e l'Egitto. Questi attacchi, e le ondate di arresti di sospettati che ne sono solitamente seguite, si sono sommati al generale clima di insicurezza della regione. Essi sono inoltre serviti a spianare la via a una tendenza dei governi a ricorrere alla repressione e a violare i diritti umani, piuttosto che affrontare le problematiche che ne erano alla base, di tipo politico, economico o sociale.

 

Repressione del dissenso

Se queste sono state le manifestazioni più estreme, l'insicurezza politica che ha pervaso la regione è stata evidente anche nell'intolleranza dei governi persino nei confronti di espressioni pacifiche di critica e dissenso. In stati come Libia, Arabia Saudita e Siria, governi autoritari hanno di fatto negato qualsiasi spazio alla libertà di parola o all'attività politica indipendente. In Libia, si è avuta una qualche leggera apertura e Amnesty International ha ottenuto per la prima volta, dopo cinque anni, il permesso di visitare il paese, ma i diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione hanno continuato a essere tutti fortemente limitati.

In Egitto, sono state confermate le sentenze dei leader della Fratellanza musulmana, tutti civili condannati al carcere al termine di un processo iniquo davanti a una corte militare nel 2008. Membri e sostenitori dell'organizzazione, messa al bando ufficialmente ma che raccoglie ampi consensi, hanno continuato a essere vessati e detenuti. In Cisgiordania, l'Autorità Palestinese guidata da Fatah ha attuato un giro di vite contro i sostenitori di Hamas; a Gaza, l'amministrazione de facto di Hamas ha preso di mira i sostenitori di Fatah; in entrambe le zone, detenuti sono stati torturati o maltrattati e le persone che si sono trovate in mezzo ai combattimenti tra le opposte fazioni sono state uccise e ferite.

Le autorità del Marocco sono divenute sempre più intolleranti nei confronti di coloro che invocano l'indipendenza del Sahara Occidentale, amministrato dal Marocco dal 1975, e dei difensori dei diritti umani sahrawi. A novembre, esse hanno sommariamente espulso verso le Isole Canarie Aminatou Haidar, sostenendo che l'attivista aveva rinunciato alla propria nazionalità, cedendo e permettendole di far ritorno a casa, a Laayoune, soltanto a fronte delle crescenti pressioni internazionali, dopo che la donna aveva intrapreso uno sciopero della fame, durato un mese, mettendo a repentaglio la sua vita per difendere i propri diritti umani.

In generale, in troppi stati coloro che hanno avuto il coraggio o l'audacia di mettere in discussione le politiche del governo o di criticare la situazione dei diritti umani hanno continuato a rischiare di essere additati come nemici dello stato e di essere arrestati o condannati a pene detentive.

In Siria, l'avvocato per i diritti umani Muhannad al-Hassani è stato arrestato a luglio e ha rischiato 15 anni di carcere per aver messo in luce le inadeguatezze di un famigerato tribunale speciale, utilizzato per processare i sospettati politici. L'Ordine ufficiale degli avvocati gli ha proibito di esercitare la professione. L'attivista politico di lungo corso Haytham al-Maleh, nonostante i suoi 78 anni di età, ha rischiato una condanna a 15 anni di carcere per alcuni commenti fatti nel corso di un'intervista televisiva.

Alcuni hanno pagato anche con la vita: in Libia, Fathi el-Jahmi, notissimo esponente critico del governo, è stato messo su un volo diretto in Giordania per ottenere cure mediche dopo oltre cinque anni di detenzione, quando era divenuto ormai chiaro che la sua morte era imminente; è deceduto due settimane dopo.

 

Libertà di espressione e media

Nella maggior parte dei paesi della regione, i media sono stati strettamente sorvegliati. Direttori di testata e giornalisti sono stati costretti a operare entro regole scritte e non, e a stare alla larga da tematiche considerate tabù, come le critiche verso il premier, la sua famiglia e il suo entourage, la corruzione delle autorità o altri abusi di potere. In caso contrario hanno subito vessazioni, arresti o procedimenti per accuse penali di diffamazione. Questi soprusi non hanno riguardato solo gli esponenti dei principali mezzi di informazione. In Egitto e in Siria, ad esempio, le autorità hanno detenuto e condannato blogger a causa dei loro scritti e in tutta la regione le autorità hanno bloccato l'accesso a siti web che riportavano commenti o notizie considerate ostili ai loro interessi. In Iran, tale atteggiamento è giunto all'estremo nei mesi successivi alle elezioni presidenziali di giugno; le autorità hanno tagliato le comunicazioni telefoniche e via e-mail per cercare di impedire che emergesse la verità, in particolare oscurando le fotografie, scattate con i telefoni cellulari, degli attacchi violenti contro i manifestanti da parte del violento corpo paramilitare Basij e di altri uomini violenti legati al governo.

In Tunisia, le autorità si sono servite di accuse artificiose per perseguire alcuni di coloro che li avevano criticati e contemporaneamente manipolavano i media per screditare e diffamare altri. Le leggi non sono servite a tutelare quanti erano stati presi di mira. Dopo che il principale sindacato dei giornalisti del paese aveva invocato una maggiore libertà per i media, la sua dirigenza è stata estromessa e sostituita da un nuovo consiglio che ha appoggiato apertamente la rielezione del presidente, fatto senza precedenti, per un quinto mandato. Anche i difensori dei diritti umani hanno continuato a subire persistenti vessazioni, una sorveglianza oppressiva e altre violazioni dei loro diritti da parte delle autorità tunisine nonostante l'immagine benevola verso i diritti umani che il governo aveva cercato di coltivare a livello internazionale.

 

Pubblica "sicurezza"

In Egitto e Siria, le autorità hanno mantenuto i decennali proclami dello stato di emergenza che conferiscono alle rispettive forze di sicurezza poteri eccezionali di arrestare e detenere sospetti, trattenerli in incommunicado e in condizioni che facilitano la tortura e altri maltrattamenti e ulteriori abusi. Israele ha continuato a imporre un sistema di leggi militari sui palestinesi della Cisgiordania, mentre i palestinesi di Gaza erano sottoposti alle leggi israeliane che accordavano loro ancor meno diritti.

Nell'intera regione, i governi hanno concesso alle loro forze di sicurezza licenze eccezionali nel nome della sicurezza di stato e della difesa contro le minacce all'ordine pubblico, sebbene spesso queste forze siano state impiegate per perseguire interessi politici di parte e per mantenere monopoli di potere a fronte delle richieste di una maggior apertura, di libere elezioni e di cambiamenti politici. Di conseguenza, tortura e altri maltrattamenti sono rimasti fenomeni endemici e, per lo più, sono stati commessi nell'impunità. È risultata prassi comune in tutta la regione per i sospettati politici essere detenuti in incommunicado, spesso per settimane o talvolta mesi, in carceri segrete o sconosciute dove venivano torturati e sottoposti ad abusi per indurli a "confessare" e a fare nomi, ponendo così a rischio altre persone a loro vicine, a farli diventare informatori o semplicemente per terrorizzarli. Molti di questi detenuti sono finiti sotto processo, spesso davanti a tribunali speciali le cui procedure non erano in linea con gli standard internazionali sull'equo processo, ignorando regolarmente le loro denunce di tortura e condannandoli sulla base di "confessioni" estorte.

In Iran, le autorità hanno montato una serie di "processi farsa", reminiscenza dei processi collegati ad alcuni dei regimi maggiormente autoritari del XX secolo, per punire coloro che erano stati accusati di guidare le proteste popolari a seguito dei risultati ufficiali delle elezioni presidenziali. In Arabia Saudita, il governo ha annunciato che più di 300 persone erano state condannate per accuse legate al terrorismo ma non ha fornito particolari sui processi, svoltisi in segreto, chiusi agli osservatori e, a quanto pare, persino agli avvocati della difesa. Si è avuta notizia del pronunciamento di una condanna a morte; altri imputati hanno ricevuto pene detentive fino a 30 anni.

Diversi governi della regione hanno continuato a impiegare in maniera estensiva la pena di morte, giustificandola sulla base della sua previsione da parte della legge della sharia o della sua funzione di deterrente contro il crimine e di garanzia della pubblica sicurezza. Principalmente in Iran, Iraq e Arabia Saudita, ci sono state molte esecuzioni, spesso al termine di procedimenti giudiziari non in linea con gli standard internazionali sull'equo processo. In Iran, inoltre, tra le vittime vi erano anche minorenni condannati per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Al contrario, le autorità di stati come l'Algeria, il Libano, il Marocco e la Tunisia, pur continuando a imporre pene capitali, hanno mantenuto moratorie de facto in base alle quali negli ultimi anni non sono state eseguite condanne, rispecchiando la crescente tendenza internazionale verso la fine delle esecuzioni.

 

Preoccupazioni economiche - Alloggio e mezzi di sussistenza

Nonostante gli sforzi da parte dell'amministrazione statunitense per ridare slancio al processo di pace per il Medio Oriente, le divisioni tra israeliani e palestinesi si sono ulteriormente acuite nel corso del 2009, non soltanto a seguito delle morti e della distruzione causate dall'operazione "Piombo Fuso" ma anche per le conseguenze del continuo blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. Iniziato nel giugno 2007, il blocco ha continuato a separare quasi 1,5 milioni di palestinesi dal resto del mondo, isolandoli nei ristretti confini di Gaza e limitando fortemente l'importazione di beni e rifornimenti essenziali. Questo inasprimento immotivato delle privazioni, che gli abitanti di Gaza già subivano, ha seriamente ostacolato il loro accesso alle cure mediche e all'istruzione e ha distrutto industrie e mezzi di sussistenza. Imposto apparentemente per dissuadere i gruppi armati palestinesi dal lanciare razzi su Israele da parte dei gruppi armati palestinesi, il blocco si è rivelato scandaloso, imponendo una punizione collettiva all'intera popolazione di Gaza. Come era più che prevedibile, ha finito per colpire maggiormente i più vulnerabili, ovvero bambini, anziani, senzatetto e ammalati, compresi quanti necessitavano di cure mediche al di fuori di Gaza, e non i militanti armati responsabili del lancio dei razzi.

Il blocco di Gaza e le politiche israeliane in Cisgiordania, come la demolizione di case, i blocchi stradali e le restrizioni alla libertà di movimento, sono tutti fattori che hanno contribuito all'impoverimento dei palestinesi, nel quadro di un piano apparso come prestabilito. Altrove nella regione, milioni di persone hanno abitato in insediamenti informali - baraccopoli - in vari gradi di povertà. Nell'area del Cairo, ad esempio, molti vivevano in zone che le autorità egiziane avevano definito "insicure" a causa della costante minaccia di improvvise frane o per la presenza di cavi dell'alta tensione. I residenti hanno rischiato sgomberi forzati senza adeguata o alcuna consultazione. Altri, risistemati dopo che nel 2008 una frana aveva travolto e ucciso più di 100 persone, hanno lamentato di non avere alcun titolo legale sulle loro nuove dimore.

 

Discriminazione

In tutta la regione, donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni sul piano legislativo e di altro tipo e a vedersi negata l'opportunità di accedere a diritti come istruzione, salute e partecipazione politica. Nella maggior parte dei paesi, il diritto di famiglia ha legalmente discriminato le donne rispetto agli uomini in questioni inerenti l'eredità, il divorzio e la custodia dei figli, rendendole insufficientemente tutelate contro la violenza all'interno della famiglia o per motivi legati al genere. Stati come Iraq, Giordania e Siria hanno conservato leggi che permettono agli uomini responsabili di violenza contro le donne di non essere puniti nel caso in cui i loro delitti siano ritenuti commessi "in un accesso d'ira" e per difendere "l'onore" della famiglia o di ricevere soltanto punizioni lievi; in Siria, è stato un progresso il decreto di luglio a firma del presidente, secondo il quale un uomo che uccida o ferisca una parente sulla base di queste motivazioni deve ricevere una pena di almeno due anni di reclusione.

Casi di cosiddetti delitti d'onore di donne sono stati documentati in Giordania, Autorità Palestinese e Siria. In Iraq, le donne sono state attaccate e minacciate per non aver osservato i rigidi codici morali e quelle in carcere hanno riferito a una commissione parlamentare di essere state stuprate durante la detenzione. In Iran, le autorità hanno continuato a prendere di mira attiviste dei diritti umani e altre impegnate nella campagna popolare per porre fine alla discriminazione legale delle donne.

Nel corso dell'anno, tuttavia, sono stati registrati alcuni progressi. In Kuwait, per la prima volta quattro donne sono state direttamente elette al parlamento, dopo che nel 2005 era stato concesso alle donne il diritto di votare e di candidarsi alle elezioni. In Arabia Saudita, per la prima volta una donna è entrata in un governo, come ministro dell'Istruzione. Nello Yemen, emendamenti legislativi hanno consentito alle donne sposate con uno straniero di trasmettere la propria nazionalità ai figli, ma una proposta per elevare l'età minima per i matrimoni delle ragazze è rimasta in sospeso, sebbene regolarmente si registrino matrimoni precoci e forzati di ragazze e sia noto che ciò contribuisca al tasso particolarmente elevato di mortalità materna dello Yemen. Il Qatar ha aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne a giugno, esprimendo tuttavia delle riserve, mentre i governi di Algeria e Giordania hanno ritirato alcune delle loro precedenti riserve al trattato ma ne hanno mantenute altre e pertanto continuano a compromettere l'essenza stessa della Convenzione quale mezzo per porre fine alla discriminazione di genere.

Negli stati ricchi di giacimenti petroliferi e di gas naturale del Golfo, i lavoratori migranti, per lo più provenienti dall'Asia, hanno contribuito a rafforzare le economie nazionali e a costruire il più alto grattacielo del mondo, inaugurato con grande risonanza a dicembre a Dubai. Hanno fatto il lavoro pesante, ma quando si è trattato di tutelare i loro diritti umani, si sono trovati in fondo alla scala sociale: abusati, sfruttati e spesso costretti a vivere in condizioni squallide lontano dalla vista della ricchezza. A toccare il fondo, nel Golfo o in paesi come il Libano, sono stati i lavoratori domestici migranti, quasi tutti donne, per lo più esclusi anche dalle deboli tutele della legge sul lavoro vigenti per i migranti impiegati nel settore edile e in altre industrie. Le donne sono state tra i lavoratori maggiormente esposti allo sfruttamento e agli abusi, discriminate in quanto straniere, in quanto lavoratrici non tutelate e in quanto donne.

Nell'intera regione, la situazione dei migranti stranieri è stata motivo di grave preoccupazione. Migliaia di sospetti lavoratori migranti dell'Africa subsahariana, che cercavano di ottenere un lavoro o di raggiungere l'Europa, sono stati detenuti in Algeria, Libia e in altri stati o sommariamente espulsi; è stato segnalato che alcuni sono stati percossi o sottoposti ad altri abusi. Le forze di sicurezza egiziane hanno sparato e ucciso almeno 19 migranti che cercavano di attraversare il confine con Israele e ne hanno rimpatriati con la forza 64 in Eritrea, nonostante i rischi di violazioni che essi avrebbero corso una volta ritornati nel loro paese. Il governo algerino ha ascritto a reato "l'illecita" fuoriuscita dal paese, per i propri cittadini così come per gli stranieri. Un progetto di legge, presentato al parlamento israeliano, ha stabilito l'imposizione di una serie di condanne detentive per gli stranieri che entrano illegalmente in Israele, riservando le condanne più pesanti a persone di determinate nazionalità.

Rifugiati e richiedenti asilo hanno inoltre raramente ricevuto protezione, anche se ne avevano diritto. In Libano, la vasta e consolidata comunità di rifugiati palestinesi ha continuato a vedersi negato l'accesso ad alloggi adeguati, al lavoro e alla realizzazione dei diritti economici e sociali; migliaia di loro, che avevano abbandonato il campo di Nahr al-Bared per fuggire dai combattimenti nel 2007, non erano ancora riusciti a far ritorno alle loro abitazioni, a oltre due anni dalla fine del conflitto. Inoltre, un processo finalizzato a risolvere la situazione di diverse migliaia di rifugiati che si calcola siano privi di documenti ufficiali, i cosiddetti "sans papiers", è stato bloccato dalle autorità di sicurezza libanesi.

Donne, migranti, rifugiati non sono stati i soli a subire discriminazioni e violenze nel corso del 2009. In Iran, Iraq e in altri stati, i membri di minoranze etniche e religiose hanno subito discriminazioni e attacchi violenti. In Siria, migliaia di curdi sono risultati di fatto apolidi e attivisti della minoranza curda sono stati arrestati e incarcerati. Nel Qatar, i membri di una tribù incolpata di un fallito colpo di stato nel 1996 hanno continuato a vedersi negata la nazionalità e pertanto anche l'accesso all'impiego e ad altri diritti. Altre minoranze hanno subito discriminazioni, come nel caso di lesbiche, gay, bisessuali e transgender. In Egitto, ad esempio, presunti gay sono stati colpiti da procedimenti giudiziari ai sensi di una legge sulla depravazione e sottoposti a trattamento degradante; mentre in Iraq, gay sono stati rapiti, torturati, assassinati e mutilati da milizie islamiste, senza che i responsabili di questi atti fossero perseguiti.

 

Giustizia per il passato

Nel 2009 sono stati scarsi i progressi nell'affrontare le passate violazioni dei diritti umani nonostante i continui, coraggiosi sforzi di molti sopravvissuti e delle famiglie delle vittime per conoscere la verità su quello che era successo e per chiedere giustizia. Il governo algerino è sembrato ancor più determinato a cancellare dalla memoria collettiva le sparizioni forzate e le uccisioni degli anni Novanta, mentre il governo siriano non ha dimostrato alcun interesse nel far luce sulla sorte di coloro che erano scomparsi sotto il governo del padre dell'attuale presidente. In Libano, i gruppi per i diritti umani hanno vinto una causa per rendere pubblici i risultati di una precedente inchiesta ufficiale sulle sparizioni forzate ma, per bilanciarsi tra le diverse fazioni, il governo ha lanciato ben pochi segnali di voler far emergere con decisione la verità. Il Tribunale speciale per il Libano, istituito nei Paesi Bassi con mandato di perseguire i perpetratori di una serie di delitti politici, come l'assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafic Hariri e attentati a questo collegati, non è stato accompagnato da indagini su molti altri casi. Nel Marocco e Sahara Occidentale, le riforme legislative e istituzionali raccomandate anni prima dalla storica Commissione parità e riconciliazione dovevano ancora essere attuate e non erano state ancora avviate iniziative per fare prevalere la giustizia per le vittime di violazioni sotto re Hassan II, quando la violenza di stato contro i dissidenti e gli oppositori era stata particolarmente dura. In Iraq, coloro che erano stati accusati di aver commesso crimini sotto il governo di Saddam Hussein hanno continuato a essere processati ma davanti a un tribunale fortemente compromesso, che ha comminato nuove condanne a morte. In Libia, i parenti dei prigionieri uccisi nel carcere di Abu Salim nel 1996 erano ancora in attesa dei risultati di una tardiva, e a quanto pare segreta, inchiesta ufficiale.

 

Conclusione

A 10 anni dall'avvio del nuovo millennio, ancora tanto resta da fare per realizzare i diritti umani sanciti oltre 60 anni fa dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. In particolare, in tutta la regione, le autorità statali o si sono dimostrate riluttanti o semplicemente non hanno voluto onorare gli obblighi derivanti dai trattati internazionali di tutelare e promuovere i diritti umani. Questa tendenza è risultata rafforzata a fronte della minaccia del terrorismo, spesso impiegata quale giustificazione di convenienza per reprimere ulteriormente le critiche legittime e il dissenso. Ciononostante, in tutta la regione, persone coraggiose non hanno abbandonato la speranza e hanno continuato a difendere i loro diritti e quelli degli altri. Loro sono la nostra ispirazione.

 

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