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Alla ricerca della giustizia: per tutti i diritti, per tutte le persone

Introduzione al Rapporto Annuale 2010 di Claudio Cordone, Segretario Generale ad interim di Amnesty International

  1. I risultati raggiunti
  2. Potere e politicizzazione - Gli ostacoli alla giustizia
  3. Le sfide che ci attendono: responsabilità giudiziaria per tutti i diritti
  4. Il prossimo progetto globale: giustizia per tutti i diritti

Tra gennaio e maggio del 2009, nello Sri Lanka, circa 300.000 civili sono rimasti intrappolati in una piccola striscia di terra, tra le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) in ritirata e l'esercito che avanzava. Nonostante un crescendo di denunce di violazioni dei diritti umani, il Consiglio di sicurezza non è intervenuto. Almeno 7000 persone sono state uccise ma alcune fonti parlano persino di 20.000. Il governo dello Sri Lanka ha liquidato le notizie di crimini di guerra commesse dalle sue forze armate e ha respinto le richieste di un'indagine internazionale. Nel contempo, non ha svolto alcuna inchiesta credibile e indipendente. Il Consiglio Onu dei diritti umani è stato convocato in sessione speciale, ma i giochi di potere hanno portato gli stati membri ad approvare una risoluzione proposta dallo Sri Lanka, in cui ci si complimentava per il successo ottenuto contro l'Ltte. Alla fine dell'anno, nonostante ulteriori prove di crimini di guerra e di altre violazioni dei diritti umani, nessuno era stato portato di fronte alla giustizia.

È veramente difficile immaginare un fallimento peggiore nell'accertamento delle responsabilità di chi ha violato i diritti umani.

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente l'introduzione al Rapporto annuale 1992. Intitolata "Farla franca con gli omicidi", questa denunciava i tanti paesi in cui leader civili o militari responsabili di aver ordinato o tollerato omicidi, sparizioni forzate, stupri sistematici e altre torture, non correvano alcun pericolo di essere chiamati a risponderne di fronte alla giustizia. Lo Sri Lanka figurava nell'elenco, in quanto il governo dell'epoca era venuto meno al dovere di sottoporre a procedimenti giudiziari i responsabili di decine di migliaia di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate, nella violenta reppressione dell'insurrezione interna degli anni 1988-90.

La domanda è spontanea: è cambiato qualcosa negli ultimi due decenni? Se esaminiamo la situazione dello Sri Lanka nel 2009 o quelle della Colombia o di Gaza, sarebbe facile concludere che no, non è cambiato niente. E se cosÌ stanno le cose, perché ostinarsi a chiedere che i responsabili delle violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere del loro operato? In questo modo, però, rischieremmo di perdere di vista gli importanti progressi fatti in meno di 20 anni che, nonostante sfide vecchie e nuove, rendono oggi più difficile a chi ha commesso dei crimini sfuggire alla giustizia.

È vero, il raggio d'azione della legge è lungi dall'essere totale. Alcuni casi sono fuori da ogni monitoraggio, in altri la giustizia ci mette troppo tempo. Ma ci sono dei progressi. Per di più, l'accertamento delle responsabilità è stato esteso dal tipico ambito della ricerca della giustizia per omicidi e torture, alle violazioni di diritti umani fondamentali come quello al cibo, all'educazione, all'alloggio e alla salute, diritti necessari per vivere in dignità.

 

I risultati raggiunti

Essere chiamati a rispondere per qualcosa che si è fatto, o qualcosa che si è mancato di fare, e che ha avuto conseguenze dirette su altre persone è un concetto ampio: lo si può usare, dal punto di vista politico, come nelle elezioni; oppure, da un punto di vista morale, per misurare i valori di una società.

Gli standard internazionali sui diritti umani si concentrano sulla cosiddetta "accountability" per definire una responsabilità di tipo giuridico. Le persone hanno dei diritti che devono essere previsti e protetti dalla legge. Coloro che detengono il potere hanno i doveri, a loro volta sanciti dalle leggi, di rispettare, proteggere e garantire i diritti individuali.

Essere chiamati a rispondere, sul piano giuridico, delle proprie azioni, è importante, soprattutto e in primo luogo, perché chi ha sofferto un danno ha diritto alla verità e alla giustizia. Le vittime e i loro familiari devono vedere i torti subiti riconosciuti e i responsabili chiamati a risponderne. Verificare se le vittime hanno titolo a ricevere un risarcimento, scoprire quanto è accaduto, da parte di chi e perché è tanto importante quanto portare di fronte a un giudice i responsabili delle violazioni commesse.

Accertare i fatti e chiarire le responsabilità aiuta anche a guardare avanti. Costituisce una forma di deterrenza nei confronti di chi ha commesso un crimine e anche una base su cui avviare riforme delle istituzioni statali e internazionali. Meccanismi efficaci ed efficienti in questo ambito possono aiutare gli stati a rendere migliori le leggi e la prassi e a verificare l'impatto di queste ultime sulla vita delle persone.

Negli ultimi 20 anni, una campagna globale è riuscita a stabilire il ruolo della giustizia internazionale. Tra i suoi successi, c'è l'istituzione nel 1998 della Corte penale internazionale (Icc), ispirata dai tribunali internazionali che si occupano di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nell'ex Jugoslavia e in Ruanda.

Il 2009 è stato uno spartiacque: un capo di stato in carica, il presidente del Sudan Al Bashir è stato raggiunto da un mandato d'arresto emesso dall'Icc per cinque imputazioni relative a crimini contro l'umanità (omicidio, sterminio, trasferimento forzato di popolazione, tortura e stupro) e due imputazioni di crimini di guerra (per aver colpito la popolazione civile).

Alla fine del 2009, il procuratore dell'Icc aveva avviato indagini su tre situazioni deferite alla Corte dagli stati in cui erano occorsi i crimini, in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana, e su una situazione deferitale dal Consiglio di sicurezza in Darfur, Sudan. Il procuratore aveva inoltre richiesto alla Camera preprocessuale di autorizzarlo ad aprire un'ulteriore indagine in Kenya. L'Icc ha chiamato a comparire, oltre al presidente sudanese, il capo di un gruppo armato del Darfur e ha emesso mandati d'arresto per un leader della milizia, per un funzionario governativo di alto profilo e per il presidente del Sudan, oltre che per i capi di gruppi armati operanti in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. Si è trattato di passi avanti importanti per affermare il principio che tutti coloro che commettono crimini di guerra o crimini contro l'umanità devono essere chiamati a risponderne allo stesso modo, che siedano in un governo o appartengano ad altre forze.

Recentemente, il procuratore dell'Icc ha ampliato il raggio geografico d'azione del suo lavoro, avviando indagini preliminari su quattro situazioni al di fuori dell'Africa: Afghanistan, Colombia, Georgia e il conflitto di Gaza e del sud d'Israele del 2008-2009.

Il processo di ratifica progressiva dello Statuto di Roma dell'Icc (110 stati alla fine del 2009) ha dato il via a riforme legali a livello nazionale per conferire alle corti locali giurisdizione su crimini di diritto internazionale, tali da consentire di incriminare presunti autori di reati quando si trovano all'estero, nel caso in cui, e solo nel caso in cui, beneficino dell'impunità nel loro paese.

Nonostante alcuni passi indietro, registrati lo scorso anno, nello sviluppo di un sistema di giurisdizione universale, come l'appovazione in Spagna di una legge che restringe il suo ambito di applicazione, avvocati hanno avviato cause e alcune hanno registrato progressi presso i tribunali nazionali (nelle Americhe, in Europa e in Africa). In Sudafrica, a dicembre, due Organizzazioni non governative hanno contestato in tribunale la decisione delle autorità di non aprire un'indagine secondo la legge sulla giurisdizione universale del Sudafrica, in merito alle accuse di crimini contro l'umanità commessi in Zimbabwe da persone che era noto avessero visitato il Sudafrica. Alla fine dell'anno, più di 40 stati, dal 1998, avevano emanato legislazioni per ribadire o ampliare la giurisdizione universale su crimini di diritto internazionale, contribuendo in questo modo a tappare una piccola parte della falla globale dell'impunità.

Queste indagini e questi procedimenti hanno trasformato il modo in cui i governi e l'opinione pubblica valutano i crimini di diritto internazionale. Sempre di più, questi casi sono visti per quello che sono: gravi reati che meritano di essere sottoposti a inchieste e processi, piuttosto che questioni politiche da risolvere per via diplomatica. Essendomi impegnato strenuamente, insieme ai miei colleghi, per assicurare alla giustizia l'ex presidente cileno Augusto Pinochet dopo il suo arresto a Londra nel 1998, sono particolarmente incoraggiato da questo cambio di prospettiva.

In tutta l'America Latina, tribunali e governi stanno riaprendo le indagini su crimini a lungo occultati dalle leggi di amnistia. Questi sviluppi mostrano come, persino a distanza di decenni, e nonostante numerose amnistie e provvedimenti d'impunità emanati per bloccare le inchieste, la società civile continua a lottare per buttare giù gli ostacoli alla verità, alla giustizia e alla riparazione.

Tra le molte sentenze che possono essere considerate pietre miliari, figura indubbiamente la condanna nell'aprile 2009 dell'ex presidente peruviano Alberto Fujimori, per crimini contro l'umanità. Questa ha dato un minimo di conforto alle famiglie di coloro che furono sequestrati, torturati e assassinati dalle squadre della morte in tre casi risalenti all'inizio degli anni Novanta. A ottobre, la Corte suprema dell'Uruguay ha stabilito che la legge d'amnistia prolungata alla fine degli anni Ottanta era nulla e priva di efficacia, in quanto non in linea con gli obblighi di diritto internazionale del paese. Alla fine dell'anno, in uno dei più importanti processi dopo il governo militare (1976-1983), i pubblici ministeri dell'Argentina hanno iniziato a presentare le prove a carico di 17 membri delle forze armate e della polizia accusati di torture, sparizioni forzate e omicidi all'interno della famigerata Scuola superiore di meccanica della Marina (Esma).

Nel 2009, la ricerca della giustizia è andata ben oltre l'America Latina. La Sierra Leone, per esempio, si è avvicinata alla riconciliazione col suo passato grazie alla conclusione di tutti i processi della Corte speciale per la Sierra Leone, tranne quello nei confronti dell'ex presidente della Liberia Charles Taylor, ancora in corso. In Asia, uno dei più truci comandanti dei khmer rossi è finalmente arrivato in un'aula di tribunale, per rispondere di crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi oltre 30 anni prima: Kaing Guek Eav, conosciuto anche come Duch, era il comandante dell'Ufficio per la sicurezza del carcere S-21, dove vennero torturate e uccise almeno 14.000 persone, tra l'aprile 1975 e il gennaio 1979. Si è trattato del primo processo celebrato dalle "Camere straordinarie dei tribunali della Cambogia", che in quanto tribunali temporanei devono lasciare il passo a un sistema giudiziario funzionante non appena possibile, ma che almeno permettono ai sopravvissuti di rendere note le loro sofferenze.

Anche gli stati potenti hanno scoperto che non sempre possono sfuggire alla giustizia. Mentre alcuni stati europei hanno agito blandamente sulle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore" diretta dagli Usa, a novembre un tribunale italiano ha condannato 22 agenti della Cia, un funzionario dell'Air Force statunitense e due agenti dell'intelligence italiana per il loro coinvolgimento nel sequestro di Usama Mustafa Hassan Nasr (Abu Omar), avvenuto nel settembre 2003 a Milano. Abu Omar era stato trasferito in Egitto, attraverso una rendition, e qui detenuto in segreto per 14 mesi e, come da lui denunciato, sottoposto a torture. Il processo ha avuto luogo in larga parte grazie alla determinazione dell'ufficio della procura milanese nel far rispettare la legge e nonostante le pressioni del governo a chiudere il caso e il fatto che nessuno degli agenti Usa fosse mai stato arrestato né tantomeno fosse presente in aula.

L'esistenza dell'Icc ha portato una più seria attenzione persino in stati dove l'immunità avrebbe potuto essere garantita dalla mancanza formale di accettazione della giurisdizione della Corte. Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una missione indipendente di accertamento dei fatti, presieduta dal giudice sudafricano Richard Goldstone (già Procuratore dei tribunali penali internazionali per il Ruanda e l'ex Jugoslavia) e chiamata a indagare sulle presunte violazioni durante i 22 giorni di conflitto a Gaza e nel sud d'Israele, terminati nel gennaio 2009. Il rapporto Goldstone è giunto a conclusioni analoghe a quelle delle missioni di ricerca di Amnesty International, e cioè che sia le forze israeliane, sia Hamas (e altri gruppi palestinesi) avevano commesso crimini di guerra e forse anche crimini contro l'umanità.

Il rapporto Goldstone, sottolineando che "la prolungata situazione d'impunità ha dato luogo a una crisi della giustizia", ha raccomandato che se le due parti non avessero svolto indagini e portato i responsabili davanti alla giustizia, il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto esercitare la sua autorità e deferire il caso all'Icc. Nel novembre 2009, l'Assemblea generale dell'Onu ha dato alla parte israeliana e a quella palestinese tre mesi di tempo per dimostrare di essere intenzionati ad aprire indagini in linea con gli standard del diritto internazionale.

Un esempio di risposta rapida della comunità internazionale è stato l'istituzione, da parte delle Nazioni Unite, di una Commissione d'inchiesta sui fatti del 29 settembre quando a Conakry, la capitale della Guinea, 150 persone sono state uccise e molte donne stuprate in pubblico da parte di uomini delle forze di sicurezza, intervenuti per reprimere brutalmente una manifestazione pacifica in corso nello stadio. A dicembre, l'inchiesta ha concluso che erano stati commessi crimini contro l'umanità e ha raccomandato di deferire il caso all'Icc, che ha avviato un esame preliminare.

Infine, gli ultimi 20 anni hanno visto una crescita esponenziale dei meccanismi di "giustizia transitoria", in molti paesi usciti da lunghi periodi di conflitto armato o di repressione politica e che hanno iniziato a fare i conti col loro passato, mediante differenti modelli di accertamento delle responsabilità. Nel corso del 2009, procedimenti di verità e riconciliazione e i loro aggiornamenti sono andati avanti in Liberia, Isole Salomone e Marocco/Sahara Occidentale. Il Marocco è il solo paese dell'area Medio Oriente - Africa del Nord ad aver agito in questo modo, anche senza aver introdotto elementi di giustizia penale. Mentre ad Amnesty International raccoglievamo le informazioni utili per supportare questo processo, dopo decenni di ricerca su casi individuali, era chiaro a tutti noi che l'accertamento delle responsabilità debba andare di pari passo con quello della verità, se davvero si vuole ottenere una riconciliazione basata sulla giustizia. La tentazione rimane quella di dire che "il passato è passato" ma l'esperienza ha dimostrato che consentire ai responsabili di "farla franca con gli omicidi" può condurre a una pace precaria e di breve durata.

 

Potere e politicizzazione - Gli ostacoli alla giustizia

Mentre l'accertamento giudiziario delle responsabilità per i crimini di diritto internazionale è oggi più di una possibilità, quanto accaduto nel 2009 è la conferma che rimangono in piedi due enormi ostacoli. Dobbiamo fare i conti con loro se vogliamo estendere questa responsabilità all'intera gamma dei diritti.

Il primo ostacolo è che stati potenti continuano a porsi al di sopra delle leggi e al di fuori di un efficace controllo internazionale. L'altro è che questi stessi stati manipolano la legge, proteggendo i loro alleati e schierandosi dalla parte dell'accertamento delle responsabilità principalmente quando è politicamente conveniente. Comportandosi in questo modo, offrono un pretesto ad altri stati o blocchi di stati per politicizzare allo stesso modo la giustizia.

Sebbene 110 paesi abbiano ratificato lo Statuto di Roma dell'Icc alla fine del 2009, questo passoera stato compiuto solo da 12 dei 20 stati del cosiddetto G20. Tra gli altri, Cina, India, Indonesia,Russia, Stati Uniti d'America e Turchia hanno deciso di non prendere parte agli sforzi in direzione della giustizia internazionale, se non di pregiudicarli deliberatamente.

Essendosi autoesclusi dalla giurisdizione dell'Icc, gli Usa finiscono per avere meno pressioni dall'esterno ad affrontare le violazioni dei diritti umani commesse nel contesto della loro strategia antiterrorismo. Quando il presidente Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca e ha ordinato la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo Bay entro un anno, così come la fine del programma di detenzioni segrete e l'uso delle cosiddette "tecniche d'interrogatorio rinforzate", i segnali erano promettenti. Invece, alla fine del 2009, Guantánamo era ancora aperta ed erano stati fatti pochi passi avanti per chiamare a rispondere i responsabili delle violazioni dei diritti umani nel centro di detenzione e in altri contesti della "guerra al terrore", diretta dagli Usa.

La Cina, a sua volta, protegge le sue attività dai controlli internazionali. Nel luglio 2009, una violenta rivolta è seguita alla repressione da parte della polizia delle proteste inizialmente pacifiche degli uiguri, a Urumqi, nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro. Il governo cinese ha limitato l'accesso alla stampa, ordinato arresti di manifestanti pacifici e istituito procedimenti giudiziari sbrigativi e iniqui che hanno portato a molte condanne a morte, nove delle quali eseguite. A dicembre, sono state arrestate altre 94 persone e sono state emesse ulteriori 13 condanne a morte. Il provvisorio e sempre controllato accesso dei giornalisti, autorizzato dopo gli scontri, non è in alcun modo un'alternativa all'effettivo monitoraggio internazionale. La Cina non ha risposto alla richiesta del Relatore dell'Onu sulla tortura di visitare il paese. Qualsiasi tentativo delle autorità di Pechino di far credere che stiano accertando le responsabilità per quanto accaduto nello Xinjiang risulta privo di fondamento, se ciò avviene in segreto e accompagnato da frettolose esecuzioni.

Nonostante un'inchiesta indipendente commissionata dall'Unione europea abbia dimostrato che tutte le parti coinvolte nel conflitto tra Georgia e Russia del 2008 si fossero rese responsabili di violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani, alla fine del 2009 né l'uno né l'altro paese avevano chiamato qualcuno a rispondere del proprio operato. Nel frattempo, 26.000 persone non avevano ancora la possibilità di rientrare nelle loro case. È risultato sempre più evidente che la Russia ha usato il proprio potere per proteggere dai controlli internazionali tanto i propri soldati quanto le forze separatiste delle regioni georgiane dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Il governo di Mosca si è opposto all'estensione del mandato di due importanti missioni di osservatori internazionali in Georgia, rispettivamente dell'Osce e dell'Onu. In questo modo, la Missione di monitoraggio dell'Unione europea è rimasta l'unico organismo di osservazione operante in Georgia, con nessun accesso alle aree controllate dalla Russia o dalle amministrazioni de facto al potere in Ossezia del Sud e Abkhazia dopo il conflitto.

L'Indonesia, un altro peso massimo finanziario membro del G20, da oltre 10 anni viene meno al dovere di accertare le responsabilità per le violazioni dei diritti umani commesse nel corso del referendum per l'indipendenza, svoltosi sotto l'egida dell'Onu nel 1999, e durante i precedenti 24 anni di occupazione indonesiana. Nonostante varie iniziative di tipo giudiziario, nazionali e internazionali, promosse nell'ultimo decennio, la maggior parte delle persone sospettate di crimini contro l'umanità sono rimaste ancora impunite e tutte quelle processate direttamente in Indonesia sono state assolte.

Il secondo ostacolo, la politicizzazione della giustizia internazionale, rende l'accertamento delle responsabilità uno strumento di agende politiche che hanno l'obiettivo di sostenere gli alleati e indebolire i rivali. Gli Usa, per esempio, e gli stati europei hanno usato la loro posizione all'interno del Consiglio di sicurezza per continuare a proteggere Israele da provvedimenti stringenti per l'accertamento delle responsabilità nell'ambito delle sue operazioni a Gaza. A sua volta, a riprova di una plateale faziosità politica, il Consiglio Onu dei diritti umani inizialmente aveva stabilito che si sarebbe indagato solo sulle violazioni attribuite a Israele. Il giudice Goldstone, è di questo gliene va reso merito, ha in seguito deciso di condurre questa inchiesta insistendo sulla necessità che la missione di accertamento delle Nazioni Unite esaminasse le accuse di violazioni da ambo le parti, Israele e Hamas. Sempre al Consiglio Onu dei diritti umani, non un solo paese africano o asiatico ha votato contro la risoluzione che applaudiva la condotta del governo dello Sri Lanka durante la guerra contro l'Ltte.

L'indisponibilità delle potenze ad applicare a sé stesse e agli alleati politici i medesimi standard ha conseguenze anche sulla condotta di altri stati, che possono a loro volta giustificare i loro doppi metri di giudizio, facendo talvolta prevalere una mal concepita "solidarietà regionale", sulla solidarietà per le vittime di violazioni dei diritti umani. Non c'è situazione più evidente in cui constatarlo che nella reazione iniziale degli stati africani al mandato d'arresto spiccato dall'Icc nei confronti del presidente sudanese Al Bashir. Nonostante la gravità delle accuse mossegli, a luglio l'Assemblea dell'Unione africana, presieduta dalla Libia, ha ribadito la richiesta al Consiglio di sicurezza di sospendere il procedimento, ha deciso che gli stati africani non avrebbero collaborato all'esecuzione del mandato d'arresto e alla consegna del presidente sudanese all'Icc e ha richiesto alla Commissione africana di convocare una riunione preparatoria per discutere su possibili emendamenti allo Statuto di Roma dell'Icc, da sottoporre alla Conferenza di revisione del 2010.

Dopo aver viaggiato liberamente attraverso stati che non sono parte dello Statuto di Roma, il presidente Al Bashir è stato invitato in Turchia, Nigeria, Uganda e Venezuela. Dopo le proteste della società civile, però, il vento è cambiato. Il Sudafrica ha dichiarato che avrebbe rispettato i suoi obblighi derivanti dallo Statuto di Roma e i governi di Botswana, Brasile e Senegal si sono detti pronti ad arrestare il ricercato se fosse entrato nel loro paese. Ciò nonostante, alla fine del 2009, il presidente Al Bashir era ancora latitante e ancora determinato ad affermare che il tentativo di processarlo era motivato da ragioni politiche e da un "pregiudizio verso l'Africa". Per centinaia di migliaia di persone sfollate del Darfur, l'incubo di ulteriori violenze e violazioni è proseguito, proprio mentre all'orizzonte si stagliava la ripresa della guerra nel Sudan del Sud.

 

Le sfide che ci attendono: responsabilità giudiziaria per tutti i diritti

Gli ostacoli all'accertamento delle responsabilità giudiziarie per le atrocità di massa nei conflitti o nelle repressioni politiche sono reali, ma almeno un punto è stato segnato: nessuno nega il principio che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità o le sparizioni forzate debbano essere puniti. Ma quando si tratta di violazioni su vasta scala di diritti economici sociali e culturali non c'è un uguale sforzo per ottenere giustizia. Non è la stessa cosa, molti diranno. È vero, massacrare civili è diverso da negare il diritto all'istruzione ma questi dinieghi si prendono gioco del diritto internazionale e incidono pesantemente sulla vita delle persone. Pertanto devono essere perseguiti attraverso un sistema di giustizia internazionale. L'obiettivo è convincere i leader mondiali che in questi casi, così come nel conflitto del Darfur, siamo in presenza di una crisi dei diritti umani.

Consideriamo il diritto alla salute e, in particolare, la vergogna della mortalità materna. Ogni anno, oltre 500.000 donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza. I tassi di mortalità materna in Sierra Leone, Perù, Burkina Faso e Nicaragua, per citare solo alcuni paesi su cui Amnesty International si è concentrata nel 2009, sono direttamente causati dalle violazioni dei diritti umani. Come ho potuto rendermi conto di persona in Burkina Faso e Sierra Leone, i governi di questi paesi conoscono il problema e stanno facendo dei passi per risolverlo. Però occorre che facciano sforzi maggiori, insieme alla società civile, per affrontare le questioni chiave dei diritti umani che contribuiscono agli alti tassi di decessi evitabili, come la discriminazione di genere, i matrimoni precoci, la negazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne, le barriere all'accesso alle cure mediche di base. In questo devono essere supportati dalla comunità internazionale.

Il diritto internazionale dei diritti umani, riconoscendo che risorse adeguate sono una condizione fondamentale per la realizzazione di alcuni aspetti dei diritti economici, sociali e culturali, richiede la loro "progressiva realizzazione", "al massimo delle risorse disponibili". Ma i governi non possono meramente usare come alibi l'argomento delle risorse limitate. Il fenomeno della mortalità materna non è il semplice riflesso di quanto povero o ricco sia un paese. L'Angola, per esempio, ha un tasso di mortalità materna assai più elevato di quello del Mozambico, che peraltro è molto più povero. Il Guatemala, con un prodotto interno lordo che è quasi il doppio di quello del Nicaragua, ha tassi di mortalità materna più elevati.

Passiamo al diritto all'alloggio. Nel 2009, Amnesty International ha affrontato la sofferenza di decine di migliaia di persone rimaste senza una casa a seguito di una serie di sgomberi forzati eseguiti nella capitale del Ciad, N'Djamena, o che hanno rischiato di essere uccise dalle frane incombenti sugli insediamenti precari della capitale dell'Egitto, Il Cairo, o da altri pericoli, dopo che le autorità si erano rifiutate di fornire alloggi adeguati. A Nairobi, la capitale del Kenya, Amnesty International ha manifestato insieme agli abitanti di Kibera, il più grande slum dell'Africa, e di altri insediamenti della città per rivendicare il diritto ad alloggi e servizi adeguati. A Gaza una delle conseguenze del conflitto del 2008-2009 messa in risalto da Amnesty International è stata la vasta distruzione di case, insieme al blocco duraturo che impedisce l'ingresso di materiali da costruzione a Gaza. Il blocco che costituisce una punizione collettiva, un crimine internazionale, colpisce più duramente coloro che sono maggiormente vulnerabili.

Se c'è una cosa che le popolazioni che vivono in queste situazioni hanno in comune è la povertà.

Sono le persone povere a essere discriminate di più e quelle che necessitano di una maggiore tutela dei diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. La discriminazione è un fattore chiave della povertà e spesso si riflette nell'allocazione delle risorse statali e nelle politiche. La maggior parte delle persone che vivono in povertà e quelle che subiscono la peggiore discriminazione nelle leggi e nella vita quotidiana sono le donne. Gravidanze sicure, alloggi sicuri, percorsi sicuri per andare a scuola o al lavoro, nulla di tutto ciò serve agli uomini o alle persone ricche.

Sono stati fatti alcuni passi positivi per assicurare giustizia per la negazione dei fondamentali diritti economici, sociali e culturali. Sempre di più, i tribunali nazionali intervengono per proteggerli e per chiedere un cambiamento delle politiche governative, affinché i diritti minimi nel campo della salute, dell'alloggio, dell'educazione e dell'alimentazione non rimangano negletti. Una spinta ulteriore può arrivare dai meccanismi internazionali.

Con una decisione senza precedenti, nel novembre 2009 ad Abuja, la Corte di giustizia della Ecowas (Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale) ha stabilito che tutti i nigeriani e le nigeriane devono ricevere un'educazione in quanto diritto legale e umano. La Corte ha anche affermato che il diritto all'educazione può essere fatto valere dinanzi a un tribunale e ha respinto le obiezioni del governo secondo cui l'educazione è "una semplice politica d'indirizzo del governo e non un titolo legale dei cittadini".

In un altro esempio, a Miercurea Ciuc, in Romania, nel dicembre 2008 una comunità rom che viveva in casupole di metallo e baracche nei pressi di un impianto per il trattamento dei liquami dal 2004, dopo essere stata precedentemente sgomberata da un edificio pericolante nel centro cittadino, ha presentato un appello alla Corte europea dei diritti umani. La comunità, sostenuta dalle Organizzazioni non governative locali, aveva esaurito tutti i ricorsi interni a disposizione per ottenere una riparazione, dato che anche le sentenze in suo favore non avevano apportato alcun beneficio pratico. Alla fine del 2009, la comunità era in attesa della pronuncia della Corte sull'ammissibilità del caso.

La possibilità di un riconoscimento delle responsabilità a livello internazionale in questo campo ha fatto un salto in avanti nel settembre 2009, quando è stato aperto alla firma il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici. Il Protocollo stabilisce, per la prima volta, un meccanismo internazionale per i ricorsi individuali e rafforza, all'interno dei paesi, le possibilità che rimedi effettivi siano messi a disposizione delle vittime.

Un miglioramento nell'accertamento delle responsabilità per la negazione dei diritti economici, sociali e culturali di base è diventato ancora più importante a causa dell'effetto combinato delle crisi alimentari, energetiche e finanziarie, che si ritiene abbiano spinto nella povertà milioni di persone. Il rispetto di tutti i diritti umani, inclusi quelli economici, sociali e culturali, dev'essere parte integrante di tutte le risposte a livello nazionale e internazionale alla crisi.

Ma i governi non sono gli unici attori che contribuiscono a questa crisi. Il business globale cresce in potere e influenza. Le decisioni che le aziende prendono e il loro peso possono incidere profondamente sulla vita e sui beni materiali delle persone e sul loro acceso ai diritti umani fondamentali. Troppe compagnie sfruttano l'assenza di norme concrete e lavorano con governi responsabili di abusi e spesso corrotti, con conseguenze devastanti.

Negli ultimi 15 anni c'è stata un'espansione delle legislazioni a tutela degli interessi economici globali, con una serie di investimenti internazionali e accordi commerciali, accompagnata da meccanismi applicativi. Ma mentre gli interessi economici sono stati capaci di volgere la legge a loro favore, coloro che sono danneggiati dal loro operato hanno spesso visto la legge indebolirsi di fronte al potere delle compagnie.

Nel dicembre 2009, ricorreva il 25° anniversario della catastrofica fuoriuscita di sostanze chimiche mortali dall'impianto per la produzione di pesticidi di proprietà della Union Carbide a Bhopal, nell'India centrale. Migliaia di persone sono morte e si ritiene che 100.000 patiscano ancora le conseguenze, per la loro salute, di quella tragedia. Nonostante i tentativi di ottenere giustizia presso tribunali indiani e americani, un quarto di secolo dopo la fuoriuscita, la riabilitazione è ancora inadeguata rispetto a quanto occorrerebbe e nessuno si è assunto la responsabilità per la fuoriuscita o per le sue conseguenze.

È raro però che le aziende vengano chiamate in causa in modo significativo. Gli sforzi per assicurare la giustizia sono ostacolati da sistemi giuridici inefficaci, mancanza di accesso alle informazioni, interferenze da parte delle aziende nei sistemi giuridici e normativi, corruzione e alleanze di potere tra stato e aziende. Sebbene le aziende transnazionali, per definizione, attraversino i confini, gli ostacoli legali e giudiziari per chiamarle a rispondere delle loro azioni all'estero davanti a un tribunale rimangono rilevanti. Le compagnie mondiali operano in un'economia globale ma in assenza di un sistema legislativo globale.

Eppure, nonostante gli enormi ostacoli, individui e comunità colpite dalle operazioni delle compagnie transnazionali portano avanti sempre di più azioni civili per chiedere conto del loro operato e ottenere qualche forma di risarcimento. In Nigeria, l'industria petrolifera opera da 50 anni senza alcun sistema di controllo efficace. Le conseguenze sono state ingenti danni all'ambiente e ai diritti umani. La giustizia in Nigeria si è dimostrata inconcludente per la maggior parte delle comunità, le cui vite e le cui fonti di reddito sono state danneggiate. Nel dicembre 2009, un tribunale olandese ha accettato di esaminare una causa civile contro la Shell, presentata da quattro cittadini nigeriani che chiedevano un risarcimento per i danni provocati dalle perdite di petrolio ai loro beni personali.

In una causa civile di alto profilo nel Regno Unito nel 2009, la Trafigura, un'azienda che commercia petrolio, ha fatto un accordo extragiudiziario per il risarcimento di 45 milioni di dollari Usa da dividere tra circa 30.000 vittime dello scarico di rifiuti tossici ad Abijan, la capitale della Costa d'Avorio. I rifiuti erano stati portati ad Abijan nel 2006 a bordo della nave Probo Koala, che era stata noleggiata dalla Trafigura. I rifiuti erano poi stati scaricati in vari luoghi intorno alla città, provocando la morte di 15 persone e problemi di salute a 100.000 abitanti.

Questi accordi extragiudiziali forse possono portare un po' di giustizia per le vittime ma spesso determinano gravi limitazioni e non garantiscono piena riparazione o accertamento delle responsabilità. Nel caso della Costa d'Avorio, gli aspetti critici dell'impatto sui diritti umani dello spargimento di rifiuti tossici rimangono non affrontati. C'è ancora tanto da fare per colmare le lacune a livello legale e giuridico che attualmente facilitano l'impunità delle aziende. Le compagnie che in numero crescente professano il loro impegno per i diritti umani dovrebbero promuovere attivamente tali sforzi.

 

Il prossimo progetto globale: giustizia per tutti i diritti

Quest'anno, a settembre, i leader mondiali s'incontreranno alle Nazioni Unite per esaminare quanti passi avanti hanno fatto le loro promesse, espresse negli Obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg) di migliorare la vita delle persone più povere al mondo. Ma a quanto pare siamo molto lontani dagli obiettivi fissati per il 2015. Il costo di questo fallimento è che centinaia di milioni di persone vengono private del loro diritto a vivere in dignità: non solo non sono titolari delle libertà politiche ma viene loro anche negato l'accesso all'acqua, all'alloggio, alle cure mediche, all'istruzione e alla sicurezza, tutti diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. La libertà dalla paura e la libertà dal bisogno: l'obiettivo rimane questo.

Occorre uno sforzo equiparabile a quello impiegato per istituire l'Icc e i meccanismi internazionali di giustizia, se si vuole davvero portare maggiore responsabilità in un ordine globale politico ed economico che non prende in considerazione tutti i diritti umani. È necessario un nuovo modo di pensare. Gli Mdg non possono essere delle semplici promesse ma devono essere basati sull'impegno legale dei governi nel rispettare i diritti umani fondamentali. Da questo punto di vista, dev'essere trovato un meccanismo per chiamare i governi a rispondere di questo impegno e prevedere rimedi efficaci qualora gli stati vi vengano meno.

La responsabilità dei governi potrebbe essere rafforzata se gli Mdg tenessero pienamente conto delle opinioni delle persone che vivono in povertà. Queste hanno il diritto di partecipare e di avere libero accesso alle informazioni sulle decisioni che riguardano la loro vita. Il coinvolgimento effettivo dei titolari di diritti negli Mdg è stato scarso. Il sistema Mdg deve anche assicurare un controllo appropriato su quei governi che portano avanti politiche nazionali, comprese quelle che hanno effetti sul piano internazionale, che pregiudicano la realizzazione dei diritti fondamentali fissati negli Mdg. Tutti i governi, soprattutto quelli del G20, che reclamano un ruolo maggiore nel panorama mondiale, devono essere chiamati a rispondere quando le loro politiche non si traducono in miglioramenti effettivi nelle vite delle persone più povere del mondo.

In questo tentativo di assicurare tutti i diritti umani a tutte le persone, agli attori statali e non statali va costantemente ricordato che hanno obblighi e responsabilità internazionali. Con questo obiettivo in mente, oggi più che in passato, gli attivisti per i diritti umani, le organizzazioni di base, gli avvocati e altri ancora stanno unendo le forze, lavorando con coloro che detengono il potere quando gli obiettivi sono comuni o, quando non è così, lanciando loro una sfida e cercando meccanismi individuali e istituzionali per chiamarli a rispondere del loro operato. Il movimento per i diritti umani sta diventando più globale e variegato, comunica meglio che mai attraversando frontiere e punti di vista diversi, alla ricerca di un progetto globale per i diritti umani.

Mentre stiamo entrando nel secondo decennio di questo millennio, Amnesty International lavora con altri partner in questo movimento globale, cercando di riaffermare il valore dei diritti umani universali. Vogliamo dimostrare che i diritti umani non possono essere divisi o separati e quanto siano strettamente inerenti all'esperienza di vita quotidiana delle persone. Nel fare questo, vogliamo ribadire l'impegno per una visione dei diritti umani in cui (al di là degli stati, dei gruppi armati e delle aziende) ogni persona è protagonista del cambiamento, con diritti e responsabilità. Ognuna e ognuno di noi ha il diritto di pretendere rispetto, protezione e azione concreta da parte dello stato e della società, ma ha anche la responsabilità di rispettare i diritti degli altri e di agire solidalmente per tradurre in realtà le promesse della Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

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