
Come la tortura, un'esecuzione può essere considerata un atto deliberato di violenza nei confronti di un prigioniero. L'unica differenza è che l'atto continua fino a quando la persona non viene uccisa con un metodo né umano, né indolore.
Nel 1994, in Pakistan, un uomo è rimasto mezz'ora col cappio al collo in attesa che la propria famiglia si accordasse economicamente con gli eredi della vittima: le due parti non raggiunsero un'intesa e il condannato venne impiccato. In Iran, nel 1997, una donna accusata di adulterio è stata lapidata e dichiarata morta; all'obitorio riprese i sensi. La condanna venne poi commutata. In Arabia Saudita, i condannati a morte sono decapitati in pubblico al termine della preghiera del venerdì. Negli Usa, l'ultima condanna a morte mediante sedia elettrica è stata eseguita il 18 marzo 2010. Paul Powell è stato ucciso da potenti scariche elettriche, con voltaggio compreso tra 500 e 2.000 volt, applicate a brevi intervalli e della durata di un paio di minuti.
Anche la via umana alla pena di morte, come spesso viene definito il metodo di esecuzione con l'iniezione letale, provoca infinita sofferenza al condannato. L'agonia può prolungarsi per molti minuti, a causa del cattivo funzionamento delle apparecchiature o della difficoltà di trovare le vene adatte dove inserire gli aghi. L'uso prolungato di droghe da parte del detenuto può comportare la necessità di cercare una vena più profonda per via chirurgica. Se il prigioniero si agita, le sostanze letali possono penetrare in un'arteria o in una parte di tessuto muscolare e provocare dolore. Se le componenti chimiche non sono ben dosate o si combinano tra loro in anticipo rispetto al tempo previsto, la miscela si può ispessire, ostruendo le vene e rallentando l'effetto. Se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente, il prigioniero può rimanere cosciente e soffocare mentre i suoi polmoni si paralizzano.