Capo di Stato e di governo: re 'Abdullah Bin 'Abdul 'Aziz Al-Saud
Pena di morte: mantenitore
Popolazione: 25,8 milioni
Speranza di vita: 72,2 anni
Mortalità infantile sotto i 5 anni (m/f): 25/17‰
Alfabetizzazione adulti: 82,9%
La situazione dei diritti umani è rimasta spaventosa, malgrado l'annuncio di riforme legislative e il continuo dibattito all'interno dell'opinione pubblica riguardo ai diritti delle donne. Centinaia di persone sospettate di terrorismo sono state arrestate e detenute praticamente in segreto, e migliaia di persone arrestate negli anni precedenti sono rimaste in carcere. Tra gli arrestati figuravano prigionieri di coscienza, tra cui patrocinatori pacifici di riforme politiche. Le donne hanno continuato a subire gravi discriminazioni per legge e per prassi. Tortura e maltrattamenti di detenuti sono risultati pratica comune mentre si sono avute condanne di prigionieri alla fustigazione e all'amputazione. Almeno 158 persone sono state messe a morte, compreso un condannato minorenne.
Si sono verificati sporadici atti di violenza da parte delle forze di sicurezza e uomini armati apparentemente opposti al governo. La violenza ha causato la morte o il ferimento di civili, di presunti oppositori politici e, in qualche caso isolato, di membri delle forze di sicurezza, ma scarsi sono stati i dettagli disponibili.
A febbraio, in un attacco sferrato da un gruppo armato sono stati uccisi quattro cittadini francesi che erano insieme a un gruppo di turisti nel Deserto dell'Ovest. Ad aprile, il governo ha annunciato che il principale sospetto era stato ucciso nel corso di una incursione delle forze di sicurezza nella sua abitazione nella città santa di Medina.
A ottobre, il governo ha introdotto due leggi per ristrutturare i tribunali e emendare i regolamenti che governano la professione dei magistrati, e ha stanziato una cifra pari a 1,8 miliardi di dollari USA per dare attuazione ai cambiamenti. Resta da vedere in che modo questa positiva iniziativa avrà un impatto su tre problematiche chiave: la segretezza e mancanza di trasparenza del sistema di giustizia penale; la mancanza di aderenza agli standard internazionali di equità processuale, come il diritto a un legale e a un appello, e la mancanza di indipendenza della magistratura. Queste lacune sono rimaste chiaramente evidenti durante tutto l'anno e hanno contribuito a violazioni dei diritti umani. ad esempio, la magistratura non è intervenuta o si è resa complice in casi di violazioni commesse nel contesto dell'anti-terrorismo, e ha continuato ad applicare in modo discriminatorio la legge e a emettere sentenze discriminatorie nei casi riguardanti donne.
Centinaia di presunti sostenitori di gruppi di opposizione religiosa, ufficialmente definiti come "gruppi deviati", sono stati tratti in stato di fermo e le migliaia di altri arrestati negli anni precedenti hanno continuato a essere detenuti senza processo e sono stati loro negati i fondamentali diritti dei prigionieri.
Tra coloro che sono stati arrestati durante l'anno figuravano presunti terroristi rimpatriati forzatamente dalle autorità di altri Stati, compresi gli Stati Uniti e lo Yemen. Tuttavia, la maggior parte degli arresti sono stati effettuati in Arabia Saudita. In alcuni casi, le forze di sicurezza armate hanno ucciso sospetti militanti in circostanze non chiare durante presunti tentativi di arrestarli. Le autorità hanno affermato che 172 persone sospettate di pianificare attacchi violenti erano state arrestate ad aprile e altre 208 a novembre in diverse parti del paese, ma non hanno reso noti altri dettagli e non è stato chiarito esattamente quanti fossero i sospetti arrestati e dove fossero detenuti. Non è stato inoltre chiarito il numero dei sospetti detenuti negli anni precedenti ancora in carcere, sebbene si ritenga che la cifra ammonti a diverse migliaia. A luglio, il ministero degli Interni ha dichiarato di aver trattenuto 9.000 persone sospettate per motivi di sicurezza tra il 2003 e il 2007, di cui 3.106 rimanevano in stato di detenzione. La maggioranza di questi, stando alle fonti, erano sottoposti a un programma di "riformazione" condotto da esperti religiosi e psicologi. A novembre, il governo ha annunciato il rilascio di 1.500 detenuti che avevano apparentemente completato il programma.
*A maggio, alcuni detenuti sono stati mostrati in televisione mentre confessavano la loro appartenenza a "gruppi deviati" e descrivevano i piani per bombardare pozzi petroliferi e altri obiettivi. Il governo ha affermato che li avrebbe processati sulla base delle loro confessioni. Tra questi figuravano Nimr Sahaj al-Baqmi e Abdullah al-Migrin, le cui confessioni, stando alle fonti, sono state ratificate da giudici. È rimasto poco chiaro se i due detenuti avessero avuto accesso ad avvocati, malgrado fosse probabile che sarebbero stati incriminati per reati passibili di pena di morte. La sorte di tutti i detenuti è rimasta avvolta nella segretezza.
Un cittadino saudita, Yasser Talal al-Zahrani, è deceduto in custodia degli Stati Uniti a Guantánamo Bay, a Cuba. Almeno altri 77 sono stati rilasciati dalle autorità statunitensi e sono stati rimpatriati in Arabia Saudita, dove sono stati immediatamente arrestati pur potendo ricevere le visite dei familiari. Alcuni sono stati successivamente rilasciati; altri sono rimasti in detenzione apparentemente sotto il programma di "riformazione" destinato ai detenuti per motivi di sicurezza.
Oltre un centinaio di persone sono risultate prigionieri di coscienza sulla base della loro affiliazione religiosa o il loro orientamento sessuale. Tra questi figuravano lavoratori stranieri appartenenti ad al-Ahmaddiyya, che si considera una setta dell'Islam, membri della comunità sciita, riformisti sanniti e dissidenti pacifici. Tra questi vi erano anche donne che avevano indetto proteste a luglio davanti alla prigione al-Mabahith al-'Amma (Dipartimento generale di intelligence) a Buraida, a nord di Riyadh. Le donne chiedevano il processo o il rilascio di familiari maschi che erano detenuti da anno senza processo e senza accesso a un avvocato o a un tribunale per contestare la legalità della loro detenzione. La maggior parte di questi detenuti sono stati rilasciati dopo brevi periodi, ma coloro che erano cittadini stranieri, come gli ahmadi, sono stati licenziati dal posto di lavoro ed espulsi senza che fosse loro concesso di contestare la legalità dei provvedimenti presi contro di loro.
In ogni caso, a fine anno almeno 12 prigionieri di coscienza erano ancora detenuti senza processo né accesso a un avvocato. Tra questi figuravano il dottor Abdul Rahman al-Shumayri e altri nove, tutti docenti universitari, scrittori o avvocati, i quali erano stati arrestati a febbraio dopo che avevano diffuso una petizione che chiedeva riforme politiche. Essi erano trattenuti nella prigione al-Mabahith al-'Amma di Gedda. Sono stati trattenuti in incommunicado per circa sei mesi prima che fosse loro concesso di incontrare le loro famiglie. Secondo quanto riferito, almeno due sono stati trattenuti in isolamento.
Con una mossa insolita, il prigioniero di coscienza dottor Abdullah al-Hamid è stato rilasciato su cauzione dopo essere stato detenuto per un breve periodo in relazione alla protesta delle donne e poi processato davanti a un tribunale penale ordinario in un'udienza parzialmente pubblica. Lui e suo fratello, il quale è stato processato per accuse collegate alla protesta delle donne, sono stati giudicati colpevoli e condannati rispettivamente a sei e quattro mesi di carcere ed è stato loro richiesto di impegnarsi a non incitare in futuro nuove proteste. Essi hanno presentato ricorso in appello ma a fine anno le udienze non si erano ancora concluse.
Centinaia di ex prigionieri di coscienza, di attivisti dei diritti umani e fautori di cambiamenti politici pacifici sono rimasti interdetti dal viaggiare all'estero. Tra questi figurano Matrouk al-Falih, docente universitario, e uno dei riformisti incarcerati dal marzo 2004 all'agosto 2005 al quale il ministero dell'Interno ha comunicato che non avrebbe potuto recarsi all'estero fino al marzo 2009. Si ritiene che altri abbiano avuto rinnovati i loro divieti dopo che questi erano scaduti.
Due casi emblematici riguardo alla natura e alla portata della discriminazione della legge e di altro genere contro le donne in Arabia Saudita hanno provocato un acceso dibattito all'interno del paese e a livello internazionale.
*Il fratello di una donna conosciuta come Fatima, madre di due figli, ha invocato la sua autorità legale in quanto suo custode maschio per ottenere una sentenza di tribunale secondo cui le donna doveva divorziare dal marito contro la propria volontà e quella del marito. Il fratello sosteneva che la stirpe del marito apparteneva a uno status inferiore e che aveva tenuto nascosto tale aspetto quando aveva chiesto in moglie Fatima. Malgrado l'opposizione della coppia, il tribunale li ha dichiarati divorziati sulla base della regola tribale della parità di status tra famiglie e stirpi quale condizione per la validità del matrimonio. Nel timore di essere esposta a rischi da parte dei suoi parenti, Fatima ha preferito stare in prigione piuttosto che vivere nella casa del fratello ed è stata successivamente spostata in una casa protetta per donne con i suoi due figli. la donna non ha potuto incontrare il suo ex marito in quanto ciò avrebbe significato commettere il reato di khilwa (incontro tra un uomo e una donna che non sono membri stretti della stessa famiglia), che li avrebbe esposti entrambi al rischio di essere perseguiti e puniti con la fustigazione e il carcere.
*Una donna di 20 anni, conosciuta come la "ragazza di al-Qatif" per proteggerne l'identità, fu vittima di uno stupro di gruppo da parte di sette uomini nel 2006 nella città di al-Qatif. Quando il caso giunse in tribunale, la donna e il suo compagno che era stato con lei prima dello stupro sono stati condannati a 90 frustate ciascuno per aver commesso il reato di khilwa. Gli stupratori sono stati condannati a pene detentive variabili da uno a cinque anni più la pena accessoria della fustigazione. Tutte le sentenze sono state poi aumentate in appello. La vittima dello stupro e il suo compagno sono stati condannati a sei mesi di carcere e a 200 frustate, mentre le sentenze degli stupratori sono state aumentate a pene detentive variabile da due a nove anni più la pena accessoria della fustigazione. L'avvocato della vittima dello stupro ha dichiarato pubblicamente che la sua cliente, in quanto vittima di un reato, non avrebbe dovuto essere punita. Come risposta, il ministero della Giustizia ha dichiarato che, nel commettere il reato di khilwa, la giovane era in parte responsabile del suo stesso stupro e ha intrapreso un'azione disciplinare contro l'avvocato, accusandolo di aver infranto la legge per aver divulgato il caso ai media. A dicembre il re ha graziato la vittima dello stupro e, stando alle fonti, il caso giudiziario contro la donna e il suo compagno è stato archiviato. Anche l'azione disciplinare contro il suo avvocato è stata interrotta ed egli ha potuto riprendere la professione.
A settembre, attiviste per i diritti delle donne hanno presentato una petizione al re per permettere alle donne di guidare veicoli, così come permesso in tutti gli altri paesi. È stato anche richiesto che le donne saudite possano partecipare a eventi sportivi internazionali al pari dei loro colleghi maschi.
La discriminazione ha alimentato la violenza sulle donne, esponendo in particolare le lavoratrici domestiche al rischio di abusi come percosse, stupro e persino omicidio, oltre al mancato pagamento del loro salario. Si è temuto che le leggi discriminatorie in materia di matrimonio finissero con l'intrappolare le donne in relazioni violente caratterizzate da abusi da cui esse non possono difendersi per le vie legali.
Il governo ha presentato il suo primo rapporto al Comitato sull'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) ed è stata fissata al gennaio 2008 la sua audizione davanti allo stesso.
Tortura e maltrattamenti sono risultati diffusi e sono stati generalmente commessi nell'impunità. Le forze di sicurezza sono state accusate di impiegare svariati metodi, come percosse con bastoni, colpi con pugni, sospensione dei detenuti per i polsi, privazione del sonno e insulti. Un video diffuso ad aprile mostrava immagini di prigionieri che venivano torturati nella Prigione di al-Hair, a Riyadh. Il governo ha affermato che avrebbe indagato l'episodio e le autorità del carcere hanno in seguito dichiarato che un soldato era stato sottoposto a sanzione disciplinare per tortura e sospeso per un mese e un altro era stato sospeso per 20 giorni per non essere intervenuto a fermare le aggressioni ai prigionieri. Non è noto se sia stata condotta una qualche inchiesta indipendente o se i responsabili siano stati assicurati alla giustizia.
Almeno sei casi di accuse per tortura e decessi in custodia sono stati presentati a carico della polizia religiosa, il Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (CPVPV), in vari tribunali, ma in tutte le cause concluse i funzionari del CPVPV sotto accusa sono stati scagionati. Vi è stata, tuttavia, una maggiore copertura da parte dei media su questo tipo di casi.
I tribunali hanno comminato abitualmente pene giudiziarie corporali. Sono state pronunciate frequenti sentenze che prevedevano la fustigazione quale pena principale o accessoria per la maggior parte dei reati penali e sono state applicate con frequenza quasi quotidiana. Il numero massimo di frustate imposto in casi registrati da Amnesty International è stato di 7.000 nei confronti di due uomini giudicati colpevoli di sodomia a ottobre da un tribunale di al-Baha. Anche minorenni sono stati condannati alla fustigazione.
Ad almeno tre persone è stata amputata la mano all'altezza del polso dopo che erano state giudicate colpevoli di furto.
Almeno 158 persone, di cui 82 sauditi e 76 di altra nazionalità, sono state messe a morte. Tra queste figuravano tre donne ed almeno un condannato minorenne, Dhahian Rakan al-Sibai', il quale aveva 15 anni all'epoca del presunto omicidio per cui era stato condannato. Egli è stato messo a morte a luglio a Taif. Le esecuzioni riguardavano persone condannate per omicidio, stupro, reati di droga, apostasia e altre accuse, ma di fatto non è stata resa disponibile alcuna informazione sui loro processi o su eventuali appelli, né si è saputo se gli imputati avessero ricevuto l'assistenza di un legale. La maggior parte delle esecuzioni sono avvenute in pubblico.
Si ritiene che il braccio della morte continui a contare diverse centinaia di persone. Tra queste vi sono condannati minorenni, compresa Rizana Nafeek, una lavoratrice domestica dello Sri Lanka, condannata a morte per un omicidio nel 2005 quando aveva 17 anni.
Amnesty International ha chiesto nuovamente di poter visitare l'Arabia Saudita per discutere di diritti umani, ma a fine anno il governo non aveva ancora concordato una data per tale visita.