Capo di Stato: Boris Tadić
Capo del governo: Vojislav Koštunica
Pena di morte: abolizionista per tutti i reati
Speranza di vita: 73,6 anni
Alfabetizzazione adulti: 96,4%
L'anno è stato contrassegnato dall'incapacità da parte del governo serbo e delle autorità albanesi di raggiungere un accordo sul futuro status del Kosovo. La persistente incertezza riguardo allo status finale del Kosovo ha acuito le preoccupazioni in tema di sicurezza tra le comunità di minoranza e i timori di ulteriori violazioni dei diritti umani. Ha continuato a prevalere l'impunità per i crimini di guerra, comprese le sparizioni forzate. Non si è attenuato il fenomeno della discriminazione nei confronti delle minoranze.
A seguito delle elezioni di gennaio, la Serbia è rimasta senza un governo fino a maggio, quando il primo ministro Vojislav Koštunica del Partito democratico di Serbia e il presidente Boris Tadić del partito democratico hanno formato un governo di coalizione. Il partito di ala destra Partito radicale serbo (SRS) è rimasto il maggiore partito di opposizione.
A maggio, la Serbia ha assunto la presidenza del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa. I negoziati con l'Unione Europea (UE) sull'Accordo di stabilizzazione e associazione (SAA) della Serbia sono ripresi a giugno, dopo una sospensione in seguito alla mancata cooperazione da parte della Serbia con il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia (Tribunale). L'SAA è stato siglato il 7 novembre.
Le elezioni in Kosovo nel mese di novembre sono state vinte dal Partito democratico del Kosovo, guidato da Hashim Thaçi, ex leader politico dell'Esercito di liberazione del Kosovo (KLA).
Il Kosovo è rimasto parte della Serbia, amministrato, ai sensi della Risoluzione 1244/99 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dalla Missione di amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK). Dopo il fallimento delle parti nel concordare il futuro status del Kosovo, l'Inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per il processo di determinazione del futuro status del Kosovo ha presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a marzo una «proposta completa per lo status definitivo del Kosovo (Piano Ahtisaari)», che auspica una «indipendenza controllata».
Il Piano Ahtisaari propone una giurisdizione del Kosovo per quanto riguarda le funzioni legislative, esecutive e giudiziarie, una missione europea di politica di sicurezza e difesa responsabile della magistratura internazionale, della procura e della forza di polizia, e un Rappresentante civile internazionale incaricato di dare attuazione al piano complessivo. Il piano prevede la protezione del retaggio culturale e religioso serbo; il diritto al ritorno dei profughi; e la protezione delle comunità minoritarie nelle municipalità a maggioranza serba.
La Serbia ha considerato il piano come una violazione della propria sovranità e integrità territoriale. La Russia ha minacciato di porre il veto alle risoluzioni proposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A luglio, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha incaricato una Troika formata da UE, Russia e Stati Uniti di proseguire i colloqui, ma a dicembre non era stato raggiunto alcun accordo. L'UE e gli Stati Uniti hanno persuaso il primo ministro a rinviare una unilaterale dichiarazione di indipendenza.
La Procuratrice capo del Tribunale ha espresso gravi preoccupazioni per la mancanza di cooperazione da parte della Serbia, compresa la mancata consegna del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić. Le autorità serbe hanno cooperato ad arrestare i sospetti incriminati Vlastimir Đorđević in Montenegro e Zdravko Tolimir in Bosnia ed Erzegovina (BiH).
A marzo ha preso il via il processo a carico di Ramush Haradinaj, ex leader del KLA e già primo ministro del Kosovo, incriminato assieme ad altri per crimini contro l'umanità e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra. La polizia in Kosovo non ha fornito protezione ai testimoni; alla data di novembre tre testimoni che si erano rifiutati di deporre in tribunale erano stati incriminati per oltraggio alla corte.
Sono proseguiti i procedimenti a carico di sei alti funzionari politici, della polizia e dell'esercito serbi incriminati congiuntamente per crimini contro l'umanità e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra in Kosovo. Tra questi figurano l'ex presidente serbo Milan Milutinović, l'ex vice primo ministro della Repubblica federale di Iugoslavia Nikola Šainović, l'ex generale capo di Stato maggiore dell'Esercito iugoslavo Dragoljub Odjanić, e gli ex colonnelli generali dell'esercito iugoslavo Nebojša Pavković e Vladimir Lazarević. A settembre si è concluso il processo contro tre ufficiali dell'Esercito popolare iugoslavo (i cosiddetti "Tre di Vukovar", cfr. Croazia, Procedimenti internazionali).
A settembre, la Camera d'Appello ha confermato il giudizio di colpevolezza emesso nel 2005 contro Haradin Bala, condannato a 13 anni di carcere per l'omicidio di almeno 22 serbi e albanesi, nonché incarceramento illegale, tortura e trattamento inumano ai loro danni. Il proscioglimento di altri due ex membri del KLA è stato confermato.
Il processo di Vojislav Šešelj, leader del SRS, accusato di persecuzione e deportazione forzata di non serbi sia in Croazia che in BiH, è ricominciato a novembre.
Il 26 febbraio, la Corte internazionale di Giustizia (IJC) ha sentenziato che la Serbia non aveva commesso genocidio a Srebrenica, ma che aveva infranto la Convenzione sul genocidio, per non aver impedito che a Srebrenica venisse compiuto un genocidio e per non averne punito i responsabili; l'IJC ha richiesto alla Serbia di trasferire al Tribunale Ratko Mladić, incriminato per genocidio e complicità in genocidio.
Secondo quanto riferito, la Camera per i crimini di guerra della Corte distrettuale di Belgrado stava indagando su 32-35 casi di crimini di guerra, sebbene pochi procedimenti siano stati completati. Nella maggior parte dei casi l'assistenza alle vittime è stata fornita dall'ONG Centro per il diritto umanitario (HLC).
*L'11 aprile, quattro ex membri dell'unità paramilitare conosciuta come "gli Scorpioni" sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra per l'uccisione nel 1995 di sei civili bosniaci (bosniaco musulmani) di Srebrenica nella piana di Godinjske, nei pressi di Trnovo, in BiH e condannati a pene variabili dai cinque ai 20 anni di carcere. Il procuratore ha presentato ricorso contro il proscioglimento di un imputato e la sentenza a cinque anni di uno degli uomini condannati.
*A marzo è iniziato un nuovo processo a carico di 14 soldati di basso rango accusati dell'omicidio di prigionieri di guerra e civili croati nella fattoria di Ovčara nel 1991 (i "Tre di Vukovar" cfr. Croazia, Procedimenti internazionali); l'HLC aveva criticato definendola infondata la decisione del 2006 della Corte Suprema di ribaltare il verdetto e di disporre un nuovo processo. È proseguito il processo a carico di otto ex agenti di polizia incriminati nel 2006 per l'omicidio di 48 civili di etnia albanese a Suva Reka, in Kosovo, nel marzo 1999.
A sette anni dall'inizio delle indagini, non erano state ancora emesse incriminazioni in relazione al trasferimento in camion frigorifero verso la Serbia nel 1999 dei corpi di almeno 900 persone di etnia albanese.
È proseguito il processo a carico di agenti di polizia in servizio per l'omicidio dei tre fratelli Bytiçi, americano-albanesi, in Kosovo nel luglio 1999; secondo quanto riferito, il processo è stato guastato da interruzioni e abusi da parte di "osservatori" della polizia.
A febbraio, Milorad "Legija" Luković-Ulemek e Radomir Marković sono stati giudicati colpevoli in un secondo processo che ha confermato la loro sentenza di condanna rispettivamente a 15 e 8 anni di carcere per il tentato assassinio nel 1999 dell'ex ministro degli Esteri Vuk Drasković. A dicembre, la Corte Suprema ha ribaltato per la terza volta la sentenza di primo grado. A maggio, "Legija" e Žveždan Jovanović sono stati giudicati colpevoli e condannati a 40 anni di carcere per il ruolo svolto nell'omicidio dell'ex primo ministro Zoran Đjinđić, assieme ad altri 10 imputati, i quali sono stati condannati a pene variabili dagli otto ai 37 anni di carcere.
Sono stati registrati nuovi casi di attacchi di matrice etnica o religiosa, anche contro albanesi, croati, bosniaco musulmani, ungheresi, rom, ruteniani e vlachi, da attacchi con ordigni esplosivi, a discorsi d'incitamento all'odio e insulti verbali da parte di tifosi durante partite di calcio. Raramente i responsabili sono stati assicurati alla giustizia.
*Života Milanović, membro della comunità religiosa indù di Jagodina, il quale dal 2001 era stato aggredito per cinque volte, a giugno è strato pugnalato allo stomaco, alle braccia e alle gambe. A novembre, l'ONG Iniziativa giovanile per i diritti umani ha presentato istanza per suo conto presso la Corte Europea dei diritti umani in riferimento alla mancata protezione del suo diritto alla vita da parte della Serbia, per ottenere un concreto rimedio legale e per assicurargli la libertà dalla tortura e dalla discriminazione.
A giugno, il Comitato delle Nazioni Unite sull'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) ha richiesto alla Serbia di affrontare l'inadeguatezza del servizio sanitario e di fornire parità di accesso all'istruzione per i gruppi più vulnerabili, donne e ragazze, in particolare di etnia rom.
L'UNICEF, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia, ha riportato che oltre l'80% di bambini rom aveva avuto esperienza di «inaccettabili privazioni e discriminazioni in molteplici aree». A dicembre, il sindaco di Topola ha dichiarato, stando alle fonti, che la comunità rom della città avrebbe dovuto essere rinchiusa dietro del filo spinato.
Sono continuati nella regione di Sandžak scontri politici e scoppi di violenza. Tra gli episodi citati, sono state registrate sparatorie tra comunità di fedi rivali a Novi Pazar. Almeno 13 uomini ritenuti appartenenti alla fede wahhabi sono stati arrestati e incriminati a settembre per cospirazione contro la sicurezza della Serbia e l'ordine costituito. Uno dei sospetti, Ismail Prentic, è stato ucciso durante un raid della polizia nel villaggio di Donja Trnava, nei pressi di Novi Pazar; due uomini sono stati arrestati a dicembre.
*Amnesty International ha espresso preoccupazione per la detenzione di Bekto Memić, di 68 anni e in precarie condizioni di salute, arrestato a marzo in relazione al figlio ricercato, Nedžad Memić. Bekto Memić è stato rilasciato e poi riarrestato ad aprile presso una clinica medica di Novi Pazar. I suoi familiari hanno riferito che era stato maltrattato mentre veniva trasferito nell'ala ospedaliera della prigione centrale di Belgrado, dove è rimasto da allora.
*Ad aprile, Ižet Fijuljanin è stato giudicato colpevole e condannato per il tentato omicidio di tre persone di fede wahhabi nel novembre 2006 dopo che queste ultime avrebbero cercato di prendere il controllo di una moschea di Novi Pazar.
A giugno ONG hanno invitato il parlamento ad applicare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani. Esse hanno posto l'attenzione sui rischi, compresa la violenza fisica, procedimenti indebiti e stigma sociale, cui le donne impegnate nella difesa dei diritti umani in Serbia sono esposte.
*A luglio, Maja Stojanović, giudicata colpevole nel novembre 2005 per aver affisso manifesti che chiedevano l'arresto di Ratko Mladić, ha dovuto scontare 10 giorni di reclusione perché si era rifiutata di pagare un'ammenda imposta dalla corte, ma che era stata invece pagata da alcune ONG. Amnesty International l'ha considerata una possibile prigioniera di coscienza.
Nell'esaminare il rapporto della Serbia sull'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della discriminazione contro le donne, il CEDAW ha espresso preoccupazione per la diffusione della violenza domestica e per la palese riduzione delle pene comminate. Il CEDAW ha raccomandato l'adozione di un piano nazionale d'azione sulla parità di genere e l'adozione di una legge volta a consolidare le clausole vigenti inserite nel codice penale. Il CEDAW ha inoltre richiesto alla Serbia di adottare una bozza di Piano nazionale contro la tratta di esseri umani.
L'UNMIK non ha adottato misure per assicurare l'accesso a indennizzi e risarcimenti per le violazioni dei diritti umani da parte di membri della comunità internazionale. A febbraio, l'ex Difensore civico internazionale in Kosovo è stato nominato presidente del Collegio consultivo per i diritti umani (HRAP), che era stato introdotto per legge nel marzo 2006 al fine di fornire indennizzi per atti e omissione da parte dell'UNMIK; l'HRAP non si è riunito sino a novembre.
*A maggio, la Camera Grande della Corte Europea dei diritti umani ha giudicato inammissibili due denunce contro Stati membri della Forza in Kosovo guidata dalla NATO (KFOR), considerando che gli atti e le omissioni da parte dell'UNMIK e della KFOR non potevano essere attribuiti agli Stati in questione, in quanto non avevano avuto luogo sul loro territorio, né erano dovuti a decisioni adottate dalle loro autorità. Agim Behrami aveva cercato di ottenere un indennizzo dopo che il figlio 12enne Gadaf fu ucciso nel marzo 2000 da una bomba a grappolo inesplosa, che un contingente della KFOR guidato dalla Francia non aveva detonato o segnato; il figlio minore Bekim rimase gravemente ferito.
Sono pervenute denunce di interferenza politica nel processo di nomina di un nuovo Difensore civico da parte dell'Assemblea del Kosovo, che non è risultato conforme alle procedure stabilite per legge, compreso il fatto che i candidati non possedevano i requisiti per la posizione. A ottobre, dopo che ONG nazionali e internazionali, compresa Amnesty International, avevano espresso la propria preoccupazione, la nomina è stata rinviata.
*Mon Balaj e Arben Xheladini sono stati uccisi e Zenel Zeneli è rimasto gravemente ferito il 10 febbraio durante una manifestazione indetta dall'ONG Autodeterminazione (Vetëvendosje!), contro il Piano Ahtisaari. Un'inchiesta condotta dal Dipartimento di giustizia dell'UNMIK ha concluso che gli uomini erano stati uccisi da membri dell'Unità di polizia a componente romena, dispiegata in occasione della manifestazione, in larga parte non violenta, e che le morti di Mon Balaj e Arben Xheladini erano state causate da un «improprio uso di proiettili di gomma da parte di almeno uno, forse due, sparatori romeni».
A marzo le autorità romene hanno ritirato dal Kosovo 11 agenti di polizia i quali, secondo quanto riferito, erano in possesso di informazioni cruciali per l'indagine; le autorità romene hanno successivamente riferito che avevano rilevato prove insufficienti per aprire un'indagine penale. L'HRAP ha annunciato a dicembre che avrebbe preso in esame un'istanza presentata dalle famiglie di Mon Balaj e Arben Xheladini.
Sono state espresse preoccupazioni riguardo al fatto che il processo a carico di Albin Kurti, leader dell'ONG Vetëvendosje!, in relazione con l'organizzazione della manifestazione del 10 febbraio e la partecipazione alla stessa, non fosse stato condotto secondo la legge applicabile in Kosovo o gli standard internazionali sull'equo processo. La pubblica accusa è parsa essere sotto influenza politica e il procedimento davanti a un collegio di giudici internazionale dimostrava mancanza di indipendenza della magistratura. A fine anno Albin Kurti rimaneva agli arresti domiciliari.
La mancanza di indagini tempestive ed efficaci, l'assenza di protezione per i testimoni, l'arretrato di ricorsi e un diminuito numero di magistrati e procuratori internazionali in grado di esaminare casi di crimini di guerra, comprese sparizioni forzate, hanno contribuito al perpetuarsi dell'impunità per questo tipo di crimini.
L'impunità ha continuato a interessare oltre 3.000 casi di sparizione forzata e rapimenti. I parenti degli scomparsi hanno lamentato di essere stati ripetutamente sentiti ogni qualvolta un contingente di polizia dell'UNMIK veniva incaricato dei casi; i procuratori hanno lamentato che i testimoni si rifiutavano di farsi avanti.
Di circa 1.998 persone non si è più saputo nulla; tra questi, albanesi, serbi e membri di altre minoranze. L'Ufficio forense per le persone scomparse ha condotto esumazioni di 73 corpi o di parti di essi. Circa 455 corpi esumati sono rimasti non identificati.
Membri di comunità minoritarie sono stati esclusi dai colloqui sul futuro status del Kosovo. La legislazione anti-discriminazione in vigore non è stata applicata. Il timore di attacchi inter-etnici ha limitato la libertà di movimento di serbi e rom.
Autobus che trasportavano passeggeri serbi sono stati presi a sassate da giovani albanesi; granate o altri ordigni esplosivi sono stati gettati contro autobus o case. Chiese ortodosse hanno continuato a essere saccheggiate o devastate, compreso un attacco in cui una granata guidata da un razzo ha colpito il monastero ortodosso di Dečan/Deçani. Un attacco con una granata al lato della strada è stato perpetrato a luglio contro un minibus che trasportava albanesi attraverso il nord a predominanza serba.
Raramente gli esecutori di attacchi inter-etnici sono stati assicurati alla giustizia. All'incirca 600-700 casi delle violenze inter-etniche occorse nel marzo 2004 sono rimasti irrisolti.
*Esmin Hamza e un minorenne, "AK", sono stati giudicati colpevoli nel mese di giugno dalla Corte distrettuale di Prizren per incitamento all'odio nazionale, razziale e religioso e partecipazione a un impresa criminale congiunta durante i fatti del marzo 2004, e condannati rispettivamente a quattro e due anni di carcere da scontare in una struttura correzionale.
Sono stati ottenuti progressi in alcuni annosi casi giudiziari. A marzo, Jeton Kiqina è stato giudicato colpevole e condannato a 16 anni di carcere per l'omicidio o il tentato omicidio nell'agosto 2001 di cinque componenti della famiglia di Hamit Hajra, un agente di polizia di etnia albanese il quale aveva lavorato per le autorità serbe. A ottobre, un uomo di etnia albanese è stato arrestato perché sospettato di coinvolgimento nell'omicidio di 14 uomini serbi a Staro Gračko nel luglio 1999. A ottobre è iniziato il processo a carico di Florim Ejupi, incriminato per l'attentato dinamitardo all'autobus Niš Express nei pressi di Podujevo/ë nel febbraio 2001, in cui rimasero uccisi 12 serbi e 22 furono gravemente feriti.
Alcuni Stati membri dell'UE e del Consiglio d'Europa hanno programmato di rimpatriare forzatamente in Kosovo persone di comunità minoritarie, a condizione che il loro ritorno avvenisse in modo incolume e una volta stabilita la sicurezza.
I rom che vivevano in campi contaminati dal piombo erano tra le 280 persone che avevano fatto ritorno in una nuova sistemazione nel quartiere rom a Mitrovica/ë sud; altri sono rimasti sfollati, anche a Leposavić, nel Kosovo settentrionale, dove famiglie rom continuavano a vivere senza accesso a servizi essenziali e sotto la minaccia di sgombero. I serbi sfollati nel marzo 2004 non sono stati in grado di far ritorno alle loro abitazioni; vi è stata scarsa coordinazione di governo negli accordi di ritorno e reintegro, sebbene alcune autorità municipali abbiano fornito assistenza per un ritorno volontario.
La tratta a scopo di prostituzione forzata è continuata, con la maggior parte delle donne trafficate all'interno del paese o dall'Albania. Le autorità non hanno applicato una direttiva amministrativa che fornisce assistenza e sostegno alle persone trafficate.
La magistratura non ha applicato la legislazione sulla violenza domestica in riferimento a ordini di protezione, che non sono stati emessi entro i termini previsti dalla legge, e che pertanto non hanno protetto le donne dalla violenza.
Delegati di Amnesty International hanno visitato il Kosovo tra novembre e dicembre.
Kosovo (Serbia): No Forcible Return of Minority Communities to Kosovo (EUR 70/004/2007).
Europe and Central Asia: Summary of Amnesty International's Concerns in the Region, Serbia (including Kosovo): July-December 2006 (EUR 01/001/2007); January-June 2007 (EUR 01/010/2007).