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Kazakhistan, rapporto di Amnesty International: tortura radicata, nessuno è responsabile

CS081 - 11/07/2013

Proteste a Zhanaozen nel 2011 © Anatoly Ustinenko/AFP/Getty Images
Proteste a Zhanaozen nel 2011 © Anatoly Ustinenko/AFP/Getty Images

In un nuovo rapporto pubblicato oggi, Amnesty International ha accusato il presidente del Kazakhistan, Nursultan Nazarbaev, di ingannare la comunità internazionale con promesse non mantenute di sradicare la tortura e indagare sull'uso della forza letale da parte della polizia.  Il rapporto, intitolato Vecchie abitudini: l'uso regolare della tortura e dei maltrattamenti in Kazakhistan, denuncia come le forze di sicurezza agiscano con impunità e come la tortura nei centri di detenzione sia la norma.

Il documento di Amnesty International prende le mosse dalla repressione delle proteste di Zhanaozen, nel dicembre 2011, quando almeno 15 persone furono uccise e oltre 100 gravemente ferite dalle forze di sicurezza. Decine di persone vennero arrestate, imprigionate in celle sotterranee e sovraffollate delle stazioni di polizia e torturate.

A tale proposito, Amnesty International ha sollecitato il presidente Nazarbaev ad autorizzare e facilitare un'inchiesta indipendente internazionale sull'uso della forza letale a Zhanaozen, come raccomandato dall'Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay.

"A Zhanaozen le forze di sicurezza ferirono e uccisero numerose persone, poi arrestarono e torturarono chi aveva preso parte alle proteste. Ma le autorità hanno garantito l'impunità, venendo clamorosamente meno all'obbligo di indagare su queste violazioni dei diritti umani" - ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice delle Ricerche di Amnesty International.

"Nonostante le autorità asseriscano continuamente di aver svolto indagini approfondite e imparziali, 17 mesi dopo le violenze di Zhanaozen non vi è stata alcuna giustizia per l'uso eccessivo e letale della forza, gli arresti arbitrari, i maltrattamenti e le torture su cui si sono basati innumerevoli processi irregolari" - ha proseguito Duckworth.

Un'indagine avviata nel 2012 ha determinato la condanna a soli cinque di alti dirigenti delle forze di sicurezza per "abuso d'ufficio".  Nessun altro provvedimento è stato preso, invece, nei confronti di tanti altri funzionari, anche verso chi aveva pubblicamente ammesso di aver sparato ai manifestanti.

Secondo le testimonianze oculari, le persone arrestate furono detenute in incommunicado in celle sovraffollate, isolate dal mondo esterno. Qui vennero denudate, picchiate, prese a calci e colpite da getti d'acqua fredda. Almeno una persona morì sotto tortura. Tuttavia, il controllo da parte di coloro che sono stati autorizzati ad avere accesso non poteva essere condotto in modo indipendente e approfondito.

Nel corso del suo processo, nel 2012, Roza Tuletaeva, attivista per i diritti dei lavoratori, accusata di essere tra gli organizzatori delle proteste di Zhanaozen, ha denunciato di essere stata appesa per i capelli, di essere stata quasi soffocata con una busta di plastica stretta intorno al capo e di aver subito umiliazioni sessuali. Agenti delle forze di sicurezza minacciarono di fare del male a sua figlia di 14 anni. Al termine del processo è stata condannata a cinque anni di carcere per "incitamento alla discordia sociale".

Le autorità continuano a dichiarare infondate le denunce di tortura, comprese quelle fatte sotto giuramento in tribunale da persone arrestate a seguito delle violenze a Zhanaozen. In una parodia della giustizia, gli stessi inquirenti che avevano ordinato gli arresti sono stati anche incaricati di indagare sulle denunce di tortura.

Il rapporto di Amnesty International cita il caso di Bazarbai Kenzhebaev, morto il 21 dicembre 2011, due giorni dopo essere stato rilasciato dalla custodia di polizia. Ai suoi familiari e a un giornalista russo aveva denunciato di essere stato torturato nella stazione di polizia di Zhanaozen. L'allora direttore ad interim del centro di detenzione, Zhenishbek Temirov, è stata l'unica persona incriminata e condannata. Non è stato fatto alcun reale tentativo per individuare gli altri autori delle torture a Bazardai Kenzhebaev.

"Non solo la tortura e i maltrattamenti sono radicati, ma questi non si limitano alle aggressioni fisiche da parte degli agenti delle forze di sicurezza. Le condizioni di prigionia sono crudeli, disumane e degradanti, i prigionieri vengono puniti con lunghi periodi di isolamento, in violazione degli standard internazionali"- ha proseguito Duckworth.

Aron Atabek, scrittore e poeta dissidente di 60 anni, è stato arrestato nel 2006 e successivamente condannato per aver preso parte a disordini di massa e per l'uccisione di un poliziotto. Da allora, ha trascorso due anni e mezzo in isolamento.  Nel novembre 2012 è stato condannato a un altro anno di isolamento, da trascorrere nella prigione di massima sicurezza di Arqalyk, a 1650 chilometri di distanza dalla sua città.

Nel 2010, le autorità del Kazakhistan dichiararono alle Nazioni Unite che "[avrebbero] agito fino a quando tutte le tracce della tortura non [fossero state] totalmente eliminate".

Un anno dopo, tuttavia, il presidente Nazarbaev ha trasferito il controllo dell'intero sistema penitenziario dal ministero della Giustizia a quello degli Affari interni, contro il quale era stata presentata la maggior parte delle denunce di tortura.

"È chiaro che l'asserito impegno del governo di sradicare la tortura è a solo uso della comunità internazionale, un tentativo di ingannare l'opinione pubblica nazionale e internazionale mentre la tortura e i maltrattamenti proseguono senza sosta e senza impedimenti. Le promesse del presidente Nazarbaev alle Nazioni Unite risulteranno vuote fino a quando egli non autorizzerà un'inchiesta indipendente internazionale che potrà chiamare in causa il fallimento della giustizia locale durato oltre un anno. Altrimenti, le forze di sicurezza continueranno ad agire nell'impunità" - ha concluso Duckworth.

 
 

FINE DEL COMUNICATO                                                                                 Roma, 11 luglio 2013
 
Per interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell.348-6974361, e-mail press@amnesty.it