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Rapporto di Amnesty International sulla Libia: il Cnt deve prendere il controllo della situazione per evitare una spirale di violazioni

CS088:13/09/2011

Munizioni abbandonate ad Ajdabiya, Libia.
Munizioni abbandonate ad Ajdabiya, Libia.

Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) deve prendere il controllo dei gruppi armati anti-Gheddafi in modo da porre fine alle azioni di rappresaglia e agli arresti arbitrari. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, diffondendo un lungo rapporto sulle violazioni dei diritti umani durante il conflitto libico.

Il rapporto, di 107 pagine, intitolato "La battaglia per la Libia: uccisioni, sparizioni e torture", denuncia che durante il conflitto le forze pro-Gheddafi hanno commesso crimini di diritto internazionale su vasta scala, ma accusa anche le forze leali al Cnt di violazioni dei diritti umani che in alcuni casi si configurano come crimini di guerra.

"Le nuove autorità devono girare completamente pagina rispetto alle violazioni degli ultimi quattro decenni e introdurre nuovi standard per porre i diritti umani al centro della loro agenda" - ha dichiarato Claudio Cordone, senior director di Amnesty International. "Ora spetta al Cnt comportarsi differentemente, porre fine alle violazioni e avviare riforme sui diritti umani,  urgentemente necessarie. Una grande priorità dovrà essere valutare le condizioni del settore giudiziario e iniziare le riforme, assicurare processi equi e garantire alle vittime accesso alla giustizia e alle riparazioni".

Amnesty International ha riscontrato prove di crimini di guerra e di violazioni che possono costituire crimini contro l'umanità commessi da parte delle forze pro-Gheddafi durante il conflitto, tra cui attacchi indiscriminati, uccisioni di massa di prigionieri, torture, sparizioni forzate e arresti arbitrari. Nella maggior parte dei casi, le vittime di queste violazioni erano civili.

L'organizzazione per i diritti umani ha tuttavia documentato anche brutali "regolamenti di conti", tra cui linciaggi di soldati fatti prigionieri, ad opera di alcuni gruppi anti-Gheddafi quando le forze pro-Gheddafi sono state cacciate dalla Libia orientale.

Da febbraio, nella Libia orientale, decine di persone sospettate di essere agenti della sicurezza, lealisti pro-Gheddafi o mercenari sono state uccise dopo essere state catturate.

Quando al-Bayda, Bengasi, Derna, Misurata e altre città sono cadute sotto il controllo del Cnt, le forze anti-Gheddafi hanno compiuto irruzioni in abitazioni private, uccisioni e altri attacchi violenti contro presunti mercenari, sia cittadini dell'Africa subsahariana che libici neri.

Uccidere prigionieri, ricorda Amnesty International, è un crimine di guerra.

Amnesty International ha paventato il rischio che questo scenario si ripeta, in una fase in cui gli scontri vanno avanti e alcune zone del paese sono ancora contese.

A essere particolarmente in pericolo continuano a essere i cittadini stranieri di paesi africani. Tra un terzo e la metà di tutte le persone detenute a Tripoli e ad al-Zawiya è di origine straniera; Amnesty International ritiene che la maggior parte di esse sia costituita da lavoratori migranti e non combattenti.

Amnesty International ha verificato che le fitte voci secondo le quali le forze di Gheddafi avrebbero fatto uso, a febbraio, di grandi quantità di mercenari subsahariani, erano significativamente esagerate. Tuttavia, il Cnt ha fatto poco per modificare la falsa percezione che i cittadini provenienti dall'Africa sub-sahariana fossero mercenari.

Amnesty International ha apprezzato il fatto che a maggio il Cnt abbia emesso direttive per sollecitare le sue forze ad agire nel rispetto delle norme e degli standard internazionali e che, ad agosto, il presidente del Cnt abbia chiesto alle forze anti-Gheddafi di astenersi da attacchi di rappresaglia. Il Cnt ha anche inviato sms invitando a evitare vendette e a trattare i detenuti con dignità.

Sottoponendo al Cnt la sua "Agenda per il cambiamento in materia di diritti umani", Amnesty International ha chiesto alle nuove autorità libiche di porre immediatamente sotto il controllo del ministero della Giustizia e dei diritti umani tutti i centri di detenzione e di assicurare che gli arresti saranno eseguiti solo da organi ufficiali e non dai thuwwar ("rivoluzionari", i combattenti dell'opposizione).

I responsabili delle prigioni di Tripoli e di al-Zawiya hanno dichiarato ad Amnesty International che loro fanno riferimento all'esercito e ai consigli locali piuttosto che al ministero della Giustizia e dei diritti umani.

Amnesty International, che ha raccolto testimonianze di oltre 200 persone detenute dopo la caduta di Tripoli e al-Zawiya, ritiene che centinaia di persone siano state arrestate in casa, al lavoro, ai posti di blocco o semplicemente per strada. Molte di esse sono state maltrattate al momento dell'arresto, colpite coi bastoni e col calcio dei fucili, prese a pugni e a calci e insultate, talvolta mentre erano ammanettate e bendate. In alcuni casi, i detenuti hanno riferito di essere stati feriti a colpi di arma da fuoco dopo essere stati arrestati.

Amnesty International ha chiesto al Cnt di dare priorità alle indagini su coloro che, da entrambe le parti, sono sospettati di aver commesso violazioni dei diritti umani. Queste indagini dovranno essere seguite da processi equi, in linea con gli standard internazionali, e dalla garanzia che le vittime otterranno una riparazione.

"I responsabili della terribile repressione del passato sotto il colonnello Gheddafi dovranno rispondere di ciò che hanno fatto" - ha commentato Cordone. "Lo stesso vale per i thuwwar. Altrimenti, non vi sarà giustizia e il circolo vizioso di attacchi e vendette rischierà di proseguire".
"La popolazione libica ha conosciuto gravi sofferenze per decenni. Ora merita di prendere parte alla costruzione di una nuova Libia in cui quelle violazioni non si ripeteranno più e non saranno più tollerate" - ha concluso Cordone.

 

Ulteriori informazioni

Il rapporto "La battaglia per la Libia: uccisioni, sparizioni e torture" si basa prevalentemente sulle ricerche effettuate da Amnesty International in Libia tra il 26 febbraio e il 28 maggio 2011 e che hanno riguardato, tra le altre, le città di al-Bayda, Ajdabiya, Brega, Bengasi, Misurata e Ras Lanouf. Una delegazione di Amnesty International è tornata in Libia nella seconda parte di agosto, giorni prima che l'opposizione conquistasse Tripoli.

Per quanto riguarda l'Italia e l'Unione europea, il rapporto di Amnesty International sottolinea che da quando è iniziata la rivolta in Libia, molte persone hanno dovuto affrontare viaggi pericolosi, a volte fatali, attraversando il mar Mediterraneo verso le coste europee. Pur avendo ricevuto in questi mesi soltanto il 2 per cento dei richiedenti asilo, rifugiati e migranti fuggiti dalla Libia, gli stati dell'Unione europea non hanno esitato a parlare di un "afflusso di massa", causato dall'instabilità nell'Africa del Nord e hanno continuato a perseguire politiche di controllo delle frontiere a spese dei diritti umani. Gli stati dell'Unione europea e la Nato non hanno adottato tutte le misure necessarie per garantire ai civili in fuga dalla Libia di mettersi in salvo, pur essendo la protezione dei civili la ragion d'essere dichiarata dell'intervento della Nato in Libia. Dal marzo 2011, si ritiene che almeno 1500 persone siano morte in mare. 
 
Questo segue a un periodo di intensa collaborazione con il governo del colonnello Gheddafi, cooperazione che ha di fatto dato sostegno a prassi abusive nei confronti di rifugiati e migranti e rispetto alla quale l'Italia ha giocato un ruolo fondamentale. Più di recente l'Italia, con una scelta che solleva le preoccupazioni di Amnesty International, si è impegnata in un memorandum firmato con il Cnt a un'assistenza reciproca e alla cooperazione nella "lotta alla migrazione illegale", incluso il "rimpatrio di migranti illegali". La firma di questo memorandum mentre in Libia infuriava il conflitto, in totale assenza di adeguate garanzie per i diritti umani e per il diritto dei rifugiati, solleva profondi timori che i diritti umani di migranti e rifugiati vengano ancora una volta sacrificati dalle politiche europee verso la Libia. 
 
Il rapporto di Amnesty International sottolinea che è il momento che gli stati dell'Unione europea riflettano sull'impatto che politiche migratorie praticate nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno avuto sui diritti umani e pongano finalmente la protezione dei diritti umani e dei rifugiati al centro delle proprie decisioni.

 
 
 

FINE DEL COMUNICATO                                                                         Roma, 13 settembre 2011

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell.348-6974361, e-mail press@amnesty.it