"Potranno tagliare tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera" (Pablo Neruda)
Il 2011 è stato un anno senza precedenti per i popoli di Medio Oriente e Africa del Nord. Milioni di persone si sono riversati nelle piazze, giovani e donne in prima fila, chiedendo un cambiamento; sono rimasti nelle piazze anche quando la repressione delle forze di sicurezza diventava più brutale e il numero dei morti nelle strade e nelle carceri aumentava.
Dal dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi si immolò a Sidi Bouzid, in Tunisia, sono emersi un nuovo coraggio, un nuovo linguaggio di protesta pacifica, un nuovo calendario costellato dalle "giornate della collera".
Le manifestazioni pacifiche hanno trionfato in Tunisia ed Egitto, anche se a costi umani elevati, portando alla caduta del presidente Zine El-Abidine Ben Ali il 13 gennaio e del presidente Hosni Mubarak l'11 febbraio. In Libia, le proteste non violente hanno lasciato il posto a un conflitto, in cui l'intervento armato internazionale ha fatto pendere l'ago della bilancia contro il regime oppressivo del colonnello Muammar Gheddafi.
La richiesta di diritti e libertà è arrivata in Yemen, dove mesi e mesi di rifiuto ostinato del presidente Ali Adbullah Saleh di dimettersi, nonostante le manifestazioni di massa, hanno esasperato i problemi economici, sociali e politici. In Bahrein, quella richiesta ha scosso le fondamenta del secolare potere della famiglia Al Khalifa. Nel frattempo, la Siria è finita nel baratro della guerra civile, dopo che il presidente Bashar al-Assad ha risposto alle proteste pacifiche con una brutale repressione. Le persone sono scese nelle strade in molti altri paesi, tra cui Algeria, Arabia Saudita, Giordania, Iran, Iraq e Marocco.
Mentre le proteste davano voce alle tantissime persone che per lungo tempo non hanno avuto diritto alla parola e portavano sotto i riflettori le migliaia di rifugiati, richiedenti asilo che cercavano di arrivare in Europa per trovare un rifugio sicuro, la comunità internazionale non ha agito in modo tempestivo, efficace e coerente per proteggere i diritti umani e gli interessi delle popolazioni della regione.
L'eccezionale richiesta di diritti e libertà nata un anno fa non può essere né dimenticata né tradita.
Dove i regimi sono caduti occorre un cambiamento vero, con profonde riforme che impediscano il ripetersi delle violazioni dei diritti umani del passato e chi le ha commesse od ordinate deve essere chiamato a risponderne. Dove invece sono ancora in corso le proteste, la repressione deve essere fermata.
LEGGI IL RAPPORTO "UN ANNO DI RIBELLIONE!"