La violenza sulle donne nelle aree di conflitto è considerata un danno collaterale, perpetrata da soldati che danno libero sfogo agli istinti più bassi e feroci scatenati dalla guerra.
Resa in qualche modo lecita, tollerata, quando non incitata, la violenza sulle donne vive in un generale clima di impunità, di implicita accettazione di comportamenti ritenuti quasi inevitabili, in un contesto basato sulla violenza e su valori tipicamente maschili, legati all'idea della forza, dell'aggressività e del dominio. In quanto soggetti più vulnerabili, le donne e i bambini sono le prime vittime in queste situazioni di emergenza e scarsa sicurezza.

"I civili, in particolare donne e bambini, costituiscono la vasta maggioranza di coloro che subiscono le conseguenze di un conflitto armato, inclusi i rifugiati e gli sfollati, e sempre più finiscono nel mirino di combattenti ed elementi armati": lo afferma la Risoluzione n. 1325/2000 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza, che stabilisce l'importanza del coinvolgimento delle donne nei negoziati e negli accordi di pace, nella pianificazione dei campi profughi e nelle operazioni di peacekeeping, ponendo la questione dell'eguaglianza di genere in ogni azione del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Leggi la risoluzione in inglese, in francese o in italiano (sito non istituzionale)
Lo stupro rappresenta, al pari di ogni altra arma, un vero e proprio strumento di guerra, usato per conquistare e controllare le donne e le loro comunità o come forma di tortura per ottenere informazioni, punire o intimorire. Stupri di guerra si sono registrati in Nepal, Timor-Est, Rwanda, nella ex Jugoslavia, ad Haiti, in Afghanistan e, appunto come testimonia Mathilde Muhindo, nella Repubblica Democratica del Congo.
Gruppi armati rapiscono donne e bambine per stuprarle nella più totale impunità. In alcuni Stati, i poliziotti o i soldati dell'esercito nazionale sono risultati coinvolti o collusi. Durante i conflitti giovani ragazze, talvolta bambine, vengono rapite dai loro villaggi per costringerle a diventare bambine-soldato, ovvero cuoche o portatrici di armi, ma più spesso amanti di generali e soldati. Secondo la Coalizione "Stop all'uso dei bambini soldato" ci sono minori di 18 anni nelle forze governative e negli eserciti di opposizione/forze ribelli in 178 paesi al mondo: di essi, il 30% sono bambine. AI ha denunciato lo sfruttamento di bambine soldato in vari paesi, tra cui Angola, Mozambico, Burundi, Rwanda, Uganda, Sierra Leone, Perù, Cambogia.
Dopo il conflitto, solo una piccola parte delle bambine viene inserita in programmi di riabilitazione. Molte ragazze e giovani donne, che spesso, stuprate, hanno partorito i figli dei soldati o sono state costrette ad abortire più volte, sono abbandonate a se stesse. Prive di risorse e oggetto di stigma e repulsione da parte della società, sopravvivono chiedendo l'elemosina in condizioni di disagio estremo.
In molte occasioni allo stupro si accompagnano percosse e violenze efferate: molte delle vittime non sopravvivono ai ripetuti stupri e, quelle che ci riescono, ne porteranno i segni indelebili per tutto il resto della vita. In alcuni casi, le donne e le ragazze vengono contagiate con il virus dell'HIV, punizione che talvolta viene inflitta deliberatamente allo scopo di punire il nemico e colpirne la progenie. Ci sono casi in cui lo stupro viene volutamente inflitto sotto gli occhi della famiglia, così da aumentare il senso di vergogna nelle vittime e la condanna sociale nei loro confronti.
Molte donne non denunciano i loro carnefici per paura di ritorsioni, vendette o, semplicemente, perché si vergognano. Alcune dichiarano che preferirebbero morire piuttosto che rendere pubblico ciò che è loro accaduto.
Lo stupro e gli altri tipi di violenza basata sul genere, commessi in guerra, sono proibiti da tempo, sia a livello nazionale che internazionale, ma ciononostante, vengono perseguiti di rado. La violenza sulle donne ha la percentuale di condanna più bassa nel mondo: 10% in tempo di pace, assai meno in situazioni di conflitto.