Giordania: i rifugiati siriani non hanno accesso a servizi medici fondamentali

23 marzo 2016

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La profonda inadeguatezza del sostegno della comunità internazionale e gli ostacoli posti dal governo della Giordania privano i rifugiati siriani dell’accesso a cure mediche e ad altri servizi fondamentali di medicina. Lo ha dichiarato Amnesty International, alla vigilia di un vertice ad alto livello sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati siriani, in programma il 30 marzo.

In un rapporto intitolato ‘Vivere ai margini. La lotta dei rifugiati siriani in Giordania per ottenere accesso alle cure mediche’, Amnesty International racconta toccanti storie di rifugiati siriani gravemente feriti ma respinti al confine giordano e in alcuni casi morti a seguito delle ferite. Il rapporto evidenzia inoltre l’elevato numero di rifugiati siriani i quali, vivendo fuori dai campi loro assegnati, non sono in grado di pagare le cure mediche a seguito degli aumenti disposti dal governo di Amman nel novembre 2014 o non hanno i documenti necessari per avervi accesso.

‘La grande maggioranza dei rifugiati siriani in Giordania vive fuori dai campi e in condizioni di povertà. La lentezza delle procedure burocratiche e i costi della prestazioni mediche pongono enormi ostacoli di fronte a coloro che hanno bisogno di cure. Le tariffe in sé non appaiono alte ma sono comunque inarrivabili per la maggior parte dei rifugiati che già ha difficoltà a procurare da mangiare ai familiari. Per questo motivo, molti non possono accedere alle cure mediche’ – ha dichiarato Sherif Elsayed-Ali, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

‘Un maggiore sostegno internazionale, sotto forma di più posti a disposizione per il reinsediamento e una più generosa assistenza finanziaria cambierebbero completamente le cose, consentendo alle autorità giordane di migliorare il sistema sanitario e rimuovere gli ostacoli che impediscono ai rifugiati siriani di avere accesso a cure fondamentali’ – ha aggiunto Elsayed-Ali.

Alla fine del 2015, solo il 26 per cento dei fondi previsti per l’assistenza sanitaria nell’ambito del Piano giordano per la risposta alla crisi siriana era stato erogato.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), almeno il 58,3 per cento dei siriani adulti con malattie croniche non è in grado di procurarsi medicinali o di accedere ad altri servizi di medicina.

Circa 117.000 rifugiati siriani vivono in tre campi, nei quali hanno accesso all’istruzione, alle cure mediche, all’acqua, al cibo e ai progetti per l’impiego finanziati dalle Nazioni Unite e da organizzazioni nazionali e internazionali. Tuttavia, la maggior parte dei 630.000 rifugiati siriani registrati dall’Unhcr in Giordania vive fuori dai campi e deve produrre documentazione aggiuntiva, compresa una tessera rilasciata dal ministero dell’Interno, per poter accedere ai servizi pubblici.

I rifugiati che hanno lasciato i campi senza comunicarlo o quelli che sono rientrati in Giordania dopo esserne stati precedentemente espulsi in Siria non possono ottenere questa documentazione: dunque non possono accedere ai servizi pubblici e sono costretti a fare affidamento sugli aiuti umanitari o sulle donazioni dei privati.

Sarah, una rifugiata siriana, ha perso la gamba sinistra all’età di otto anni durante un attacco coi razzi nella Ghouta orientale, a nord-est della capitale Damasco. I suoi familiari l’hanno portata in Giordania affinché potesse essere curata. Inizialmente, nel campo rifugiati di Zaatari ha ricevuto cure mediche e le è stata impiantata una protesi. In seguito, a causa delle minacce ricevute da altri rifugiati, la famiglia ha dovuto lasciare il campo e, sprovvista della documentazione necessaria, non ha più potuto ricevere le cure.

Persino i rifugiati siriani che potrebbero avere accesso alle cure mediche sono spesso costretti a rinunciarvi per gli alti costi, costretti a scegliere tra pagare per i servizi di medicina od occuparsi della sopravvivenza dei familiari.

Tre donne intervistate da Amnesty International, recentemente diventate madri in un ospedale gestito da un’organizzazione non governativa a Irbid, hanno denunciato di non aver potuto effettuare esami pre-natali di fondamentale importanza perché non potevano pagare quelle prestazioni e i costi di trasporto.

‘Sebbene sia innegabile che ospitare centinaia di migliaia di rifugiati siriani a fronte del limitato sostegno internazionale stia ponendo un grande onere sulle spalle della Giordania, le autorità locali non possono ignorare il loro obbligo di garantire che tutte le persone possano accedere ai servizi di medicina’ – ha commentato Elsayed-Ali.

Dal 2012, la Giordania ha imposto sempre maggiori limitazioni ai siriani che cercano di entrare nel paese attraverso valichi di confine ufficiali e informali, fatta eccezione per i feriti di guerra.

Amnesty International ha appreso da operatori umanitari e familiari di rifugiati siriani feriti in modo grave che questi ultimi non sono stati fatti entrare in Giordania. Il criterio di eccezionalità secondo cui si entra in Giordania solo quando sono necessarie cure mediche di emergenza pare quindi essere applicato in modo incoerente. Rifugiati siriani in condizioni critiche sono stati costretti a tornare negli ospedali da campo in Siria, attaccati quotidianamente, mentre altri sono morti nei pressi del confine.

Nel luglio 2015, almeno 14 feriti gravi tra cui cinque bambini colpiti da una o più schegge di proiettile non sono stati fatti entrare in Giordania. Secondo le informazioni ottenute da Amnesty International, quattro di loro – tra cui una bambina di tre anni – sono morti al confine mentre aspettavano di entrare. In un altro caso, un ragazzo di 14 anni in condizioni critiche non è stato fatto entrare in Giordania perché privo di documenti d’identità ed è morto il giorno dopo in un ospedale da campo siriano. Tra coloro cui è stato negato l’ingresso in Giordania figura una bambina di due anni e mezzo ferita alla testa a seguito di un attacco con barili bomba.

In alcuni casi, le famiglie sono state divise alla frontiera e altre sono state rimandate in Siria perché non erano in possesso di carte d’identità siriane, in violazione degli obblighi internazionali della Giordania, tra cui quello relativo al principio di non respingimento.

‘Chiudere la frontiera a chi ha bisogno di asilo, a prescindere se sia ferito o meno, è una violazione degli obblighi internazionali della Giordania. Farlo nei confronti di chi fugge gravemente ferito da un conflitto e non ha con sé la carta d’identità, mostra un’agghiacciante mancanza di compassione e uno scioccante disprezzo per i diritti alla salute e alla vita’ – ha sottolineato ElSayed-Ali.

Il rapporto di Amnesty International viene reso pubblico alla vigilia del vertice a livello ministeriale convocato dall’Unhcr, in cui agli stati verrà chiesto d’impegnarsi per reinsediare rifugiati e individuare ulteriori soluzioni per l’ammissione dei rifugiati siriani. Il vertice costituisce un’opportunità per i governi di mostrare solidarietà nei confronti dei cinque paesi che ospitano oltre 4,8 milioni di rifugiati siriani e fornire una speranza di vita a chi ne ha bisogno.

Finora, la comunità internazionale si è impegnata a reinsediare 178.195 rifugiati siriani. Amnesty International chiede che almeno 480.000 dei rifugiati più vulnerabili che attualmente si trovano nei cinque principali paesi ospitanti – tra cui malati cronici, feriti e persone con disabilità – siano reinsediati in un paese terzo sicuro.

‘L’offerta, da parte della comunità internazionale, di reinsediamento o di altre forme di ammissione umanitaria, resta vergognosamente insufficiente. Il mondo non deve perdere l’opportunità di cambiare la vita dei rifugiati siriani che hanno disperatamente bisogno di cure mediche e deve usare la conferenza del 30 marzo per aumentare in modo rilevante il numero di posti a disposizione dei rifugiati che hanno disperatamente bisogno di essere reinsediati’ – ha concluso Elsayed-Ali.