Brasile: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA FEDERATIVA DEL BRASILE

Capo di stato e di governo: Jair Bolsonaro

La retorica apertamente anti-diritti umani che aveva contraddistinto la campagna elettorale del presidente Bolsonaro nel 2018 è passata dalle parole ai fatti, attraverso misure amministrative e legislative adottate a livello federale e statale.

L’anno è stato anche segnato da un aumento del numero delle persone uccise per mano di poliziotti in servizio attivo; da gravi crisi ambientali in Amazzonia, che hanno avuto un impatto sproporzionato sui popoli nativi, sui quilombolas e su altre comunità tradizionali; da vari tentativi di limitare le attività delle organizzazioni della società civile; e da minacce e omicidi che hanno colpito i difensori dei diritti umani. Le autorità non hanno saputo fornire risposte adeguate a un’ampia gamma di violazioni dei diritti umani.

Contesto

Il presidente e altre alte cariche istituzionali hanno proseguito la loro retorica apertamente anti-diritti umani, anche con dichiarazioni che miravano a indebolire il sistema interamericano dei diritti umani.

Sviluppi legislativi, costituzionali e istituzionali

Le autorità federali hanno promosso vari ordini esecutivi, misure provvisorie, disegni di legge e altri strumenti legislativi, che minacciavano di avere un impatto negativo sui diritti umani nel paese. Per esempio, sono state introdotte varie misure anticorruzione e in materia di pubblica sicurezza, che facevano riferimento a una definizione ampia e generica del concetto di autodifesa, incompatibile con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani, e che si prestavano a essere utilizzate per giustificare l’uso eccessivo di forza letale da parte di agenti statali.

Sono state inoltre allentate le norme che regolamentavano il possesso e il trasferimento di armi da fuoco e sono state adottate misure per bloccare le indagini sui crimini di diritto internazionale, compiuti durante il regime militare.

Crisi ambientale in Amazzonia

A fine anno, non c’era ancora una chiara e coerente linea politica in grado di prevenire la deforestazione e gli incendi, proteggere le popolazioni colpite e fornire loro rimedi adeguati. Non sono state neppure avviate indagini indipendenti né intraprese misure concrete per fare piena luce sulle responsabilità degli incendi che hanno avuto luogo nella foresta pluviale amazzonica durante il 2019.

Secondo l’Istituto socioambientale (Instituto socioambiental – Isa), in otto mesi sono andati bruciati circa 435.000 ettari di foreste, con gravi conseguenze per la salute e i mezzi di sussistenza delle comunità rurali e urbane, specialmente le popolazioni native e le comunità quilombolas che abitano nella regione. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale (Instituto nacional de pesquisas espaciais – Inpe), un’agenzia governativa brasiliana che monitora via satellite la situazione dell’Amazzonia, nei nove stati della così detta “Amazzonia legale brasiliana”, il tasso di deforestazione è salito a 9.762 chilometri quadrati, nel periodo compreso tra agosto 2018 e luglio 2019, con un aumento del 29,54 per cento rispetto alla media calcolata nell’anno precedente, che era di 7.536 chilometri quadrati. L’Inpe ha confermato un incremento del 30 per cento degli incendi forestali nel 2019, con 89.178 focolai attivi individuati via satellite.

Gli incendi che stanno devastando l’Amazzonia sono il sintomo di una più ampia crisi provocata da pratiche illegali di deforestazione e acquisizione di terreni. Sono emerse prove dello stretto legame tra incendi e interessi economici agroindustriali, soprattutto allo scopo di convertire la foresta pluviale in pascoli per gli allevamenti di bestiame, in alcuni casi con la collusione delle autorità. La legislazione brasiliana contempla rigorose disposizioni in materia di protezione dei territori delle popolazioni native e delle riserve naturali.

Tuttavia, il presidente Bolsonaro ha attivamente cercato di indebolire queste tutele. Il 29 agosto, ha emanato un decreto che ha vietato per 60 giorni gli incendi a scopo di deforestazione nel contesto della risposta del governo alla crisi. Secondo il parere di un funzionario che collabora con l’agenzia nazionale ambientale brasiliana, il decreto sarebbe servito a ben poco, in quanto i recenti incendi erano per lo più già proibiti dalle leggi brasiliane vigenti.

Rappresentanti di Ngo e autorità locali hanno denunciato che molti di coloro che avevano appiccato gli incendi erano stati incoraggiati da allevatori e politici locali a occupare appezzamenti di terreno all’interno dei territori nativi e delle riserve ambientali. È emerso uno schema ben preciso in base al quale gli appezzamenti di terreno nella foresta venivano individuati e acquisiti illegalmente, quindi ripuliti con il taglio degli alberi e successivamente incendiati (spesso più volte nella stessa zona), prima di procedere con la semina dell’erba e infine con l’introduzione del bestiame. Per esempio, ad agosto, l’area di un incendio divampato in territorio nativo manoki, nello stato del Mato Grosso, è stata recintata e i leader della comunità manoki hanno detto ad Amnesty International di essere convinti che l’incendio fosse stato appiccato proprio allo scopo di facilitare la creazione di un pascolo per l’allevamento di bestiame. A novembre, il presidente Bolsonaro ha dichiarato di ritenere che la distruzione della più estesa foresta pluviale tropicale del mondo sarebbe continuata, facendo riferimento alla sua promessa, fatta in campagna elettorale, di voler aprire l’Amazzonia allo sfruttamento agroindustriale e all’estrazione mineraria. Per contro, il ministro dell’Ambiente ha dichiarato che il governo sperava di ridurre la deforestazione illegale nel 2020, senza tuttavia precisare obiettivi concreti.

Diritti delle popolazioni native

L’amministrazione Bolsonaro non ha adempiuto ai propri obblighi di proteggere le popolazioni native, al contrario le varie misure adottate le hanno messe ulteriormente a rischio.

Per citare un esempio, la Fondazione nazionale dei nativi (Fundação nacional do índio – Funai) è stata privata di alcuni suoi poteri. Il presidente Bolsonaro ha rilasciato più volte dichiarazioni finalizzate a screditare e indebolire l’autorevolezza dell’Istituto brasiliano per le risorse naturali rinnovabili. Entrambe le organizzazioni avevano svolto un ruolo cruciale nel monitoraggio e nella protezione dell’Amazzonia e l’indebolimento dei loro poteri e della loro influenza ha aumentato i rischi affrontati dalle popolazioni native e dai loro leader.

Il riconoscimento ufficiale e il processo di demarcazione dei territori delle popolazioni native sono avanzati ancora in maniera lenta e in larga parte inefficace. Al contrario, la situazione è peggiorata a causa dell’introduzione della misura provvisoria n. 870/2019, che ha trasferito i poteri di demarcazione dal Funai al ministero dell’Agricoltura e minacciato di bloccare la demarcazione dei territori nativi e la determinazione della titolarità delle comunità quilombolas sui terreni. La misura provvisoria è stata criticata dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni native, in quanto sminuiva il ruolo del Funai nella protezione delle comunità native. A giugno 2019, la misura è stata annullata in seguito all’approvazione della legge 13.844 e il controllo del Funai è stato trasferito nuovamente al ministero della Giustizia.

Secondo un rapporto pubblicato dal Consiglio nativo missionario (Conselho indigenista missionário – Cimi), tra gennaio e novembre, almeno 21 territori nativi in cui era stata registrata la presenza di popoli in isolamento volontario erano stati invasi da taglialegna, tecnici di prospezione mineraria, cacciatori, pescatori e persone in cerca di terreni adatti allo sfruttamento delle risorse naturali. La ricerca non prendeva in considerazione i territori in cui erano presenti persone ma quelle terre non ancora demarcate e pertanto non protette.

Le popolazioni native e le comunità afroamericane sono state sempre più a rischio di vedere le loro terre invase illegalmente da taglialegna e altri interessi commerciali. Il governo ha ridotto, e in alcuni casi cessato, la sua vigilanza su queste comunità isolate. Inoltre, non sono mancate minacce e attacchi contro leader comunitari e difensori dei diritti umani.

I popoli nativi presenti in tre territori nel nord del Brasile, i karipuna e uru-eu-wau-wau nello stato di Rondônia e gli arara nello stato del Pará, hanno denunciato l’acquisizione illegale delle loro terre ancestrali. Hanno raccontato che intrusi erano entrati illegalmente nelle loro terre e avevano creato nuovi passaggi nella foresta, vicini ai villaggi. In tutti e tre i siti, leader nativi avevano ripetutamente denunciato alle autorità le acquisizioni illegali di terreni e i disboscamenti, ma la risposta è stata inadeguata e l’acquisizione illegale dei terreni e il taglio degli alberi sono continuati.

Per esempio, tra gennaio e aprile 2019, l’ufficio del procuratore generale federale ha inviato almeno quattro lettere al ministero della Giustizia e della pubblica sicurezza (il ministero competente per il Funai) e a quello delle Donne, della famiglia e dei diritti umani, descrivendo il deterioramento della situazione della sicurezza nei territori karipuna e uru-eu-wau-wau, avvisando dei rischi di conflitto e richiedendo un immediato intervento da parte della forza di sicurezza nazionale. A fine anno, i due dicasteri interpellati non si erano ancora coordinati con la forza di sicurezza nazionale per proteggere i territori karipuna e uru-eu-wau-wau, mentre il piano di protezione a lungo termine rimaneva una questione irrisolta. I leader delle comunità karipuna e uru-eu-wau-wau hanno inoltre ricevuto minacce di morte.

Secondo il Cimi, gli episodi di invasione nei territori nativi, che erano passati dai 96 del 2017 ai 109 del 2018, sono drammaticamente aumentati nel 2019, facendo registrare 160 casi solo nei primi nove mesi dell’anno. Le uccisioni di nativi, che erano passate dai 110 casi registrati nel 2017 ai 135 nel 2018, avrebbero raggiunto livelli record nel 2019. Un rapporto pubblicato da Global Witness ha evidenziato come l’aumento degli omicidi di attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente, inclusi leader nativi, fosse collegato all’estrazione di risorse naturali.

Una delle ultime vittime è stato Paulo Paulino Guajajara, un leader della comunità guajajara di 26 anni, ucciso a novembre nella riserva nativa di Araribóia, nello stato di Maranhão. È stato il quarto dei “guardiani della foresta”, un gruppo di 120 attivisti guajajara che lottano contro il taglio illegale degli alberi nella riserva di Araribóia, a essere ucciso.

Il governo brasiliano non ha intrapreso iniziative concrete per ottenere giustizia in merito a queste uccisioni e ha al contrario continuato a criminalizzare i difensori dei diritti umani, scagliandosi specialmente contro quelli impegnati in tematiche ambientali, nella difesa della terra e del territorio, creando un clima di paura e rendendo il Brasile un luogo sempre più pericoloso per chi difende i diritti umani.

Polizia e forze di sicurezza

Le autorità federali e statali hanno adottato una retorica della linea dura, che ha alimentato crescenti livelli di violenza contro la gente comune, e soprattutto contro i difensori dei diritti umani.

Il governatore dello stato di Rio de Janeiro, Wilson Witzel, ha rilasciato dichiarazioni e intrapreso iniziative legate alla così detta “guerra alla droga”, che ha continuato a essere utilizzata come pretesto per condurre interventi di polizia in assetto militare, contrassegnati da elevati livelli di violenza da parte degli agenti, oltre che da crimini di diritto internazionale e violazioni dei diritti umani.

In questo contesto, è aumentato il numero di omicidi di presunti criminali, specialmente di coloro che le autorità di pubblica sicurezza avevano indicato come coinvolti nel traffico di droga. Secondo dati ufficiali, tra gennaio e luglio, 1.249 persone sono state uccise dalla polizia di Rio de Janeiro. In base a uno studio condotto dall’ufficio del procuratore dello stato di Rio de Janeiro, questo dato corrisponde a un aumento del 16 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018 (1.075 casi).

Tra le persone uccise da agenti in servizio attivo ci sono stati cinque bambini afroamericani che abitavano nelle favelas e in comunità disagiate situate alla periferia delle città satellite dell’area metropolitana di Rio de Janeiro.

Lo studio ha spinto l’ufficio del procuratore generale dello stato di Rio de Janeiro ad affermare che “Rio ha la polizia più letale di tutto il Brasile, sebbene non sia tra i primi 10 stati più violenti del paese“. La violenza generalizzata ha anche determinato alte percentuali di morti tra gli agenti. Secondo la polizia militare dello stato di Rio del Janeiro, i poliziotti uccisi nello stato nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2019 sono stati 39, registrando una diminuzione del numero di questi casi.

Difensori dei diritti umani

In linea con le dichiarazioni rilasciate durante la campagna elettorale per le presidenziali, in cui aveva ripetutamente criticato il lavoro delle Ngo, il presidente Bolsonaro ha creato il dipartimento per le Relazioni con le organizzazioni non governative, attraverso l’introduzione di misure legislative, come la misura provvisoria n. 870 e il decreto n. 9.669/2019, ritenute essere specificatamente mirate a interferire indebitamente nelle attività delle organizzazioni della società civile che operano in Brasile o a creare onerose procedure burocratiche che renderebbero più complicato per le Ngo operare nel paese.

Tali misure sono state emendate dal congresso nazionale sull’onda del moltiplicarsi delle mobilitazioni delle organizzazioni della società civile. Il tentativo di denigrare il lavoro delle Ngo è continuato durante il 2019.

Per citare un esempio, il 21 agosto, in uno scenario in cui gli incendi in Amazzonia erano aumentati dell’82 per cento, il presidente ha rilasciato una dichiarazione alla stampa accusando le organizzazioni della società civile di essere responsabili degli incendi in Amazzonia: “Pertanto, si potrebbe trattare, certo potrebbe, ma non lo affermo, di un’azione criminale da parte di questi ‘ongueiros’ [membri delle Ngo] per attirare l’attenzione contro di me, contro il governo del Brasile. È questa la guerra che affrontiamo“. Con toni altrettanto polemici, il 25 ottobre, il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha insinuato in un post pubblicato sui social network che l’organizzazione internazionale Greenpeace poteva essere responsabile della fuoriuscita di petrolio che aveva inquinato le acque brasiliane e più di 2.250 chilometri di linea costiera nel nord-est del Brasile, provocando un’altra crisi ambientale e dei diritti umani nel paese. Interpellato dai giornalisti in merito alle dichiarazioni rilasciate dal ministro dell’Ambiente, il presidente Bolsonaro ha affermato: “Per me si tratta di un atto terroristico. Per quel che mi riguarda, questa Greenpeace ci è solo d’ostacolo“. Il 30 ottobre, Greenpeace ha intentato una causa per diffamazione contro il ministro dell’Ambiente presso la Corte suprema federale. A fine anno, l’esito della causa rimaneva pendente.

Impunità

A un anno dall’omicidio dell’attivista per i diritti umani Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes, nella città di Rio de Janeiro, la polizia civile dello stato di Rio ha arrestato l’agente in congedo Ronie Lessa e l’ex poliziotto Elcio de Queiroz, in relazione alle uccisioni.

Il 14 marzo, in una nota pubblicata a Ginevra, 14 esperti e relatori delle Nazioni Unite e della Commissione interamericana dei diritti umani hanno riconosciuto il lavoro svolto dagli investigatori della polizia e dai procuratori per scoprire la verità e i progressi compiuti nel caso giudiziario. Tuttavia, hanno anche sottolineato come fosse necessario fare di più per stabilire i moventi e scoprire chi si celasse dietro l’aggressione, sollecitando le autorità a concludere le indagini nel più breve tempo possibile, per portare davanti alla giustizia e sottoporre a un processo equo tutti gli individui sospettati di avere una responsabilità penale nel crimine, compresi i superiori che potrebbero avere ordinato, autorizzato o consentito il crimine, e fornire riparazione alle famiglie delle vittime.

Marielle Franco era un’aperta sostenitrice dei diritti dei giovani afroamericani, delle donne, dei poveri, delle persone Lgbti e delle vittime della violenza perpetrata dalla polizia di Rio de Janeiro. Le accuse che indicavano l’esistenza di legami tra la famiglia del presidente Bolsonaro e i responsabili degli omicidi sono state ignorate dalle autorità. Ciononostante, i ritardi nel risolvere il caso hanno alimentato le preoccupazioni secondo cui nel crimine potrebbero essere implicate alte cariche istituzionali.

A luglio, l’Alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite ha scritto alle autorità brasiliane in relazione al caso del sedicenne Davi Fiuza, vittima di sparizione forzata nella città di Salvador, nello stato di Bahia, nel 2014. La Commissaria ha reiterato le precedenti raccomandazioni in relazione al caso, chiedendo anche di ricevere informazioni che spiegassero perché i risultati delle indagini, completate dall’unità della polizia civile già ad aprile 2016, fossero state trasmesse all’ufficio del procuratore generale soltanto il 7 luglio 2017 e ancora il 2 agosto 2018. Il processo è stato rinviato al tribunale militare e non erano disponibili altre informazioni sul procedimento.

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