Myanmar: le violazioni dei diritti umani nel rapporto annuale Amnesty

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Repubblica dell’unione di Myanmar

Capo di stato e di governo: Win Myint

L’esercito ha commesso gravi violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra, negli stati di Kachin, Rakhine e Shan.

Il governo non ha compiuto progressi significativi nel creare le condizioni favorevoli a un rientro volontario, sicuro e dignitoso per 740.000 rohingya, uomini, donne e bambini, fuggiti in Bangladesh a partire dagli inizi di agosto 2017.

I rohingya che erano rimasti nello stato di Rakhine hanno continuato a vivere sotto un regime paragonabile all’apartheid.

Sono rimaste in vigore le restrizioni ai diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica.

Le autorità hanno continuato ad arrestare e detenere arbitrariamente difensori dei diritti umani e altri attivisti pacifici.

È persistita l’impunità per i perpetratori di violazioni dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale.

Contesto

L’esercito ha mantenuto un significativo potere economico e politico. A febbraio, il governo guidato dalla Lega nazionale per la democrazia (National League for Democracy – Nld) ha annunciato la creazione di una nuova commissione con il compito di redigere alcuni emendamenti alla costituzione del 2008; tuttavia, a fine anno non erano stati compiuti progressi in tal senso. Il tormentato processo di pace nazionale è rimasto in stallo. Il 27 settembre, Myanmar ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia relativo al coinvolgimento dei minori nei conflitti armati.

Conflitto armato interno

A partire da gennaio c’è stata una recrudescenza dei combattimenti nello stato di Rakhine, tra l’esercito regolare di Myanmar e l’Esercito di Arakan, un gruppo armato di etnia rakhine. I militari si sono resi responsabili di gravi violazioni contro i civili, tra cui attacchi illegali, arresti arbitrari, tortura e altri maltrattamenti, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e lavoro forzato. In molti casi questi abusi si sono configurati come crimini di guerra.

Anche l’Esercito di Arakan si è reso responsabile di abusi nei confronti dei civili, sottoponendoli tra l’altro ad arbitraria privazione della libertà, oltre che a minacce e intimidazioni.

A giugno, le autorità hanno bloccato l’accesso a Internet in nove regioni interessate dal conflitto, negli stati di Rakhine e Chin, alimentando forti timori per la sicurezza dei civili. Sebbene verso fine agosto l’accesso a Internet sia stato parzialmente ripristinato in alcune aree, in altre a fine anno Internet era ancora inaccessibile.

Anche nello stato settentrionale di Shan gli effetti del perdurante conflitto sono gravati soprattutto sui civili.

L’esercito di Myanmar si è reso responsabile di crimini di guerra e altre gravi violazioni, come arresti arbitrari, detenzione in incommunicado presso basi militari, tortura e altri maltrattamenti e attacchi illegali.

I gruppi armati etnici hanno commesso gravi abusi contro i civili, tra cui rapimenti, tortura e altri maltrattamenti, lavoro forzato ed estorsioni. Ad agosto i combattimenti si sono bruscamente intensificati, dopo che tre gruppi armati avevano attaccato avamposti militari e altri obiettivi.

L’escalation del conflitto ha determinato un ulteriore sfollamento di civili e gravi violazioni da parte di tutte le forze in campo. Sebbene lo stato di Kachin non sia stato quasi toccato dai combattimenti, i civili sono stati sottoposti ad arresti arbitrari e tortura e altri maltrattamenti per mano dell’esercito.

La situazione dei rohingya

Sono proseguiti i crimini contro l’umanità contro i circa 600.000 rohingya rimasti nello stato di Rakhine. I loro diritti a uguaglianza, cittadinanza, libertà di movimento, accesso ad adeguate cure mediche, istruzione e occupazione sono stati regolarmente violati.

Sette anni dopo essere state costrette a fuggire dalle loro abitazioni, circa 128.000 persone, per lo più di etnia rohingya, continuavano a essere confinate in squallidi campi di detenzione nello stato di Rakhine e a dipendere totalmente dagli aiuti umanitari per poter sopravvivere.

Il governo non ha intrapreso iniziative concrete per creare le condizioni favorevoli al rientro delle centinaia di migliaia di rohingya che erano fuggiti da Myanmar a partire dal 2017 e durante le precedenti ondate di violenza. Nonostante quanto sostenuto dal governo, non sono stati compiuti progressi per implementare le raccomandazioni formulate dalla commissione consultiva sullo stato di Rakhine.

Le autorità hanno fortemente limitato l’accesso agli operatori delle agenzie umanitarie e ai giornalisti indipendenti.

Sfollati e accesso umanitario

I civili sfollati a causa del conflitto ammontavano a decine di migliaia. Nello stato di Rakhine, più di 30.000 persone sono state costrette ad abbandonare le loro case a causa dei combattimenti tra l’esercito di Myanmar e l’Esercito di Arakan.

Nello stato settentrionale di Shan, i combattimenti hanno provocato lo sfollamento di diverse migliaia di persone. Molte erano già state sfollate più volte, spesso per brevi periodi, con gravi ripercussioni sui loro mezzi di sussistenza e sulla loro sicurezza alimentare a breve e lungo termine. Gli effetti del conflitto e dello sfollamento hanno avuto un impatto specialmente sulle persone più anziane, in particolare riguardo ai loro diritti all’assistenza medica e ai mezzi di sussistenza. Le autorità, sia civili che militari, hanno continuato a limitare l’accesso degli aiuti umanitari su tutto il territorio nazionale.

Libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica

Le autorità hanno continuato ad arrestare e incarcerare persone per il pacifico esercizio dei loro diritti umani, compresi attivisti politici, operatori dell’informazione e difensori dei diritti umani.

I militari hanno preso di mira con azioni giudiziarie attivisti politici e persone critiche verso il governo.

Ad agosto, il cineasta Min Htin Ko Ko Gyi è stato condannato a un anno di reclusione. Era stato arrestato ad aprile e accusato di avere criticato sui social network il ruolo politico dei militari.

Ad aprile e maggio, sette giovani sono stati arrestati e incriminati in relazione a performance satiriche in cui avevano criticato l’esercito. Sei di loro sono stati successivamente condannati a pene variabili da un anno e mezzo a due anni e mezzo di reclusione. Tutti e sette a fine anno dovevano rispondere di altre imputazioni.

Le autorità hanno applicato leggi dalla formulazione vaga e ampia per imbavagliare il dissenso e limitare i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Queste comprendevano tra l’altro la sezione 66(d) della legge sulle telecomunicazioni, la legge sulla privacy, la legge su riunioni e cortei pacifici e altre disposizioni ai sensi del codice penale.

Nonostante la sua maggioranza parlamentare assoluta, l’amministrazione guidata dall’Nld non ha provveduto a rivedere o emendare le leggi che limitavano questi diritti.

A maggio, i giornalisti dell’agenzia Reuters Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati rilasciati nel contesto di un’amnistia generale. I due erano stati condannati a sette anni di carcere per avere documentato le atrocità commesse contro i rohingya nello stato di Rakhine. Nonostante questi rilasci, i giornalisti hanno continuato a incorrere in arresti arbitrari, procedimenti giudiziari e vessazioni in relazione al loro lavoro.

Impunità

È persistita l’impunità per le gravi violazioni dei diritti umani e gli abusi, compresi crimini di diritto internazionale. Il governo si è rifiutato di cooperare con i meccanismi internazionali d’indagine. La commissione d’inchiesta indipendente, istituita dal governo per accertare gli abusi compiuti nello stato di Rakhine a partire da agosto 2017, si è dimostrata priva di competenza, indipendenza e imparzialità.

Il rapporto conclusivo della commissione, previsto a fine agosto, è stato rinviato a gennaio 2020.

A febbraio, le autorità militari hanno annunciato la creazione di un “tribunale investigativo”, con il compito di esaminare le accuse di violazioni e abusi nello stato di Rakhine. Questo tribunale, che prevedeva la partecipazione di membri dell’esercito con il compito di indagare su violazioni compiute da militari, non era chiaramente né indipendente né imparziale.

Solo in pochissimi casi sono state avviate indagini sulle violazioni e sugli abusi compiuti in altre parti del paese e raramente i presunti perpetratori sono stati chiamati a risponderne. Nonostante l’assenza di giustizia in Myanmar, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha provveduto a deferire la situazione all’Icc.

Vaglio internazionale

Per il secondo anno consecutivo, le autorità di Myanmar hanno negato l’ingresso nel paese al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Myanmar.

A settembre, la Missione di ricerca delle Nazioni Unite (UN Fact-Finding Mission – Ffm) su Myanmar ha presentato il suo rapporto finale sulle gravi e continue violazioni compiute nel paese. Il governo ha respinto questo e altri rapporti pubblicati dall’Ffm durante l’anno, sostenendo che erano infondati e non fornivano prove.

A maggio, le Nazioni Unite hanno pubblicato i risultati di un’inchiesta interna sulle proprie operazioni condotte in Myanmar a partire dal 2011, concludendo di avere riscontrato “sistematiche inadempienze” all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Il rapporto formulava una serie di raccomandazioni per migliorare la comunicazione e la cooperazione; tuttavia non sono stati resi noti eventuali provvedimenti per garantirne l’implementazione. A novembre, l’Icc ha aperto ufficialmente un’indagine sull’espulsione forzata dei rohingya da Myanmar e altri crimini collegati, in cui uno o più fatti erano occorsi nel territorio del Bangladesh.

A luglio e dicembre, il governo americano ha imposto sanzioni contro il generale d’alto rango Min Aung Hlaing, comandante in capo dell’esercito di Myanmar, e altri tre ufficiali militari, in relazione al loro ruolo nelle atrocità compiute contro i rohingya.

Il Meccanismo investigativo indipendente per Myanmar, incaricato di raccogliere e conservare le prove dei gravi crimini commessi e di preparare i fascicoli per la fase istruttoria, è diventato operativo a settembre.

A novembre, il governo del Gambia ha depositato una causa per genocidio contro Myanmar presso la Corte internazionale di giustizia. A dicembre, durante un’udienza relativa alla richiesta di misure provvisorie per proteggere i diritti dei rohingya, una delegazione guidata da Aung San Suu Kyi ha respinto le accuse, secondo le quali il paese aveva violato i propri obblighi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio.

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