Iraq: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA DELL’IRAQ

Capo di stato: Barham Ahmed Salih

Capo di governo: Adil Abdul Mahdi

A partire da ottobre le forze armate, tra cui le milizie riunite nelle Unità di mobilitazione popolare (Popular Mobilization Units, Pmu), hanno fatto un eccessivo ricorso alla forza contro i manifestanti scesi in piazza in tutto il paese, facendo oltre 500 vittime e ferendo migliaia di persone; molte delle vittime sono state uccise a colpi di arma da fuoco o colpite da bombolette di gas lacrimogeno mai viste in precedenza. Le forze di sicurezza e di intelligence hanno arrestato, fatto sparire o altresì intimidito gli attivisti, gli avvocati dei manifestanti, ma anche i medici che hanno prestato soccorso ai feriti e i giornalisti intenti nella cronaca delle proteste. Le autorità hanno bloccato l’accesso a Internet, sembra per impedire la diffusione delle immagini dei soprusi perpetrati dalle forze di sicurezza. Gli sfollati sono ancora circa 1,55 milioni e per molti di loro vigono forti restrizioni alla libertà di movimento. La chiusura improvvisa dei campi nelle province di Anbar e Ninewa ha costretto molte famiglie a spostarsi nuovamente. Non si hanno ancora notizie delle migliaia di uomini e ragazzini che sono stati fatti sparire dalle forze di sicurezza irachene, tra cui le Pmu, mentre fuggivano dai territori controllati dallo Stato islamico. Abbondano le segnalazioni di torture e maltrattamenti dei detenuti dalle forze irachene centrali e del Krg, soprattutto se sospettati di affiliazione allo Stato islamico. I tribunali iracheni continuano a emettere condanne a morte, in alcuni casi a seguito di processi iniqui. Lo Stato islamico ha preso di mira la popolazione civile, sferrato attacchi dinamitardi in varie città e assassinato i leader delle comunità.

Contesto

Sebbene la campagna militare volta a riconquistare le aree detenute dallo Stato islamico si sia conclusa a dicembre del 2017, le forze centrali irachene e del Krg hanno portato avanti operazioni militari su piccola scala, ad esempio raid aerei, per colpire le cellule dello Stato islamico in quelle zone, nello specifico nei governatorati di Anbar, Diyala e Ninewa. Oltre quattro milioni di sfollati iracheni erano tornati alle loro aree di provenienza, ma le ricostruzioni hanno proceduto lentamente nelle zone colpite con violenza dal conflitto, quali i governatorati di Anbar, Ninewa e Salah al-Din. Gli aiuti umanitari hanno continuato a scarseggiare sempre di più; gli ospiti dei campi per sfollati hanno segnalato un forte degrado dei servizi sanitari, di istruzione e altri.

Dal 9 ottobre, data di inizio delle operazioni militari nella parte nord orientale della Siria, circa 17.000 rifugiati siriani sono fuggiti verso il Kurdistan iracheno. Nel frattempo, nel nord di questa regione sono continuati i raid aerei, che stando alle notizie ufficiali hanno preso di mira gli esponenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Il 1o ottobre sono iniziate proteste su scala nazionale in cui si chiedevano migliori opportunità di impiego e servizi pubblici, ma anche la fine della corruzione governativa. Il 24 ottobre, tutto l’Iraq è stato pervaso da manifestazioni ancora più massicce in cui si chiedeva la caduta del governo. Il 1o dicembre il parlamento ha accettato le dimissioni del premier Adil Abdul Mahdi, il quale però ha conservato la sua posizione ad interim.

Libertà d’espressione e assemblea

Ricorso eccessivo alla forza

Tra ottobre e dicembre, le forze di sicurezza hanno fatto un eccessivo ricorso alla forza contro i manifestanti, mietendo oltre 500 vittime e ferendo migliaia di persone.

Tra l’1 il 7 ottobre 2019, le forze armate hanno ucciso decine di manifestanti e ne hanno feriti migliaia mentre tentavano di disperdere le proteste a colpi d’arma da fuoco, con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua calda.

A Baghdad, testimoni hanno riferito che i manifestanti sarebbero stati uccisi da tiratori dislocati entro il perimetro di sicurezza. Anche i manifestanti hanno parlato di colpi sparati da uomini armati, i quali hanno tentato di travolgerli con veicoli; nel quartiere Za’faraniya della città, poi, i manifestanti sono stati circondati e uomini armati hanno sparato sulla folla incessantemente. Inoltre, stando ai testimoni, le forze di sicurezza hanno inseguito i manifestanti in fuga per poi intrappolarli e picchiarli con spranghe di ferro e il calcio dei fucili.

Nelle città delle province meridionali, i manifestanti hanno dato fuoco agli stabili governativi e alle sedi dei partiti e delle fazioni politiche delle Pmu, che dal 2016 fanno parte delle forze armate irachene. Sono almeno 12 i manifestanti periti negli incendi. Le fazioni delle Pmu hanno ucciso molti altri manifestanti che si erano avvicinati alle loro sedi.

L’allora primo ministro ha ordinato un’indagine sugli eventi svoltisi tra l’1 e il 7 ottobre, da cui è emerso che 149 manifestanti e otto esponenti delle forze di sicurezza erano morti a causa del ricorso eccessivo alla forza, tra cui i colpi di arma da fuoco. Più del 70 per cento dei decessi sono stati causati da colpi alla testa o al petto. L’indagine ha accertato che i comandanti ai vertici delle forze armate non avevano ordinato un ricorso eccessivo alla forza ma non erano riusciti a controllare i propri uomini. In seguito, molti di questi comandanti sono stati rimossi dalle loro funzioni.

A seguito della seconda ondata di proteste, iniziata il 24 ottobre, le forze di sicurezza sono nuovamente ricorse alla forza eccessiva contro i manifestanti. Il 25 ottobre, a Baghdad, le forze antisommossa hanno lanciato sulla folla granate di gas lacrimogeno mai viste in precedenza utilizzando una violenza che, a detta dei testimoni, mirava a uccidere piuttosto che a disperdere i manifestanti. Le granate in questione pesavano 10 volte di più dei candelotti convenzionali di gas lacrimogeno e uccidevano quasi sul colpo per via della forza dell’impatto. I volontari che prestavano assistenza medica in loco hanno detto che queste bombe erano state lanciate apertamente su folle di manifestanti pacifici, causando lo svenimento o l’asfissia di uomini, donne e minori.

Il 28 ottobre, a Karbala, una città dell’Iraq meridionale, le forze armate hanno sparato colpi d’arma da fuoco e gas lacrimogeni per disperdere la folla (principalmente pacifica), ma anche cacciato bruscamente i manifestanti che avevano organizzato un sit-in pacifico e cercato di travolgerli con veicoli.

Le forze di sicurezza hanno continuato a fare ricorso alla violenza contro i manifestanti per tutto il mese di novembre, soprattutto a Baghdad, Bassora, Najaf e Nassiriya. Nella notte del 27 novembre, a Najaf sarebbero stati uccisi almeno 12 manifestanti durante gli scontri con le forze armate: le violenze erano in risposta all’intrusione nel consolato iraniano della città e all’incendio appiccato allo stabile dai manifestanti. La notte successiva, le forze armate hanno attaccato i manifestanti a Nassiriya causando almeno 30 vittime e moltissimi feriti.

Arresti arbitrari e intimidazioni

Durante le proteste, gli attivisti, gli avvocati dei manifestanti, i medici che hanno prestato soccorso ai feriti e i giornalisti intenti nella cronaca dell’accaduto sono stati oggetto di una campagna intimidatoria ad opera delle forze di intelligence e sicurezza, tra cui le fazioni delle Pmu, che prendeva di mira chiunque criticasse le loro azioni. In molti casi, prima di ottenere il rilascio, gli attivisti sono stati minacciati, picchiati e costretti a sottoscrivere un impegno a smettere di manifestare. Inoltre, gli attivisti riferiscono che le forze di sicurezza li hanno ammoniti di averli iscritti in un elenco stilato dai servizi di intelligence.

Gli attivisti a Baghdad hanno denunciato uomini in borghese che, dopo essersi qualificati come agenti segreti della zona, si sono recati a casa loro e li hanno interrogati sul loro coinvolgimento nelle proteste, senza produrre alcun mandato di arresto o perquisizione. A Baghdad e a Kerbala, alcuni manifestanti feriti sono stati arrestati negli ospedali, pertanto molti altri hanno preferito evitare le strutture sanitarie pur avendo bisogno di cure mediche. Alcuni di quelli arrestati a Kerbala hanno riferito che, durante gli interrogatori, le forze armate hanno picchiato e ferito i manifestanti, tra cui minori.

In varie province, tra cui Baghdad, Amarah e Kerbala, tra inizio ottobre e dicembre le forze di sicurezza hanno rapito e fatto sparire decine di manifestanti e attivisti; ben pochi sono stati rilasciati, a distanza di alcuni giorni o settimane. Inoltre, combattenti armati non identificati hanno ucciso molti manifestanti e preso d’assalto le sedi di Baghdad di diversi mezzi di comunicazione locali e regionali che facevano la cronaca delle proteste.

Coprifuochi e oscuramento di Internet

A ottobre e novembre, le autorità hanno imposto più volte dei coprifuochi e a tratti hanno interrotto l’accesso a Internet su tutto il territorio nazionale, ad eccezione della regione del Kurdistan iracheno. L’accesso a Internet (in modalità limitata) è stato successivamente ripristinato, mentre i social network sono rimasti oscurati. In molti ritengono che le autorità abbiano disattivato l’accesso a Internet durante la repressione delle proteste per impedire che fossero diffuse le immagini e i video dei soprusi perpetrati dalle forze armate.

La regione del Kurdistan

Il 26 gennaio, quando è stato riferito che si erano verificate vittime tra i civili a seguito dei raid aerei turchi del 24 gennaio, sono scoppiate delle proteste in prossimità di una base militare turca vicina a Shiladze, nel governatorato di Dohuk. I mezzi di informazione e gli attivisti della zona hanno reso noto che molti manifestanti avevano preso d’assalto la base appiccando incendi, e che due erano stati uccisi. Il 27 gennaio, l’Asayish, l’agenzia di intelligence del Krg, ha arrestato decine di manifestanti, attivisti, giornalisti e passanti probabilmente ignari di cosa stesse accadendo. Alcuni sono stati rilasciati lo stesso giorno senza alcuna imputazione; altri, invece, sono stati accusati formalmente. La maggior parte di questi sono poi stati rilasciati su cauzione nei giorni e nelle settimane seguenti. Sempre il 27 gennaio, l’Asayish ha arrestato un giornalista e due attivisti che, stando a quanto dichiarato dai loro parenti, si stavano recando a un incontro nella città di Duhok a sostegno delle proteste a Shiladze; sono stati incriminati e rilasciati su cauzione soltanto a inizio marzo.

Sfollati interni

Gli sfollati interni causati dal conflitto armato contro lo Stato islamico rimangono circa 1,55 milioni: dopo essere stati costretti a spostarsi nuovamente, la maggior parte di loro alloggia in campi profughi e in insediamenti non ufficiali nelle province di Anbar, Ninewa e Salah al-Din.

Per le famiglie di sfollati continua a essere difficoltoso ottenere i documenti di stato civile, il che limita considerevolmente la loro libertà di movimento e pregiudica l’accesso al mercato del lavoro e ai servizi pubblici, ad esempio all’istruzione per i figli. Gli ufficiali di sicurezza hanno minacciato e in alcuni casi persino arrestato gli avvocati che avevano provato ad aiutare le famiglie sospettate di affiliazione con lo Stato islamico a ottenere i documenti necessari.

Quando provano ad allontanarsi, anche per motivi medici, per gli sfollati nei vari campi profughi in Iraq vigono forti restrizioni sulla libertà di movimento. Le autorità del Krg continuano a impedire agli arabi sfollati di tornare alle loro città e villaggi nei territori contesi e in mano al Krg. Dopo essere stati accusati dal Krg di affiliazione allo Stato islamico (senza alcun capo d’accusa oppure dopo essere stati riconosciuti colpevoli e condannati) e poi rilasciati, molti uomini e ragazzini non accompagnati alloggiati nei campi del Kurdistan non sono tornati nelle aree di provenienza nei territori controllati dalle autorità irachene centrali poiché temono di essere arrestati e di subire maltrattamenti dalle forze armate.

Nelle province di Anbar e Ninewa, le autorità irachene hanno improvvisamente chiuso i campi per sfollati interni, costringendo di fatto chiunque vi alloggiasse a spostarsi nei campi nelle vicinanze o a tornare alle aree di provenienza. Si tratta di una violazione del loro diritto a fare ritorno volontariamente, in modo dignitoso e in totale sicurezza. Molti sono stati costretti a spostarsi nuovamente e per gli organismi a scopo umanitario è stato difficile rintracciare questi sfollati, soprattutto poiché gli enti locali e di sicurezza, ritenendoli ormai affiliati allo Stato islamico, hanno vietato loro di tornare nelle aree di provenienza.

Secondo le agenzie umanitarie, aumentano sempre di più gli iracheni sfollati che hanno fatto ritorno alle aree di provenienza ma vivono in condizioni di indigenza. Alcune famiglie, specie quelle ritenute affiliate allo Stato islamico, sono state sfrattate di casa da uomini armati, anche di milizie tribali locali, che poi hanno confiscato o distrutto gli immobili. Gli stessi individui hanno anche molestato sessualmente e intimidito le donne di queste famiglie.

Sparizioni forzate

Gli iracheni ritenuti affiliati allo Stato islamico sono stati arrestati nei posti di controllo dalle forze armate centrali irachene, nei campi per sfollati interni e nelle aree di provenienza (dove avevano fatto ritorno) e poi fatti sparire. Molti degli arresti sono avvenuti in aree in precedenza sotto il controllo dello Stato islamico o ritenute ex roccaforti dello stesso.

Non si sa ancora nulla delle migliaia di uomini e ragazzini arrestati e poi fatti sparire tra il 2014 e il 2018 dalle forze armate centrali irachene, ad esempio le Pmu, mentre fuggivano dai territori controllati dallo Stato islamico. La loro scomparsa ha lasciato molti nuclei familiari in mano alle donne, che ora sono marchiate a vita in quanto ritenute affiliate allo Stato islamico.

A settembre, l’Alta commissione irachena per i diritti umani ha invitato il parlamento ad approvare una bozza di legge, originariamente presentata nel 2015, che mira ad accorpare all’ordinamento nazionale le disposizioni della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, ratificata dall’Iraq nel 2010. A fine anno questo punto era ancora in sospeso.

Torture e altri maltrattamenti

Abbondano le segnalazioni di torture e maltrattamenti dei detenuti da parte delle forze irachene centrali e del Krg, soprattutto se sospettati di affiliazione allo Stato islamico, ai quali sono state estorte delle “confessioni” durante gli interrogatori. I tribunali continuano a consentire che in aula siano utilizzate prove ottenute con la tortura, specie nel caso di imputati sospettati di lavorare per lo Stato islamico.

L’Alta commissione irachena per i diritti umani ha denunciato il degrado e il sovraffollamento nelle carceri nazionali, causati dal numero crescente di detenuti sospettati di affiliazione allo Stato islamico.

Pena di morte

Sono state emesse condanne a morte per attività connesse al terrorismo, reati legati alla droga, omicidi e rapimenti. I cittadini iracheni e stranieri detenuti poiché sospettati di affiliazione allo Stato islamico sono stati condannati a morte con processi altamente illegittimi, spesso senza una difesa adeguata e sulla base di “confessioni” estorte con la tortura.

Violenze dei gruppi armati

Lo Stato islamico continua a prendere di mira i civili, commettere omicidi e sferrare attacchi dinamitardi. Il gruppo armato ha rivendicato un bombardamento avvenuto il 20 settembre nella città di Kerbala che è costato la vita ad almeno 12 civili, ferendone altri cinque. Lo Stato islamico ha assassinato i leader delle comunità nei governatorati di Diyala e Ninewa, a quanto pare per scoraggiare gli abitanti della zona a cooperare con le forze di sicurezza e consentire così ai propri combattenti di spostarsi liberamente.

A seguito di un’operazione supervisionata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui crimini commessi dall’Isis (UN Investigative Team to Promote Accountability for Crimes Committed by Da’esh – UNITAD), sono state identificate le salme rinvenute in una fossa comune nella regione Sinjar del governatorato di Ninewa: appartengono agli uomini e ai ragazzi yazidi uccisi dallo Stato islamico ad agosto del 2014. Non si sa ancora nulla di oltre 3000 donne e ragazze yazide rapite dal gruppo armato.

Più di 400 ettari di terre agricole nelle province centrali sono stati dati alle fiamme, sembrerebbe dallo Stato islamico. Le autorità irachene hanno ordinato un’indagine, ma gli esiti non sono stati resi pubblici.

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