Libano: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica libanese  

Capo di stato: Michel Aoun

Capo di governo: Hassan Diab (ha sostituito Saad Hariri in dicembre)

In risposta alle proteste e agli scioperi verificatisi in tutto il paese, scoppiati poco dopo l’annuncio di nuove misure fiscali da parte del governo, le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza per disperdere i manifestanti e non hanno salvaguardato il diritto di protesta pacifica. Le forze di sicurezza hanno continuato a usare la tortura e altri maltrattamenti e moltissime persone hanno riferito di esserne state oggetto. Il Libano ha accolto un milione e mezzo di rifugiati siriani, ma ne ha deportati circa 2500, violando i suoi obblighi di non respingimento. Ha imposto barriere che hanno impedito ai rifugiati siriani di accedere ai servizi e all’assistenza, causando per molti condizioni di vita terribili. Hanno continuato a essere negati i diritti a persone e organizzazioni lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali (Lgbti). Le forze di sicurezza hanno interrogato attivisti pacifici, giornalisti e altre persone in merito alla pubblicazione sui social media di post che criticavano le autorità politiche o religiose. Le lavoratrici migranti hanno continuato a subire pratiche discriminatorie nell’ambito del sistema kafala (sponsorizzazione). Sono state pronunciate sentenze di condanna a morte. Non ci sono state esecuzioni.

CONTESTO

In gennaio, dopo nove mesi di stallo politico, è stato formato un nuovo governo. Quattro dei 30 ministri erano donne, la percentuale più alta ad oggi. In settembre, il Primo ministro ha dichiarato lo stato di emergenza economica. Gli annunci del governo sulle misure di austerità hanno provocato proteste. Il 17 ottobre, in risposta ai nuovi piani fiscali del governo, in tutta la nazione si sono verificati scioperi e proteste. Il 29 ottobre il governo si è dimesso. Alla fine dell’anno permaneva la crisi riguardante la fornitura di servizi essenziali, compresi lo smaltimento dei rifiuti, l’elettricità e l’acqua.

Il 19 dicembre il presidente ha nominato primo ministro Hassan Diab, il quale non è riuscito a formare un governo entro la fine dell’anno.

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

In ottobre, l’esercito ha fatto uso eccessivo della forza per disperdere i manifestanti nelle città settentrionali di Beddawi e Abdeh e nella città meridionale di Saida, sparando anche proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni e colpendo i dimostranti con il calcio del fucile. Il 26 ottobre dei soldati hanno sparato, ferendoli gravemente, ad almeno a due manifestanti a Beddawi.

Il 17 e 18 ottobre la polizia antisommossa ha fatto uso eccessivo della forza per disperdere una protesta estremamente pacifica nel centro di Beirut, la capitale. Ha lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni sulla folla, ha inseguito i manifestanti con le armi puntate e li ha percossi.

In varie occasioni, in ottobre e in novembre, le forze di sicurezza non sono intervenute in maniera efficace per proteggere i manifestanti dagli attacchi violenti da parte di sostenitori di partiti politici a Beirut e nelle città di Baalbek, Nabatiyeh e Sour.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

La tortura e i maltrattamenti continuano a essere perpetrati da tutti gli apparati di sicurezza. Moltissimi ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International e ad altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani che sono stati sottoposti a vari tipi di tortura, fra cui percosse con tubi di gomma, catene di metallo e altri attrezzi, scosse elettriche agli organi genitali e sospensione in posizioni dolorose per lunghi periodi.

In maggio, Hassan al-Dika è morto mentre si trovava in custodia, presumibilmente a seguito delle torture subite durante la detenzione. Suo padre ha presentato tre denunce, ma le autorità giudiziarie non hanno effettuato indagini. Il ministro dell’Interno ha aperto un’inchiesta interna che ha concluso che Hassan ald-Dika è morto a causa di una malattia di cui soffriva prima del suo arresto.

In marzo, il governo ha nominato i cinque membri del Meccanismo preventivo nazionale, un organismo indipendente all’interno dell’Istituto nazionale per i diritti umani incaricato di indagare sulle accuse di tortura e monitorare le condizioni di detenzione. Non ha, tuttavia, emanato i decreti necessari per rendere operativo il Meccanismo e assegnare a esso un budget.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO

Il Libano ha continuato ad accogliere un milione e mezzo di rifugiati siriani, fra cui le 919.578 persone registrate presso l’Unhcr, l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite e, secondo il governo, le circa 550.000 che non erano registrate. Una decisione del governo del 2015 ha continuato a proibire all’Unhcr di registrare i nuovi rifugiati arrivati dalla Siria. Al 31 luglio, c’erano 31.000 rifugiati palestinesi registrati presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UN Relief and Works Agency – Unrwa).

In aprile, il Consiglio superiore di difesa, un corpo interministeriale diretto dal presidente, ha annunciato che i rifugiati entrati “illegalmente” in Libano dopo il 24 aprile sarebbero stati espulsi, in violazione degli obblighi di non respingimento del Libano. Tra maggio e agosto sono stati rinviati in Siria 2447 rifugiati siriani.

In settembre, il presidente Aoun ha dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che 250.000 rifugiati siriani erano ritornati in Siria dal Libano spontaneamente o in gruppi organizzati. Le autorità stavano rimandando in Siria dei rifugiati siriani dal luglio del 2018 in base a un accordo con il governo siriano. Le autorità libanesi li hanno presentati come rientri “volontari”, ma le loro politiche nei confronti dei rifugiati siriani hanno sollevato interrogativi riguardo alla possibilità che, in alcuni casi, si fosse invece trattato di “respingimento costruttivo”, proibito dalla legislazione internazionale.

Le autorità hanno imposto barriere che hanno impedito ai rifugiati siriani di accedere ai servizi e all’assistenza, causando per molti condizioni di vita terribili. L’Unhcr ha dichiarato che il 73 per cento circa dei rifugiati non aveva una residenza legale e, in giugno, ha rivelato che le autorità avevano inasprito le restrizioni sui minori siriani rifugiati di età inferiore a 15 anni che cercavano di ottenere la residenza regolare. In aprile, il Consiglio supremo di difesa ha annunciato che avrebbe iniziato a demolire “strutture semipermanenti” costruite dai rifugiati siriani in campi informali dopo il 10 giugno e, poco dopo, ha attuato tale decisione in vari luoghi.

Il Libano ha continuato anche ad accogliere decine di migliaia di rifugiati palestinesi di lungo periodo, che sono rimasti assoggettati a leggi discriminatorie in base alle quali non potevano possedere o ereditare proprietà, avere accesso all’istruzione pubblica e ai servizi sanitari e al lavoro in almeno 36 professioni. Almeno 3000 rifugiati palestinesi che non avevano documenti di identità ufficiali sono stati oggetto di ulteriori restrizioni che negavano loro il diritto di registrare nascite, matrimoni e decessi.

DIRITTI DELLE DONNE

In giugno il parlamento ha approvato una legge che ha esentato i figli di madri libanesi, sposate a padri non libanesi, titolari di un documento di residenza ma non della nazionalità libanese, dalla necessità di richiedere un permesso di lavoro. Tuttavia, il presidente ha rinviato la legge al parlamento per un ulteriore riesame.

In settembre, il Comitato parlamentare per le donne e i bambini ha approvato un disegno di legge sulle molestie sessuali sul luogo di lavoro ma l’assemblea generale non l’ha discusso.

La legislazione libanese ha continuato a discriminare le donne.

DIRITTI DI PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Alle organizzazioni e alle singole persone Lgbti ha continuato a essere negata la libertà di esercitare i loro diritti. L’articolo 534 del codice penale che criminalizza “il rapporto sessuale che contraddice le leggi della natura”, insieme ad altre leggi che criminalizzano il lavoro sessuale, l’uso e il traffico di droghe, sono state usate per perseguire persone Lgbti.

In maggio, il ministro delle Telecomunicazioni ha bloccato l’accesso all’applicazione Grindr, che è principalmente usata da uomini gay e transessuali.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Le forze di sicurezza hanno continuato ad arrestare e a interrogare attivisti dei diritti umani e attivisti politici pacifici, giornalisti e altre persone per post pubblicati sui social media che criticavano le autorità politiche o religiose. Il Muhal, Osservatorio per la libertà di espressione, ha reso noto che, nel 2019, 78 persone sono state convocate per essere interrogate semplicemente per avere espresso le proprie opinioni online.

In luglio, vertici religiosi maroniti hanno invitato gli organizzatori di un festival ad annullare la partecipazione della band Mashrou’ Leila, dichiarando che le sue canzoni erano “offensive nei confronti dei valori religiosi e umanitari della fede cristiana”. Tale dichiarazione ha scatenato un attacco sui social media alla band, accusata di diffondere la perversione sessuale, e minacce di violenze contro la band e i suoi fan. Il ministro dell’Interno non ha annunciato che avrebbe protetto la band e i suoi fan e gli organi giudiziari non hanno indagato su chi avesse incitato alla violenza. Gli organizzatori del festival hanno annullato la partecipazione della band, dichiarando di essere stati costretti a farlo “per evitare spargimento di sangue e per mantenere la sicurezza e l’equilibrio”.

LAVORATORI DOMESTICI MIGRANTI

Le lavoratrici migranti hanno continuato a subire pratiche discriminatorie nell’ambito del sistema della kafala (sponsorizzazione) che ha limitato i loro diritti di movimento, comunicazione, istruzione e salute, compresa la salute sessuale e riproduttiva. Amnesty International ha documentato nel paese gravi abusi dei diritti umani subiti da 250.000 lavoratori domestici, in maggioranza donne, da parte dei loro datori di lavoro. Le condizioni lavorative di sfruttamento hanno incluso lunghi orari di lavoro, privazione dei giorni di riposo, diniego della paga o deduzioni imposte, privazione di cibo e di alloggio adeguato, abusi verbali e fisici e diniego dell’accesso ai servizi sanitari.

In aprile, il ministro del Lavoro ha formato un gruppo di lavoro per prendere in esame lo smantellamento del sistema della kafala. Il gruppo di lavoro ha presentato un piano in maggio ma, alla fine del 2019, non era stata attuata nessuna delle sue raccomandazioni.

GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

In settembre, il Tribunale speciale per il Libano ha confermato l’incriminazione per Salim Jamil Ayyash per accuse relative agli attacchi ai politici Marwan Hamade, Georges Hawi ed Elias El-Murr nel 2004 e nel 2005. Il giudice ha emesso sia un mandato di arresto da eseguirsi da parte delle autorità libanesi sia un mandato di arresto internazionale.

PENA DI MORTE

I tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte. Non ci sono state esecuzioni.

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