Siria: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica araba di siria

Capo di stato: Bashar al-Assad

Capo di governo: Imad Khamis

Le parti coinvolte nel conflitto armato in Siria hanno continuato a commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra, e altre palesi violazioni dei diritti umani nell’impunità.

Le truppe governative e le forze loro alleate hanno compiuto attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro la popolazione civile e obiettivi civili, con bombardamenti aerei e lanci d’artiglieria, uccidendo e ferendo centinaia di persone a Idlib e Hama, nel nord-ovest della Siria.

Nelle aree controllate dal governo, le forze governative hanno continuato a limitare l’accesso dei civili agli aiuti umanitari e all’assistenza medica.

Le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente civili ed ex combattenti riconciliati con il governo e hanno continuato a detenere decine di migliaia di persone, tra cui attivisti pacifici, operatori umanitari, avvocati e giornalisti. Molti di loro sono stati sottoposti a sparizione forzata e a tortura e altri maltrattamenti e ci sono stati decessi in custodia.

I gruppi armati sostenuti dalla Turchia hanno continuato a commettere vari tipi di abusi nei confronti dei civili ad Afrin, confiscando e saccheggiando le loro proprietà e sottoponendoli a detenzione arbitraria. Questi, assieme alla Turchia, hanno presumibilmente compiuto attacchi indiscriminati nel contesto delle ostilità nel nord-est della Siria.

Nella stessa regione, l’Amministrazione autonoma ha effettuato diversi arresti arbitrari.

La coalizione internazionale a guida statunitense non ha provveduto a indagare sulle numerose uccisioni di civili provocate dalla sua campagna di bombardamenti, lanciata su Raqqa nel 2017 contro il gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico (Islamic State – Is).

Le offensive militari nel nord-ovest e nel nord-est della Siria hanno provocato rispettivamente 684.000 e 174.600 sfollati interni. Decine di migliaia di persone sfollate hanno continuato a vivere in accampamenti improvvisati, scuole o moschee, che non garantivano uno standard di vita adeguato.

Contesto

Il conflitto armato è proseguito per tutto il 2019. A febbraio, il governo siriano e le forze russe sue alleate hanno lanciato un’offensiva militare contro il governatorato di Idlib, roccaforte del gruppo armato d’opposizione Hay’at Tahrir al-Sham, con l’obiettivo di ottenere il controllo sull’autostrada d’importanza strategica che collega Damasco ad Aleppo, nota come M5.

Ad agosto, colloqui mediati dalla Russia e dalla Turchia hanno portato a un accordo di cessate il fuoco a Idlib. Il 19 settembre, Russia e Cina hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che prevedeva l’imposizione di un cessate il fuoco a Idlib, perché questa non includeva una deroga sugli attacchi militari contro Hay’at Tahrir al-Sham.

Il 9 ottobre, la Turchia e l’Esercito nazionale siriano (Syrian National Army – Sna), una coalizione di gruppi armati d’opposizione, hanno lanciato un’offensiva militare sul territorio della Siria nordorientale, che era controllato dalle Forze democratiche siriane (Syrian Democratic Forces – Sdf), un’alleanza di gruppi armati a guida curda, conquistando le città di Tel Abyad e Ras al-Ain, al confine con la Turchia. Contemporaneamente, gli Usa hanno ritirato le loro forze militari dal nord-est della Siria, mantenendo quelle di stanza alla base di al-Tanf, nel governatorato di Homs.

Nel tentativo di arginare il controllo della Turchia e dell’Sna sulle restanti parti del lato siriano del confine nordorientale, le Sdf hanno raggiunto un accordo con il governo che ha permesso lo schieramento dell’esercito siriano su questi territori.

Il 17 ottobre, il vicepresidente americano Mike Pence, che fino ad allora aveva offerto sostegno alle Sdf, e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno concordato un cessate il fuoco di 120 ore per permettere ai combattenti delle Sdf di ritirarsi a una distanza di 32 km dal confine con la Turchia, creando così una “zona di sicurezza”. Il 21 ottobre, giorno in cui sarebbe scaduto il cessate il fuoco, il presidente Erdoğan e il presidente russo Vladimir Putin hanno stipulato un accordo, in base al quale la Turchia avrebbe terminato le proprie operazioni militari, mantenendo il controllo di Tel Abyad e Ras al-Ain; il governo siriano e la Russia avrebbero schierato truppe vicino al confine con la Turchia (cosa che hanno fatto il 22 ottobre, entrando a Qamishli, Hassake e Derbassiye) e monitorato il ritiro delle Sdf; le forze russe e turche avrebbero pattugliato congiuntamente una striscia di terra più stretta di 10 chilometri all’interno della “zona di sicurezza”, a partire dal 29 ottobre.

Israele ha lanciato diversi raid aerei contro le forze iraniane e gli Hezbollah in Siria.

Le Nazioni Unite hanno compiuto alcuni progressi nei loro sforzi di mediazione per il raggiungimento di un accordo di pace e la creazione di un comitato costituzionale con il compito di redigere una nuova costituzione siriana.

Il 30 settembre, è stata annunciata la formazione di un comitato di 150 membri, formato da tre gruppi di 50 persone, in rappresentanza rispettivamente del governo, dell’opposizione politica e della società civile siriana.

Iran, Russia e Turchia, gli stati promotori dei colloqui, puntavano ad affrontare la questione delle detenzioni e dei rapimenti in Siria, oltre che la situazione a Idlib. La Commissione internazionale d’inchiesta indipendente sulla Repubblica Araba di Siria (Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite), creata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2011, ha continuato a monitorare e denunciare le violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dalle parti coinvolte nel conflitto, sebbene il governo continui a impedirle di entrare in Siria.

A marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha confermato che nell’aprile 2018 a Douma, nel governatorato del Rif di Damasco, era stata utilizzata un’arma chimica.

Governo siriano e forze alleate

Attacchi diretti contro civili e obiettivi civili e attacchi indiscriminati

L’esercito siriano e le forze sue alleate hanno continuato a rendersi responsabili di crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi attacchi indiscriminati e attacchi mirati contro la popolazione civile e obiettivi civili. Le forze governative, con il supporto della Russia, hanno ripetutamente attaccato i governatorati di Idlib e Hama nel nord-ovest della Siria e la parte settentrionale del governatorato di Aleppo, tutti sotto il controllo di Hay’at Tahrir al-Sham.

Hanno colpito con attacchi indiscriminati e attacchi mirati abitazioni civili, scuole, panetterie, operazioni di soccorso, ospedali e strutture sanitarie, anche con lanci d’artiglieria pesante e raid aerei, uccidendo e ferendo centinaia di civili, compresi soccorritori e altro personale medico. Il 26 marzo, le forze governative siriane hanno lanciato razzi contro una scuola a Sheikh Idriss, a est della città di Idlib, uccidendo un bambino di 10 anni e ferendone altri due di nove e 10 anni. Tra aprile e settembre, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) almeno 51 strutture sanitarie e 59 scuole sono state danneggiate a causa delle ostilità a Idlib, Hama e Aleppo nord.

Per citare un esempio, le forze governative siriane hanno sganciato quattro bombe in un attacco aereo effettuato il 9 marzo, che ha colpito l’ospedale di al-Hayat, una banca del sangue, un’ambulanza e una struttura della difesa civile siriana, i così detti “caschi bianchi”, tutti obiettivi situati in un raggio di 100 metri uno dall’altro, oltre a quartieri residenziali. Almeno due civili sono stati uccisi e un operatore sanitario è stato ferito. Il 1° agosto, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha istituito una commissione d’inchiesta per indagare su questi “incidenti” che hanno distrutto o danneggiato “strutture di attenuazione del conflitto e altre strutture supportate dalle Nazioni Unite”, a Idlib.

Limitazioni all’assistenza umanitaria

Le forze governative hanno continuato a limitare l’accesso delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite su tutto il territorio siriano. Secondo le Nazioni Unite, non hanno approvato circa la metà delle richieste avanzate per svolgere missioni umanitarie volte a monitorare, accertare e accompagnare la consegna degli aiuti umanitari, oltre a garantire sicurezza e supporto logistico e amministrativo. Il governo ha continuato a ostacolare l’accesso delle agenzie umanitarie al campo di Rukban, vicino al confine con la Giordania, nonostante le sue terribili condizioni sotto il profilo umanitario.

Le forze governative hanno permesso alle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite di accompagnare i suoi partner operativi nella consegna degli aiuti tre volte durante l’anno. Il 20 dicembre, la Russia e la Cina hanno posto un veto al rinnovo del meccanismo stabilito attraverso la Risoluzione 2165 del 2014 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che permetteva alle Nazioni Unite e ai suoi partner operativi di consegnare aiuti dai paesi vicini alle aree sotto il controllo dell’opposizione.

Detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate

Secondo osservatori locali, le forze governative hanno arbitrariamente detenuto e, in alcuni casi, sottoposto a sparizione forzata civili, nelle zone sotto il controllo del governo, specialmente a Daraa e a Ghouta Est, nel governatorato del Rif di Damasco. Le persone detenute comprendevano ex combattenti che si erano riconciliati con il governo, familiari di comandanti di gruppi armati, operatori umanitari e famiglie di attivisti sfollati nel nord-ovest della Siria. Molte sono state sottoposte a tortura e altri maltrattamenti, in alcuni casi con esiti letali.

Le forze di sicurezza siriane hanno inoltre continuato a trattenere senza processo migliaia di detenuti arrestati negli anni precedenti, spesso in condizioni equiparabili a sparizione forzata. Decine di migliaia di persone sono rimaste vittime di sparizione, la maggior parte delle quali dal 2011. Tra queste c’erano operatori umanitari, giornalisti, attivisti pacifici, persone critiche verso il governo e oppositori e altri che le autorità detenevano al posto dei loro congiunti, su cui pendeva un mandato d’arresto. Le famiglie delle persone scomparse hanno subìto gravi conseguenze emotive e psicologiche, dovute a una condizione di incertezza, aggravata da un impatto economico devastante.

Turchia e gruppi armati alleati

Attacchi indiscriminati A seguito dell’offensiva militare lanciata il 9 ottobre dalla Turchia e dall’Sna nel nord-est della Siria contro le Sdf, le ostilità sono state caratterizzate da attacchi indiscriminati lanciati su aree residenziali, in cui sono state colpite anche un’abitazione privata, una panetteria e una scuola. Le prove raccolte indicano con evidenza che la Turchia e i gruppi armati siriani suoi alleati sono stati responsabili degli attacchi.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, tra il 9 e il 20 ottobre sono stati uccisi 120 civili. Per citare un esempio, in un raid aereo turco lanciato contro un mercato, il 13 ottobre è stato colpito un convoglio civile su cui viaggiavano molti giornalisti diretti a Ras al-Ain.

Secondo la Mezzaluna rossa curda, sei civili sono rimasti uccisi e altri 59 feriti. In un altro episodio, i medici hanno soccorso una bambina di otto anni rimasta ferita dopo che proiettili di mortaio erano caduti vicino al luogo in cui stava giocando con il fratello di 11 anni, davanti alla loro casa a Qamishli, il 10 ottobre. Il bambino è successivamente deceduto a causa delle ferite riportate.

Proprietà confiscate e saccheggiate

L’esercito turco e i gruppi armati d’opposizione sostenuti militarmente dalla Turchia, tra cui Ferqa 55, al-Jabha al-Shamiye, Faylaq al-Sham, Sultan Mourad e Ahrar al-Sharqiye, hanno mantenuto il loro controllo su Afrin, un’area a predominanza curdo-siriana situata nella parte settentrionale del governatorato di Aleppo. I suoi abitanti non hanno più potuto accedere ai loro immobili e beni, dopo che i membri di questi gruppi armati e i loro familiari se ne erano appropriati. In alcuni casi le proprietà sottratte erano poi diventate avamposti militari dei vari gruppi.

Secondo la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, alcuni dei residenti avevano dovuto pagare somme di denaro per recuperare veicoli e altri beni rubati e olivicoltori della zona erano stati tassati dai gruppi armati per i loro raccolti.

Detenzione arbitraria, tortura e altri maltrattamenti

Secondo osservatori locali, i gruppi armati sostenuti dalla Turchia si sono resi responsabili di almeno 54 casi di detenzione arbitraria di civili a scopo di riscatto, come punizione per avere osato reclamare proprietà sottratte o per la presunta affiliazione alle organizzazioni curdo-siriane del Partito dell’unione democratica (Partiya yekîtiya demokrat – Pyd) o delle Unità di protezione popolare (Yekîneyên parastina gel – Ypg).

Per citare un esempio, ad aprile, un uomo di Afrin è stato detenuto da al-Jabha al-Shamiye dopo essere stato falsamente accusato di essere affiliato alla precedente amministrazione civile, guidata dal Pyd. Il gruppo armato si è rifiutato di fornire informazioni ai parenti sulla sua sorte o sul luogo di detenzione.

Secondo la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, persone critiche verso l’operato dei gruppi armati o percepite come sostenitrici della precedente amministrazione di Afrin, inclusi attivisti, sono state vittime di arresti, detenzioni, torture ed estorsioni.

Uccisioni sommarie e rapimenti

Il 12 ottobre, Ahrar al-Sharqiye, un gruppo armato d’opposizione sostenuto dalla Turchia, ha teso un’imboscata a un convoglio di veicoli militari e civili sull’autostrada internazionale Latakia-Saraqeb, conosciuta come M4, controllata dalle Sdf. Hevrin Khalaf, esponente politica curda e segretaria generale del partito Futuro della Siria, che viaggiava a bordo di una delle auto civili, è stata trascinata fuori dall’abitacolo, percossa e uccisa a colpi d’arma da fuoco. Secondo il referto medico, il suo corpo presentava diverse lesioni, comprese ferite multiple d’arma da fuoco, fratture alle gambe, al volto e al cranio, parti della pelle staccate dal cranio e perdita dei capelli, per il fatto di essere stata trascinata per i capelli. Il gruppo armato ha inoltre ucciso sommariamente la sua guardia del corpo. Nel corso della medesima imboscata, il gruppo armato ha catturato e ucciso due combattenti curdi e ha anche rapito due civili, che lavoravano per conto di un’organizzazione medica locale e che al momento della cattura stavano trasportando farmaci. Il gruppo armato non ha fornito informazioni sulla sorte o il luogo di detenzione dei due uomini rapiti.

Amministrazione autonoma

Detenzione arbitraria

L’Amministrazione autonoma guidata dal Pyd ha mantenuto il controllo su parte della regione nordorientale della Siria a predominanza curda, comprese Raqqa e Qamishli. Ha arbitrariamente arrestato e detenuto otto persone a Raqqa, dipendenti di organizzazioni locali e internazionali per lo sviluppo e l’istruzione, attive a Raqqa dal 2017. L’Amministrazione autonoma le ha sottoposte a sparizione forzata. Tutte sono state successivamente rilasciate senza accusa, dopo essere state trattenute per almeno due mesi senza accesso a un avvocato.

Coalizione a guida statunitense

Mancate indagini sulla morte di civili Malgrado le crescenti pressioni, la coalizione internazionale a guida statunitense ha continuato a negare la sua responsabilità nella morte di centinaia di civili a Raqqa, durante i quattro mesi della campagna di bombardamenti lanciata con l’obiettivo di sconfiggere l’Is nel 2017. Il 28 febbraio, la coalizione ha ammesso le proprie responsabilità per la morte di 25 civili a Raqqa, portando a 180 il numero complessivo delle morti per le quali ha finora riconosciuto le proprie responsabilità. Tuttavia, quest’ultima ammissione non è stata seguita da misure volte a indagare sulle potenziali violazioni del diritto internazionale umanitario o a risarcire le vittime; la coalizione ha continuato a bloccare le richieste di chiarire le circostanze in cui avevano avuto luogo i raid letali.

Rifugiati e sfollati interni

A fine anno, le persone sfollate internamente nel territorio siriano erano 6,6 milioni e oltre cinque milioni avevano cercato rifugio fuori del paese dall’inizio della crisi nel 2011.

Libano, Giordania e Turchia, paesi che ospitano la maggior parte dei rifugiati, hanno continuato a bloccare l’ingresso di nuovi rifugiati, lasciandoli in Siria esposti a ulteriori attacchi, violazioni e persecuzioni.

Il numero di posti per il reinsediamento e i percorsi alternativi legali e sicuri per i rifugiati offerti dall’Occidente e da altri paesi sono stati del tutto insufficienti rispetto alle esigenze indicate dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Tra gennaio e ottobre 2019, secondo i dati forniti rispettivamente dall’Unhcr e dall’Ocha, 82.554 rifugiati sono rientrati in Siria e 412.662 sfollati interni sono ritornati nei luoghi d’origine.

Le terribili condizioni umanitarie nei paesi confinanti, inasprite dalla mancanza di aiuti umanitari, la disoccupazione e gli ostacoli amministrativi e finanziari nell’ottenimento o nel rinnovo dei permessi di soggiorno, hanno spinto alcuni rifugiati a ritornare al loro futuro precario in Siria.

La Rete siriana per i diritti umani ha documentato che, tra il 2014 e il 2019, le forze governative hanno detenuto circa 1.916 rifugiati che avevano fatto ritorno in Siria, 638 dei quali a fine anno erano ancora vittime di sparizione forzata.

Nel 2019, secondo i dati dell’Ocha, le offensive militari in corso nel nordovest e nel nord-est della Siria hanno determinato lo sfollamento interno rispettivamente di 684.000 e 174.600 persone.

Decine di migliaia di persone sfollate internamente in Siria hanno continuato a vivere in accampamenti improvvisati, scuole o moschee, che non garantivano uno standard di vita adeguato e dove avevano accesso limitato ad aiuti, servizi essenziali, cibo, cure mediche, istruzione e opportunità di sostentamento. Inoltre, 3.122 persone in fuga dalle ostilità nel nord-est della Siria hanno cercato rifugio nella Regione del Kurdistan iracheno.

Tra gennaio e marzo, decine di migliaia di persone, anche donne e bambini di nazionalità diversa da quella siriana, sono state sfollate dalle loro abitazioni verso accampamenti e siti informali nel nord-est della Siria, in seguito all’offensiva militare lanciata dalla coalizione a guida statunitense e dalle Sdf contro l’Is, a Deir el-Zour. Le persone sfollate internamente sono state distribuite in almeno 10 campi e vasti siti informali.

A ottobre, due campi situati vicino al confine turco sono stati chiusi in seguito all’offensiva militare nel nord-est della Siria e le persone sfollate internamente sono state trasferite in altre località. Il campo di al-Hol, nel governatorato di Deir el-Zour, ospitava il maggior numero di sfollati interni: circa 68.000 persone, per lo più donne e bambini.

Secondo la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, a causa delle spaventose condizioni umanitarie nel campo di al-Hol, almeno 390 sfollati sono deceduti per polmonite, disidratazione o malnutrizione. Solo pochi governi europei, africani e asiatici hanno acconsentito al rimpatrio di alcune donne e bambini sfollati con passaporto dei rispettivi paesi.

Tra marzo e settembre, circa 18.787 persone sfollate internamente a Rukban hanno abbandonato il campo per fare ritorno a Homs, Hama, Latakia, Damasco, Rif di Damasco e nelle altre zone di origine. All’incirca 12.000 sono rimaste a Rukban in condizioni umanitarie terribili, con accesso limitato a cibo e altri beni essenziali per la sopravvivenza, senza assistenza medica e farmaci.

Pena di morte

La pena di morte è rimasta in vigore per molti reati. Le autorità hanno fornito poche informazioni riguardanti le condanne a morte emesse e nessuna sulle esecuzioni effettuate.

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