Ultime notizie sul paese

 

Repubblica federale della Somalia

Capo di stato: Mohamed Abdullahi Mohamed (Farmaajo)

Capo di governo: Mohamed Hussein Roble (subentrato a Hassan Ali Khayre a settembre)

Sono continuati gli attacchi indiscriminati contro la popolazione e obiettivi civili. La libertà d’espressione è stata soffocata e giornalisti sono stati minacciati, vessati, intimiditi, percossi e sottoposti ad arresti arbitrari, in alcuni casi anche uccisi. Sono proseguiti gli episodi di violenza sessuale contro donne e ragazze. Le persone sfollate internamente sono state sproporzionalmente colpite dagli effetti della pandemia da Covid-19 e hanno dovuto affrontare sgomberi forzati. Nel Somaliland, persone critiche verso il governo e giornalisti hanno subìto censura, vessazioni e azioni penali e sono proseguiti gli attacchi contro gli organi d’informazione.

 

CONTESTO

Il perdurante conflitto tra il governo e i suoi partner regionali e internazionali da un lato e il gruppo armato al-Shabaab dall’altro, combinato con una serie di calamità naturali e la pandemia da Covid-19, ha avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, determinando ulteriori situazioni d’insicurezza alimentare e sfollamenti di massa.

Tutte le parti in conflitto hanno continuato a commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario nell’impunità.

Le sempre più forti tensioni politiche tra le autorità federali e regionali in vista delle elezioni previste a cavallo tra 2020 e 2021 hanno impedito l’implementazione delle necessarie riforme in campo giudiziario, costituzionale e dei diritti umani.

 

ATTACCHI INDISCRIMINATI

Usafricom (il comando militare americano responsabile delle operazioni militari in Africa) ha continuato a impiegare droni e aerei con equipaggio per compiere almeno 53 attacchi aerei.

Il 2 febbraio, un raid aereo dell’aviazione militare statunitense ha centrato una casa a Jilib, nella regione del Medio Scebeli. Nurto Kusow Omar, una ragazza di 18 anni, è morta per una ferita da scheggia alla testa. Le sue due sorelline, di sette e 12 anni, e la loro nonna di 70, sono rimaste ferite.

Il 24 febbraio, un missile Hellfire lanciato in un altro attacco aereo statunitense ha ucciso Mohamud Salad Mohamud mentre era nella sua fattoria, nei pressi del villaggio di Kumbareere, alla periferia di Jilib. Durante l’anno, Usafricom ha ammesso la propria responsabilità per l’uccisione di tre civili e il ferimento di altri otto, in tre distinti raid aerei compiuti nel 2019 e 2020. Mentre hanno riconosciuto la propria responsabilità anche per l’uccisione, avvenuta il 2 febbraio, di Nurto Kusow Omar e il ferimento delle sue due sorelline e della loro nonna, i vertici di Usafricom hanno sostenuto che Mohamud Salad Mohamud era in realtà un membro operativo di al-Shabaab, sebbene fossero emerse prove circostanziate che indicavano che era un civile. Nessuna delle vittime ha ricevuto una qualche forma di compensazione dai governi degli Usa o della Somalia.

Ad aprile, luglio e novembre, Usafricom ha pubblicato i suoi primi rapporti di valutazione sulle vittime civili. Ha anche istituito un portale online dedicato alle segnalazioni relative alle vittime civili, che avrebbe permesso alle persone dotate di accesso a Internet di denunciare casi di vittime civili. Tuttavia, occorrevano ben altri strumenti, sicuri e accessibili, per garantire l’accertamento delle responsabilità in questo tipo di attacchi, che costituiscono crimini di guerra nel momento in cui prendono di mira la popolazione od obiettivi civili.

 

VIOLAZIONI DA PARTE DEI GRUPPI ARMATI

Al-Shabaab ha continuato a godere dell’impunità per i frequenti e indiscriminati attacchi contro la popolazione civile e infrastrutture civili, compresi ristoranti e hotel. Ha anche compiuto uccisioni deliberate, colpendo persone percepite come collegate al governo e altri, come i giornalisti. Le Nazioni Unite hanno attribuito ad al-Shabaab la responsabilità di 207 delle 596 vittime civili registrate tra gli inizi di febbraio e gli inizi di agosto.

Il 16 agosto, al-Shabaab ha assaltato il popolare hotel Elite, sul lungomare di Mogadiscio, facendo esplodere un’autobomba e sparando indiscriminatamente contro gli ospiti e il personale che si trovavano all’interno dell’hotel. Nell’attacco sono state uccise almeno 11 persone e altre 18 sono rimaste ferite.

 

UCCISIONI ILLEGALI

Ad aprile, un poliziotto ha ucciso a colpi d’arma da fuoco due persone, mentre si trovavano davanti alle loro abitazioni a Mogadiscio durante l’orario del coprifuoco, introdotto per controllare la diffusione del Covid-19. Dopo che la gente aveva cominciato a manifestare per le strade chiedendo giustizia per le vittime, le autorità hanno arrestato un poliziotto in relazione alle uccisioni. A luglio, l’agente è stato condannato a morte da un tribunale militare di Mogadiscio.

Il 27 maggio, otto operatori sanitari, sette dei quali lavoravano presso un ambulatorio neonatale nel villaggio di Gololey, nella regione del Medio Scebeli, sono stati rapiti e uccisi da uomini armati non identificati che indossavano uniformi dell’esercito somalo e della polizia. Il 28 maggio, l’allora presidente dello stato di Hirshabelle ha nominato una commissione formata da sette componenti, con l’incarico di indagare sull’episodio. A fine anno i risultati dell’indagine non erano stati ancora resi pubblici.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Giornalisti

Durante l’anno sono stati uccisi due giornalisti. I giornalisti sono stati anche soggetti a minacce, vessazioni, intimidazioni, pestaggi, arresti arbitrari e azioni penali da parte della polizia, dei militari e di altri funzionari governativi, in tutto il territorio della Somalia centromeridionale e nel Puntland. Le autorità hanno limitato l’accesso all’informazione, negando in alcune occasioni ai giornalisti l’accesso agli edifici governativi, a eventi pubblici di una certa rilevanza e alle scene del crimine, come accaduto per gli attentati compiuti da al-Shabaab. Ai giornalisti è stato anche rifiutato il permesso d’intervistare alti funzionari di governo. Le autorità non hanno inoltre provveduto ad approfondire le denunce di attacchi contro giornalisti.

A febbraio, Abdiwali Ali Hassan, un giornalista freelance, è stato raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco da assalitori non identificati, sospettati di appartenere ad al-Shabaab, vicino alla sua abitazione ad Afgooye, nella regione del Basso Scebeli. È deceduto mentre veniva trasportato in ospedale. A maggio, Said Yusuf Ali, un giornalista del canale televisivo Kalsan Tv, è stato ucciso a pugnalate a Mogadiscio da un assalitore solitario. Secondo notizie di stampa, l’uccisione sarebbe stata collegata al suo lavoro d’inchiesta sulle attività di al-Shabaab.

A marzo, Mohamed Abdiwahab Nur (noto come Abuja), redattore di Radio Hiigsi, è stato arrestato arbitrariamente per la seconda volta in otto giorni. È rimasto detenuto in incommunicado presso l’agenzia per la sicurezza e l’intelligence nazionale (National Intelligence and Security Agency – Nisa), senza accesso alla famiglia o ai suoi avvocati per quasi tre mesi. I suoi legali, altri giornalisti e la famiglia ritenevano che fosse trattenuto per avere criticato la condotta delle forze di sicurezza a Mogadiscio. Il 7 giugno è stato condotto in segreto davanti a un tribunale militare, che ha disposto il suo trasferimento nel carcere centrale di Mogadiscio, dove il giorno successivo gli è stato finalmente consentito d’incontrare uno dei suoi avvocati. È rimasto nel carcere per altri due mesi. Le autorità hanno sostenuto di averlo sottoposto a fermo mentre indagavano sulla sua presunta appartenenza ad al-Shabaab e sul suo coinvolgimento in un omicidio. Ad agosto, un tribunale militare lo ha assolto da tutte le accuse.

Il 2 aprile, la Nisa ha utilizzato Twitter per intimidire e vessare Harun Maruf, un giornalista somalo di Voice of America, residente a Washington DC. Nei post pubblicati su Twitter veniva minacciato di subire un’azione legale per avere “legami che minacciavano la sicurezza nazionale” e per “iniziative estranee al codice etico della professione giornalistica”. Il 23 aprile, la Nisa ha annunciato di avere completato le indagini contro di lui e ha inoltrato il fascicolo al procuratore generale.

Ad aprile, la polizia ha arrestato Abdiaziz Ahmed Gurbiye, redattore e vicedirettore del gruppo editoriale Goobjoog Media. È stato arrestato per avere accusato su Facebook il governo di avere gestito male la risposta alla pandemia da Covid-19 e il presidente per avere sottratto un ventilatore polmonare che era stato donato a un ospedale locale. Il 29 luglio è stato condannato a sei mesi di reclusione dal tribunale regionale di Banadir, a Mogadiscio, ma rimesso in libertà lo stesso giorno previo pagamento di una multa.

A maggio, il presidente ha annunciato che si sarebbe impegnato per “decriminalizzare il giornalismo e riformare il codice penale”, in base al quale i giornalisti dovevano frequentemente affrontare azioni penali, e per garantire il rispetto del diritto alla libertà d’espressione. Tuttavia, le azioni giudiziarie contro i giornalisti non sono cessate.

Ad agosto, il presidente ha approvato un pacchetto di emendamenti alla legge sui media del 2016. Sebbene la normativa contenesse disposizioni sulla protezione e promozione del diritto alla libertà d’espressione, compresa la libertà dei media, e al diritto dei giornalisti all’incolumità e alla sicurezza e all’accesso alle informazioni, altri articoli costituivano una minaccia a questi diritti. Per citare un esempio, la legge considerava reato riportare notizie riguardanti un’ampia gamma di tematiche e conferiva alle autorità ampi e drastici poteri di regolamentare e monitorare i mezzi d’informazione.

A settembre, il procuratore generale ha istituito la figura del procuratore speciale che si sarebbe occupato dei crimini contro i giornalisti.

 

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE

Gli episodi di violenza sessuale e di genere contro donne e ragazze sono rimasti dilaganti nella Somalia centromeridionale e nel Puntland. Spesso gli attacchi erano poco denunciati a causa del clima d’impunità, oltre che per lo stigma e la paura associati a questo tipo di reato, che impediva a molte sopravvissute di cercare di ottenere giustizia.

Le Nazioni Unite hanno documentato 45 episodi di violenza sessuale legata al conflitto contro quattro donne e 41 ragazze, nel periodo compreso tra maggio e agosto, compiuti in maggioranza da uomini armati non identificati.

Ad aprile, due bambine, di tre e quattro anni sono state stuprate vicino ad Agooye e abbandonate con gravi lesioni in un campo vicino. A settembre, l’opinione pubblica è stata scossa dal presunto stupro di gruppo e omicidio della diciannovenne Hamdi Mohamed Farah, avvenuto a Mogadiscio. I suoi aggressori l’avrebbero fatta precipitare da un edificio, uccidendola. Le autorità hanno dichiarato che nell’arco del mese di settembre erano stati arrestati almeno 11 sospetti in relazione al caso.

Ad agosto, nonostante l’annunciato impegno delle autorità di voler rafforzare la legislazione vigente al fine di tutelare donne e ragazze dalla violenza sessuale, il parlamento federale ha presentato una proposta di legge sui crimini correlati ai rapporti sessuali, le cui disposizioni violavano le norme e gli standard internazionali e regionali riguardanti il reato di stupro e altre forme di violenza sessuale. La proposta inoltre conteneva definizioni improprie dei reati e non forniva un’adeguata protezione alle sopravvissute a uno stupro e ad altre forme di violenza sessuale.

 

SFOLLATI INTERNI

Il perdurante conflitto, i periodi di siccità, le alluvioni e l’invasione delle locuste hanno aggravato la crisi umanitaria, con il risultato che a novembre c’erano oltre 1,2 milioni di persone sfollate, che andavano ad aggiungersi ai quasi 2,6 milioni di sfollati interni già presenti nel paese.

Gli sfollati interni sono stati colpiti in modo sproporzionato dalla pandemia da Covid-19 rispetto al resto della popolazione ed erano costretti a vivere in condizioni di estremo sovraffollamento. Molti di loro ricavavano il proprio reddito lavorando nell’economia informale ma, a causa delle restrizioni legate al Covid-19, non riuscivano più a guadagnarsi da vivere e a far fronte alle necessità di base, come ad esempio acqua, cibo e articoli sanitari.

Sia le forze di sicurezza sia i proprietari di terreni privati hanno continuato a eseguire sgomberi di persone sfollate internamente, nonostante la pandemia. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, a settembre il numero degli sfollati sgomberati dalle loro abitazioni aveva superato i 100.000; nella maggior parte dei casi erano stati sgomberati con la forza senza ricevere alcuna offerta di sistemazione alternativa. Avevano incontrato difficoltà a trovare un alloggio e alcuni vivevano all’aperto dove erano esposti a ulteriori rischi per la salute a causa della pandemia.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NEL SOMALILAND

Sono state documentate ancora forme di censura, vessazioni e azioni penali contro persone critiche verso il governo e giornalisti e sono continuati gli attacchi contro gli organi d’informazione. A giugno, le autorità del Somaliland hanno chiuso arbitrariamente le emittenti televisive Universal Tv e Star Tv. Il ministro dell’informazione ha ordinato ai fornitori di servizi televisivi via cavo locali di cancellare le frequenze delle due emittenti dai loro ripetitori e di revocare le loro licenze. Universal Tv era finita nel mirino delle autorità in seguito al suo presunto rifiuto di mandare in onda le celebrazioni e gli eventi organizzati in occasione della Giornata dell’indipendenza, come richiesto dalle autorità; i proprietari di Star Tv hanno affermato di essere stati presi di mira per avere trasmesso notizie e approfondimenti sulle condizioni di un ex pilota dell’aviazione militare detenuto, Fouad Youssouf Ali, nel vicino Gibuti. Ad agosto, il ministero dell’Informazione ha arbitrariamente notificato un’ammenda di 127.500.000 scellini somali (15.000 dollari Usa) a Universal Star e di 42.500.000 scellini somali (5.000 dollari Usa) a Star Tv. Star Tv ha pagato l’ammenda e ripreso le trasmissioni mentre Universal Tv è rimasta chiusa fino a metà dicembre.

A giugno, Abdimalik Muse Oldon, un giornalista, è stato rilasciato dal carcere centrale di Hargeisa, dopo avere trascorso più di un anno di reclusione per avere criticato il presidente su Facebook. Era stato arrestato e condannato a tre anni e mezzo di carcere nel 2019 con l’accusa di “diffusione di propaganda antinazionale” e “divulgazione di notizie false”. È stato rilasciato in seguito a un provvedimento di grazia del presidente.

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