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Repubblica del Sudan

Capo di stato: Abdel Fattah al-Burhan

Capo di governo: Abdalla Hamdok

Sono state varate alcune riforme legislative positive, inclusa l’abolizione di alcune forme di punizione corporale e la criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso eccessivo, e in alcuni casi anche letale, della forza contro i manifestanti. Attivisti d’opposizione e funzionari del deposto governo di Omar al-Bashir sono stati sottoposti a prolungati periodi di detenzione arbitraria. Le misure di lockdown introdotte nel contesto del Covid-19 hanno reso milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari. Le autorità non hanno saputo proteggere adeguatamente la popolazione civile in Darfur, Kordofan del Sud e Sudan orientale dalle violazioni dei diritti umani, derivanti dagli attacchi armati delle milizie.

 

CONTESTO

A un anno dal rovesciamento del presidente Omar al-Bashir, il governo di transizione ha continuato a dover affrontare la difficile eredità del precedente governo: corruzione, crisi economica, violazioni dei diritti umani del passato, assenza di giustizia e mancato accertamento delle responsabilità.

A marzo, l’esecutivo ha dichiarato uno stato d’emergenza sanitaria nazionale in risposta alla pandemia da Covid-19, introducendo una serie di misure, tra cui un coprifuoco notturno, restrizioni di movimento e la chiusura delle frontiere.

Ad agosto, è stato siglato un accordo di pace tra il governo e il Fronte rivoluzionario del Sudan, un’alleanza formata da nove gruppi politici armati presenti sull’intero territorio nazionale, comprese le aree dilaniate dal conflitto del Nilo Blu, Darfur e Kordofan del Sud. Alcuni gruppi armati non hanno firmato l’accordo. In Darfur, il Movimento di liberazione del Sudan/Esercito-Abdul Wahid Nur si è rifiutato anche solo di partecipare ai colloqui di pace. Inoltre, non è stata raggiunta alcuna intesa con il Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord, che controllava parti del territorio del Kordofan del Sud e del Nilo Blu.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Il governo ha introdotto alcune misure volte a tutelare maggiormente i diritti di donne e ragazze. A giugno, ha adottato un piano d’azione nazionale per l’implementazione della Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1325 su donne, pace e sicurezza, che forniva linee guida sulla prevenzione della violenza di genere nel contesto dei conflitti armati e incoraggiava ad aumentare la partecipazione delle donne nei processi di pace.

A luglio, il governo ha varato una normativa che ha reso reato la pratica delle mutilazioni genitali femminili.

 

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

A settembre, la polizia ha aperto il fuoco con proiettili veri per disperdere i manifestanti nella città di Nertiti, nel Darfur centrale, uccidendo due dimostranti e ferendone altri quattro. Le proteste contestavano l’incapacità del governo di proteggere i civili in seguito a un attacco alla loro comunità locale, in cui assalitori non identificati avevano ucciso una ragazza di 14 anni e un uomo di 24. Il comitato per la sicurezza dello stato del Darfur centrale si è impegnato a indagare sui due episodi. A fine anno non erano disponibili ulteriori informazioni in merito all’inchiesta.

 

DIRITTO A VERITÀ, GIUSTIZIA E RIPARAZIONE

Il comitato d’inchiesta nazionale, istituito per indagare sull’uccisione e il ferimento dei manifestanti in un episodio verificatosi il 3 giugno 2019, a fine anno non aveva ancora completato i suoi lavori. Quel giorno, membri delle forze d’intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf) e altre forze di sicurezza avevano sparato proiettili veri contro manifestanti pacifici che protestavano davanti alla sede del comando generale dell’esercito a Khartum, provocando almeno 100 morti e 700 feriti. Molti sopravvissuti e familiari delle vittime non nutrivano molte speranze che il comitato potesse garantire loro giustizia e riparazione.

A febbraio, il governo ha annunciato che l’ex presidente Omar al-Bashir sarebbe comparso davanti all’Icc per rispondere di accuse relative ai crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio compiuti in Darfur. L’Icc aveva emesso mandati di cattura nei confronti di altri due funzionari dell’ex partito di governo di Omar al-Bashir, Partito del congresso nazionale (National Congress Party – Ncp): Ahmad Harun e Abdel Raheem Muhammad Hussein, rispettivamente nel 2007 e 2012. Tuttavia, il governo di transizione ha continuato a non adempiere al proprio obbligo di consegnarli al Tribunale dell’Aia e non ha ancora ratificato lo Statuto di Roma dell’Icc.

A giugno, Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman (conosciuto come Ali Kushayb), ex comandante delle milizie janjaweed e ricercato per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur, si è consegnato all’Icc.

 

TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

Nonostante la tortura fosse una pratica ampiamente diffusa da 30 anni, il governo non aveva ancora avviato il processo di ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

A luglio, il governo ha varato una serie di riforme legislative che miravano a tutelare determinati diritti. Ha abolito alcune norme contenute nella legge penale del 1991, che prevedevano la fustigazione e altre forme di punizione corporale per una gamma di reati e ha presentato una legge per la depenalizzazione del reato di apostasia.

 

DETENZIONE ARBITRARIA

Almeno 40 persone sono state sottoposte a detenzione arbitraria, compresi attivisti dell’opposizione ed esponenti dell’ex governo.

Il 2 giugno, Muammar Musa Mohammed Elgarari, attivista dell’opposizione e leader del Gruppo movimento futuro, è stato arrestato a Khartum con l’accusa di avere vessato membri del comitato per l’eliminazione dei poteri. Il comitato era stato istituto con l’incarico di smantellare l’Ncp e confiscarne le proprietà. A fine anno rimaneva in detenzione senza accusa presso un commissariato di polizia a Khartum nord.

Almeno 40 persone, tra dirigenti e membri del Ncp, rimasti detenuti senza accusa per 14 mesi, sono stati alla fine formalmente incriminati e condotti davanti a un tribunale penale speciale a luglio. Erano stati arrestati in seguito al colpo di stato militare del 2019 e successivamente trattenuti nel carcere di Kober. A giugno 2020, il procuratore generale ha annunciato che nelle successive settimane sarebbero stati rinviati al giudizio dei tribunali almeno cinque fascicoli giudiziari, compresi quelli riguardanti sospetti accusati di gravi violazioni dei diritti umani compiute durante gli anni del regime di Omar al-Bashir. Il primo processo è iniziato il 21 luglio e riguardava il colpo di stato militare del 1989, che aveva portato Omar al-Bashir al potere. A fine anno le udienze erano ancora in corso.

 

DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI

Medici e altri operatori sanitari sono stati aggrediti fisicamente e verbalmente da pazienti o loro familiari, che incolpavano il governo di avere gestito male la pandemia da Covid-19. A maggio, il Comitato centrale dei medici sudanesi ha riferito di avere registrato a livello nazionale 28 aggressioni contro operatori sanitari, nel periodo compreso tra marzo e maggio. A giugno, il governo ha approvato una legislazione per la protezione degli operatori sanitari e, al fine d’impedire nuovi attacchi, ha disposto lo schieramento di forze di sicurezza dedicate.

Tra il 18 aprile e gli inizi di giugno, le autorità hanno imposto a Khartum un lockdown di 24 ore su 24, sebbene sia stato comunque consentito alla popolazione uscire di casa per acquistare beni di prima necessità. Quando sono stati limitati gli spostamenti tra gli stati, per le migliaia di persone che lavoravano nell’economia informale è diventato molto difficile guadagnarsi da vivere. Le misure introdotte hanno compromesso l’esercizio dei diritti umani, in particolare i diritti al cibo, alla salute, all’acqua e ai servizi igienici, per i gruppi più svantaggiati e discriminati, come gli sfollati interni, i migranti, le donne e i minori. A settembre, l’Esperto indipendente delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Sudan ha dichiarato che le persone che necessitavano di aiuti umanitari erano 9,3 milioni, un dato in aumento rispetto ai 5,2 milioni del 2015.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere tutta la gravità di un sistema sanitario pubblico sottofinanziato. Gli ospedali sono stati colti impreparati e non disponevano di attrezzature essenziali come dispositivi di protezione individuale (Dpi) e ventilatori polmonari.

 

UCCISIONI ILLEGALI

In Darfur, Kordofan del Sud e Sudan orientale ha continuato a imperversare la violenza. Episodi di scontri intercomunitari sono sfociati in uccisioni illegali, violenza sessuale, tortura e altro maltrattamento, distruzione di proprietà e villaggi incendiati e saccheggiati. I casi registrati a fine anno erano almeno 20. Le forze di sicurezza non hanno protetto la popolazione civile né sono intervenuti in maniera tempestiva per impedire l’escalation dei combattimenti e le violazioni dei diritti umani.

Il 21 aprile, gli abitanti del villaggio di Tamar Bol-Jimeil, a nord-est di Zalingei, nel Darfur centrale, sono stati attaccati da miliziani appartenenti al gruppo etnico nomade degli arabi rizeigat, una comunità limitrofa. A quanto pare, alcuni degli assalitori vestivano uniformi dell’esercito. Nell’attacco sono state uccise due persone e altre 14 sono rimaste ferite. Almeno 18 case sono state rase al suolo e, secondo le notizie ricevute, più di 400 famiglie sono state temporaneamente sfollate.

Il 13 luglio, 10 manifestanti sono stati uccisi nel campo per sfollati interni di Fata Borno, nel nord del Darfur, e almeno altre 17 sono rimaste ferite, nel corso di un attacco compiuto da un gruppo di miliziani armati, ritenuti affiliati alle forze di sicurezza governative. L’attacco ha posto fine a un pacifico sit-in di protesta durato otto giorni, nel quale i manifestanti chiedevano, tra le altre cose, una maggiore sicurezza, la protezione dei loro raccolti dai saccheggi delle milizie e dagli attacchi di altri gruppi armati e la destituzione dei funzionari associati all’ex governo.

Il 25 luglio, almeno 60 persone appartenenti al gruppo etnico massalit sono state uccise e più di altre 54 sono rimaste ferite, durante un attacco compiuto in rappresaglia da un gruppo armato nell’area del villaggio di Masterei, nel Darfur occidentale. Le autorità sudanesi non sono intervenute né hanno impedito l’attacco, che si è protratto per varie ore. Sebbene le autorità avessero annunciato l’intenzione d’indagare sull’attacco, a fine anno i risultati non erano stati ancora resi disponibili.

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