Brasile: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2020

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REPUBBLICA FEDERATIVA DEL BRASILE

Capo di stato e di governo: Jair Messias Bolsonaro

La retorica contro i diritti umani ha continuato a intensificarsi, aumentando i rischi per i difensori dei diritti umani. È proseguita la restrizione dello spazio civico, fomentata da una narrativa ufficiale che mirava a stigmatizzare Ong, giornalisti, attivisti, difensori dei diritti umani e movimenti sociali. Gli ostacoli posti alla libertà d’espressione e i tentativi di limitarla hanno avuto un impatto negativo sul lavoro di giornalisti e operatori dei mezzi d’informazione. Le aggressioni e le uccisioni di difensori dei diritti umani, membri delle popolazioni native, comunità quilombola e ambientalisti sono rimaste problemi cronici. È stata negata la tutela delle risorse naturali e dei territori tradizionali, mentre le istituzioni governative per proteggere le popolazioni native e l’ambiente sono state ulteriormente smantellate e indebolite. Nel contesto delle misure introdotte per fermare la diffusione del Covid-19, c’è stato un aumento della violenza contro le donne. La pandemia ha messo in luce le radicate disuguaglianze della società brasiliana, colpendo in modo sproporzionato le comunità discriminate. La continua negazione della gravità della pandemia da Covid-19 da parte del presidente ha solo peggiorato la situazione.

 

CONTESTO

Il 31 marzo, un gruppo di persone si sono riunite davanti al quartier generale dell’esercito a Brasilia, per commemorare il colpo di stato del 1964, che aveva portato a 21 anni di governo militare. Alla manifestazione ha partecipato anche il presidente Bolsonaro, che si è riferito a quella data come “il giorno della libertà”. Secondo la commissione nazionale per la verità del Brasile, sotto il regime militare centinaia di persone sono state sistematicamente torturate, sottoposte a sparizioni e a esecuzioni extragiudiziali. Soprattutto a causa dell’interpretazione data alla legge sull’amnistia del 1979, l’impunità ha continuato a prevalere per i crimini di diritto internazionale e le violazioni dei diritti umani commessi durante il governo militare (1964-1985).

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La pandemia da Covid-19 ha colpito duramente il Brasile, peggiorando le storiche disuguaglianze strutturali e persistenti ed esacerbando la crisi economica e politica del paese, oltre alla già difficile situazione igienica e della sanità pubblica. Il governo non è riuscito a garantire il diritto alla salute, incluso l’accesso a cure mediche, e la protezione sociale a tutte le persone. A fine anno, il numero di decessi causati dal Covid-19 era di circa 195.000, il secondo più alto numero di morti al mondo. Il Brasile è stato un epicentro della pandemia, con più di sette milioni di contagi.

Sebbene la gestione del Covid-19 sia stata una sfida per tutto il mondo, l’epidemia in Brasile è stata aggravata dalle tensioni esistenti tra le autorità federali e statali, dall’assenza di un piano chiaro di azione basato sulle informazioni scientifiche disponibili e dalla mancanza di trasparenza nelle politiche pubbliche, insieme ad altre errori.

Diritti economici e sociali

Il governo non è riuscito a mitigare le conseguenze economiche e sociali del Covid-19 su gruppi in situazioni di vulnerabilità, come le comunità a basso reddito, le donne, le persone Lgbti, gli abitanti delle favelas, le popolazioni native e le comunità quilombola. I programmi di sostegno economico per le persone a basso reddito sono stati insufficienti e viziati. Molte persone hanno affrontato difficoltà a registrarsi per questi aiuti e il processo è stato accusato di mancanza di trasparenza.

A novembre 2020, c’è stato un enorme blackout di 21 giorni nello stato di Amapá. Secondo il Coordinamento della articolazione delle comunità nere quilombola (Coordenação Nacional de Articulação das Comunidades Negras Rurais Quilombolas – Conaq), la mancanza di elettricità ha peggiorato la crisi umanitaria vissuta dalle comunità quilombola e native nello stato.

Operatori sanitari

Durante la pandemia da Covid-19, lo stato non ha fornito un’assistenza adeguata agli operatori sanitari. Secondo l’Associazione brasiliana della salute collettiva e la Società brasiliana della medicina per la famiglia e la comunità, i professionisti del settore sanitario hanno affrontato dure condizioni lavorative, senza sufficienti dispositivi di protezione individuale (Dpi), senza protocolli chiari per gestire i contagi, in assenza di supporto psicologico, nella mancanza di tutele sociali per le loro famiglie e con contratti di lavoro precari.

Prigionieri

Ai detenuti è stato negato il diritto alla salute a causa delle misure statali insufficienti per affrontare e frenare la pandemia. Il sistemico sovraffollamento, i servizi sanitari inadeguati e le pessime condizioni di vita e sanitarie hanno sollevato gravi preoccupazioni per il diritto alla salute dei prigionieri e dei detenuti minorenni. Secondo il consiglio nazionale della giustizia, a ottobre erano stati registrati più di 39.000 casi nel sistema carcerario degli adulti e 4.190 nel sistema di detenzione minorile. Riguardo ai test, da ottobre a dicembre almeno cinque stati (Amazonas, Espírito Santo, Paraíba, Rondônia e Roraima) non avevano condotto un singolo test ai loro detenuti. Lo stato di Roraima, per esempio, non ha dato notizia di alcun test a prigionieri o lavoratori nel proprio sistema fino a oggi. L’area amministrativa che aveva il più alto livello di popolazione carceraria era il Distretto federale, con il 15 per cento dei detenuti sottoposti a test dall’inizio dell’epidemia a marzo, fino a dicembre.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Gli attacchi a giornalisti e a operatori dell’informazione hanno limitato e represso la libertà d’espressione. Secondo un rapporto della Ong Articolo 19, tra gennaio 2019 e settembre 2020, in 449 casi i membri del governo federale hanno fatto dichiarazioni aggressive e stigmatizzanti verso i giornalisti e il loro lavoro. Questi attacchi includevano intimidazioni, campagne denigratorie, diffamazione, discriminazione di genere e dubbi in merito alla legittimità dell’attività giornalistica.

Le restrizioni alla partecipazione della società civile nel dibattito pubblico sulle politiche governative si sono intensificate, come conseguenza dell’approccio ostile del governo verso i movimenti sociali e le Ong. Le autorità sono ricorse in modo sistematico e costante a una retorica che stigmatizzava l’attivismo e i gruppi in situazioni di vulnerabilità. Un esempio emblematico è stato il discorso del presidente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre. Jair Bolsonaro ha accusato che fosse in atto una “campagna di disinformazione” riguardo agli incendi boschivi e alla deforestazione in Amazzonia, portata avanti da istituzioni internazionali. Ha anche sostenuto che gli incendi boschivi fossero una conseguenza delle pratiche rituali delle popolazioni native e di altre comunità tradizionali. Giorni dopo, il generale Augusto Heleno, capo del gabinetto di sicurezza istituzionale, ha accusato il movimento dell’Articolazione delle popolazioni native del brasile (Articulação dos Povos Indígenas do Brasil – Apib) di mettere a rischio la sicurezza nazionale a causa del suo lavoro per i diritti delle popolazioni native, facendo riferimento alla stessa legislazione che la dittatura militare aveva usato nei decenni precedenti per accusare l’opposizione di tradimento.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Un rapporto della Ong Global Witness ha sottolineato la situazione pericolosa che si trovavano ad affrontare i difensori dei territori, della terra e dell’ambiente in Brasile, terzo nella lista dei paesi con il maggior numero di morti tra gli attivisti per i diritti umani e per l’ambiente.

Il 18 aprile, Ari Uru-Eu-Wau-Wau è stato assassinato nella città di Jaru, nello stato di Rondônia, dopo aver ricevuto diverse minacce nel 2019.

La tristemente nota uccisione di Marielle Franco, difensora dei diritti Lgbti, dei neri e delle donne, e del suo autista Anderson Gomes, avvenuta nel 2018, ha messo in luce gli ostacoli nell’ottenimento della giustizia e di una riparazione nei casi di aggressioni ai difensori dei diritti umani. Due uomini sono stati accusati di aver compiuto gli omicidi. Tuttavia, due anni dopo, le indagini non hanno ancora stabilito chi c’era dietro alle uccisioni.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Una delle conseguenze indirette delle misure di restrizione dei movimenti per frenare la diffusione del Covid-19 è stata l’aumento dei casi di violenza domestica contro le donne. Secondo i dati aggregati del Forum brasiliano per la sicurezza pubblica, tra marzo e maggio, il tasso di femminicidi è cresciuto in 14 dei 26 stati, rispetto allo stesso periodo del 2019. Per esempio, nello stato di Acre, il tasso è aumentato del 400 per cento. Anche altri stati hanno avuto incrementi significativi nel numero di femminicidi avvenuti da marzo a maggio: 157,1 per cento nel Mato Grosso, 81,8 per cento a Maranhão e 75 per cento a Pará.

Nei primi sei mesi del 2020, 1.861 donne sono state uccise e ulteriori 648 sono state vittime di femminicidio, secondo i dati di 12 stati raccolti dal Forum brasiliano per la sicurezza pubblica. Le chiamate ai numeri d’emergenza della polizia, relative alla violenza domestica, sono aumentate del 3,8 per cento nei primi sei mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sempre secondo il Forum brasiliano per la sicurezza pubblica, nello stato di Ceará, il numero di donne uccise è aumentato del 66 per cento nei primi sette mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con 216 vittime. Nello stesso stato, il numero delle ragazze assassinate è cresciuto del 124 per cento.

Nei primi sei mesi dell’anno, ci sono stati oltre 119.546 casi di violenza domestica, che hanno causato alle donne lesioni fisiche, con una media di 664 casi al giorno. Questo dato rappresenta una generale riduzione dell’11 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019, probabilmente dovuta al fatto che molte donne non sporgevano denuncia. Tuttavia, nello stesso periodo, sei stati hanno registrato un aumento dei casi di lesioni fisiche. Lo stato di Pará ha visto il più alto incremento di questi casi: 2.674 registrati, con un aumento del 46,4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Durante l’anno, la media di donne e ragazze stuprate era di 126 al giorno.

 

DIRITTI DELLE POPOLAZIONI NATIVE E DI ALTRE COMUNITÀ TRADIZONALI

Nonostante gli impegni assunti dal Brasile a livello internazionale e le leggi interne per la tutela delle popolazioni native e di altre comunità tradizionali, nel 2020 è peggiorata la storica mancanza di rispetto dei diritti di queste comunità.

Estrazioni minerarie illecite, incendi boschivi e l’acquisizione di territori per l’allevamento di bestiame e per le attività agroindustriali illegali hanno continuato a mettere a rischio le popolazioni native e le altre comunità tradizionali, con conseguenze negative per il diritto alla loro terra e per l’ambiente naturale.

Secondo i dati raccolti dall’Istituto nazionale di ricerca spaziale, tra agosto 2019 e luglio 2020, si è registrato un aumento del 9,5 per cento nella distruzione di foreste, rispetto allo stesso periodo di un anno prima. In questo lasso di tempo, sono stati devastati oltre 11.000 chilometri quadri di foresta. Il progressivo smantellamento delle istituzioni responsabili di monitorare e proteggere queste aree riflette il fallimento dello stato nell’adempiere al suo obbligo di garantire i diritti delle popolazioni colpite a un ambiente sano, a mezzi di sussistenza e a essere protette dagli sgomberi forzati.

Gli incendi boschivi in Amazzonia sono stati, in molti casi, appiccati da agricoltori che occupavano in modo illecito i territori delle popolazioni native, per preparare il terreno per l’allevamento. Il pascolo illegale del bestiame in Amazzonia è entrato nella filiera di Jbs, la più grande azienda di lavorazione delle carni al mondo.

A ottobre, in un’udienza pubblica davanti alla Commissione interamericana dei diritti umani, i rappresentanti dei nativi hanno condannato l’invasione dei territori yanomami e le minacce ai leader dei nativi da parte di chi cercava di portare avanti attività minerarie illegali. Hanno anche condannato l’occupazione delle terre delle comunità uru-eu-wau-wau, karipunas, guajajaras e tembés, per lo sfruttamento economico. Molti membri delle comunità native avevano perso la vita nel contesto di queste invasioni, tra cui Edilson Tembé dos Santos, ucciso a settembre, e Ari-Uru-Eu-Wau-Wau, ucciso ad aprile.

Diritto alla salute

Le misure e le politiche pubbliche inefficaci a mitigare l’impatto del Covid-19 tra le comunità tradizionali hanno messo in luce l’incapacità dello stato di assicurare il diritto alla salute di questi gruppi.

A luglio, insieme ad altri sei partiti politici, l’Apib ha presentato alla Corte suprema l’inosservanza di precetto fondamentale (Arguiçã o de descumprimento de preceito fundamental – Adpf) numero 709, per chiedere misure di protezione sanitaria per queste comunità, alla luce della pandemia. Secondo la vertenza giudiziaria, il tasso di morte tra le popolazioni native era del 9,6 per cento, mentre la media nazionale era del 5,6 per cento. La Corte suprema ha deciso che lo stato doveva implementare uno specifico piano d’emergenza e misure per l’igiene e la salute pubblica nelle zone native. Tuttavia, a dicembre, la Corte suprema ha respinto una terza versione del piano presentato dal governo, perché non conteneva risposte a questioni basilari come l’accesso all’acqua e ai servizi igienici e perché non prevedeva misure dettagliate per fornire dispositivi di protezione individuale (Dpi), materiali per svolgere i test e risorse umane. L’Apib ha dichiarato che una risposta adeguata alla pandemia sarebbe arrivata da dentro la comunità, poiché il governo federale non era stato in grado di ottemperare alla decisione della Corte suprema riguardo alla protezione delle comunità nel contesto della pandemia. L’Apib stessa doveva creare un piano d’emergenza per dotare le unità speciali in tutto il paese di test a domicilio, tubi di respirazione, kit per l’igiene, Dpi e bombole di ossigeno.

A settembre, il Conaq ha presentato l’Adpf 742 alla corte federale, per chiedere un piano nazionale in risposta alla pandemia nelle comunità quilombola, ispirandosi all’Adpf 709. Il piano è stato stilato ma non ci sono state azioni concrete. L’organizzazione ha avviato una sua iniziativa per monitorare la diffusione del Covid-19 tra le comunità e tenere alta l’attenzione sui tassi di mortalità, alti e sottostimati. Le comunità hanno anche denunciato altre difficoltà nell’accesso ai test, che talvolta gli venivano addirittura negati.

 

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Durante la pandemia, la violenza della polizia si è intensificata nelle favelas e in altri quartieri emarginati. Tra gennaio e giugno, almeno 3.181 persone sono state uccise dalla polizia in tutto il paese, con una media di 17 morti al giorno, il 7,1 per cento in più rispetto al 2019. Mentre i bianchi stavano seguendo le raccomandazioni di rimanere a casa, gli agenti di polizia continuavano a condurre incursioni nelle favelas, per compiere arresti che sono sfociati in uccisioni. Il governo federale e quello statale e i loro rappresentanti hanno sostenuto pubblicamente l’idea che “il criminale buono è un criminale morto” e appoggiato l’uso della forza da parte della polizia nelle favelas e nei quartieri periferici.

Secondo il Forum brasiliano per la sicurezza pubblica, il 79,1 per cento delle persone uccise dalla polizia erano nere e il 74,3 per cento avevano meno di 30 anni. La popolazione del Brasile è costituita per il 54 per cento da persone nere, secondo i dati dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica – Ibge). I residenti in quartieri emarginati sono stati quelli più colpiti.

Durante l’anno, le forze di polizia di Rio de Janeiro hanno continuato a condurre operazioni di polizia militarizzate nelle favelas, spesso usando elicotteri e veicoli blindati. In questo stato, le uccisioni da parte della polizia hanno raggiunto livelli senza precedenti, da quando i dati hanno cominciato a essere raccolti, nel 1998. Tra gennaio e maggio, sono state uccise 741 persone, il numero più alto del paese.

A maggio, 13 uomini sono stati uccisi nel Complexo do Alemão, un gruppo di favelas di Rio de Janeiro, durante una violenta operazione di polizia condotta dal battaglione per le operazioni speciali e dalla polizia.

Qualche giorno dopo, il quattordicenne João Pedro Mattos è morto in un’operazione nella favela Salgueiro di São Gonçalo, a Rio de Janeiro. Si trovava a casa con alcuni amici quando membri dell’unità di risorse speciali sono entrati nell’abitazione e hanno sparato oltre 70 colpi. João Pedro Mattos è stato colpito alla schiena.

Il peggioramento della situazione a Rio de Janeiro ha spinto le organizzazioni della società civile, gli attivisti locali, i difensori d’ufficio, il Partito socialista brasiliano e i familiari delle vittime a presentare un’istanza alla Corte suprema per fermare le incursioni della polizia nelle favelas. A giugno, la corte ha emanato una decisione preliminare di sospendere le operazioni di polizia nelle favelas durante la pandemia. A seguito della decisione, c’è stata una diminuzione del 74 per cento delle uccisioni da parte della polizia.

A San Paolo, tra gennaio e giugno, gli agenti hanno ucciso 514 civili, segnando un aumento del 20 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019 e il più alto numero da quando il dato ha cominciato a essere registrato, nel 2001. Una legge recente, conosciuta come pacchetto anti-crimine, ha stabilito che un poliziotto sotto indagine dovesse avere un avvocato durante le investigazioni e se non ce l’aveva, glielo forniva la corporazione di polizia. Inoltre, lo stato di San Paolo ha stabilito che gli agenti di polizia militare dovessero avere accesso agli avvocati gratuitamente. Poiché i difensori d’ufficio non agivano durante le indagini e non era stato nominato alcun legale privato per i casi, l’ordinanza interna della polizia militare ha dichiarato che le indagini dovevano essere sospese. Questa situazione ha fatto sì che almeno 300 uccisioni da parte della polizia non siano state indagate.

Nello stato di Bahia, le uccisioni da parte della polizia sono aumentate da 361 nei primi sei mesi del 2019 a 512 nello stesso periodo del 2020, con un aumento del 42 per cento. Nello stato di Ceará, 96 persone sono state uccise nei primi sei mesi dell’anno, con un incremento del 12,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. A luglio, il tredicenne Mizael Fernandes da Silva è stato ucciso dalla polizia mentre era in casa a dormire. Sono state avviate due procedure parallele per condurre l’indagine. L’investigazione militare ha concluso che gli agenti di polizia responsabili dell’uccisione avevano agito per autodifesa. L’indagine parallela della polizia civile ha stabilito che un poliziotto avrebbe dovuto essere incriminato per omicidio e violazione delle procedure legali. A fine anno, non c’era stata alcuna accusa formale.

 

SPARIZIONI FORZATE

Le sparizioni forzate sono rimaste motivo di gravi preoccupazioni a livello nazionale, dato il coinvolgimento negli ultimi decenni in questi crimini di gruppi paramilitari, che comprendevano agenti di polizia ed ex agenti statali.

Nonostante le battaglie delle famiglie per la giustizia, è persistita l’impunità e non ci sono stati progressi significativi per fare chiarezza su casi di sparizioni forzate del passato.

La legge interna non è stata adeguata ai trattati internazionali e non prevedeva un reato specifico di sparizione forzata, che continuava a essere trattata ai sensi di altre disposizioni, come il rapimento. Questo vuoto legislativo continuava a porre ostacoli alla persecuzione dei responsabili di sparizioni forzate, così come all’implementazione di politiche di riparazione per le vittime. Nel sistema giudiziario mancavano anche procedure d’indagine efficaci e indipendenti su questi crimini.

Non ci sono stati progressi nel caso di Davi Fiuza, un ragazzo nero di 16 anni che, secondo i testimoni, era stato vittima di sparizione forzata nell’ottobre del 2014. Era stato visto per l’ultima volta nella città di Salvador de Bahia, con le mani e i piedi legati, mentre veniva messo nel bagagliaio di una macchina, scortata dalla polizia militare dello stato di Bahia. Nel 2018, l’ufficio del procuratore aveva incriminato sette agenti di polizia militare per rapimento e falso imprigionamento. Nel 2019, il caso è stato trasferito a un tribunale militare, contrariamente a quanto previsto dagli standard internazionali sui diritti umani. Le udienze che erano state fissate per aprile e giugno sono state rimandate, ufficialmente a causa del Covid-19. A fine anno, non erano state fissate altre date per le udienze.

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