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Repubblica di Turchia

Capo di stato e di governo: Recep Tayyip Erdoğan

La magistratura non ha rispettato le garanzie di equità processuale e il giusto processo e ha continuato ad applicare leggi antiterrorismo definite in modo ampio per punire atti tutelati dal diritto internazionale dei diritti umani. Alcuni membri della magistratura e della professione forense sono stati soggetti a sanzioni per il legittimo esercizio delle loro funzioni professionali. Sono proseguite le molestie giudiziarie contro giornalisti, politici, attivisti, utenti dei social media e difensori dei diritti umani per il loro dissenso reale o percepito. Quattro difensori dei diritti umani, tra cui Taner Kılıç, sono stati condannati nel processo Büyükada, privo di fondamenti giuridici. Nonostante la sua assoluzione durante il processo Gezi e una sentenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu) che ne stabiliva il rilascio, Osman Kavala è rimasto in prigione. I commenti di un alto funzionario statale contro le persone Lgbti sono stati avallati da alcuni rappresentanti di governo, tra cui il presidente Erdoğan. Il partito al potere ha minacciato di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul. Modifiche legali introdotte nel contesto del Covid-19 hanno escluso dal rilascio anticipato le persone condannate ingiustamente ai sensi delle leggi antiterrorismo e quelle detenute in attesa di giudizio. Hanno continuato a essere fornite notizie attendibili di casi di tortura e altri maltrattamenti.

 

CONTESTO

A febbraio, la Turchia ha lanciato un’operazione militare (Scudo di primavera) contro le forze siriane, dopo che gli attacchi aerei siriani hanno ucciso 33 soldati turchi a Idlib, in Siria (cfr. Siria). Nello stesso periodo, la Turchia ha dichiarato aperti i suoi confini con l’Ue e ha incoraggiato e facilitato il trasporto di migliaia di richiedenti asilo e migranti verso i confini terrestri della Grecia. Le forze greche hanno risposto con violenti respingimenti, che hanno provocato almeno tre morti. Ad aprile, il governo ha utilizzato la crisi del Covid-19 per reprimere ulteriormente l’opposizione, vietando diverse campagne di donazioni municipali gestite dall’opposizione e avviando indagini sulle iniziative di raccolta fondi per la pandemia da parte dei sindaci di Istanbul e Ankara.

A marzo e poi nuovamente a ottobre, a causa della pandemia da Covid-19, il ministero della Salute ha vietato agli operatori sanitari di licenziarsi. La misura è stata inizialmente prevista per un periodo di tre mesi ma poi estesa fino a nuova comunicazione.

A novembre e dicembre, le società di social media, tra cui Facebook, Twitter e Instagram, sono state multate per 40 milioni di lire turche (più di quattro milioni di euro) ciascuna, per non aver nominato un rappresentante legale in Turchia come richiesto dalla legge emendata sui social media. Le aziende che non rispettano gli obblighi legali dovranno affrontare ulteriori sanzioni, inclusa la riduzione della larghezza di banda, che renderà i loro servizi non disponibili in Turchia. A dicembre, YouTube ha annunciato che stava creando un’entità giuridica nel paese.

 

ABUSO DI POTERE STATALE

Magistratura e avvocati

A fine anno era ancora in corso un’indagine disciplinare avviata dal consiglio dei giudici e dei procuratori nei confronti dei tre giudici che, il 18 febbraio, hanno assolto gli imputati del processo Gezi, tra cui il leader della società civile Osman Kavala. L’indagine è scaturita dalle critiche sull’assoluzione espresse pubblicamente dal presidente.

A luglio, il parlamento ha approvato una legge che modificava la struttura degli ordini degli avvocati. Migliaia di avvocati hanno protestato e 78 delle 80 associazioni di settore hanno firmato una dichiarazione per opporsi alla riforma. La nuova legge indebolisce l’autorità e l’indipendenza degli ordini.

Sono proseguite le indagini penali rivolte ad avvocati che rappresentavano clienti accusati di “reati legati al terrorismo”.

A settembre, la polizia ha arrestato 47 avvocati con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, basata esclusivamente sul loro lavoro. Almeno 15 avvocati sono stati rimandati in custodia preprocessuale. Sempre a settembre, la corte di cassazione ha confermato la pena detentiva di 14 avvocati dell’Associazione degli avvocati progressisti, perseguiti ai sensi della legislazione relativa al terrorismo.

 

REPRESSIONE DEL DISSENSO

Le indagini e azioni penali secondo le leggi antiterrorismo e la custodia cautelare punitiva hanno continuato a essere utilizzate in assenza di prove di illeciti, per mettere a tacere il dissenso.

Con il pretesto di combattere “fake news”, “incitamento” o “diffusione di paura e panico”, le autorità hanno utilizzato il diritto penale per prendere di mira coloro che discutevano online della pandemia da Covid-19. L’unità per i reati informatici del ministero dell’Interno ha affermato che 1.105 utenti di social media avevano fatto “propaganda per un’organizzazione terroristica”, anche “condividendo post provocatori sul Covid-19”, tra l’11 marzo e il 21 maggio; secondo quanto riferito, 510 persone sono state fermate per essere interrogate.

A ottobre, il presidente ha preso di mira l’Associazione medica turca (Türk Tabipleri Birliği – Ttb) e ha definito la sua nuova presidente “una terrorista”, dopo che la Ttb aveva ripetutamente criticato la risposta del governo al Covid-19.

Ad aprile, mentre il Covid-19 si diffondeva nel paese, il governo ha modificato la legge sull’esecuzione delle pene, consentendo il rilascio anticipato di un massimo di 90.000 detenuti. Le modifiche hanno escluso nello specifico i reclusi in custodia cautelare e quelli condannati secondo le leggi sul terrorismo.

Sono proseguite le indagini e le azioni penali ingiuste nei confronti di ex parlamentari e membri dei partiti d’opposizione. A giugno, una corte d’appello di Istanbul ha confermato la condanna di Canan Kaftancıoğlu, presidente per la provincia di Istanbul del partito d’opposizione, il Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – Chp). È stata condannata a nove anni e otto mesi di reclusione per “oltraggio al presidente” e a “un pubblico ufficiale”, “incitamento all’ostilità e all’odio” e “propaganda per un’organizzazione terroristica”. La condanna si riferiva ad alcuni tweet che aveva condiviso sette anni prima. A fine anno il caso era pendente dinanzi alla corte di cassazione.

A ottobre sono stati mandati in detenzione preprocessuale 20 esponenti, passati e attuali, del Partito democratico dei popoli (Halkların Demokratik Partisi – Hdp) filocurdo, incluso il sindaco della città di Kars, Ayhan Bilgen, per il loro presunto ruolo nelle proteste violente dell’ottobre 2014. Le accuse si basavano in gran parte sui post dell’account Twitter ufficiale dell’Hdp dell’epoca. In seguito alla detenzione preprocessuale di Ayhan Bilgen, il 2 ottobre il ministero dell’Interno ha nominato il governatore di Kars amministratore fiduciario del comune di Kars. Gli ex copresidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ erano in custodia cautelare nell’ambito della stessa indagine dal settembre 2019. A fine anno, un nuovo capo d’imputazione era pendente presso il tribunale di prima istanza, giorni dopo che la Grande camera della Cedu aveva chiesto l’immediato rilascio di Selahattin Demirtaş, stabilendo che erano stati violati i suoi diritti alla libertà d’espressione, alla libertà e sicurezza personale, a libere elezioni e a non essere soggetto a un abuso delle limitazioni dei suoi diritti.

A dicembre, il parlamento ha approvato una legge che ufficialmente impediva il finanziamento della proliferazione di armi di distruzione di massa, con gravi conseguenze per le organizzazioni della società civile. La legge permetteva infatti anche la rimozione di persone che affrontavano procedimenti giudiziari ai sensi di leggi antiterrorismo dai consigli delle Ong per essere rimpiazzati da amministratori fiduciari nominati dal governo.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Giornalisti e altri operatori dei media sono rimasti in custodia preventiva o scontavano pene detentive. Alcuni dei perseguiti ai sensi delle leggi antiterrorismo sono stati giudicati colpevoli e condannati alla reclusione e le loro legittime attività sono state presentate come prova di reati.

A marzo, la polizia ha arrestato almeno 12 giornalisti per servizi sulla pandemia da Covid-19, tra cui la giornalista e difensora dei diritti umani Nurcan Baysal, accusata di “incitare il pubblico all’ostilità e all’odio” per i suoi post sui social media. Sei giornalisti sono stati incarcerati per aver scritto del funerale di due presunti funzionari dell’agenzia nazionale d’intelligence, uccisi in Libia. A maggio, i sei detenuti e un altro giornalista sono stati incriminati per “aver rivelato l’identità di agenti dell’intelligence”. A settembre, cinque di loro sono stati condannati alla reclusione per “pubblicazione d’informazioni dell’intelligence”.

I giornalisti Alptekin Dursunoğlu e Rawin Sterk Yıldız, arrestati a marzo per i loro post sui social media, sono stati rilasciati alla prima udienza, rispettivamente a marzo e settembre. I loro casi a fine anno erano ancora in corso.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Decine di difensori dei diritti umani hanno subìto indagini e procedimenti penali per il loro lavoro sui diritti umani.

A luglio, il processo Büyükada contro 11 difensori dei diritti umani si è concluso con la condanna di Taner Kılıç per “appartenenza all’organizzazione terroristica Fethullah Gülen (Fetö)”, per la quale ha ricevuto sei anni e tre mesi di reclusione; İdil Eser, Günal Kurşun e Özlem Dalkıran sono stati condannati a “un anno e 13 mesi” per “aver sostenuto consapevolmente e volontariamente Fetö”. I restanti sette imputati sono stati assolti. Il 1° dicembre una corte d’appello regionale ha confermato le condanne dei quattro difensori, che hanno fatto ricorso alla corte di cassazione.

A febbraio, Osman Kavala e altri otto esponenti della società civile sono stati assolti da tutte le accuse, incluso il “tentativo di rovesciare il governo” e la presunta “direzione” delle proteste di Gezi Park del 2013. Tuttavia, Osman Kavala è stato arrestato con nuove accuse poche ore dopo il suo rilascio. A maggio, la Grande camera della Cedu ha confermato la sua decisione del dicembre 2019, che chiedeva la sua immediata liberazione, ritenendo che la sua prolungata custodia cautelare fosse illegittima e che servisse a uno “scopo ulteriore”. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, dopo aver esaminato il caso tra settembre e ottobre, ha emesso a dicembre una risoluzione provvisoria in cui sollecitava la Turchia a rispettare la sentenza della Cedu.

A ottobre, un tribunale di Istanbul ha accettato una nuova incriminazione contro Osman Kavala e l’accademico statunitense Henri Barkey, accusandoli di “aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale” e di “spionaggio”, nonostante la mancanza di prove. A dicembre, l’assemblea generale della Corte Costituzionale ha stabilito che la sua detenzione preprocessuale non costituiva una violazione. A fine anno, Osman Kavala rimaneva in carcere.

A gennaio, il procuratore di Istanbul ha chiesto la condanna dell’avvocata per i diritti umani Eren Keskin nel processo principale Özgür Gündem, insieme ad altri che avevano partecipato a una campagna di solidarietà. A febbraio, con una sentenza provvisoria, le sue coimputate Necmiye Alpay e Aslı Erdoğan sono state assolte. Il procedimento contro Eren Keskin e altri tre imputati è proseguito.

A marzo, Raci Bilici, ex presidente del consiglio del dipartimento di Diyarbakır della Ong Associazione per i diritti umani (İnsan Hakları Derneği – İhd), è stato condannato a sei anni e tre mesi di reclusione per “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, per la sua attività per i diritti umani. A fine anno era pendente un appello sul caso.

A ottobre, in seguito a un rapporto del 2019 del gruppo di ricerca Forensic Architecture, il processo contro tre agenti di polizia e un presunto membro del partito armato Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerên Kurdistanê – Pkk), accusati di aver ucciso l’avvocato per i diritti umani Tahir Elçi, è iniziato, quasi cinque anni dopo la sua morte a Diyarbakır. Gli agenti sono stati accusati di “aver causato la morte per negligenza colposa”.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Ad aprile, un alto funzionario statale presso la direzione degli affari religiosi (Diyanet) ha dato la colpa della diffusione dell’Hiv/Aids all’omosessualità e alle persone che hanno relazioni al di fuori del matrimonio. Ha esortato i suoi seguaci a combattere questo “male” in un sermone del venerdì incentrato sulla pandemia da Covid-19; l’appello ha avuto il sostegno del presidente. Gli ordini degli avvocati che hanno criticato le dichiarazioni sono stati oggetto d’indagini penali ai sensi dell’art. 216/3 del codice penale, che criminalizza “l’offesa ai valori religiosi”.

 

DIRITTI DELLE DONNE E DELLE RAGAZZE

A luglio, il brutale assassinio della studentessa di 27 anni Pınar Gültekin ha portato a diffuse proteste in tutto il paese. A fine anno, il processo a due uomini accusati del suo omicidio era ancora in corso.

Ad agosto, la proposta di alcuni politici del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – Akp) al governo di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul ha scatenato manifestazioni a livello nazionale. Organizzazioni per i diritti delle donne hanno criticato la mancata implementazione della Convenzione e la risposta inadeguata all’aumento della violenza domestica durante le restrizioni per il Covid-19. Il ministero dell’Interno ha annunciato che, nel 2020, 266 donne sono morte a causa della violenza di genere, anche se i dati forniti dalle organizzazioni di donne erano molto più alti.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

A marzo, per il secondo anno consecutivo, le autorità hanno vietato la marcia per la Giornata internazionale della donna a Istanbul. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di plastica per disperdere i manifestanti pacifici che avevano sfidato il divieto.

A novembre è iniziato il procedimento penale nei confronti di sei donne accusate di “mancata dispersione” ai sensi dell’art. 32 della legge sulle riunioni e le manifestazioni. Le accuse riguardavano la loro partecipazione alla protesta pacifica Las Tesis contro il femminicidio, del dicembre 2019.

A giugno, un tribunale amministrativo di Ankara ha stabilito che era illegale vietare la marcia del Pride agli studenti del campus. Il 10 dicembre è stato rinviato ad aprile 2021 il processo a 18 studenti e un accademico della Middle East Technical University di Ankara, che avevano partecipato a un Pride nel campus a maggio 2019.

 

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Secondo la testimonianza di Osman Şiban, a settembre lui e Servet Turgut hanno subìto gravi ferite dopo essere stati arrestati e picchiati da un numeroso gruppo di soldati, nella provincia di Van. Servet Turgut è morto in ospedale il 30 settembre. Le dichiarazioni dell’ufficio del governatore di Van e del ministro dell’Interno hanno contraddetto quelle dei testimoni oculari e di Osman Şiban. L’indagine penale sulle accuse di tortura aperta dal procuratore di Van è stata sottoposta a un ordine di segretezza. A ottobre, quattro giornalisti che seguivano il caso sono stati arrestati a Van, con l’accusa di essere “membri di un’organizzazione terroristica”, sulla base delle agenzie di stampa per cui lavoravano e per aver scritto notizie su “incidenti pubblici in linea con la prospettiva e gli ordini del Pkk/Kck [Koma Civakên Kurdistan – Unione della comunità del Kurdistan] a scapito dello stato”.

A dicembre, a Mehmet Sıddık Meşe, recluso in detenzione preprocessuale nel carcere di Diyarbakır, è stato negato l’accesso a urgenti cure mediche e a un esame da parte del personale di medicina legale dopo che, secondo le accuse, era stato vittima di duri pestaggi da parte delle guardie carcerarie. A fine anno, le autorità giudiziarie non avevano ancora avviato un’indagine indipendente sulle accuse.

 

SPARIZIONI FORZATE

A febbraio, Gökhan Türkmen, uno dei sette uomini accusati di legami con il movimento di Fethullah Gülen, che era stato fatto scomparire nel 2019, ha raccontato in tribunale le torture e gli altri maltrattamenti a cui era stato sottoposto durante i 271 giorni della sua sparizione forzata. Il tribunale ha chiesto l’avvio di un’indagine penale sulle sue accuse.

A fine anno era ancora sconosciuta l’ubicazione di Yusuf Bilge Tunç, scomparso nell’agosto 2019.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

La Turchia ha continuato a ospitare la più grande popolazione di rifugiati al mondo: circa quattro milioni di persone, di cui 3,6 milioni di siriani. È rimasto in vigore l’accordo Ue-Turchia del 2016, che prevede l’assistenza economica europea a sostegno dei rifugiati in Turchia in cambio della sua cooperazione in materia di controllo della migrazione e rimpatri.

Il 27 febbraio, dopo aver annunciato l’apertura delle frontiere con l’Ue, la Turchia ha sconsideratamente incoraggiato e facilitato il movimento di richiedenti asilo e migranti verso il confine terrestre greco, dove violenti respingimenti hanno causato morti e feriti (cfr. Grecia). A fine marzo, le autorità turche hanno allontanato le persone dalla zona di confine.

Secondo un rapporto di una Ong pubblicato a ottobre, nel corso dell’anno la Turchia ha rimpatriato in Siria più di 16.000 siriani. A maggio, pare che alcuni siriani siano stati rinviati con la forza in Siria, dopo essere stati costretti a firmare documenti in cui dichiaravano di voler tornare. A fine settembre, secondo i numeri delle Nazioni Unite, la Turchia aveva espulso circa 6.000 persone in Afghanistan, sebbene la situazione nel paese non consentisse ancora rimpatri sicuri e dignitosi.

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