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Repubblica federale della Somalia

Capo di stato: Mohamed Abdullahi Mohamed (Farmaajo)

Capo di governo: Mohamed Hussein Roble

Tutte le parti in conflitto hanno lanciato attacchi indiscriminati uccidendo centinaia di civili. Il diritto alla libertà d’espressione è stato represso; due giornalisti sono stati uccisi e altri sono stati percossi, minacciati, vessati, intimiditi e sottoposti ad arresti arbitrari. La risposta del governo alla pandemia da Covid-19 è rimasta inadeguata e a dicembre era stato vaccinato soltanto il 5,1 per cento della popolazione; gli operatori sanitari erano particolarmente esposti al rischio di contagio e hanno affrontato condizioni di lavoro precarie e insicure. Centinaia di migliaia di persone sono state sfollate. Nel Somaliland, le autorità hanno continuato a censurare le voci critiche e i giornalisti e hanno effettuato sgomberi forzati su vasta scala e trasferimenti di persone nella città di Las Anod.

 

CONTESTO

Le già forti tensioni politiche tra le autorità federali e regionali e i leader dell’opposizione si sono ulteriormente acuite, fino a provocare il rinvio delle elezioni presidenziali e parlamentari. Lotte politiche interne tra il presidente della Somalia e il suo primo ministro hanno impedito l’implementazione delle necessarie riforme in campo giudiziario, costituzionale e dei diritti umani. Lo sconcerto suscitato nell’opinione pubblica dalla vicenda della probabile sparizione forzata di una agente dell’agenzia per la sicurezza e l’intelligence nazionale (National Intelligence and Security Agency – Nisa) ha minacciato di creare divisioni politiche anche all’interno delle forze di sicurezza.

A maggio, il Somaliland ha tenuto elezioni parlamentari e locali, più volte annunciate e ritardate, per gli 82 seggi della camera dei rappresentanti e per i consiglieri di 21 distretti. Il 5 giugno, l’opposizione ha ottenuto 52 degli 82 seggi parlamentari, nessuno dei quali è andato a una donna, un fatto che ha ulteriormente indebolito la capacità delle donne di partecipare a livello legislativo.

 

ATTACCHI INDISCRIMINATI

Tutte le parti impegnate nel conflitto armato hanno continuato a commettere crimini di diritto internazionale nell’impunità. Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, tra febbraio e luglio erano stati colpiti 536 civili (241 morti e 295 feriti), il 68 per cento dei quali a seguito di attacchi indiscriminati compiuti dal gruppo armato al-Shabaab, mentre il resto è stato attribuito alle forze di sicurezza, alle milizie dei clan, e ai contingenti militari internazionali e regionali, incluso quello della Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom).

Al-Shabaab ha lanciato attacchi ripetuti contro civili e infrastrutture civili, compresi ristoranti e hotel. Il gruppo ha anche compiuto uccisioni deliberate di persone percepite come collegate al governo, colpendo, tra gli altri, anche giornalisti. Il 2 marzo, membri di al-Shabaab hanno ucciso almeno 20 persone e ne hanno ferite altre 30 nel popolare ristorante Luul Yemeni, nella capitale Mogadiscio, facendo esplodere un’autobomba in un attentato suicida. Il 25 settembre, almeno otto persone sono state uccise in un altro attentato suicida compiuto a Mogadiscio. Tra le vittime decedute nell’attacco c’era anche Hibaq Abukar, una consulente in materia di politiche femminili e diritti umani presso l’ufficio del primo ministro.

Il 10 agosto, sono emerse accuse secondo cui soldati dell’Amisom avevano preso di mira e ucciso sette civili in un attacco di rappresaglia contro al-Shabaab nella città di Golweyn, nella regione del Basso Shabelle. Il 21 agosto, l’Amisom ha dichiarato di avere istituito un comitato d’inchiesta incaricato d’indagare sull’episodio. Il 21 ottobre, il comitato ha reso noti i risultati della sua indagine, ammettendo che “le sette persone uccise erano civili e che la condotta del personale coinvolto era contraria alle regole d’ingaggio dell’Amisom”. Il 13 novembre, l’Amisom ha annunciato che la corte marziale ugandese a Mogadiscio aveva giudicato colpevoli cinque soldati ugandesi delle uccisioni, due di loro sono stati condannati a morte e tre a 39 anni di prigione; avrebbero scontato le pene in Uganda.

 

SPARIZIONI FORZATE

Il 12 luglio, una donna ha annunciato ai media che sua figlia di 25 anni, Ikran Tahlil Farah, un’agente della Nisa, risultava scomparsa dal 26 giugno, dopo che era stata rapita da ignoti a bordo di un’auto davanti alla sua abitazione a Mogadiscio. La famiglia ha più volte asserito che dietro al suo rapimento e scomparsa si celerebbero agenti della stessa Nisa, in quanto l’agente era stata portata via da una località ritenuta sicura situata vicino al sorvegliatissimo quartier generale della Nisa, accessibile unicamente a visitatori accuratamente controllati e al personale dell’agenzia. Il 2 settembre, i media di stato hanno annunciato che Ikran Tahlil Farah era stata rapita e uccisa da al-Shabaab, una versione che è stata immediatamente negata dal gruppo.

L’indignazione nell’opinione pubblica suscitata dal caso ha spinto il primo ministro a sostituire il direttore della Nisa, il quale è stato tuttavia subito dopo nominato dal presidente consigliere alla sicurezza nazionale. Il primo ministro ha rinviato il caso della scomparsa al procuratore della corte militare per successive indagini. Il 21 novembre, il procuratore capo ha annunciato che le indagini preliminari non avevano rilevato alcuna prova che la Nisa fosse coinvolta nella presunta sparizione di Ikran Tahlil Farah.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Due giornalisti sono stati uccisi e altri sono incorsi in percosse, minacce, vessazioni e intimidazioni, arresti arbitrari e procedimenti penali, nell’intento di metterli a tacere.

Il 22 febbraio, la polizia del Puntland ha arrestato il giornalista freelance Ahmed Botan Arab, nella città di Bosaso, dopo che aveva postato su Facebook alcune interviste che mostravano abitanti di Bosaso che commentavano il discorso del presidente del Puntland sugli sviluppi politici regionali e lo stallo nell’implementazione di un accordo elettorale tra i leader regionali e federali. È stato detenuto presso la centrale di polizia di Bosaso e rilasciato due giorni dopo senza accusa, dopo che erano intervenuti a suo favore gli anziani di un clan.

Il 1° marzo, il giornalista indipendente Jamal Farah Adan è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da uomini armati non identificati davanti a un negozio nella città di Galkayo, nella regione di Mudug. Al-Shabaab ha rivendicato l’uccisione. Prima di essere ucciso, Jamal Farah Adan aveva affermato di avere ricevuto minacce anonime e che un membro di al-Shabaab aveva anche cercato
di ucciderlo. Il 6 marzo, il presidente del Puntland ha dichiarato che le autorità avevano arrestato dei sospetti a Galkayo e che erano in corso indagini sulle circostanze dell’uccisione. I risultati delle indagini a fine anno non erano stati ancora resi pubblici.

Il 20 novembre, il giornalista radiofonico Abdiaziz Mohamud Guled, noto anche come “Abdiaziz Africa”, è stato ucciso in un attacco suicida e due suoi colleghi sono stati feriti. Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità della sua uccisione.

Il 3 marzo, Kilwe Adan Farah, un giornalista freelance, è stato condannato a tre mesi di reclusione da una corte militare nel Puntland. Era stato arrestato e detenuto a dicembre 2020 dall’agenzia di intelligence del Puntland, il giorno dopo avere coperto le proteste che si erano svolte nella città di Garowe, contro la percepita malversazione di valuta locale da parte del governo. Doveva rispondere di cinque capi d’imputazione, tra cui “pubblicazione di notizie false e oltraggio alla nazione e allo stato”. È stato rilasciato dal carcere centrale di Garowe il 22 marzo in seguito a una grazia presidenziale.

Il 3 luglio, agenti della Nisa hanno arrestato nella città di Balad Hawo, nella regione di Gedo, Mohamud Mohamed Sheikh, conosciuto anche come “Lafagari”, un giornalista della rete televisiva Star Media Network. Il giorno successivo, è stato trasferito in una struttura di detenzione nella città di Dollow, dove è rimasto trattenuto per tre giorni e rilasciato senza accusa e senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione che motivasse il suo arresto e detenzione.

Il 5 settembre, agenti della polizia somala hanno percosso un gruppo di giornalisti che coprivano una protesta a Mogadiscio, sequestrandone anche l’attrezzatura. In seguito all’episodio, sui social network è circolato un video che mostrava la polizia che picchiava e trascinava per terra Bashir Mohamud, un produttore di Goobjoog Media.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

La pandemia da Covid-19 ha evidenziato tutta una serie di preesistenti carenze del sistema sanitario pubblico somalo. Secondo i dati raccolti dal governo, le persone che avevano contratto il virus erano ad agosto 15.294, e 798 quelle decedute dall’inizio della pandemia. Tuttavia, a causa della limitata capacità di effettuare test diagnostici e di un’incompleta e approssimativa registrazione dei decessi, le cifre reali sono da ritenersi molto più alte. Nell’arco degli ultimi quattro anni, i fondi destinati alla sanità pubblica sono stati circa il due per cento del totale, a fronte del 31 per cento riservato al settore della sicurezza.

La risposta del governo alla pandemia si è dimostrata totalmente inadeguata. La capacità diagnostica era pressoché inesistente, il trattamento e la gestione dei casi di contagio da Covid-19 e l’acceso dei pazienti alle strutture sanitarie sono rimasti fortemente limitati. Per gran parte dell’anno, un solo ospedale di Mogadiscio gestiva tutti i casi legati al virus delle regioni centro-meridionali del paese, senza medicinali e attrezzature di base, come ventilatori polmonari e ossigeno. A partire da agosto, altri due ospedali, sempre a Mogadiscio, sono stati in grado di gestire malati di Covid-19. L’accesso al trasporto d’emergenza e ai servizi d’ambulanza a Mogadiscio, così come negli stati regionali, era pressoché inesistente e la città disponeva soltanto di due ambulanze che operavano gratuitamente per trasportare i malati di Covid-19 e che servivano un totale di quasi tre milioni di persone1.

L’accesso ai vaccini è stato fortemente limitato. A dicembre era stato completamente vaccinato soltanto Il 5,1 per cento della popolazione ed erano stati somministrati quasi tutti i vaccini donati attraverso l’iniziativa Covax e dalla Cina. La scarsa consapevolezza nell’opinione pubblica combinata con la mancanza d’informazione pubblica sul virus hanno contribuito a una certa esitazione da parte della popolazione a farsi vaccinare, anche tra gli operatori sanitari.

Operatori Sanitari

Molti operatori sanitari si sono ammalati di Covid-19. Hanno dovuto affrontare molteplici difficoltà durante la pandemia e hanno messo a rischio la loro salute e anche la vita. Alcuni hanno affermato di non avere ricevuto un’appropriata formazione su come gestire i pazienti affetti da Covid-19 e sull’impatto che la situazione pandemica aveva sulla loro stessa salute; hanno lavorato per orari prolungati; in molti casi hanno anche visto rinviare il pagamento dei loro stipendi.

 

DIRITTI DEGLI SFOLLATI INTERNI

L’impatto dei periodi di siccità e delle alluvioni a causa del cambiamento climatico, del conflitto e della perdita dei mezzi di sussistenza ha esacerbato la già persistente crisi umanitaria. Secondo le Nazioni Unite, in aggiunta agli oltre 2,6 milioni di persone che erano già sfollate internamente al paese negli anni precedenti, tra gennaio e agosto altre 573.000 hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Di queste, oltre il 70 per cento erano in fuga dal conflitto, incluse circa 207.000 sfollate provvisoriamente a Mogadiscio a causa della violenza legata alle elezioni di aprile. Circa il 50 per cento di tutti gli sfollati nel 2021 erano donne e ragazze, che dovevano affrontare crescenti rischi di violenza e molestie a sfondo sessuale. L’accesso delle agenzie umanitarie alla maggioranza delle persone che ne necessitavano è stato limitato a causa della situazione di insicurezza, che ha gravemente condizionato anche il loro accesso a cibo, acqua, servizi igienici, alloggi e assistenza medica.

 

SOMALILAND

Libertà d’espressione

Le autorità del Somaliland hanno fortemente limitato la libertà d’espressione, prendendo particolarmente di mira individui percepiti come promotori dell’unità con la Somalia. Il Centro per i diritti umani, un’organizzazione per i diritti umani locale, ha documentato l’arresto di 42 persone nella città di Borama e di altre 15 nella città di Las Anod, rispettivamente il 26 giugno e il 16 luglio, per avere indossato indumenti fabbricati con la bandiera somala. Sono stati tutti rilasciati senza accusa.

Il 19 agosto, le autorità della città di Burao hanno arbitrariamente arrestato il giornalista indipendente Abdimalik Muse Oldon, per la seconda volta in due anni. È stato trattenuto in relazione a un alterco con il presidente circolato sui social network, in cui sosteneva che la direzione dell’università di Barwaaqo stava diffondendo il cristianesimo. A ottobre è stato accusato di reati come “diffusione di informazioni false e propaganda contro lo stato, e “diffamazione di rilevanza penale”. Nel 2020, era stato rilasciato dal carcere in seguito a grazia presidenziale, dopo avere scontato un anno della condanna a tre anni di reclusione, con l’accusa di avere criticato il presidente su Facebook.

Sgomberi forzati e trasferimento della popolazione

Il 2 e 3 ottobre, le autorità del Somaliland hanno sgomberato con la forza, radunato e trasferito oltre 7.000 persone, tra uomini, donne e bambini, dalla città di Las Anod e aree circostanti, nella regione di Sool, verso alcune località del Puntland. Il governo del Somaliland ha affermato che coloro che erano stati presi di mira in questa operazione erano “non locali”, provenienti dal sud della Somalia, che rappresentavano una minaccia per la sicurezza del Somaliland. Alcune delle famiglie vivevano a Las Anod da 20 anni e hanno perso le loro proprietà, i beni delle loro attività economiche e i mezzi di sussistenza. Secondo le Nazioni Unite, la maggioranza degli sfollati era inizialmente arrivata a Galkayo, nel Puntland, per poi dirigersi in larga parte verso Hirshabelle e Banadir, nello stato Sudoccidentale, e necessitava di urgente protezione e assistenza umanitaria. Le autorità del Somaliland non hanno dato alcun preavviso alle famiglie né permesso di portare con sé i loro beni.

 


Note
1 Somalia: “We Just Watched Covid-19 Patients Die”: Covid-19 Exposed Somalia’s Weak Healthcare System but Debt Relief Can Transform It (AFR 52/4602/2021), 18 agosto.

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