Mauritania - Amnesty International Italia

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REPUBBLICA ISLAMICA DI MAURITANIA

Capo di stato: Mohamed Ould Abdel Aziz

Capo di governo: Yahya Ould Hademine

Difensori dei diritti umani e oppositori del governo hanno affrontato procedimenti giudiziari politicamente motivati e le organizzazioni impegnate contro la schiavitù sono state particolarmente prese di mira. I diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati limitati. Tortura e altri maltrattamenti in custodia sono stati la norma. Gruppi che costituivano circa due terzi della popolazione sono stati sistematicamente discriminai e la povertà estrema era dilagante. È proseguita la pratica della schiavitù.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Sono state utilizzate leggi, comprese alcune che riguardavano il reato di disordine pubblico, resistenza all’arresto e appartenenza a un’organizzazione non autorizzata, per colpire con procedimenti giudiziari politicamente motivati difensori dei diritti umani e oppositori del governo e in particolare gli attivisti impegnati contro la schiavitù.

A maggio, la Corte suprema ha ordinato il rilascio di due attivisti contro la schiavitù, Biram Ould Dah Abeid e Brahim Bilal, dopo aver ridotto le loro sentenze carcerarie. I due prigionieri di coscienza, membri di Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (Initiative pour la résurgence du mouvement abolitionniste – Ira) erano stati arrestati a novembre 2014, dopo aver preso parte a una protesta pacifica. Erano stati condannati a due anni di carcere per appartenenza a un’organizzazione non riconosciuta, per partecipazione a un raduno non autorizzato, per disobbedienza e oltraggio alle forze di sicurezza e per resistenza all’arresto. Un altro membro dell’Ira, che aveva ricevuto la stessa sentenza, Djiby Sow, era stato rilasciato per motivi di salute a giugno 2015.

A giugno e luglio, altri 13 membri dell’Ira sono stati arrestati dopo una protesta contro uno sgombero forzato, organizzata dalle comunità della baraccopoli di Bouamatou, nella capitale Nouakchott. Sebbene nessuno dei componenti dell’Ira avesse partecipato alla protesta, ad agosto sono stati giudicati colpevoli di accuse comprendenti tra l’altro ribellione e uso della violenza. La corte si era rifiutata di prendere in esame le accuse di tortura avanzate dagli imputati[1]. A ottobre, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha espresso grave preoccupazione per il fatto che questi attivisti fossero stati presi di mira dal governo a causa del loro impegno contro la schiavitù, dichiarando che il governo era ostile verso i gruppi della società civile che criticavano le sue politiche, soprattutto gruppi come l’Ira, i cui membri provengono dalla minoranza haratin e che chiedono la fine della schiavitù. A novembre, la corte d’appello di Nouadhibou ha assolto tre dei 13 membri dell’Ira e ha ridotto le condanne di altri sette, che sono stati rilasciati lo stesso mese. Gli altri tre sono stati condannati a tre anni e sei mesi di carcere.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Lo spazio per l’esercizio dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica si è ridotto nel momento in cui giornalisti, difensori dei diritti umani e persone critiche verso il governo sono stati arrestati e perseguiti da una magistratura politicizzata[2].

Ad aprile, la corte d’appello di Nouakchott ha confermato la condanna a morte nei confronti di Mohamed Mkhaïtir per il reato di apostasia, nel primo caso giudiziario di questo tipo in Mauritania. Mohamed Mkhaïtir era stato originariamente condannato a morte a dicembre 2014 a Nouadhibou, dopo aver trascorso un anno in detenzione preprocessuale, in quanto autore di un blog critico nei confronti di coloro che si servono dell’Islam per alimentare la discriminazione contro i moulamine (maniscalchi) e i discendenti degli schiavi e dei griot [menestrelli]. La corte d’appello ha rinviato il caso alla Corte suprema.

A luglio, Cheikh Baye, direttore del notiziario online Meyadine, è stato condannato a tre anni di carcere per aver usato violenza contro un pubblico ufficiale. Aveva accusato un portavoce del governo di aver mentito e gli aveva lanciato contro una scarpa durante una conferenza stampa. Cinque persone che avevano criticato il verdetto sono state anch’esse giudicate colpevoli delle stesse accuse ad agosto. Tre sono state condannate a due anni di carcere e due hanno ricevuto sentenze che prevedevano la sospensione della pena.

Le autorità hanno continuato a vietare la registrazione legale a molte Ngo e organizzazioni per i diritti umani. Ad esempio, l’Associazione delle vedove della Mauritania, un’organizzazione che chiede di far luce sulle esecuzioni sommarie e le sparizioni degli anni Novanta, era in attesa di riconoscimento dal 1993 e aveva rinnovato la sua richiesta nel 2010.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

In seguito a una visita compiuta a febbraio, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura ha apprezzato i progressi ottenuti sul piano legislativo, compresa l’introduzione di una nuova legge contro la tortura e la creazione di un meccanismo nazionale di prevenzione (Mécanisme national de prévention – Mnp). Il Relatore ha insistito sul fatto che la magistratura dovrebbe intensificare i propri sforzi per implementare queste salvaguardie e ha evidenziato l’assenza d’indagini sulle accuse di tortura. Ha inoltre messo in evidenza l’impiego di strutture di detenzione non ufficiali e la prassi di negare per un periodo anche di 45 giorni l’accesso a un avvocato, nei casi giudiziari collegati al terrorismo.

A metà dell’anno sono pervenute denunce da parte di prigionieri, sia uomini che donne, che asserivano di essere stati torturati e altrimenti maltrattati mentre erano in custodia di polizia, oltre che dalle guardie carcerarie. Un prigioniero accusato di un reato in materia di terrorismo ha affermato che dopo il suo arresto, avvenuto a marzo, era stato percosso mentre veniva tenuto con le mani e i piedi legati insieme dietro la schiena, allo scopo di costringerlo a “confessare”.

I membri dell’Ira, arrestati a giugno e luglio, sono stati trattenuti separatamente in luoghi di detenzione sconosciuti, senza possibilità di contattare la famiglia o gli avvocati. Sono stati interrogati di notte, privati del sonno e dell’accesso ai servizi igienici. Almeno quattro sono stati legati mani e piedi in posizioni dolorose per ore e sospesi al soffitto mediante l’utilizzo di corde. Altri sono stati denudati, insultati e minacciati di morte. Nonostante il nuovo programma Mnp prevedesse il monitoraggio dei luoghi di detenzione, a uno dei componenti del suddetto programma è stato impedito d’incontrare i membri dell’Ira che si trovavano detenuti in incommunicado.

DISCRIMINAZIONE – HARATIN E AFROMAURITANI

Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, che ha visitato la Mauritania ad aprile, ha rilevato la sistematica assenza di haratin e afromauritani nella quasi totalità delle posizioni di potere e la loro esclusione da molti aspetti della vita economica e sociale del paese, oltre all’impossibilità di ottenere il rilascio di una carta d’identità nazionale. I due gruppi costituiscono i due terzi della popolazione mauritana. Il Relatore ha sottolineato che, nonostante i diritti economici, sociali e culturali fossero menzionati nel preambolo della costituzione, non esistevano specifiche disposizioni di legge a riguardo. Ha inoltre rilevato che in alcune zone rurali soltanto il 10 per cento dei bambini frequentava la scuola secondaria e che il tasso di mortalità materna del paese continuava a essere tra i più alti del mondo. Secondo la Banca mondiale, nel 2015, 602 madri erano morte ogni 100.000 nati vivi.

SCHIAVITÙ

Nonostante la schiavitù sia stata abolita ufficialmente nel 1981 e sia considerata un reato nell’ordinamento mauritano, organizzazioni per i diritti umani, tra cui Sos Enclaves e l’Ira, hanno continuato a denunciare questa pratica[3].

A maggio, a Nema sono iniziate le udienze del tribunale speciale contro la schiavitù e nello stesso mese due ex proprietari di schiavi sono stati condannati a un anno di reclusione e a quattro anni di carcere con sospensione della pena e a pagare un risarcimento a due donne loro vittime. Tuttavia, lo stesso mese, nella stessa città, il presidente Abdel Aziz ha negato l’esistenza della schiavitù nel paese e ha esortato gli haratin (la comunità degli ex schiavi) ad avere meno figli per affrontare l’eredità della schiavitù e della povertà.

[1] Mauritania: Drop all charges and release anti-slavery activists (news, 1° agosto).

[2] Mauritania: New law compromises right to freedom of association (news, 2 giugno).

[3] Amnesty International calls for an end to slavery and torture and ill-treatment in Mauritania (AFR 38/3691/2016).

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