Mauritania: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

Repubblica Islamica di Mauritania

Capo di stato: Mohamed Ould Abdel Aziz

Capo di governo: Yahya Ould Hademine

Difensori dei diritti umani, blogger, attivisti impegnati contro la schiavitù e altri oppositori del governo hanno subìto intimidazioni, aggressioni e procedimenti giudiziari a causa delle loro attività pacifiche. I diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati limitati. È stato negato l’accesso al paese agli attivisti per i diritti umani provenienti dall’estero. Tortura e altri maltrattamenti in custodia sono stati la norma. I gruppi etnici haratin e afromauritani sono stati sistematicamente discriminati. È proseguita la pratica della schiavitù.

Contesto

A marzo, il senato ha respinto una proposta di emendamento alla costituzione del 1991. Ad agosto, le autorità hanno indetto un referendum, nel quale la maggioranza ha votato a favore dell’abolizione del senato.

Libertà d’espressione, associazione e riunione nella Repubblica Islamica di Mauritania

Le forze di sicurezza hanno continuato a prendere di mira con intimidazioni e aggressioni blogger, difensori dei diritti umani e altri che avevano criticato il governo.

Attivisti impegnati contro la schiavitù, tra i quali anche prigionieri di coscienza, sono stati detenuti. Abdallahi Abdou Diop è stato rilasciato a gennaio, dopo avere scontato una condanna a sei mesi di reclusione. Abdallahi Maatalla Seck e Moussa Biram erano reclusi da luglio 2016 nel penitenziario di Bir Moghrein, situato a oltre un migliaio di chilometri di distanza dalle loro abitazioni. I tre prigionieri di coscienza erano stati ritenuti colpevoli di accuse come partecipazione a un raduno non autorizzato e appartenenza a un’organizzazione non autorizzata.

Ad aprile, le forze di sicurezza sono ricorse all’uso di gas lacrimogeni e manganelli per reprimere una protesta nella capitale Nouakchott, organizzata da gruppi di giovani che chiedevano misure per affrontare il problema della disoccupazione giovanile e altri provvedimenti a sostegno dei giovani. Almeno 26 persone sono state arrestate. La maggior parte dei fermati è stata rilasciata il giorno stesso ma 10 sono rimasti detenuti per quattro giorni e incriminati con l’accusa di partecipazione a un raduno non autorizzato. Il tribunale di Nouakchott ha condannato una donna a tre mesi di carcere con sospensione della pena, sentenza che è stata annullata in appello. Gli altri sono stati prosciolti dall’accusa.

Il 23 aprile, la polizia ha arrestato sette persone, di cui quattro erano cittadini stranieri e due minori, in relazione alla loro partecipazione a una funzione religiosa a Nouakchott. Uno degli arrestati è stato rilasciato senza accusa dopo tre giorni; gli altri sono stati incriminati con l’accusa di appartenenza a un’organizzazione non autorizzata e rilasciati dopo sei giorni.

Prima del referendum di agosto, l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per l’evidente repressione del dissenso da parte delle autorità e ha denunciato l’uso eccessivo della forza contro i leader delle proteste.

Cinque giorni dopo il referendum, il senatore Mohamed Ould Ghadda, che si era opposto al voto, è stato arrestato e incriminato per corruzione. A fine anno rimaneva detenuto senza processo. Tre settimane dopo, 12 senatori e quattro giornalisti sono stati interrogati da un giudice, in quanto accusati di avere ricevuto un contributo finanziario da un imprenditore. Il giudice ha disposto nei loro confronti l’obbligo di presentarsi settimanalmente presso il commissariato di polizia fino al completamento delle indagini.

A novembre, la corte d’appello di Nouadhibou ha commutato a due anni di carcere la condanna a morte nei confronti del blogger Mohamed Mkhaïtir, giudicato colpevole a dicembre 2014 del reato di apostasia, in quanto autore di un blog critico nei confronti di coloro che si ser­vono dell’Islam per alimentare la discriminazione contro i moulamine (maniscalchi); era detenuto da gennaio 2014. Sebbene il suo rilascio fosse stato programmato per la fine dell’anno, è rimasto in custodia. La sua famiglia e i suoi avvocati non hanno potuto incontrarlo né avere conferma del luogo in cui era detenuto.

A novembre, 15 difensori dei diritti umani sono stati arrestati nella città meridionale di Kaédi da uomini in abiti civili che si sono identificati come membri del battaglione per la sicurezza del presidente. Gli attivisti avevano distribuito volantini ed esposto striscioni che chiedevano giustizia per i loro familiari, che erano stati vittime di uccisioni illegali tra il 1989 e il 1991. Sono stati portati in una base militare e interrogati in merito al loro attivismo. Dieci sono stati rilasciati il giorno stesso, mentre cinque sono stati trasferiti in una stazione di polizia e detenuti per sei giorni, senza accesso a un avvocato, prima di essere rilasciati senza accusa.

Per tutto l’anno, le autorità hanno negato l’ingresso nel paese ad attivisti e Ngo internazionali per i diritti umani. A maggio, hanno intimato l’ordine di lasciare il paese a un’avvocata e a una giornalista straniere che svolgevano un’inchiesta sulla schiavitù. A settembre hanno negato il visto d’ingresso ad attivisti statunitensi impegnati contro la schiavitù, al loro arrivo all’aeroporto internazionale di Nouakchott. A novembre hanno rifiutato l’ingresso nel paese a una delegazione di Amnesty International.

Tortura e altri maltrattamenti nella Repubblica Islamica di Mauritania

Detenuti hanno denunciato di essere stati torturati durante la custodia cautelare allo scopo di estorcere loro confessioni e intimidirli. Le persone trattenute presso i commissariati di polizia, tra cui quello di Nouakchott, sono state regolarmente sottoposte a regime di isolamento prolungato, un tipo di detenzione condannato dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, in quanto costituisce una violazione del divieto di tortura o altro trattamento crudele, disumano e degradante.

Nel suo rapporto di marzo, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura ha riconosciuto che tortura e altri maltrattamenti non erano più fenomeni “dilaganti”, anche se avvenivano comunque con una certa frequenza. Ha espresso preoccupazione per la persistente “cultura della tortura” nelle unità di polizia e della gendarmeria e per la pratica di ricorrere alla tortura allo scopo di estorcere confessioni. Il Relatore speciale ha osservato che la prassi di detenere i sospettati per terrorismo anche per 45 giorni senza accesso a un avvocato era eccessiva; che i meccanismi di vigilanza incaricati di svolgere indagini in merito alle accuse di tortura e altri maltrattamenti si erano dimostrati inaccurati e lenti; che gli strumenti legislativi e di tutela esistenti necessitavano di essere sviluppati e implementati; e che non c’era stato alcun miglioramento significativo delle condizioni di detenzione, in relazione ad esempio al sovraffollamento, alle carenze di strutture igienico-sanitarie e al regime alimentare inadeguato.

Diritti economici, sociali e culturali nella Repubblica Islamica di Mauritania

Nel suo rapporto di marzo, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani ha concluso che, nonostante i progressi ottenuti dal governo negli ultimi anni per alleviare la povertà, questa colpiva ancora ampie fasce della popolazione, che continuavano a vivere senza un adeguato accesso a cibo, istruzione, servizi igienico-sanitari e assistenza medica.

Il Relatore speciale ha insistito sul fatto che, malgrado gli impegni assunti dalla Mauritania come stato parte dei trattati internazionali sui diritti umani, nelle aree rurali del paese era del tutto inesistente l’assistenza prenatale e postnatale. Ha inoltre evidenziato come le comunità haratin e afromauritane, che si stima costituiscano due terzi della popolazione mauritana, fossero escluse da molti aspetti della vita economica e sociale. Inoltre, il fatto che il governo non avesse mai raccolto dati statistici sul numero degli haratin e afromauritani presenti nel paese, aveva contribuito a rendere le loro necessità e i loro diritti invisibili.

Diritti di rifugiati e migranti nella Repubblica Islamica di Mauritania

Nel suo rapporto di marzo, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura ha espresso la preoccupazione che l’espulsione collettiva di migranti irregolari e rifugiati, spesso abbandonati lungo il confine meridionale con il Senegal, potesse costituire una violazione del principio di non-refoulement. Ha affermato che durante una visita a uno dei siti in cui i migranti irregolari erano trattenuti a Nouakchott, aveva riscontrato che per i 20-30 detenuti presenti non era stato previsto alcun servizio igienico e che non c’era spazio sufficiente per dormire, né distesi né seduti.

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