Israele e Territori Palestinesi Occupati - Amnesty International Italia

Israele e Territori Palestinesi Occupati


Rapporto annuale 2017-2018   Medio-Oriente e Africa del Nord

STATO D’ISRAELE

Capo di stato: Reuven Rivlin

Capo di governo: Benjamin Netanyahu

A giugno ricorreva un duplice anniversario: 50 anni dall’inizio dell’occupazione dei Territori Palestinesi da parte d’Israele e 11 dall’entrata in vigore del blocco illegale sulla Striscia di Gaza, che ha sottoposto circa due milioni di abitanti a una punizione collettiva e a una crescente crisi umanitaria. Le autorità israeliane hanno intensificato l’espansione degli insediamenti e delle relative infrastrutture in tutto il territorio della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e hanno fortemente limitato la libertà di movimento dei palestinesi. Le forze israeliane hanno ucciso illegalmente civili palestinesi, bambini compresi, e detenuto illegalmente in territorio israeliano migliaia di palestinesi dei Territori Palestinesi Occupati (Occupied Palestinian Territories – Opt), trattenendone centinaia in detenzione amministrativa senza accusa né processo. I detenuti, compresi minori, hanno continuato a subire in maniera diffusa torture e altri maltrattamenti, compiuti nell’impunità. Israele ha demolito ulteriori abitazioni di palestinesi, sia in Cisgiordania sia nei villaggi palestinesi situati in territorio israeliano, sgomberando con la forza gli abitanti. Le autorità hanno inoltre incarcerato obiettori di coscienza al servizio militare e minacciato di espulsione migliaia di richiedenti asilo provenienti da paesi africani.

CONTESTO

Le autorità israeliane hanno intensificato l’espansione degli insediamenti e l’appropriazione di terreni all’interno degli Opt. I tentativi mediati dagli Usa e a livello internazionale per far ripartire i negoziati sono falliti e le relazioni israelo-palestinesi sono rimaste tese. A gennaio, le autorità israeliane hanno approvato la cosiddetta “legge di regolamentazione”, che ha legalizzato retroattivamente gli insediamenti costruiti su migliaia di ettari di terreni privati di palestinesi e all’incirca 4.500 abitazioni di coloni israeliani. Inoltre, le autorità israeliane hanno annunciato e rilasciato autorizzazioni per la costruzione di decine di migliaia di nuove unità abitative per i coloni a Gerusalemme Est e nel resto del territorio della Cisgiordania.

Sia in Cisgiordania che in Israele, palestinesi si sono resi responsa­bili di accoltellamenti, deliberati investimenti con auto, sparatorie e altre aggressioni contro israeliani. Questi attacchi, compiuti prevalentemente da palestinesi non affiliati a gruppi armati, sono costati la vita a 12 israeliani e a un cittadino straniero. Le forze israeliane hanno ucciso 76 palestinesi e un cittadino straniero. Alcuni di questi sono stati vittime di uccisioni illegali, nonostante non rappresentassero alcuna minaccia per la vita di altri.

A marzo, la Commissione economico-sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale ha reso pubblico, e poi ritirato, un rapporto che stabiliva che lo stato d’Israele si era reso “colpevole del crimine di apartheid” contro i palestinesi. A maggio, una risoluzione dell’Unesco ha ribadito lo status di occupazione di Gerusalemme Est e criticato la condotta di Israele nella città. In seguito all’uccisione di due poliziotti israeliani per mano di palestinesi, a luglio Israele ha provveduto a installare metal detector all’ingresso della zona del Monte del Tempio/Spianata delle Moschee, per controllare i fedeli musulmani. Le nuove misure di sicurezza hanno provocato crescenti tensioni e proteste di massa da parte dei palestinesi, comprese preghiere collettive, in tutta la Cisgiordania. Le proteste dei fedeli, che in molti casi sono state affrontare dalle autorità con un uso eccessivo della forza, si sono interrotte dopo la rimozione dei metal detector.

A settembre, l’amministrazione de facto di Hamas a Gaza e il governo di “consenso nazionale” della Cisgiordania hanno intrapreso un processo di riconciliazione, che è stato respinto da Israele.

A dicembre, il presidente degli Usa Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, in violazione del diritto internazionale, suscitando proteste negli Opt e in tutto il mondo.

LIBERTÀ DI MOVIMENTO – BLOCCO DI GAZA E RESTRIZIONI IN CISGIORDANIA

Il blocco degli spazi aerei, marittimi e di terra imposto illegalmente da Israele sulla Striscia di Gaza è entrato nel suo 11° anno, mantenendo in vigore le consolidate restrizioni al transito di persone e merci da e verso l’area e sottoponendo a punizione collettiva l’intera popolazione di Gaza. Insieme alla chiusura quasi totale del valico di Rafah da parte dell’Egitto e alle misure punitive imposte dalle autorità della Cisgiordania, il blocco di Gaza da parte d’Israele ha determinato una crisi umanitaria, caratterizzata da interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica, passata da una media di otto ore al giorno a un massimo di due o quattro ore giornaliere, da una ridotta fornitura di acqua potabile con implicazioni igienico-sanitarie e da crescenti difficoltà d’accesso all’assistenza medica, rendendo Gaza progressivamente “invivibile”, secondo una definizione delle Nazioni Unite. L’economia di Gaza si è ulteriormente deteriorata e la ricostruzione post conflitto delle infrastrutture civili è rimasta gravemente compromessa; circa 23.500 palestinesi erano ancora sfollati dalla guerra del 2014. Molti pazienti in pericolo di vita a causa di patologie gravi non hanno potuto avere accesso a cure mediche fuori da Gaza, a causa delle restrizioni imposte da Israele e dei ritardi da parte delle autorità della Cisgiordania nelle procedure di trasferimento. Le forze israeliane hanno mantenuto la “zona cuscinetto”, stabilita all’interno del confine di Gaza con il territorio israeliano, e hanno impiegato munizioni vere contro i palestinesi che entravano o si avvicinavano alla zona, ferendo agricoltori che lavoravano nell’area. Hanno inoltre fatto fuoco contro pescatori palestinesi che erano entrati all’interno o si erano avvicinati alla “zona d’esclusione”, mantenuta da Israele lungo l’intera costa di Gaza, uccidendone almeno uno e ferendone altri.

In Cisgiordania, Israele ha mantenuto una miriade di posti di blocco militari, strade riservate ai coloni, zone militari e di esercitazioni di tiro, limitando l’accesso e gli spostamenti dei palestinesi. Israele ha costruito nuove barriere e posti di blocco, in particolare a Gerusalemme Est. In riposta agli attacchi compiuti da palestinesi ai danni di israeliani, le autorità militari hanno imposto forme di punizione collettiva, revocando ai familiari degli autori delle aggressioni i permessi per poter lavorare in Israele e precludendo l’accesso a intere aree o villaggi, tra cui Silwad, Deir Abu Mishal e Beit Surik.

A Hebron sono rimasti in vigore i divieti di lunga data, ulteriormente rafforzati a ottobre 2015, che limitavano la presenza dei palestinesi. Nel quartiere Tel Rumeida di Hebron, una “zona militare chiusa”, le forze israeliane hanno sottoposto i residenti palestinesi a perquisizioni oppressive e impedito ad altri palestinesi di entrare nell’area, consentendo al contrario ai coloni israeliani di entrare e uscire liberamente. A maggio, Israele ha creato un nuovo posto di blocco e una nuova recinzione all’interno dell’area H2 di Hebron, confinando arbitrariamente il quartiere palestinese di Gheith e segregando un’intera strada che fiancheggia l’area.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN ISRAELE

Israele ha detenuto o continuato a trattenere migliaia di palestinesi degli Opt; la maggior parte è rimasta in penitenziari situati in territorio israeliano, in viola­zione del diritto internazionale. In numerose occasioni, alle famiglie dei prigionieri, soprattutto quelli di Gaza, non è stato permesso di entrare in Israele per visitare i loro familiari in carcere.

Le autorità hanno continuato ad applicare la detenzione amministrativa rinnovabile invece di procedimenti penali, trattenendo senza accusa né processo centinaia di palestinesi, tra cui anche minori, leader della società civile e operatori di Ngo, sulla base di informazioni che non erano comunicate né agli indiziati né ai loro avvocati. A fine anno, oltre 6.100 palestinesi erano trattenuti nelle carceri israeliane, di cui 441 in detenzione amministrativa. Le autorità israeliane hanno inoltre sottoposto a questa misura sei palestinesi di nazionalità israeliana.

Ad aprile, circa 1.500 tra prigionieri e detenuti palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame durato 41 giorni, per chiedere alle autorità di migliorare le condizioni di vita, autorizzare le visite dei familiari, porre fine al regime d’isolamento e alla detenzione amministrativa e garantire l’accesso all’istruzione. In risposta, il servizio penitenziario israeliano ha punito i detenuti in sciopero della fame, confinandoli in isolamento, imponendo loro il pagamento di ammende e negando le visite dei familiari.

I palestinesi della Cisgiordania, che erano stati formalmente accusati di reati legati alle proteste e altre imputazioni, sono stati sottoposti a processi militari iniqui, mentre i tribunali civili israeliani, che giudicavano i palestinesi di Gerusalemme Est o della Striscia di Gaza, hanno emesso pesanti condanne, anche per reati minori.

Ad aprile, l’Alta corte di giustizia israeliana ha deciso che, nel giudicare i palestinesi, i tribunali militari non avrebbero più dovuto comminare condanne eccessivamente pesanti e ha disposto che entro maggio 2018 la legislazione interna avrebbe dovuto essere emendata, al fine di prevedere periodi di carcerazione più brevi. Nonostante la sentenza, le condanne a carico dei palestinesi continuavano a essere più pesanti di quelle del sistema giudiziario civile israeliano.

A fine anno, Khalida Jarrar, un parlamentare del consiglio legislativo palestinese e dirigente dell’Ngo Addameer, e Salah Hammouri, membro dello staff di Addameer, erano ancora in detenzione amministrativa.

È iniziato, davanti al tribunale distrettuale di Beer Sheva, il processo a carico di Mohammed al-Halabi, un operatore umanitario di Gaza, in merito a una presunta appropriazione indebita di fondi provenienti dall’organizzazione umanitaria World Vision, usati per finanziare Hamas. Né l’accertamento disposto dal governo australiano sull’operato di World Vision Gaza né una verifica interna di bilancio da parte di World Vision avevano riscontrato prove sostanziali a sostegno dell’accusa. Mohammed al-Halabi ha dichiarato in tribunale di essere stato sottoposto a tortura durante l’interrogatorio e la detenzione.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Agenti dell’esercito, della polizia e dell’agenzia israeliana per la sicurezza hanno torturato e altrimenti maltrattato nell’impunità detenuti palestinesi, compresi minori, in particolare nelle fasi di arresto e interrogato­rio. I metodi segnalati comprendevano percosse, schiaffi, incatenamento in posizioni dolorose, privazione del sonno, posizioni di stress e minacce. A fronte delle oltre 1.000 querele ricevute dal 2001, le autorità non avevano ancora avviato alcuna indagine penale. Sono rimaste frequenti le denunce relative a torture e maltrattamenti commessi dalla polizia israeliana ai danni di richieden­ti asilo e membri della comunità etiope.

A dicembre, l’Alta corte di giustizia israeliana ha accettato la decisione del procuratore generale di non aprire un’indagine penale sulle accuse di tortura avanzate da Asad Abu Ghosh, nonostante la presenza di prove credibili, legittimando così il continuo ricorso a posizioni di stress e di privazione del sonno ai danni dei detenuti palestinesi durante gli interrogatori.

UCCISIONI ILLEGALI IN ISRAELE

Soldati, poliziotti e agenti di sicurezza israeliani hanno ucciso almeno 75 palestinesi degli Opt in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e cinque palestinesi con cittadinanza israeliana. Alcuni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre aggredivano israeliani o perché sospettati di stare per compiere un attentato. Molti, compresi minori, sono stati vittime di uccisioni illegali dopo essere stati colpiti dai proiettili esplosi dalle forze di sicurezza, benché non rappresentassero una minaccia imminente per la vita di altri. Alcune delle uccisioni, come quella di Yacoub Abu al-Qi’an, morto dopo che la polizia aveva fatto fuoco contro di lui mentre era a bordo della sua auto a Umm al-Hiran, a gennaio, sembravano configurarsi come esecuzioni extragiudiziali.

USO ECCESSIVO DELLA FORZA IN ISRAELE

Le forze israeliane, comprese le unità di polizia in incognito, hanno fatto ricorso a un uso eccessivo, e talvolta letale, della forza per disperdere le proteste dei palestinesi negli Opt, uccidendone almeno 20 e ferendone altre migliaia con proiettili di metallo ricoperti di gomma e munizioni vere. Benché molti manifestanti avessero lanciato pietre o altri proiettili, nel momento in cui le forze israeliane avevano aperto il fuoco contro di loro, non rap­presentavano una minaccia per la vita dei soldati israeliani, sempre ben protetti. A luglio, in risposta alle tensioni citate sopra in relazione al Monte del Tempio/Spianata delle Moschee, le autorità hanno ucciso 10 palestinesi e ne hanno feriti oltre 1000 durante un’operazione per disperdere le manifestazioni e hanno effettuato almeno due irruzioni violente all’interno dell’ospedale al-Makassed, a Gerusalemme Est. A dicembre, soldati israeliani hanno sparato a Ibrahim Abu Thuraya, un uomo sulla sedia a rotelle, colpendolo alla testa, mentre era seduto con un gruppo di manifestanti vicino alla recinzione che separa Gaza da Israele.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Sia in Israele sia negli Opt, le autorità hanno applicato una serie di misure per colpire i difensori dei diritti umani che avevano criticato la prolungata occupazione da parte d’Israele.

A marzo, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato un emendamento alla legge sull’ingresso in Israele, che impediva di entrare in territorio israeliano a chiunque avesse dato un sostegno o lavorato in organizzazioni che avevano lanciato o promosso l’invito a boicottare Israele o enti israeliani, compresi gli insediamenti dei coloni. Le autorità hanno continuato a ostacolare i tentativi degli operatori internazionali per i diritti umani di documentare la situazione, negando il permesso di entrare negli Opt, per altro anche al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani negli Opt. Hanno anche impedito l’ingresso a un componente dello staff di Amnesty International, dopo averlo interrogato in merito al lavoro svolto dall’organizzazione sul tema degli insediamenti israeliani.

Le autorità israeliane sono ricorse alle normative in materia di ordine pubblico a Gerusalemme Est e a ordinanze militari nel resto della Cisgiordania, per vietare e reprimere le proteste dei palestinesi e arrestare e perseguire sia manifestanti che difensori dei diritti umani. A luglio, sono iniziati davanti a un tribunale militare i processi contro i difensori dei diritti palestinesi Issa Amro e Farid al-Atrash, imputati in relazione al ruolo svolto nell’organizzazione di una protesta pacifica contro le politiche degli insediamenti attuate da Israele. Le autorità israeliane hanno continuato a sottoporre a vessazioni altri attivisti per i diritti umani di Hebron, tra cui Badi Dweik e Imad Abu Shamsiya, e non hanno provveduto a proteggerli dagli attacchi dei coloni.

Da maggio ad agosto, le autorità israeliane hanno detenuto il prigioniero di coscienza e scrittore Ahmad Qatamesh, ai sensi di un ordine amministrativo di detenzione di tre mesi, unicamente a causa delle sue attività politiche non violente e dei suoi scritti.

Ngo palestinesi di difesa dei diritti umani, come Al-Haq, Al Mezan e Addameer, hanno subìto crescenti livelli di prevaricazione da parte delle autorità israeliane. Omar Barghouti, noto promotore della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, è stato oggetto di verifiche fiscali da parte delle autorità israeliane, in quello che è parso essere un tentativo di fermare il suo impegno.

Alcune note organizzazioni per i diritti umani israeliane, tra cui Breaking the Silence (Rompiamo il silenzio), Gisha, B’Tselem e la Sezione Israeliana di Amnesty International, sono finite nel mirino di una campagna orchestrata dal governo per screditare il loro lavoro, con il ricorso a calunnie, forme di stigma e minacce.

DIRITTO ALL’ALLOGGIO – SGOMBERI FORZATI E DEMOLIZIONI

In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno demolito un numero consistente di proprietà palestinesi, comprese 423 abitazioni private e altri edifici costruiti senza autorizzazione edi­lizia di Israele, il cui rilascio rimaneva per i palestinesi praticamente impossibile da ottenere, e hanno sgomberato con la forza oltre 660 persone. Molte delle demolizioni hanno colpito le comunità beduine e pastorizie, che le autorità avevano in programma di trasferire con­tro il loro volere. Hanno inoltre sottoposto a punizione collettiva le famiglie dei palestinesi che avevano compiuto attentati contro israeliani, demolendo o rendendo inabitabili le loro abitazioni e sgomberando forzatamente oltre circa 50 residenti.

Le autorità israeliane hanno sgomberato con la forza otto componenti della famiglia Shamasneh, dalla loro abitazione situata nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, lasciando che coloni ebrei vi si trasferissero. Le autorità hanno anche demolito decine di abitazioni palestinesi situate in territorio israeliano, che ritenevano essere state costruite senza autorizza­zione edilizia, come avvenuto nelle località e nei villaggi del cosiddetto Triangolo, della Galilea e nei villaggi beduini ufficialmente “non riconosciuti” della regione del Negev/Naqab. A gennaio, la polizia israeliana ha demolito con la forza il villaggio beduino di Umm al-Hiran, per iniziare i lavori di costruzione di una cittadina ebraica, che avrebbe dovuto sorgere al suo posto. Ad aprile, la Knesset ha approvato una legge che ha innalzato le sanzioni pecuniarie amministrative per chi avesse costruito senza autorizzazione, addebitando, come forma di punizione, i costi della demolizione a chi aveva visto radere al suolo la propria casa e prevedendo limitate possibilità di ricorso giudiziario per chi intendeva contestare la demolizione o l’ordine di sgombero.

Ad agosto, le autorità hanno demolito per la 116ª volta il villaggio al-Araqib, situato nella regione del Negev/Naqab. Ai residenti è stato ordinato di rifondere allo stato una somma di 362.000 nuovi shekel/shequel (circa 100.000 dollari Usa), per coprire i costi della demolizione e le parcelle degli avvocati.

IMPUNITÀ IN ISRAELE

A oltre tre anni dalla fine del conflitto tra Gaza e Israele del 2014, in cui furono uccisi circa 1.460 civili palestinesi, molti dei quali a seguito di attacchi palesemente illegali, comprendenti tra l’altro crimini di guerra, le autorità israeliane avevano rinviato a giudizio soltanto tre soldati per saccheggio e intralcio alle indagini.

In un raro episodio, a gennaio, un tribunale militare israeliano ha giudicato colpevole di omicidio colposo Elor Azaria, un soldato che era stato ripreso in un filmato mentre a Hebron uccideva a colpi di pistola, in un’esecuzione extragiudiziale, un palestinese già ferito. La sua condanna a 18 mesi di reclusione, confermata in appello ma ridotta di quattro mesi dal comando militare israeliano a settembre, non rifletteva in alcun modo la gravità del crimine. Le autorità israeliane non hanno provveduto ad avviare indagini in merito ai casi di presunte uccisioni illegali di palestinesi da parte delle forze israeliane, compiute sia in Israele sia negli Opt; nei rari casi in cui lo hanno fatto, le indagini sono state chiuse.

La procuratrice dell’Icc ha proseguito le sue indagini preliminari, relative ad accuse di crimini di diritto internazionale commessi negli Opt a partire dal 13 giugno 2014.

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE IN ISRAELE

Sono stati segnalati nuovi episodi di violenza contro le donne, che hanno interessato in parti­colare le comunità palestinesi in Israele. A giugno, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ha espresso alcune raccomandazioni, chiedendo alle autorità israeliane di realizzare riforme delle leggi e delle politiche per introdurre gli standard della Cedaw, per combattere e prevenire la violenza contro le donne in Israele e negli Opt e per indagare sugli abusi denunciati.

PRIVAZIONE DELLA NAZIONALITÀ

Il 6 agosto, il tribunale distrettuale di Haifa ha confermato la revoca della nazionalità israeliana ad Alaa Zayoud, il quale era stato privato della cittadinanza ed era diventato apolide a seguito di un provvedimento emanato dal ministro dell’Interno, dopo che era stato giudicato colpevole di tentato omicidio. A fine anno, pendeva presso la Corte suprema un ricorso in appello contro la decisione. Le autorità hanno inoltre revocato la nazionalità a decine di beduini palestinesi residenti nella regione del Negev/Naqab, in assenza di un provvedimento giudiziario o di possibilità di appello, rendendoli apolidi.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO IN ISRAELE

Le autorità hanno continuato a negare ai richiedenti asilo, che per oltre il 90 per cento erano eritrei e sudanesi, l’accesso tempestivo a procedure eque di determinazio­ne dello status di rifugiati. A fine anno, oltre 1200 richiedenti asilo erano trattenuti presso la struttura di detenzione di Holot e nel carcere di Saharonim, situato nella regione desertica del Negev/Naqab. Secondo gli attivisti, i richiedenti asilo in Israele erano oltre 35.000; 8.588 domande d’asilo dovevano ancora essere esaminate. A dicembre, la Knesset ha approvato un emendamento alla legge contro l’ingresso illegale, secondo la quale richiedenti asilo e rifugiati sarebbero stati costretti ad accettare di essere ricollocati in paesi africani o sarebbero stati incarcerati.

OBIETTORI DI COSCIENZA IN ISRAELE

Almeno sei degli obiettori di coscienza al servizio militare israeliani in carcere erano donne: Tamar Zeevi, Atalia Ben-Abba, Noa Gur Golan, Hadas Tal, Mattan Helman e Ofir Averbukh. Le autorità israeliane hanno riconosciuto lo status di obiettrice di coscienza di Tamar Zeevi e l’hanno sollevata dall’obbligo di prestare servizio militare, dopo che aveva trascorso un totale di 100 giorni di carcere.

 

Continua a leggere

Ultime notizie sul paese