Iran, repressione mortale delle proteste per l’uccisione di Mahsa Amini: “Occorre un’azione globale per fermare l’impunità”

22 Settembre 2022

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Amnesty International ha chiesto ai leader del mondo, riuniti in questi giorni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di appoggiare le richieste per la costituzione di un meccanismo internazionale e indipendente d’inchiesta che affronti il clima d’impunità dominante in Iran.

Un’iniziativa del genere, ha affermato l’organizzazione per i diritti umani, è resa ancora più necessaria dalla morte, nelle mani della “polizia morale”, della 22enne Mahsa Amini e dalla repressione delle successive proteste, che ha causato almeno otto morti e centinaia di feriti.

Amnesty International ha raccolto prove sull’uso illegale della forza da parte delle forze di sicurezza iraniane, che hanno impiegato pallini da caccia e di metallo, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e manganelli per disperdere le proteste.

La nuova ondata di repressione attualmente in corso ha coinciso col discorso del presidente iraniano Ebrahim Raisi alle Nazioni Unite:

“Gli è stata data la parola su un palcoscenico globale, nonostante le credibili prove del suo coinvolgimento in crimini contro l’umanità [in relazione al massacro delle prigioni del 1988]”, ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Nel corso delle proteste del 19 e 20 settembre nelle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, Amnesty International ha verificato l’uccisione di sei uomini, di una donna e di un minorenne. Almeno quattro delle vittime sono state uccise da pallini di metallo esplosi da distanza ravvicinata e diretti alla testa o al petto.

Almeno altre due persone hanno perso la vista da uno o da entrambi gli occhi. Centinaia di manifestanti, minorenni compresi, hanno subito dolorose ferite equivalenti a maltrattamenti o tortura a causa dell’uso illegale dei pallini da caccia o di altre munizioni.

Le autorità hanno confermato le morti di tre persone nella provincia del Kurdistan e quelle di altre due persone in quella di Kermanshah ma, coerentemente con la loro politica di negazione e insabbiamento, le hanno attribuite ai “nemici della Repubblica islamica”.

Esaminando i filmati disponibili e ascoltando le testimonianze oculari, Amnesty International è giunta alla conclusione che le proteste nelle tre province sono state prevalentemente pacifiche. Talvolta alcuni manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze di sicurezza e danneggiato loro veicoli. Ma questo non giustifica in alcun modo l’uso di pallini di metallo, che sono vietati in ogni circostanza.

Le forze di sicurezza hanno eseguito violenti arresti, anche di minorenni, durante le proteste del 19 settembre e nelle successive irruzioni notturne nelle abitazioni. Un testimone oculare ha riferito di aver visto decine di manifestanti arrestati nella città di Kamiyan, pieni di sangue e con fratture al capo, al naso o alle braccia.

Amnesty International proseguirà le sue ricerche, indagando sulla repressione delle proteste in altre zone dell’Iran, tra cui le città di Hamedan, Rasht, Shiraz, Tabriz e Teheran.