Domande e risposte – Apartheid israeliano contro i palestinesi

1. Sono diverse le Ong che hanno usato il termine apartheid per descrivere il trattamento riservato ai palestinesi da parte di Israele. Qual è il valore aggiunto del rapporto di Amnesty International? 

La conclusione di Amnesty International è che le autorità israeliane stanno mettendo in atto un sistema di apartheid nei confronti di tutte e tutti i palestinesi sotto il loro controllo, che vivano in Israele, nei Territori palestinesi occupati o in altri stati come rifugiati.

Il nostro rapporto fornisce nuove prove della natura istituzionalizzata dell’oppressione israeliana dei palestinesi e di come le leggi e le politiche israeliane siano progettate specificamente per privare la popolazione palestinese dei loro diritti.

Altre organizzazioni, come Human Rights Watch, hanno parlato di un sistema di apartheid vigente nei Territori palestinesi occupati ma non all’interno di Israele.

La produzione di documentazione sulla questione dell’apartheid da parte di organizzazioni internazionali, palestinesi e israeliane per i diritti umani, così come di giuristi, scrittori e accademici, è in crescita.  Human Rights Watch ha concluso che Israele mostra l’intenzione di mantenere il dominio degli ebrei israeliani ebrei sui palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati.

Yesh Din è giunto a questa conclusione in Cisgiordania, in particolare. B’Tselem ha scoperto che Israele mantiene un sistema di apartheid sui palestinesi nei Tpo e sulla popolazione palestinese che vive all’interno dei propri confini.

Tra questa documentazione, le recenti ricerche delle organizzazioni israeliane per i diritti umani Yesh Din e B’Tselem e di Human Rights Watch hanno contribuito ad allargare l’analisi al quadro legale del concetto di apartheid.

 

2. Perché Amnesty ha diffuso questo rapporto ora?

Amnesty International ha adottato una policy globale sulla violazione dei diritti umani e il crimine dell’apartheid nel 2017, riconoscendo di aver prestato insufficiente attenzione alle situazioni di discriminazione e oppressione sistematiche in tutto il mondo. Questo ci ha permesso di esaminare in modo coerente le potenziali situazioni di apartheid a livello globale. Ad esempio, nel 2017 abbiamo pubblicato un rapporto in cui si rilevava che il governo del Myanmar sottopone il popolo Rohingya a un sistema di apartheid.

Per troppo tempo, la comunità internazionale ha messo da parte i diritti umani quando ha affrontato la questione di Israele e dei palestinesi. Di fronte alla brutalità della repressione israeliana, la popolazione palestinese chiede da oltre vent’anni che venga compreso che la politica israeliana è una politica di apartheid.

Nel corso del tempo, ha iniziato a prendere forma un più ampio riconoscimento internazionale del trattamento riservato da Israele alle e ai palestinesi come apartheid. Questi sono alcuni dei motivi per cui abbiamo deciso di avviare un’indagine sul potenziale crimine dell’apartheid in Israele e nei Tpo.

 

3. Che differenza può fare descrivere la situazione attuale come apartheid?

L’apartheid è un crimine contro l’umanità e un reato internazionale. Quando viene commesso un crimine contro l’umanità, la comunità internazionale ha l’obbligo chiederne conto ai responsabili.

Speriamo che il nostro rapporto aiuti ad amplificare la crescente richiesta di giustizia da parte della società civile palestinese e israeliana e incoraggi i leader mondiali ad assumere una nuova prospettiva nei confronti della situazione in Israele e nei Territori palestinesi occupati.

 

4. Su cosa si basano le conclusioni del rapporto?

Ai fini della stesura di questo rapporto, Amnesty International ha svolto ricerche e analisi tra luglio 2017 e novembre 2021. Abbiamo estensivamente analizzato la legislazione israeliana rilevante, i regolamenti, gli ordini militari, le direttive governative e le dichiarazioni del governo e degli organismi militari. Abbiamo preso in esame i documenti ufficiali e pubblici, come gli archivi del parlamento israeliano, i documenti di pianificazione e divisione in zone, le proposte governative di legge finanziaria e le sentenze dei tribunali israeliani.

Abbiamo ripreso decenni di documentazione di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani in Israele e nei Territori palestinesi occupati, così come i rapporti delle agenzie delle Nazioni unite e di organizzazioni per i diritti umani contro il sistema dell’apartheid. I casi di studio inclusi nel rapporto sono il frutto di decine di interviste con le comunità palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, realizzate tra febbraio 2020 e luglio 2021.

Abbiamo inoltre consultato numerosi rappresentanti di organizzazioni non governative palestinesi, israeliane e internazionali, agenzie delle Nazioni unite, accademici, esperti legali e praticanti. Abbiamo consultato esperti esterni di diritto internazionale sia prima che durante la ricerca e l’analisi giuridica. Inoltre, tre esperti con focus specifico su apartheid nel diritto internazionale hanno rivisto le argomentazioni giuridiche e le conclusioni della bozza finale del rapporto.

 

5.Che cos’è l’apartheid?

L’apartheid è una violazione del diritto internazionale, una grave violazione dei diritti umani e un crimine contro l’umanità. Può essere visto come un sistema (formato da leggi, politiche e pratiche) e come un crimine (con atti specifici).

È più semplice spiegare l’apartheid come un sistema prendendo le definizioni del crimine di apartheid. Queste sono descritte nella Convenzione internazionale sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid (Convenzione sull’apartheid) e nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale (Statuto di Roma).

Questi trattati definiscono l’apartheid come un crimine contro l’umanità, commesso quando ogni atto “crudele” o “disumano” venga perpetrato in un contesto di “regime istituzionale” o di oppressione sistematica o di “dominazione” di un gruppo razziale nei confronti di un altro, con l’intento di mantenere il sistema. Atti crudeli o disumani comprendono le uccisioni illegali e le gravi lesioni, la tortura, i trasferimenti forzati, persecuzione e il diniego dei diritti e delle libertà basilari.

Le definizioni dello Statuto di Roma e della Convenzione sull’apartheid non sono identiche. Il nostro rapporto spiega nel dettaglio come gli elementi di ciascun trattato si applichino alla situazione di Israele e dei Territori palestinesi occupati.

Per identificare il crimine di apartheid è necessario dimostrare che esiste un sistema di oppressione e dominazione. Attingendo alle interpretazioni di esperti legali, Amnesty International ritiene che con ciò s’intenda un sistematico, prolungato e crudele trattamento discriminatorio da parte di un gruppo razziale sui membri di un altro, con l’intenzione di controllare il secondo gruppo.

 

6. Dove viene menzionato il sistema dell’apartheid nel diritto internazionale?

La Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1965 è il primo strumento di diritto internazionale dei diritti umani che vieta l’apartheid. Non lo definisce esplicitamente, ma condanna le “politiche governative basate sulla superiorità razziale o sull’odio, come le politiche di apartheid, segregazione o separazione”.

Il divieto di apartheid sancito dal diritto internazionale si trova meglio contestualizzato in un parere della Corte internazionale di giustizia relativo alla presenza del Sudafrica in Namibia, dove la violazione è definita come “distinzioni, esclusioni, restrizioni e limitazioni esclusivamente per motivi di razza, colore, discendenza, nazionalità o origine etnica che costituiscono una negazione dei diritti umani fondamentali”.

Nell’applicare queste definizioni al nostro rapporto, consideriamo anche i riferimenti nel diritto internazionale ai regimi di oppressione e di dominio. Evinciamo da questi che ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto pubblico internazionale, agli stati è vietato stabilire e mantenere regimi (o sistemi) di oppressione e dominio da parte di un gruppo razziale su un altro.

 

7. Amnesty è arrivata alla conclusione che esistono sistemi di apartheid anche altrove?

Sì, nel 2017 abbiamo pubblicato un rapporto che ha rilevato che il governo del Myanmar sottopone il popolo rohingya a un sistema di apartheid.

È importante notare qui che i sistemi di oppressione e dominio non potranno mai essere identici e il nostro rapporto non cerca di tracciare confronti o analogie tra il trattamento riservato ai palestinesi e ai rohingya.

Allo stesso modo, sebbene la comunità internazionale abbia iniziato a usare il termine apartheid per definire il sistema politico sudafricano, le convenzioni e i trattati che condannano, proibiscono e criminalizzano l’apartheid sono redatti in maniera universale. Il nostro rapporto non sostiene che il sistema di apartheid imposto da Israele sia lo stesso o paragonabile alla situazione in Sudafrica tra il 1948 e la metà degli anni ’90. Invece, analizza la sistematica discriminazione di Israele nei confronti dei palestinesi in linea con le definizioni di apartheid nel diritto internazionale.

8. Perché fate riferimento a ebrei e palestinesi come gruppi razziali?

Non spetta ad Amnesty International decidere cosa costituisca un gruppo razziale. La nostra analisi in questo rapporto si basa su come il termine “gruppo razziale” viene usato nella definizione del sistema di apartheid da parte del diritto internazionale: come concetto soggettivo, dipendente dalla percezione del gruppo dominante sull’altro gruppo. In un sistema di apartheid, l’autore del crimine tratta il gruppo razziale dominato come diverso e inferiore a causa di particolari attributi fisici e/o culturali.

Gli ebrei israeliani e i palestinesi si auto-percepiscono come gruppi differenti. Fondamentalmente, come mostra il nostro rapporto, la legge israeliana tratta il popolo palestinese come un gruppo inferiore e separato, definito dal punto di vista razziale dallo status arabo e non ebraico. Questo concetto è stato esplicitato nel 2018 dalla legge costituzionale secondo la quale Israele è lo “stato-nazione del popolo ebreo” e il diritto all’autodeterminazione è esclusiva del popolo ebraico.

Questa legge non riconosce nessun’altra identità nazionale, nonostante i e le palestinesi rappresentino il 19 per cento della popolazione in Israele. La legge israeliana stabilisce così una “nazionalità ebraica” superiore e con uno status diverso da quello della cittadinanza.

 

9. In che modo il trattamento riservato da Israele ai palestinesi equivale all’apartheid?

Dalla fondazione di Israele, nel 1948, la politica e la legislazione israeliane sono state plasmate da un obiettivo generale: mantenere una maggioranza demografica ebraica e massimizzare il controllo degli ebrei israeliani sulla terra, a spese dei palestinesi. Per raggiungere questo obiettivo, i governi che si sono susseguiti hanno deliberatamente imposto un sistema di oppressione e dominazione ai danni dei palestinesi. Gli elementi chiave che compongono questo sistema sono la frammentazione territoriale, la segregazione e il controllo, la confisca di terreni e proprietà e la negazione dei diritti economici e sociali.

Di seguito alcuni esempi pratici di ciò in cui consiste questo sistema:

  • le gravi restrizioni alla circolazione in Cisgiordania, applicate attraverso una rete di posti di blocco e di chiusure stradali: ciò si combina con l’obbligo, per i e le palestinesi che vogliono visitare altre aree dei Territori palestinesi occupati, di chiedere il permesso per spostarsi all’esercito israeliano;
  • la negazione della nazionalità ai palestinesi residenti in Israele: questo determina uno status di inferiorità giuridica per i palestinesi da cui conseguono molte altre forme di discriminazione;
  • la negazione sistematica alle e ai palestinesi dei permessi per costruire a Gerusalemme est occupata, che provoca demolizioni ripetute di abitazioni e sgomberi forzati. L’espansione degli insediamenti israeliani illegali a Gerusalemme est occupata costringe i palestinesi a lasciare le proprie case e confina la popolazione palestinese in enclavi sempre più piccole;
  • la negazione del diritto dei rifugiati palestinesi a fare ritorno presso la loro terra d’origine. Israele non consente alle famiglie palestinesi sfollate da generazioni di fare ritorno ai loro vecchi villaggi o alle loro vecchie abitazioni in Israele o nei Territori palestinesi occupati, al fine di mantenere il controllo demografico;
  • le restrizioni all’accesso ai terreni e alle zone di pesca nella Striscia di Gaza, che esacerbano l’impatto socioeconomico del blocco illegale stabilito da Israele.

 

10. La Convezione sull’apartheid fa riferimento ad “atti Disumani”. Quali atti disumani ha commesso Israele?

Le autorità israeliane sottopongono sistematicamente i palestinesi a molti trattamenti considerati come crudeli e disumani dalla Convenzione sull’apartheid e/o dallo Statuto di Roma.

Per questo rapporto, Amnesty International ha esaminato: gli atti di trasferimento forzato; i casi di detenzione amministrativa e tortura; le uccisioni illegali e le lesioni gravi; la negazione dei diritti e delle libertà fondamentali o la persecuzione commessa nei confronti dei palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati associata al sistema di leggi, politiche e pratiche discriminatorie.

Abbiamo rilevato che tali atti costituiscono il crimine di apartheid, perché commessi in un contesto di sistematica oppressione e dominazione, con l’intento di mantenere questo sistema.

Nei Territori palestinesi occupati, per esempio, le forze israeliane ricorrono regolarmente all’utilizzo di misure letali per soffocare le proteste dei palestinesi che chiedono il rispetto dei loro diritti. Durante la “Grande marcia del ritorno”, una serie di proteste settimanali di massa contro il blocco e l’esclusione dei profughi palestinesi avvenuta lungo il confine tra Israele e Gaza, le forze israeliane hanno ucciso 214 civili – tra cui 46 minori – e ne hanno feriti più di altri 8.000.

 

11. Quali atti crudeli e disumani sono commessi contro i palestinesi residenti in Israele?

Amnesty International riconosce che atti crudeli e disumani si verificano anche all’interno di Israele, in grado minore e in modo molto meno violento che nei Territori palestinesi occupati. Tuttavia, il nostro rapporto documenta violazioni che, anche all’interno di Israele, equivalgono ad atti disumani e, nel contesto di un più ampio sistema di oppressione e dominazione sul popolo palestinese, costituiscono il crimine di apartheid.

Le autorità israeliane, per esempio, hanno effettuato ripetutamente demolizioni di case e sgomberi forzati contro i palestinesi nella regione del Negev/Naqab, in modo equivalente a un trasferimento forzato.

Secondo la Convenzione sull’apartheid e lo Statuto di Roma, gli atti crudeli e disumani possono comprendere sia violazioni sistematiche, che violazioni singole intrinsecamente violente. Nell’elenco di atti che possono costituire il crimine di apartheid, la Convenzione comprende: “…misure, legislative o d’altro genere, destinate ad impedire ad uno o più gruppi razziali di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale del paese” e la deliberata creazione di condizioni che ne impediscano il pieno sviluppo, privandoli “delle libertà e dei diritti fondamentali, in specie del diritto al lavoro, del diritto a costituire sindacati riconosciuti, del diritto all’istruzione, del diritto di lasciare il proprio paese e di ritornarvi, del diritto alla libertà di residenza, del diritto alla libertà di opinione e di espressione e del diritto alla libertà di riunione e di associazione politiche”.

All’interno di Israele abbiamo documentato, tra le altre cose:

  • la negazione dei diritti dei rifugiati palestinesi di fare ritorno in Israele e nei Territori palestinesi occupati;
  • la negazione dei diritti sia dei rifugiati palestinesi che dei cosiddetti “presenti-assenti” (presenti in Israele ma assenti dalle loro abitazioni) a reclamare le loro case, i loro terreni e le loro proprietà;
  • un’amministrazione razzista del suolo pubblico sancita dallo stato, che ha escluso i palestinesi dall’affitto, dall’accesso o dal possesso della stragrande maggioranza dei terreni e delle abitazioni pubblici;
  • le restrizioni discriminatorie relative al ricongiungimento familiare e al diritto a contrarre matrimonio ed estendere i diritti di soggiorno.

Il nostro rapporto tiene in considerazione la natura di molti di questi atti crudeli e disumani, imposti giuridicamente dall’alto e l’incapacità dei tribunali israeliani di fornire soluzioni o porre fine a queste violazioni.

Il trattamento discriminatorio dei palestinesi residenti in Israele è fondamentale per comprendere il sistema di oppressione e dominazione israeliano sui palestinesi. Il crimine di apartheid, infatti, non richiede che tutti i membri di un gruppo siano costantemente soggetti ad atti disumani: il fattore- chiave è che questi atti abbiano luogo nell’ambito di un sistema più ampio di oppressione e dominazione.

 

12. I palestinesi residenti in Israele hanno molti più diritti dei palestinesi nei Territori palestinesi occupati. Come potete dire che sono assoggettati allo stesso sistema?

Il nostro rapporto riconosce tali differenze. Sebbene ci siano cittadini palestinesi di Israele che prestano servizio nel parlamento israeliano e in altri rami del governo, o che hanno la fortuna di accedere a opportunità professionali, ciò non nega la nostra conclusione che un sistema di oppressione e dominio si estende ai palestinesi che vivono all’interno dei confini israeliani. Abbiamo delineato esempi di tale discriminazione sistematica nelle risposte alla domanda di cui sopra.

È importante riconoscere che la frammentazione geografica della popolazione palestinese è essa stessa un elemento fondamentale del sistema di apartheid.  In Israele, a Gerusalemme est e nel resto della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, così come nelle comunità di rifugiati, Israele gestisce sistemi amministrativi e legali di controllo sui palestinesi collegati tra di loro. Guardando queste aree separatamente si perde il quadro completo.

La differenza di trattamento del governo israeliano nei confronti di ebrei e palestinesi non conosce confini. Per esempio, Israele offre piena protezione e servizi agli ebrei israeliani che vivono negli insediamenti illegali all’interno dei Territori palestinesi occupati, mentre in queste stesse aree priva i palestinesi di diritti umani fondamentali.

 

13. Le vostre conclusioni riguardano anche palestinesi che ora sono cittadini di altri paesi fuori da Israele e dai Territori palestinesi occupati, dove inizialmente arrivarono come rifugiati?

Sì. Israele nega ai rifugiati palestinesi fuori da Israele e dai Territori palestinesi occupati il diritto di cittadinanza e impedisce loro di ritornare alle loro case. Questa è una grave violazione del diritto di lasciare la propria terra e di farvi rientro, del diritto a una nazionalità e del diritto alla libertà di movimento e di residenza.

L’esclusione dei rifugiati palestinesi è di fondamentale importanza per gli obiettivi demografici di Israele. Quando è commessa con l’intenzione di controllare la popolazione palestinese nel suo interesse, questa serie di violazioni contribuisce al mantenimento del sistema di oppressione e di dominazione e costituisce un atto inumano che si riconosce nei criteri di identificazione dell’apartheid.

 

14. I palestinesi sono governati dalle autorità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Perché date la colpa di tutto a Israele?

Le autorità palestinesi guidate da al-Fatah in Cisgiordania e l’amministrazione di fatto di Hamas nella Striscia di Gaza operano sotto l’occupazione e il controllo militare di Israele. In alcune aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza il controllo palestinese è estremamente limitato, ad esempio dove vi sono insediamenti di coloni o checkpoint che limitano i movimenti.

Tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza restano sotto controllo militare israeliano. Israele mantiene l’effettivo controllo su questi territori e sui palestinesi che vi abitano, sulle loro risorse naturali e, con l’eccezione della piccola frontiera meridionale di Gaza con l’Egitto, i loro confini terrestri e marittimi e il loro spazio aereo.

 

15. Amnesty condanna anche le violazioni dei diritti umani da parte palestinese?

Certo. Sebbene non siano oggetto di questo rapporto, Amnesty International ha sempre documentato gravi violazioni dei diritti umani da parte delle autorità palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza: ad esempio gli attacchi illegali ad opera dei gruppi armati palestinesi contro la popolazione civile israeliana, mediante lanci indiscriminati di razzi dal territorio di Gaza verso Israele che abbiamo chiesto al Tribunale penale internazionale di indagare come crimini di guerra.

Abbiamo denunciato violazioni dei diritti umani contro i palestinesi da parte delle autorità palestinesi, tra cui torture, arresti arbitrari, limitazioni alla libertà d’espressione e uso eccessivo della forza contro i manifestanti.

 

16. Come rispondete all’accusa di nutrire un pregiudizio nei confronti d’Israele quando affronta questioni relative a Israele e Palestina?

L’accusa non ha fondamento e serve solo a distrarre dalle questioni vere. Amnesty International è un’organizzazione imparziale e indipendente che, nello svolgimento del suo lavoro, aderisce ai più elevati standard di ricerca. Tutti i contenuti di ricerca sono sottoposti a un rigoroso processo di revisione e a molteplici livelli di approvazione da parte di dirigenti della ricerca ed esperti in politiche e diritto internazionale, sempre al fine di assicurare l’imparzialità.

Amnesty International denuncia violazioni dei diritti umani da parte dei governi di ogni parte del mondo, inclusa l’Autorità palestinese,  e noi applichiamo gli stessi standard e policy per valutiamo il rispetto dei diritti umani di tutti i paesi.

Nella nostra esperienza è assai comune che gli stati cerchino di deviare l’attenzione dalle nostre conclusioni accusandoci di avere pregiudizi, soprattutto quando non hanno modo di rispondere effettivamente alle prove di violazioni dei diritti umani che rendiamo pubbliche.

 

17. Le politiche israeliane che avete documentato non hanno piuttosto l’obiettivo di contrastare minacce alla sua sicurezza?

Come ogni stato, Israele ha il diritto – e dunque il dovere, ai sensi del diritto internazionale – di proteggere tutte le persone sotto il suo controllo e di assicurare la sicurezza del suo territorio. Tuttavia, le politiche in materia di sicurezza devono sempre rispettare il diritto internazionale ed essere proporzionali alla minaccia che si ha di fronte.

Le autorità israeliane giustificano con ragioni di sicurezza molte delle politiche documentate nel nostro rapporto, includendovi la confisca delle terre, il diniego dei permessi edilizi, la revoca della residenza, le limitazioni di movimento e le leggi discriminatorie sui ricongiungimenti familiari. Amnesty International ha esaminato ciascuna delle giustificazioni per motivi di sicurezza citate da Israele e ha concluso che esse servono come pretesto per azioni che sono invece motivate dall’intento di controllare la popolazione palestinese e sfruttare le sue risorse.

Israele mantiene segrete le informazioni in materia di sicurezza e ciò significa che persone i cui diritti sono violati in nome della sicurezza non hanno alcun modo concreto per contestare tali violazioni. Se alcune delle politiche che producono discriminazione nei confronti dei palestinesi possono essere state introdotte per legittimi scopi di sicurezza, vengono comunque applicate in un modo che non rispetta il diritto internazionale.

Ad esempio, le politiche nei confronti dei palestinesi di Gaza, di portata generale, gravi e durature nel tempo, in termini di libertà di movimento, non hanno alcuna giustificazione in termini di sicurezza ai sensi del diritto internazionale.

Il rapporto fornisce numerosi esempi di politiche le cui genuine intenzioni volte alla sicurezza sono state sopraffatte dal chiaro e illegittimo intento di dominare e opprimere.

 

18. State chiedendo lo smantellamento del sistema di apartheid di Israele. Questo significa smantellare lo stato di Israele?

No, Amnesty International si concentra sulle violazioni dei diritti umani commesse dagli stati, non sulla legittimità dei governi o degli stessi stati. Ad esempio, non chiediamo mai un “cambio di regime” ma forniamo raccomandazioni su come i governi possano porre le loro azioni in linea col diritto internazionale.

Amnesty International riconosce che sia il popolo ebraico che quello palestinese rivendicano il diritto all’autodeterminazione.

Inoltre, il rapporto indirizza una serie di raccomandazioni allo stato di Israele e abbiamo richiesto incontri con funzionari israeliani per discuterne.

Lo stato di Israele è membro delle Nazioni Unite sin dalla sua istituzione nel 1948. È parte delle convenzioni internazionali sui diritti umani e di altri trattati e pertanto deve rispettare questi obblighi, anche sostenendo il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione, e ponendo fine e ponendo rimedio alle violazioni del diritto internazionale.

Questo rapporto è un invito al governo israeliano ad intraprendere le riforme necessarie affinché Israele adempia ai suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale. A questo proposito, e a titolo di esempio, il diritto internazionale non vieta a Israele di incoraggiare l’immigrazione ebraica, tuttavia ciò non può essere accompagnato da discriminazioni nei confronti dei palestinesi che esercitano il loro diritto al ritorno o comunque che contribuiscono all’oppressione e al dominio dei palestinesi.

 

19. Siete a favore di uno stato binazionale?

Si tratta di una questione politica su cui Amnesty International non prende posizione. Lo stesso vale per ulteriori soluzioni, come quella di due stati per due popoli, di una confederazione o altre ancora. La nostra richiesta è, a prescindere dalle soluzioni, che i diritti umani siano rispettati.

 

20. Perché chiedete sanzioni?

Amnesty International chiede al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni mirate, come divieti di viaggio e congelamento dei beni nei confronti di rappresentanti istituzionali israeliani maggiormente implicati nel crimine di apartheid.

Chiediamo inoltre un embargo totale sulle armi dirette a Israele, in modo da impedire a Israele di commettere crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani. Non chiediamo sanzioni economiche ad ampio raggio né sanzioni che non siano mirate. L’embargo sulle armi dovrebbe comprendere la fornitura, la vendita e il trasferimento di ogni genere di armi, munizioni ed equipaggiamenti di sicurezza, inclusa la formazione. In passato abbiamo chiesto l’adozione di questo tipo di sanzioni nei confronti di altri stati, tra cui Siria, Libia, Sudan, Myanmar e Nepal.

 

21. Israele non è stato parte dello Statuto di Roma né della Convenzione sull’apartheid. Ciò vuol dire che non è vincolato a rispettare i loro obblighi?

No. In primo luogo, Israele ha ratificato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, che vieta l’apartheid. Inoltre, il divieto di apartheid fa parte del diritto internazionale consuetudinario che consiste in obblighi internazionali derivanti da prassi generali degli stati accettati come legge.  La Corte di giustizia internazionale ha dichiarato che l’apartheid è “una flagrante violazione degli scopi e dei principi della Carta” delle Nazioni Unite.

Amnesty International, infine, ritiene che vi siano forti prove che la definizione di apartheid come crimine contro l’umanità contenuta nello Statuto di Roma sia riflessa nel diritto internazionale consuetudinario.

 

22. Qual è il ruolo del Tribunale penale internazionale?

Il Tribunale penale internazionale ha giurisdizione sui crimini commessi nello Stato di Palestina a partire dal giugno 2014. Nel marzo 2021 l’ufficio della Procuratrice ha annunciato l’avvio di un’indagine sulla situazione in Palestina, intesa, dal punto di vista della sua giurisdizione territoriale, come Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est occupata. Poiché il crimine contro l’umanità di apartheid viene commesso in questi luoghi, chiediamo al Tribunale penale internazionale di includerlo nella sua indagine.