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In tutto il mondo, le persone continuano a soffrire per gli effetti duraturi della schiavitù e del colonialismo e incontrano difficoltà nell’ottenere le riparazioni che spettano loro da parte dei governi e degli attori privati che hanno perpetrato e tratto profitto da tali ingiustizie storiche.
Nel presente approfondimento, si analizza cosa si intende per riparazioni relative a questi torti storici, gli effetti a lungo termine della schiavitù e del colonialismo e le ragioni per cui questa questione rimane tuttora rilevante.
Nella maggior parte dei casi, il termine “riparazione” è utilizzato in relazione a un risarcimento di natura economica. Esso viene riconosciuto come presa d’atto di una condotta illecita o ingiusta e come mezzo per porre rimedio al danno causato da tale condotta o derivante da essa.
Ai sensi del diritto internazionale, le vittime di crimini previsti dal diritto internazionale e di violazioni dei diritti umani hanno diritto a ottenere riparazioni. Il termine “riparazione” si riferisce all’insieme delle misure volte a rimediare alle violazioni dei diritti umani, attraverso la concessione di una gamma di rimedi sia materiali sia simbolici alle vittime, ai loro familiari e alle comunità colpite.
Le riparazioni devono essere adeguate, efficaci e tempestive e devono essere proporzionate alla gravità delle violazioni e al danno subito.
Le riparazioni possono assumere diverse forme:
Per alcune persone, anche l’istruzione può costituire una forma di riparazione, come nel caso di Jacqui Goegebeur.
© Amnesty InternationalJacqui Goegebeur
Jacqui Goegebeur fu rapita all’età di tre anni e mandata a vivere con estranei in Belgio.
Jacqui era una delle migliaia di bambini “métis” — ossia di origine mista europea e africana — sottratti sistematicamente alle loro madri durante il dominio coloniale belga in Ruanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo circa 70 anni fa. All’età di tre anni fu rapita e mandata a vivere in Belgio con degli sconosciuti. La sua famiglia fu distrutta, lasciando un’eredità di dolore e sofferenza che si avverte ancora oggi. Attualmente, Jacqui chiede riparazioni, ma in forme diverse.
«Per quanto mi riguarda, desidero che vengano finanziati studi che ci aiutino a comprendere il nostro passato.»
La schiavitù, la tratta degli schiavi e il colonialismo non rappresentano soltanto danni del passato. Per le persone razzializzate, inclusi i popoli nativi, le eredità della schiavitù, della tratta degli schiavi e del colonialismo persistono ancora oggi nelle attuali strutture di discriminazione razziale, subordinazione e disuguaglianza.
Tali eredità costituiscono tuttora uno dei principali ostacoli al pieno godimento dei diritti umani da parte delle persone razzializzate, inclusi i popoli nativi, in tutto il mondo. I danni storici derivanti dalla schiavitù e dal colonialismo sono pertanto indissolubilmente legati alle ingiustizie razziali attuali, alle disuguaglianze globali e alle violazioni dei diritti umani.
Si nota un crescente riconoscimento, da parte degli organismi e dei meccanismi internazionali per i diritti umani, del fatto che le eredità della schiavitù – inclusa la tratta transatlantica – e del colonialismo richiedono un’urgente giustizia riparativa.
Si stima che, nel corso della storia, tra i 25 e i 30 milioni di persone siano state violentemente deportate dall’Africa per essere ridotte in schiavitù. Dall’inizio del XVI secolo fino alla metà del XIX secolo, circa 12,5 milioni di africani furono ridotti in schiavitù dagli europei e deportati nelle colonie delle Americhe in quella che è nota come “tratta transatlantica degli schiavi”. Di questi, si stima che circa due milioni abbiano perso la vita durante la traversata dell’Atlantico, nota come “Middle Passage”.
Il commercio di persone schiavizzate non interessò soltanto i continenti africano e americano. Ad esempio, tra il 1500 e il 1850, gli europei furono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel commercio di un numero compreso tra 953.900 e 1.275.900 persone schiavizzate “all’interno di uno spazio oceanico che si estendeva dall’Africa orientale e dal Madagascar fino al Golfo Persico, all’Asia meridionale e agli arcipelaghi dell’Indonesia e delle Filippine”.
Gli imperi coloniali costruiti dagli stati europei tra il XV e il XX secolo si estendevano su quasi l’80 per cento dell’intero globo. Ciò significa che circa due terzi degli attuali stati membri delle Nazioni Unite – circa 127 su 193 – sono stati, a un certo punto della loro storia, soggetti al dominio coloniale europeo. In molti casi, tale dominio è durato oltre 250 anni. Tra i numerosi danni del colonialismo vi furono la negazione dell’autodeterminazione e l’espropriazione delle terre delle popolazioni native, l’imposizione di confini coloniali, il saccheggio delle risorse naturali, lo sfruttamento del lavoro delle persone schiavizzate e colonizzate e la distruzione di culture, lingue e conoscenze locali.
Il colonialismo europeo e la schiavitù hanno contribuito a costruire il mondo in cui viviamo oggi. La loro influenza è percepibile ovunque: dai confini che ci dividono alle lingue che parliamo, fino ai sistemi di apprendimento che ci vengono insegnati. L’enorme ricchezza accumulata dagli stati europei attraverso la schiavitù e il colonialismo ha generato profonde disuguaglianze che continuano a caratterizzare l’ordine mondiale.
Spesso si tende a considerare la schiavitù e il colonialismo come fenomeni conclusi, ma in realtà continuiamo a vivere nella loro lunga ombra. Viviamo in un mondo plasmato da logiche coloniali.
Ad esempio, i flussi migratori riflettono in modo evidente le dinamiche storiche create dal potere coloniale e i paesi a basso reddito sono più frequentemente ex colonie. Pertanto, sebbene la tratta transatlantica degli schiavi sia terminata, molte delle concezioni relative all’organizzazione del mondo e alla mobilità delle persone – chi può spostarsi, dove, come, perché e quando – sono perfettamente sovrapponibili a tali divisioni, ed è per questo che risultano così difficili da superare.
Paesi in tutto il mondo, come Haiti, continuano a subire le conseguenze del colonialismo e della schiavitù. Gli effetti dannosi e persistenti del cosiddetto “debito di indipendenza” di Haiti, insieme alle eredità della schiavitù e del colonialismo, continuano a plasmare la realtà politica, sociale, economica, umanitaria e dei diritti umani del paese. Imposto dalla Francia nel 1825 sotto minaccia di intervento militare, tale onere finanziario ha aggravato le radicate disuguaglianze strutturali, che persistono ancora oggi. Il 2025 ha segnato il 200º anniversario dell’imposizione di tale debito e attivisti haitiani e organizzazioni internazionali hanno rinnovato le richieste affinché la Francia fornisca riparazioni e riconosca i gravi danni causati dalla schiavitù e dal colonialismo.
In Namibia, a più di un secolo dal genocidio coloniale perpetrato dalla Germania contro i popoli nativi ovaherero e nama, le comunità discendenti continuano a subire gli effetti di tali eventi. L’espropriazione delle terre ancestrali e la perdita del patrimonio culturale hanno causato danni irreparabili e traumi transgenerazionali che perdurano tuttora tra gli ovaherero e i nama.
Le popolazioni native in Namibia si trovano oggi ad affrontare anche la perpetuazione di schemi coloniali attraverso nuove forme di espropriazione legate all’estrazione di risorse naturali e alla transizione energetica.
Ad esempio, la prevista costruzione di un grande progetto di energia rinnovabile da parte di una joint venture europea su terre ancestrali dei nama è stata contestata dalla Nama Traditional Leaders Association. Sebbene i governi di Namibia e Germania abbiano adottato una dichiarazione congiunta per affrontare il passato coloniale, tale accordo non prevede riparazioni dirette per i discendenti ovaherero e nama né garantisce una partecipazione significativa delle comunità colpite al processo negoziale. Per questo motivo, i leader delle popolazioni dei nama e dei ovaherero hanno respinto la dichiarazione e proseguono la loro lotta per la giustizia riparativa nei confronti della Germania, sia attraverso iniziative politiche sia mediante azioni giudiziarie.
Per troppo tempo, comunità e individui direttamente colpiti da ingiustizie storiche – in particolare i popoli nativi e le persone di discendenza africana – hanno richiesto riparazioni. Tuttavia, il colonialismo, la schiavitù, la tratta degli schiavi e le loro eredità continuano in larga misura a non essere adeguatamente riconosciuti dagli stati europei e da altri soggetti che ne sono stati responsabili.
Sebbene un numero crescente di stati, istituzioni e imprese abbia iniziato a riconoscere formalmente o a scusarsi per il proprio ruolo nella schiavitù, nella tratta degli schiavi e/o nel colonialismo, tali ammissioni non sono state accompagnate da misure concrete di giustizia riparativa, quali la restituzione o la compensazione, fondate sulla centralità e sulla partecipazione delle comunità colpite.
Una delle principali difficoltà nella lotta per le riparazioni consiste nel fatto che molti stati sostengono che la schiavitù e il colonialismo non fossero considerati atti illegali all’epoca in cui si verificarono. Di conseguenza, affermano di non avere alcun obbligo di riparazione nel presente.
Tale argomento è stato avanzato da diversi stati europei, in particolare da quelli che hanno beneficiato e continuano a beneficiare dell’eredità della schiavitù e del colonialismo, al fine di negare l’esistenza di un obbligo, ai sensi del diritto internazionale, di fornire riparazioni per tali torti storici.
Ad esempio, nel 2022 il Regno Unito ha votato contro una risoluzione delle Nazioni Unite che invitava gli stati a fornire riparazioni per le ingiustizie del passato, dichiarando di non condividere “le affermazioni contenute nella risoluzione secondo cui gli stati sarebbero tenuti a fornire riparazioni per la tratta degli schiavi e il colonialismo, che hanno causato grandi sofferenze ma non costituivano, all’epoca, violazioni del diritto internazionale”.
Sì, le comunità si stanno organizzando in tutto il mondo per ottenere riparazioni, ma il processo è lento, anche a causa della continua opposizione di molti stati europei. In una decisione storica del dicembre 2024, il Belgio è stato ritenuto responsabile di crimini contro l’umanità per atti commessi durante il periodo coloniale, segnando un punto di svolta per gli stati europei. Tale decisione rappresenta un riconoscimento atteso da tempo e rafforza ulteriori richieste di riparazione da parte dei métis e delle vittime e sopravvissuti del colonialismo belga.
In Canada, i popoli nativi lottano da tempo per ottenere giustizia riparativa in relazione a violazioni storiche e attuali, tra cui la violazione del diritto all’autodeterminazione e la perdita delle terre ancestrali. La tratta transatlantica degli schiavi e le sue eredità durature hanno generato profonde disuguaglianze generazionali che continuano a penalizzare le persone di discendenza africana. In quanto parte dell’Impero britannico, il Canada partecipò a tale sistema, con istituzioni come la Hudson’s Bay Company che trassero enormi profitti dal lavoro schiavizzato e forzato. Mentre i proprietari di schiavi furono compensati per le loro “perdite” dopo l’abolizione della schiavitù, attraverso lo Slavery Compensation Act – con pagamenti proseguiti fino al 2015 – le persone ridotte in schiavitù e sfruttate non hanno ancora ottenuto giustizia, rendendo le richieste di riparazione urgenti e necessarie.
Nel 2012, centinaia di persone native avviarono un’azione collettiva contro le autorità canadesi, chiedendo riparazioni per la sottrazione forzata dei bambini nativi dalle loro famiglie e il loro inserimento nelle scuole residenziali. Il sistema delle scuole residenziali costituiva parte di una politica coloniale volta a eliminare culture, lingue e comunità native in Canada e causò la separazione di circa 150.000 bambini dalle loro famiglie, identità e culture. Tali istituti furono inoltre caratterizzati da gravi forme di abbandono e abuso, che provocarono migliaia di morti.
Le testimonianze delle persone sopravvissute descrivono abusi fisici ed emotivi estremamente gravi, con conseguenze traumatiche durature. Nel gennaio 2023, il governo canadese ha accettato di versare due miliardi di dollari statunitensi per chiudere una causa, destinando tali fondi a “rivitalizzare l’istruzione, la cultura e le lingue nativa e a sostenere i sopravvissuti nel processo di guarigione e riconnessione con il proprio patrimonio”. A seguito di una precedente azione collettiva promossa da migliaia di sopravvissuti, il governo canadese ha inoltre presentato scuse ufficiali per i danni causati dal sistema delle scuole residenziali e ha istituito una Commissione per la verità e la riconciliazione (2007-2015) con il compito di indagare e documentare i crimini e le violazioni dei diritti umani commessi nei confronti dei bambini nativi da parte delle scuole residenziali canadesi.
Anche organismi regionali stanno affrontando la questione delle riparazioni per le ingiustizie storiche. Nel 2014, la Caricom – organizzazione intergovernativa dei Caraibi – ha elaborato un piano in 10 punti per la giustizia riparativa, comprendente, tra l’altro, scuse formali complete, l’eliminazione dell’analfabetismo e la cancellazione del debito. L’Unione Africana ha designato le riparazioni per gli africani e le persone di discendenza africana come tema dell’anno 2025, successivamente esteso a un decennio di azione per le riparazioni dal 2026 al 2036.
La riparazione non riguarda soltanto la giustizia per i torti storici della schiavitù, della tratta degli schiavi e del colonialismo. Essa richiede anche lo smantellamento o la trasformazione dei sistemi e delle strutture attuali di discriminazione razziale, subordinazione e disuguaglianza costruiti su tali eredità, come la supremazia bianca. Le riparazioni riguardano dunque tanto il nostro presente e il nostro futuro quanto il nostro passato.
Nel corso degli ultimi anni, il team per la giustizia razziale di Amnesty International ha:
Il team collabora inoltre con organizzazioni partner e comunità impegnate nella ricerca della giustizia, favorendo il dialogo tra gruppi diversi per condividere esperienze, analizzare successi e difficoltà e sviluppare strategie su come utilizzare il diritto internazionale e l’advocacy al fine di ottenere giustizia riparativa.
Il team ha partecipato al Wakati Wetu Festival, che si è tenuto a Nairobi (Kenya) dal 22 al 23 ottobre 2025, dove ha lavorato con African Futures Labs per promuovere un dibattito globale sulla giustizia riparativa attraverso arte, attivismo e partecipazione comunitaria.
Il 25 marzo 2026, l’Assemblea generale Onu ha riconosciuto lo schiavismo delle persone africane come crimine contro l’umanità. 123 paesi a favore, tre contrari – Argentina, Israele e Stati Uniti – e 52 astenuti, tra i quali anche l’Italia.
Si tratta di una decisione storica, seguita alla risoluzione presentata dal Ghana a nome del continente africano, che riconosce il brutale rapimento, lo sfruttamento e la disumanizzazione sistematica di oltre 12,5 milioni di persone africane e chiede risarcimenti, responsabilità e un impegno globale per la verità e la giustizia.
Questa risoluzione è più che simbolica, perché l’eredità della schiavitù non appartiene al passato, ma continua a plasmare ancora oggi l’ingiustizia razziale, la disuguaglianza e la discriminazione. È una richiesta di verità storica e di responsabilità globale. Il mondo non deve solo ricordare, deve agire.
“Decifrare la discriminazione basata sulla discendenza” è un corso online gratuito sulla piattaforma Amnesty Academy che consente di approfondire e comprendere la diffusione, le forme e le manifestazioni a livello globale della discriminazione basata sulla discendenza. Il corso ha una durata complessiva di 90 minuti e può essere seguito in base alle proprie disponibilità. Basta accedere e cliccare su “enroll”.