Diritti umani nel mondo: il bilancio del 2018 - Amnesty International Italia

Diritti umani nel mondo: il bilancio del 2018

 

In occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani presentiamo un bilancio di questi dodici mesi. Consulta la nota ufficiale.

 

Fatti e cifre 2018

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"I difensori dei diritti umani dovrebbero essere il fiore all’occhiello di un paese. Invece, non manca giorno nel quale, in qualche parte del mondo, non vengano definiti “terroristi”, “nemici dello stato” o “esponenti di filiere immigrazioniste” al soldo di qualche potere forte"

Presentazione

di Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty International Italia

Questo volume è diverso dal Rapporto annuale con cui da anni giornalisti, ricercatori, rappresentanti delle istituzioni, avvocati e attivisti hanno familiarizzato.

Lo scopo (il tempo ci dirà se sarà raggiunto e se questo nuovo formato potrà diventare uno standard) è di fornire una visione d’insieme sullo stato di salute del mondo dal punto di vista dei diritti umani alla fine dell’anno di riferimento. Da un lato, è approfondita la situazione solo in alcuni paesi: non necessariamente quelli in cui essa appare più grave ai nostri ricercatori e analisti ma quelli che sono in qualche modo più rappresentativi delle tendenze in atto. Dall’altro, per l’appunto, sono messi in evidenza alcuni dei temi che rendono il nostro pianeta, proprio nell’anno del 70° anniversario dell’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti umani, un luogo in cui molti dei diritti riconosciuti in quel testo straordinario sono, per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, una chimera, un’utopia, un obiettivo ancora da raggiungere.

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Fatti e cifre 2018

"Nel 2018 abbiamo visto molti “leader forti” cercare d’indebolire il principio stesso di uguaglianza, pietra angolare delle norme sui diritti umani. Hanno cercato di demonizzare e perseguitare le comunità già emarginate e vulnerabili - Kumi Naidoo"

La resistenza delle donne

di Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International

Il 10 dicembre 2018 il mondo ha celebrato il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Questo documento straordinario, adottato nel 1948, mise allo stesso tavolo la comunità internazionale in una dimostrazione di unità senza precedenti, per definire per la prima volta una carta dei diritti che sarebbe stata applicata a tutte le persone e per sferrare un colpo dritto al cuore delle ingiustizie del mondo.

A 70 anni di distanza, assistiamo tuttavia a un’epoca in cui un’economia globale indebolita ha lasciato spazio all’ascesa di personaggi politici boriosi, che utilizzano atteggiamenti machisti, misoginia, xenofobia e omofobia, per fornire l’immagine del leader come “uomo forte”. Uno scenario che riflette quello dell’ascesa del fascismo negli anni Trenta, preceduta da un periodo di recessione economica e culminata negli orrori dell’Olocausto; la risposta a tutto ciò fu la Dichiarazione universale con il suo proclama: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

Nel 2018 abbiamo visto molti di questi “leader forti” cercare d’indebolire il principio stesso di uguaglianza, pietra angolare delle norme sui diritti umani. Hanno cercato di demonizzare e perseguitare le comunità già emarginate e vulnerabili. Tuttavia, quest’anno nessuna lotta per l’uguaglianza ha avuto tanta risonanza e visibilità quanto quella per i diritti delle donne.

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Fatti e cifre 2018

"Il 2018 ha offerto anche una speranza di cambiamento, incarnata nei cittadini e nelle associazioni che si sono organizzati per opporsi alla crescente violenza xenofoba e per offrire assistenza a rifugiati e migranti"

Il ‘18, l’anno della Diciotti

di Elisa De Pieri e Matteo De Bellis, ricercatori dell’Ufficio regionale per l’Europa di Amnesty International

Per chi da anni osserva la situazione nel Mediterraneo centrale, rotta che decine di migliaia di donne, uomini e bambini hanno percorso a bordo di barche fatiscenti, in particolare dal 2013 al 2017, per sfuggire a guerre e persecuzioni o alla ricerca di un futuro più dignitoso, il 2018 si è contraddistinto come “l’anno della Diciotti”.

Oltre ai drammatici incidenti in mare, purtroppo già accaduti in passato, nel 2018 il nuovo governo italiano insediatosi a giugno ha infatti deciso di assicurare e spettacolarizzare il blocco di nuovi arrivi di persone straniere via mare, fino a impedire a una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, di sbarcare in Italia persone soccorse in mare, trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

Oltre a violare la proibizione di detenzione arbitraria ai danni di 177 persone, l’incidente della Diciotti ad agosto ha rappresentato il culmine della politica dei “porti chiusi”, che il governo ha attuato senza averla deliberata né formalmente comunicata alle autorità competenti e senza riguardo né per la salute e la sicurezza delle persone coinvolte, né per i propri obblighi internazionali. Dopo il rifiuto di sbarcare imposto alle navi di diverse Ong e a navi commerciali e militari straniere, col caso Diciotti si è arrivati al paradosso del rifiuto allo sbarco nei confronti di una nave militare italiana, il cui personale aveva adempiuto ai propri obblighi di soccorso dettati da leggi nazionali e internazionali. Ma c’è di più.

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