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Yemen, un anno di conflitto: flussi irresponsabili di armi decimano i civili

A Roma il 31 marzo e il 1° aprile Donatella Rovera, senior crisis response adviser di Amnesty International

 

CS43-22 marzo 2016

Un soldato saudita vicino a delle munizioni - 13 aprile 2015 © FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images

Alla vigilia del primo anniversario dell'inizio del conflitto dello Yemen, Amnesty International ha chiesto agli stati (tra cui Usa, Regno Unito e Italia) di interrompere tutti i trasferimenti di armi destinate a essere usate nello Yemen, in modo che non si alimentino ulteriormente le gravi violazioni dei diritti umani che hanno finora avuto conseguenze devastanti per la popolazione civile.

Nell'ultimo anno, oltre 3000 civili - tra cui 700 bambini - sono stati uccisi e almeno due milioni e mezzo di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Almeno l'83 per cento della popolazione ha disperato bisogno di aiuti umanitari.

"Trascorso un anno, la risposta della comunità internazionale al conflitto dello Yemen è stata profondamente cinica e del tutto vergognosa" - ha dichiarato James Lynch, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Il primo attacco aereo dell'Arabia Saudita contro il gruppo armato huthi risale al 25 marzo 2015. Da allora, si è sviluppato un conflitto armato in cui tutte le parti hanno commesso ampie violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, compresi possibili crimini di guerra.

La scorsa settimana, un portavoce della coalizione diretta dall'Arabia Saudita ha affermato che le principali operazioni militari sono destinate a finire presto, ma ha anche precisato che la coalizione continuerà a fornire supporto aereo alle forze anti-huthi. 

Per tutto lo scorso anno, gli Usa e il Regno Unito - di gran lunga i principali fornitori di armi all'Arabia Saudita, paese guida della coalizione - e altri stati tra cui l'Italia, hanno continuato ad autorizzare trasferimenti di quel genere di armi che sono state usate per commettere e facilitare gravi violazioni e generare una crisi umanitaria senza precedenti. 

"I partner internazionali dell'Arabia Saudita hanno gettato benzina sul fuoco, sommergendo la regione di armi nonostante fosse sempre più evidente che quelle armi stavano facilitando il compimento di crimini agghiaccianti e che successive forniture avrebbero potuto essere usate per commetterne altri. Ma non solo: quei paesi non hanno neanche saputo istituire una commissione d'indagine indipendente e internazionale sulle violazioni che hanno devastato migliaia di vite civili" - ha aggiunto Lynch.

"Gli irresponsabili e illegali flussi di armi alle parti in conflitto nello Yemen hanno contribuito direttamente a causare ai civili sofferenze su vasta scala. Ora è il momento che i leader mondiali la smettano di mettere gli interessi economici al primo posto e che il Consiglio di sicurezza imponga un embargo totale ai trasferimenti di armi destinate a essere usate nello Yemen" - ha proseguito Lynch.

Il 25 febbraio il Parlamento europeo ha chiesto all'Unione europea d'imporre un embargo nei confronti dell'Arabia Saudita. Il 15 marzo il parlamento olandese ha chiesto al governo di porre fine ai trasferimenti di armi all'Arabia Saudita. In assenza di un embargo decretato dal Consiglio di sicurezza, Amnesty International chiede a tutti gli stati di assicurare che nessuna parte coinvolta nel conflitto dello Yemen riceva, direttamente o indirettamente, armi, munizioni, equipaggiamento o tecnologia militare che potrebbero essere usati nel conflitto. Tale assicurazione deve comprendere anche il sostegno logistico e finanziario a tali trasferimenti. Ogni autorizzazione al trasferimento di armi verso qualsiasi parte coinvolta nel conflitto dello Yemen dovrà comprendere una garanzia rigorosa e legalmente vincolante che quelle armi saranno usate nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario e comunque mai nello Yemen.

 
 
Un uomo tra le macerie di un edificio distrutto a Sa'ada - 5 luglio 2015 © Amnesty International

Violazioni da ambo le parti

"Nell'ultimo anno, gli incessanti attacchi aerei della coalizione diretta dall'Arabia Saudita e quelli da terra da parte degli huthi e dei loro alleati così come delle forze anti-huthi hanno evidenziato uno scioccante disprezzo per la vita dei civili e hanno clamorosamente violato il diritto internazionale umanitario. Le conseguenze devastanti di tali attacchi illustrano quanto sia vitale fermare i trasferimenti di quelle armi che sono state usate per commetterli" - ha dichiarato Lynch.

Dall'inizio del conflitto, Amnesty International ha documentato almeno 32 attacchi aerei da parte della coalizione diretta dall'Arabia Saudita che paiono aver violato il diritto internazionale umanitario. Questi attacchi, in cui sono stati uccisi almeno 361 civili tra cui almeno 127 bambini, hanno colpito ospedali, scuole, mercati e moschee e possono aver costituito crimini di guerra.

Il 15 marzo almeno 44 civili sono stati uccisi e decine sono rimasti feriti in un devastante attacco aereo della coalizione contro l'affollato mercato di Khamees, nella provincia settentrionale di Hajjah, controllata dalle forze huthi. Gli abitanti hanno riferito ad Amnesty International che il mercato era pieno di gente che vendeva e comprava carne, pesce e ghiaccio.

Nell'attacco aereo Hasan Mohamed Masafi, padre di cinque figli, ha perso tre familiari: un figlio di otto anni e due cugini, uno dei quali aveva 12 anni:

"Mio figlio andava al mercato tutti i giorni. Non siano riusciti a recuperare tutto il corpo, solo la gamba destra" - ha raccontato ad Amnesty International.

Sono emerse notizie contrastanti sulla presenza di elementi militari, all'interno del mercato, al momento dell'attacco. Secondo abitanti locali e medici con cui ha parlato Amnesty International, sul luogo colpito due volte a distanza di pochi minuti non c'erano forze huthi. Alcuni organi d'informazione hanno invece riportato le parole di un leader tribale, secondo il quale nel mercato si trovavano combattenti huthi, alcuni dei quali sarebbero rimasti uccisi. Anche se fosse vero, la presenza di combattenti nella zona non avrebbe assolto la coalizione a guida saudita dall'obbligo di prendere le precauzioni necessarie per risparmiare vite civili. Secondo il diritto internazionale umanitario, tutte le parti coinvolte in un conflitto devono cercare di ridurre al minimo i rischi per i civili, anche rinviando o cancellando un attacco se diventa evidente che la popolazione civile potrebbe essere danneggiata in modo sproporzionato rispetto all'obiettivo.  

La natura controversa dell'attacco nella provincia di Hajjab spiega bene perché sia necessaria un'inchiesta credibile, internazionale e indipendente per accertare i fatti riguardanti presunte violazioni commesse da tutte le parti impegnate nel conflitto dello Yemen.

 

Abdelhaseeb al-Mutawakil ha raccontato i terribili momenti del doppio, consecutivo attacco aereo compiuto nel gennaio 2016 dalle forze della coalizione contro la sua abitazione a Mu'een, un quartiere occidentale della capitale Sana'a. All'interno dell'abitazione si trovavano la moglie e due figlie piccole, scampate miracolosamente alle esplosioni:

"Ci siamo ritrovati con i vetri delle finestre addosso. Ho nascosto le bambine sotto le scale. Le due esplosioni avevano ridotto la casa a pezzi e non c'era alcun modo di scappare". 

Il doppio attacco, che ha apparentemente preso di mira una casa privata senza che nei dintorni vi fosse alcuna presenza militare, è simile a decine di altri attacchi registrati nell'ultimo anno che hanno violato il diritto internazionale umanitario. Le forze della coalizione diretta dall'Arabia Saudita hanno inoltre ripetutamente usato le bombe a grappolo, armi indiscriminate il cui uso è vietato, in attacchi che hanno ucciso e ferito civili, anche nella capitale Sana'a.

Amnesty International ha anche indagato su almeno 30 attacchi da terra, indiscriminati o portati a termine senza tener conto delle conseguenze, da parte delle forze huthi e di quelle alleate, composte da fedeli dell'ex presidente Saleh, nelle città meridionali di Aden e Ta'iz in cui sono stati uccisi 68 civili, tra cui decine di bambini. Le forze huthi e i loro alleati hanno usato quotidianamente armi imprecise come i colpi di mortaio contro i centri abitati, in violazione del diritto internazionale umanitario.

Le forze huthi si sono poi rese responsabili di arresti arbitrari, imprigionamenti e rapimenti di presunti oppositori, compresi attivisti e giornalisti, e hanno sottoposto a una dura repressione le organizzazioni non governative e gli attivisti per i diritti umani nelle zone sotto il loro controllo.

 
Persone costrette a lasciare la propria casa in seguito ai bombardamenti - 6 settembre 2015 © Amnesty International

Una crescente crisi umanitaria

Il conflitto ha dato luogo a un disastro in cui gran parte della popolazione civile yemenita si è trovata a dipendere dagli aiuti a causa della drammatica scarsità di cibo, acqua potabile e medicinali. La crisi è stata esacerbata, nelle zone controllate dalle forze huthi, da un parziale blocco aereo e navale che ha gravemente limitato l'importazione e la fornitura di carburante e altri beni essenziali. 

A Ta'iz, le forze huthi e i loro alleati hanno impedito l'ingresso di forniture mediche e cibo per lunghi mesi, durante i quali molti abitanti sono rimasti praticamente intrappolati in città e privati di beni fondamentali in quella che è risultata una punizione collettiva nei confronti della popolazione civile. 

"Gli ostacoli all'arrivo degli aiuti stanno aggravando il ciclo di profonda sofferenza della popolazione civile in buona parte del paese. Tutte le parti in conflitto devono assicurare che i civili nelle zone sotto il loro controllo abbiano accesso agli aiuti umanitari" - ha concluso Lynch. 

 
 

Ulteriori informazioni

In occasione dell'anniversario dell'inizio del conflitto in Yemen il 25 marzo, Amnesty International Italia promuove a Roma due incontri pubblici di approfondimento alla presenza di Donatella Rovera, senior crisis response adviser di Amnesty International, che negli ultimi 20 anni ha guidato missioni di ricerca documentando violazioni dei diritti umani in situazioni di crisi nelle aree di conflitto più pericolose al mondo dal Medio Oriente all'Africa del Nord fino ai conflitti dell'Africa subsahariana.

Giovedì 31 marzo alle ore 18.30 presso il MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (Corner D, via Guido Reni 4 a) si terrà l'incontro "Un anno di guerra nello Yemen: le responsabilità della comunità internazionale". Interverranno con Donatella Rovera il Prof. Maurizio Simoncelli, vice presidente Archivio Disarmo e Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. La location museale ospiterà il reportage fotografico "Sanaa: la città dai vetri infranti e dai sogni distrutti" di Rawan Shaif. Ingresso libero.

Venerdì 1° aprile alle ore 10.15 presso l'Università degli Studi Roma Tre (sala del Consiglio del Dipartimento di Giurisprudenza, via Ostiense 159) nell'ambito dei seminari Human rights seminar series, Donatella Rovera, terrà la conferenza Human rights analisys in crisis countries: methodology and stories by Amnesty International. Sarà l'occasione per conoscere le metodologie di ricerca dell'organizzazione per la tutela dei diritti umani dalla diretta testimonianza dell'esperta sulla risposta alle crisi umanitarie.  

 

FINE DEL COMUNICATO                                                     Roma, 22 marzo 2016

Per approfondimenti:  
http://www.amnesty.it/mena/Yemen
http://www.amnesty.it/yemen-la-guerra-dimenticata
http://www.amnesty.it/Due-incontri-di-approfondimento-sulla-situazione-in-Yemen
http://appelli.amnesty.it/conflitto-yemen/

Per interviste: Amnesty International Italia - Ufficio Stampa Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, email: press@amnesty.it