Foto di Francesca Leonardi
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Quando è scoppiata la guerra eri solo un bambino. Qual è il tuo ricordo più forte?
All’improvviso ci siamo ritrovati nel bosco. Ricordo una forte esplosione e mia madre dice che era l’auto di mio padre. Lui era coperto di terra e foglie, per non essere trovato se fossero arrivati i soldati serbi. Quel 9 maggio 1992 non lo dimenticherò mai. Avevo sei anni. Quando verso la fine della giornata gli spari sono finalmente cessati, dal bosco siamo scesi verso il nostro villaggio, Glogova. Era buio. La scena sembrava uscita da un film: le case bruciavano una dopo l’altra. Siamo arrivati davanti alla nostra casa per prendere un po’ di vestiti e di cibo. Siamo rimasti lì, fermi, a guardare come scompariva nel fuoco. Tutti i nostri ricordi si trasformavano in cenere. Secondo la sentenza del Tribunale dell’Aia, il 9 maggio 1992 a Glogova furono uccisi circa 65 civili bosniaci e il villaggio fu bruciato. Da lì è iniziato tutto ciò che, tre anni dopo, sarebbe arrivato fino a Srebrenica.
“I diari di mio padre” nasce da alcune videocassette registrate da tuo padre durante la guerra. Come ti è venuta l’idea di utilizzarle?
Mio padre ha filmato la guerra in Bosnia dal ’92 al ’95 ed è stato uno dei pochi a riuscire non solo a riprendere ciò che vivevamo, ma anche a salvare quei nastri. Insieme ai suoi amici avevano creato una specie di televisione amatoriale che chiamavano John, Ben & Boys. Filmavano tutto: la quotidianità, gli incontri, i momenti in cui si tentava di vivere nonostante tutto. Quando ho iniziato a studiare cinema ho capito il valore di quel materiale. Poi nel 2011, tornando a casa da Sarajevo, mia madre mi ha consegnato sei quaderni: i diari di mio padre durante la guerra. Lì dentro non c’era solo la storia della mia famiglia, c’era un racconto che poteva parlare anche agli altri. L’idea del film è nata così: mettendo insieme le sue immagini e la nostra vita di oggi. Era come aprire un dialogo tra due tempi, tra un padre e un figlio. E attraverso il cinema ho cercato di dare forma a quella memoria, di restituirle dignità.
Credi che l’arte possa curare i traumi?
L’arte non è una medicina. Non guarisce all’istante, né porta la riconciliazione come un miracolo. Ma apre uno spazio. Ti permette di guardare il dolore senza esserne schiacciato, di ascoltare ciò che prima non riuscivi nemmeno a nominare. A me ha aiutato molto. “I diari di mio padre” è stato anche un modo di rispondere a tutti i discorsi che ancora oggi negano ciò che è accaduto. Spero che quelle immagini aprano almeno un dubbio, un primo passo verso l’ascolto.
Lo scorso anno abbiamo ricordato 30 anni dal genocidio di Srebrenica. Pensi che l’Europa abbia appreso la lezione?
Parlo come bosniaco nato e cresciuto nella Bosnia orientale, vicino al confine con la Serbia. Lì la violenza non è un ricordo lontano: è una ferita che resta nel paesaggio, nelle famiglie, nei silenzi quotidiani. Da quella prospettiva guardo l’Europa, e non sono sicuro che abbia davvero imparato la lezione di Srebrenica. Non possiamo parlare di “mai più” mentre, nel cuore dei Balcani, il genocidio viene ancora negato. Lo ha detto chiaramente anche Serge Brammertz davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu: in Serbia una parte della società continua a negare i crimini di guerra e a celebrare i criminali. Solo a Belgrado ci sono “più di 150 murales” dedicati a Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per genocidio: questa è glorificazione della violenza, e diventa ancora più grave quando entra nei libri scolastici e nella narrazione ufficiale. Per questo penso che l’Unione europea debba avere una posizione chiara. I diritti umani non dipendono dalla geografia: o valgono ovunque, o non valgono da nessuna parte. È difficile parlare di riconciliazione quando la verità viene negata. Eppure Srebrenica, pur con la sua anima ferita, custodisce ancora una grande umanità. Da lì bisogna ripartire.
A cura di Francesca Corbo, ufficio arte per i diritti umani