Le autorità iraniane stanno compiendo una strage di stato sotto la veste di esecuzioni giudiziarie. In tutto il paese vengono messe a morte persone condannate per manifestazioni, reati di droga, dissenso politico o con accuse vaghe e formulate in modo generico. Vengono colpite in modo sproporzionato quelle appartenenti a minoranze già oppresse.
Dal 2022, con l’inizio della rivolta Donna Vita Libertà, le autorità iraniane hanno fatto ricorso alla pena di morte come strumento di repressione politica, intensificandone l’uso per soffocare il dissenso e instillare la paura. Negli ultimi anni il numero delle esecuzioni continua a crescere e la pena di morte viene inflitta in modo sproporzionato alle minoranze oppresse. Nel 2025 è stato registrato il numero più alto di esecuzioni dal 1989.
Lo stesso copione si sta ripetendo dopo le recenti proteste nazionali: processi accelerati e gravemente iniqui, viziati dall’uso della tortura che portano a condanne a morte.
È il caso, ad esempio, del diciottenne Saleh Mohammadi, condannato alla pena capitale solo tre settimane dopo l’arresto e messo a morte il 19 marzo 2026 insieme ad altre due persone.
Sarebbero almeno 30 le persone che rischiano la pena di morte per presunti reati connessi alle proteste di fine dicembre 2025 e inizio gennaio. Tra loro anche due minorenni di 17 anni.
La comunità internazionale deve a chiedere immediatamente alle autorità iraniane di imporre una moratoria ufficiale su tutte le esecuzioni, inviare rappresentanti a visitare i luoghi dove si svolgono e chiedere di poter assistere ai processi delle persone che rischiano la pena capitale.
Firma l’appello e chiedi con noi lo stop delle esecuzioni!
In Iran decine di persone vengono condannate e corrono un grave rischio di essere messe a morte a seguito di processi gravemente iniqui per accuse di natura politica, come quelle eccessivamente generiche e vagamente definite di “inimicizia verso Dio” (moharebeh), “corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz) e “ribellione armata contro lo stato” (baghi).
Le ricerche di Amnesty International dimostrano che le autorità hanno sistematicamente sottoposto gli arrestati, a seguito delle proteste del gennaio 2026, a sparizioni forzate, detenzione in isolamento, tortura e altri maltrattamenti, per estorcere “confessioni” con l’uso della forza. Fonti informate hanno riferito che le forze di sicurezza hanno picchiato duramente Ehsan Hosseinipour Hessarlou, puntandogli una pistola in bocca, e che Abolfazl Karimi è stato picchiato e gli sono state negate le cure per le ferite provocate da proiettili metallici durante le proteste. Saleh Mohammadi ha riportato fratture alla mano e Amirhossein Azarpira ferite al viso e denti rotti a seguito delle percosse. Le “confessioni” forzate di diverse persone sono state trasmesse in televisione, violando la presunzione di innocenza.
L’uso della pena di morte da parte delle autorità iraniane ha inoltre un impatto sproporzionato sulle minoranze oppresse dell’Iran, in particolare quelle appartenenti alle comunità afgana, baluca e curda.
Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza eccezioni.
La pena di morte è una violazione del diritto alla vita sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani ed è la punizione più crudele, inumana e degradante che esista.
Amnesty International da sempre invita tutti gli stati che mantengono la pena di morte, compreso l’Iran, a stabilire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni, con l’obiettivo di abolire completamente la pena di morte.
Capo della magistratura
Gholamhossein Mohseni Ejei
c/o Ambasciata dell’Iran presso l’Unione Europea
Avenue Franklin Roosevelt n. 15
1050 Bruxelles, Belgio
Egregio Signor Gholamhossein Mohseni Ejei,
migliaia di persone in Iran rischiano la pena di morte a seguito di processi gravemente iniqui celebrati dai tribunali rivoluzionari, anche per reati legati alla droga o per accuse eccessivamente generiche e vaghe, che non rispettano il principio di legalità previsto dal diritto internazionale.
Le autorità iraniane si rifiutano di pubblicare statistiche sull’uso della pena di morte e il numero esatto delle persone condannate a morte o sottoposte a procedimenti penali per reati capitali è sconosciuto.
Tuttavia, le dichiarazioni ufficiali indicano che il numero di coloro che potrebbero essere a rischio di esecuzione è molto elevato.
Le ricerche di Amnesty International dimostrano che le autorità hanno sistematicamente sottoposto gli arrestati a sparizioni forzate, detenzione in isolamento, maltrattamenti e tortura per estorcere “confessioni”.
La invito, quindi, ad annullare immediatamente tutte le condanne a morte, incluse quelle per reati legati alle proteste del gennaio 2026; ad astenersi dal comminare condanne a morte; a garantire che chiunque sia accusato di un reato penale riconoscibile sia processato in conformità con gli standard internazionali sul giusto processo, senza ricorso alla pena di morte ed escludendo dichiarazioni ottenute sotto tortura e altri maltrattamenti o senza la presenza di un avvocato. La invito inoltre a scarcerare tutte le persone che sono detenute esclusivamente per aver esercitato i propri diritti, incluso quello di riunione pacifica e di espressione; a proteggere tutti i detenuti da maltrattamenti e tortura e ad indagare sulle denunce; a rivelare la sorte e il luogo in cui si trovano le persone vittime di sparizione forzata; a garantire l’accesso alle famiglie ad avvocati di loro scelta, a strutture di difesa adeguate e a cure mediche; a consentire agli osservatori internazionali, tra cui le Procedure speciali delle Nazioni Unite e la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sull’Iran delle Nazioni Unite, l’accesso ai centri di detenzione e alle udienze processuali.
Cordiali saluti,