A seguito della rivolta nazionale che ha sconvolto l’Iran, migliaia di persone sono detenute arbitrariamente e rischiano di essere sottoposte a varie forme di tortura, tra cui la violenza sessuale. Molte altre risultano vittime di sparizione forzata.
La preoccupazione per le persone detenute in relazione alle proteste scoppiate il 28 dicembre 2025 è cresciuta dopo che il Capo della magistratura ha ordinato ai pubblici ministeri di “agire senza clemenza” e alti funzionari hanno equiparato le proteste a reati da punire con la pena di morte.
I processi davanti ai tribunali rivoluzionari sono gravemente iniqui, si basano su confessioni estorte con la tortura e possono comportare lunghe pene detentive o l’impiccagione.
Questo non è il momento di dimenticare l’Iran. Fatti sentire!
Capo della Magistratura
Gholamhossein Mohseni Ejei
c/o Ambasciata dell’Iran presso l’Unione Europea
via Franklin Roosevelt n. 15,
1050 Bruxelles
Belgio
Egregio Signor Gholamhossein Mohseni Ejei,
esprimo preoccupazione per il fatto che migliaia di persone, anche minorenni, arrestate in relazione alle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre 2025 siano a grave rischio di sparizione forzata, maltrattamenti e torture, morte in custodia, detenzione prolungata, esecuzioni arbitrarie a seguito di processi gravemente iniqui, anche dinnanzi ai tribunali rivoluzionari.
Amnesty International ha raccolto prove di sparizioni forzate, maltrattamenti e torture e di persone che, durante l’arresto e la detenzione, sono state sottoposte a percosse, violenza sessuale, minacce di esecuzioni sommarie e intenzionale negazione di cibo, acqua e cure mediche adeguate. Le preoccupazioni che tali crimini di diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani si stiano verificando in modo diffuso e sistematico nel suo paese sono aggravate da quanto accaduto a seguito delle precedenti proteste a livello nazionale.
Tra le persone arbitrariamente detenute in tutto il paese figurano, oltre a manifestanti, difensori dei diritti umani, operatori sanitari, avvocati, esponenti di minoranze etniche e religiose, giornalisti e studenti universitari. Le persone detenute rischiano di essere condannate a pene detentive prolungate e alla pena di morte sulla base di “confessioni” estorte con la tortura. I mezzi d’informazione statali hanno trasmesso video propagandistici di manifestanti detenuti, compresi bambini, costretti a “confessare” di aver commesso reati durante le proteste, compresi quelli che comportano la pena di morte. Questo solleva gravi preoccupazioni sul fatto che continueranno la serie di esecuzioni iniziata durante la rivolta “Donna vita libertà” del 2022. Le dichiarazioni pubbliche di alti funzionari sono allarmanti: diffamano i manifestanti come “rivoltosi” e “terroristi” e insistono affinché siano “processati e puniti il più rapidamente possibile” senza “clemenza”. Dal 10 gennaio, il Procuratore generale dell’Iran e i procuratori provinciali hanno ripetutamente descritto i manifestanti come “mohareb” (un individuo accusato di aver mosso guerra a Dio), il cui comportamento è un reato punibile con la morte.
La esorto a scarcerare immediatamente tutte le persone detenute esclusivamente per aver esercitato i loro diritti umani, incluso il diritto di riunione pacifica; a proteggerle da maltrattamenti e torture; a rivelare la sorte e il luogo in cui si trovano tutte le persone vittime di sparizione forzata; a garantire l’accesso ai loro avvocati e familiari e a qualsiasi assistenza medica di cui necessitino. La esorto, inoltre, ad annullare immediatamente tutte le condanne a morte, a non richiedere ulteriori condanne a morte e a garantire che chiunque sia accusato di un reato riconosciuto sia processato secondo gli standard internazionali sul giusto processo, senza ricorrere alla pena di morte.
La ringrazio per l’attenzione.
Mentre i mezzi d’informazione statali hanno riferito, alla data del 16 gennaio 2026, dell’arresto di migliaia di persone in relazione alle proteste le informazioni ricevute da Amnesty International da fonti d’informazione indipendenti, organizzazioni per i diritti umani e difensori dei diritti umani indicano che decine di migliaia di persone rimangono detenute arbitrariamente.
Secondo le fonti ufficiali, a partire dall’8 gennaio 2026 sono stati effettuati arresti in tutto il paese, comprese le province di Alborz, Ardabil, Bushehr, Esfahan, Fars, Gilan, Golestan Hormozgan, Kerman, Kermanshah, Khorasan Razavi, Khuzestan, Kurdistan, Lorestan, Markazi, Mazandaran, Qazvin, Qom, Semnan, Sistan e Baluchistan, Teheran, Azerbaigian occidentale, Yazd e Zanjan. Secondo i mezzi d’informazione statali, le accuse contro le persone manifestanti includono legami con media in lingua persiana con sede all’estero, tra cui Iran International e Manoto; appartenenza a un gruppo monarchico; avere ruolo di “leader” delle proteste; possesso di armi, “rivolte” e uccisioni di membri delle forze di sicurezza. Fonti informate affermano che, a fronte del sistematico diniego di accesso agli avvocati, le autorità costringono le persone detenute a firmare dichiarazioni che non hanno potuto leggere e a “confessare” crimini che non hanno commesso.
Le autorità rifiutano sistematicamente di fornire qualsiasi informazione sulla sorte e sul luogo in cui si trovano molte delle persone arrestate sottoponendole così a sparizione forzata, un crimine di diritto internazionale. Alcune sono state condotte in carceri e altri luoghi di detenzione ufficiali, altre sono trattenute in accampamenti militari, magazzini o altri luoghi di detenzione senza registrazione ufficiale, esponendoli a un rischio elevato di maltrattamenti e torture.
Anche le persone ferite durante le proteste e in detenzione sono ulteriormente a rischio, dati i ben documentati precedenti di maltrattamenti e torture durante le repressioni delle proteste.
Amnesty International ha documentato a lungo come le forze di sicurezza neghino sistematicamente cure mediche adeguate alle persone manifestanti ferite, comprese quelle dimesse dagli ospedali, aumentando così il rischio di morti illegali in custodia. Secondo una fonte informata in Iran, all’indomani della repressione letale delle proteste dell’8 e 9 gennaio 2026, le forze di sicurezza di Esfahan hanno incaricato il personale medico degli ospedali di segnalare i pazienti con ferite da arma da fuoco e da proiettili metallici.
Altre due fonti informate hanno riferito ad Amnesty International che le forze di sicurezza di Esfahan e della provincia di Chaharmahal e Bakhtiari hanno arrestato manifestanti feriti all’interno degli ospedali, compresi coloro che necessitavano di cure mediche salvavita. Secondo una fonte informata, le autorità iraniane hanno anche arrestato arbitrariamente operatori sanitari per aver fornito assistenza medica in strutture non ospedaliere a manifestanti feriti che avevano evitato il ricovero per timore di essere arrestati.
Le proteste sono scoppiate il 28 dicembre 2025 a seguito di un forte crollo della valuta nazionale, della cronica cattiva gestione dei servizi essenziali da parte dello stato e del peggioramento delle condizioni di vita. A partire dalla chiusura dei negozi e dagli scioperi nel Gran Bazar di Teheran, le proteste si sono trasformate in manifestazioni di massa a livello nazionale che chiedevano la caduta del sistema della Repubblica islamica. Le autorità iraniane hanno attuato una repressione letale senza precedenti, perpetrando omicidi illegali di massa durante il blocco nazionale di internet, imposto a partire dall’8 gennaio 2026 per nascondere i loro crimini.
Amnesty International ha ripetutamente riscontrato che i processi dinanzi ai tribunali rivoluzionari, che esercitano la giurisdizione sui reati legati alla sicurezza nazionale, sono sistematicamente iniqui, anche nei casi per i quali è prevista la pena di morte.
Vengono negati i diritti ad avere accesso alla rappresentanza legale durante le indagini e a un avvocato di propria scelta dal momento dell’arresto e durante tutto il processo e la procedura d’appello; a essere protetti dai maltrattamenti e dalle torture; a non essere costretti ad autoincriminarsi o a confessare la propria colpevolezza; a godere della presunzione di innocenza; a contestare in modo significativo la legalità della propria detenzione; a essere processate da un tribunale indipendente, competente e imparziale; e a ottenere una revisione significativa dei propri casi da parte di un tribunale superiore.