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È iniziato il 24 febbraio 2026, presso la prima sezione della Corte suprema del Brasile, il processo per l’omicidio di Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomez.
Marielle Franco, nera e bisessuale, originaria della favela Maré e consigliera municipale di Rio de Janeiro, venne uccisa il 14 marzo 2018 insieme al suo autista Anderson Gomez. Da allora sono risuonate le domande “Chi? E perché?”, fatte proprie anche da Amnesty International.
Il processo vede imputati coloro che sono accusati di aver ordinato e partecipato alla preparazione del duplice omicidio.
Sempre il 24 febbraio, presso il tribunale di Bahia, si è aperto il processo per l’omicidio di Mãe Bernadete, difensora dei diritti umani appartenente alla comunità quilombo, formata da ex schiavi africani che lottarono contro la schiavitù e formarono insediamenti autonomi. Venne uccisa nell’agosto 2023 a Salvador. Da allora, la famiglia ha ricevuto continue minacce di morte e i templi dei fedeli afro-brasiliani sono stati attaccati più volte.
Il Brasile è uno degli stati più mortali per le persone che difendono i diritti umani sia nei contesti urbani marcati da disparità socioeconomiche e povertà che nell’ambito della difesa della terra. Secondo l’organizzazione Global Witness, dal 2012 al 2021 vi sono state 342 uccisioni di persone che difendevano territori, risorse naturali nonché popoli e comunità tradizionali.
Gli atti di violenza, le minacce e le uccisioni nei loro confronti non vengono indagati con efficacia e si contano sulle dita di una mano i casi che arrivano a processo. L’impunità, il razzismo insito nel sistema giudiziario brasiliano e l’assenza di misure di prevenzione e di protezione danno il segnale che le difensore e i difensori dei diritti umani possono essere ridotti al silenzio senza subire conseguenze.
“Per questo, i due processi offrono un’opportunità storica: spezzare il ciclo dell’impunità che per decenni ha caratterizzato la risposta dello stato brasiliano agli omicidi delle persone che difendono i diritti umani nel contesto di una violenza e di un razzismo strutturali”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.