La storia di Paolo Scaroni

7 Aprile 2026

Antonio de Matteo

Tempo di lettura stimato: 8'

È il 24 settembre 2005 quando la vita di Paolo Scaroni cambia per sempre.

Una partita, l’attesa di un treno, una carica della polizia.

Poi, il vuoto.

Oltre un mese dopo, il risveglio dal coma con un corpo che non riesce a muoversi e 20 anni di ricordi cancellati.

 

CHI È PAOLO SCARONI

Nel 2005 Paolo Scaroni è un giovane allevatore di tori a Castenedolo e fa parte di un gruppo di ultras del Brescia. Insieme ai suoi amici, ogni settimana è allo stadio per tifare la sua squadra del cuore.

Il 24 settembre, insieme ad altri 800 tifosi, va in trasferta per una partita che finisce in pareggio e con qualche contatto tra le tifoserie delle due squadre.

Dopo il match, i tifosi del Brescia vengono scortati con dei pullman in stazione. La situazione all’inizio è molto tranquilla. Paolo va a prendere un panino e si sposta verso il binario in attesa della partenza.

 

 

LO SCONTRO IN STAZIONE

Improvvisamente partono tre cariche della polizia. Paolo si trova in mezzo. Alcuni agenti a volto coperto lo colpiscono con manganelli tenuti al contrario: un atto proibito che viene compiuto per provocare più dolore.

Le cariche finiscono. Lui riesce a rialzarsi e sale sul treno ma si sente subito male. Alcuni compagni lo fanno scendere e lo portano sulla banchina dove sviene.

I feriti in totale sono 32, Paolo è tra i più gravi. L’ambulanza arriva con oltre mezz’ora di ritardo.

Sono le 19.45 del 24 settembre quando Paolo entra in coma.

 

IL RISVEGLIO DAL COMA E LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA

Passano i giorni e poi i mesi. I compagni di Paolo smettono di andare allo stadio e si ritrovano tutte le domeniche davanti all’ospedale dove è ricoverato.

È il 30 ottobre 2005 quando Paolo si sveglia. È immobile, non sente più il suo corpo e ha perso 20 anni di ricordi. Diagnosi: invalidità al 100%. A vita.

 

Foto di Paolo ScaroniAntonio de Matteo

Foto di Paolo Scaroni

 

Inizia così una lunga riabilitazione per reimparare a parlare e camminare.

Nel frattempo, un dirigente della questura di Verona stila una prima relazione che attribuisce tutta la colpa di quanto avvenuto ai tifosi. Si sostiene che questi avessero occupato un binario per bloccare un treno e, all’avvicinarsi degli agenti, che avessero reagito con lanci di sassi, aste di ferro, calci e pugni. Le cariche, quindi, sarebbero state solo una reazione per evitare violenze nei confronti degli altri viaggiatori. In questa relazione, Paolo viene citato solo come un tifoso che si è sentito male.

In una prima ricostruzione, si afferma addirittura che sia stato colpito da un ultra della squadra avversaria. La stazione però è deserta e non ci sono altri tifosi. Secondo una seconda testimonianza di un agente, invece, è stato colpito da una pietra lanciata dai suoi compagni.

Una poliziotta, però, si interessa al caso di Paolo e prova a cercare la verità su quanto accaduto. Ricostruisce il pestaggio: Paolo è stato colpito con manganelli alla testa da diversi uomini, che nel frattempo lo insultavano. L’agente scopre anche che ci sono dei filmati delle videocamere presenti in stazione ma, misteriosamente, mancano esattamente i 10 minuti in cui Paolo è stato picchiato. In altre parole, i video sono stati manomessi.

Come se non bastasse, il personale del treno e i macchinisti smentiscono il blocco del binario e del treno da parte dei tifosi. Tutto era tranquillo, prima della carica della polizia. Questa versione è confermata anche da alcune testimonianze della polizia ferroviaria: tutto sarebbe iniziato con il lancio di un gas lacrimogeno in uno scompartimento del treno, dove c’erano anche donne e bambini, da parte degli agenti. A quel punto, tra minacce e richieste di spiegazioni da parte degli ultras, sarebbe partita la carica contro tutti i tifosi.

 

IL PROCESSO

In mezzo a tutte queste ricostruzioni lacunose, manipolazioni e depistaggi, nel 2011 inizia il processo.

Nel frattempo, il pubblico ministero di Verona chiede per due volte l’archiviazione sulla base dell’impossibilità di identificare gli agenti che hanno compiuto il pestaggio, perché i volti erano coperti dai caschi.

Si arriva al 2013. Viene appurato che il pestaggio sia stato compiuto in modo immotivato e contrario all’uso legittimo della forza da parte di agenti di polizia e si conferma la manomissione delle riprese. Gli otto agenti, provenienti dai reparti di Bologna, però, vengono tutti assolti in primo grado perché non ci sono abbastanza prove contro di loro dato che non era stato possibile riconoscerli.

Dopo la sentenza, Paolo fa ricorso ma, qualche anno dopo, la Corte d’appello di Venezia conferma la sentenza di primo grado.

Nel 2016, invece, gli viene riconosciuto in sede civile un risarcimento di un milione e 400.000 euro.

A oltre 20 anni di distanza, la storia di Paolo Scaroni è una storia di giustizia mutilata. Una storia di violenza di stato nascosta da volti coperti e video manipolati.

Una storia, come quella di tante e tanti altri, che sarebbe potuta andare diversamente se in Italia fossero state in vigore misure, come i codici alfanumerici sui caschi, che consentano l’identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico.

Per questo, noi non abbiamo mai smesso di lottare e il 27 gennaio 2022, insieme a Paolo, abbiamo incontrato il Direttore generale della Pubblica sicurezza, il prefetto Lamberto Giannini per consegnare le oltre 155.000 firme raccolte nel tempo.

Oggi, la richiesta dei codici identificativi è inclusa nel nostro appello: Proteggo la protesta in Italia.

 

 

STORIE DI VIOLENZA DI STATO

La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”.  La prima storia, su Riccardo Magherini la trovi qui.

Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.

Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.

Storie che abbiamo già raccontato in questi anni:

  • Nella mostra fotografica di Antonio de Matteo “La lotta, il coraggio e l’amore. Dodici storie di violenza di Stato”