Malta: sette anni di ingiustizia per gli El Hiblu 3

27 Marzo 2026

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Domani, sabato 28 marzo, ricorrono sette anni dall’arresto a Malta di Amara Krumak, Abdalla Bari e Kone Tiemoko Abdul Kader, conosciuti come “i tre della El Hiblu”, per essersi opposti al loro respingimento forzato in Libia, dove avrebbero rischiato persecuzioni, torture e gravi violazioni dei diritti umani. Per questo atto di resistenza, le autorità maltesi li hanno accusati di “atti di terrorismo” e di altri reati.

“È inaccettabile che i tre della El Hiblu, sopravvissuti a violenze in Libia, a un naufragio e a un tentativo di respingimento illegale, rischino ora l’ergastolo semplicemente per aver rivendicato i propri diritti e cercato di evitare ulteriori sofferenze”, ha dichiarato Dinushika Dissanayake, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa.

Nel marzo 2019 i tre adolescenti (di 15, 16 e 19 anni) sono fuggiti dalla Libia su un gommone sovraffollato insieme ad altre 108 persone. Quando l’imbarcazione ha iniziato a sgonfiarsi, sono stati soccorsi dalla nave cargo El Hiblu, intervenuta su richiesta dell’operazione navale dell’Unione europea nel Mediterraneo per assistere l’imbarcazione in difficoltà.

Dopo il salvataggio, il comandante della nave ha tentato di riportare in Libia le persone soccorse, in violazione del diritto internazionale, che impone di condurre le persone salvate in un luogo sicuro. Quando le persone a bordo hanno capito che stavano per essere riportate in Libia, si è diffuso il panico. Dopo aver implorato il comandante della El Hiblu – con alcune persone che hanno dichiarato di preferire la morte piuttosto che tornare in Libia – la nave ha invertito la rotta dirigendosi verso Malta.

All’arrivo a Malta le autorità hanno sostenuto che i tre giovani avessero preso il controllo della nave con la forza. Sono stati quindi incriminati per reati gravi punibili con l’ergastolo secondo le leggi maltesi sul terrorismo e, ancora oggi, sono coinvolti in un procedimento giudiziario che non avrebbe mai dovuto essere avviato.

«La Libia non è un paese sicuro. Opponendosi al loro respingimento, hanno contribuito a evitare una grave violazione del diritto internazionale che molto probabilmente avrebbe comportato sofferenze terribili per loro e per molte altre persone. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato protezione. Amnesty International è al fianco di Amara, Abdalla e Kone mentre affrontano il settimo anno di una vicenda giudiziaria ingiusta”, ha aggiunto Dissanayake.

Una sequenza di gravi mancanze

Negli ultimi sette anni Malta ha ripetutamente mancato di tutelare questi tre giovani, due dei quali erano minorenni al momento dell’arresto. Le autorità maltesi non hanno valutato il loro superiore interesse come minori, li hanno detenuti in un carcere di massima sicurezza per adulti e li hanno sottoposti a procedimenti giudiziari come adulti.

Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per criticità procedurali e lacune nelle indagini che hanno inciso sull’equità del processo, ad esempio la mancata convocazione di testimoni chiave, comprese altre persone soccorse. Nonostante l’assenza di prove di violenza, le autorità hanno continuato a sostenere accuse legate al terrorismo prive di fondamento.

“La gestione di questo caso da parte di Malta è segnata da una serie di gravi mancanze. A questi giovani è stato negato un processo equo e sono stati trattati come adulti, trascorrendo sette anni della loro vita in un limbo giudiziario – un periodo che avrebbero dovuto dedicare allo studio, al lavoro e semplicemente alla loro crescita, liberi dal peso di un procedimento penale” ha proseguito Dinushika Dissanayake.

Kone si trova attualmente in detenzione per questioni migratorie nel Regno Unito e rischia l’estradizione verso Malta. Amnesty International si oppone alla sua estradizione, che lo riporterebbe ad affrontare un procedimento che non avrebbe mai dovuto essere avviato.

Un’ingiustizia sempre più riconosciuta

Amnesty International accoglie con favore le recenti dichiarazioni di quattro esperti indipendenti delle Nazioni Unite, che a gennaio hanno criticato con fermezza la gestione del caso da parte di Malta e chiesto il ritiro delle accuse. In particolare, hanno espresso preoccupazione per l’imputazione di “terrorismo”, che «non sembra basarsi su condotte criminali violente o coercitive», nonché per la violazione del diritto a un processo equo e per il mancato rispetto dei diritti dei minori.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno inoltre ricordato che l’operazione navale dell’Unione europea nel Mediterraneo aveva incaricato la El Hiblu, per conto della guardia costiera libica, di riportare le persone soccorse in Libia, indicando quindi un respingimento illegale. Ciò evidenzia la persistente cooperazione dell’Unione europea con la Libia, dove continuano, nell’impunità, violazioni sistematiche e diffuse dei diritti delle persone rifugiate e migranti.

Le notizie secondo cui l’Unione europea starebbe valutando di estendere la cooperazione in materia di migrazione e controllo delle frontiere con il gruppo armato delle Forze armate arabe libiche, autorità di fatto nell’est e nel sud della Libia, sono profondamente allarmanti, alla luce del loro coinvolgimento in crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale.

“Come Amnesty International sottolinea fin dall’inizio, questo caso rappresenta in modo emblematico le gravi criticità delle politiche migratorie europee nel Mediterraneo centrale. Cresce il riconoscimento del fatto che queste accuse sono infondate e profondamente ingiuste. Criminalizzare le persone che cercano protezione non fa che prolungarne la sofferenza e aggravare il trauma. Dopo sette anni, questi giovani hanno già sopportato abbastanza. Malta deve ritirare le accuse e archiviare il caso”, ha concluso Dinushika Dissanayake.

Ulteriori informazioni

Il 22 gennaio 2025 la corte d’appello di La Valletta ha stabilito che Malta ha giurisdizione sul caso, che deve quindi proseguire davanti al tribunale penale maltese. Le udienze preliminari sono in corso.