Tunisia, 15 anni dalla rivoluzione del 14 gennaio

14 Gennaio 2026

Photo by Hasan Mrad/DeFodi Images News via Getty Images

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In occasione dell’anniversario della “rivoluzione tunisina del 17 dicembre–14 gennaio”, 15 anni dopo una rivolta popolare animata dalle rivendicazioni di dignità, libertà e giustizia sociale, Amnesty International Tunisia ha espresso profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese.

Quella che dovrebbe essere una ricorrenza di memoria, riconoscimento e rinnovato slancio democratico, si colloca oggi in un contesto segnato dall’incarcerazione dei dissidenti politici, dal soffocamento delle voci critiche e dall’erosione delle principali conquiste della rivoluzione.

Tra le persone detenute figurano esponenti storici del movimento per i diritti umani, tra cui Ayachi Hammami, avvocato di primo piano condannato a cinque anni di carcere e al suo quarantaduesimo giorno di sciopero della fame; Salwa Grissa, direttrice dell’Associazione per la promozione del diritto alla differenza; nonché i rappresentanti legali dell’associazione antirazzista Mnemty e dell’associazione per la difesa dei diritti dell’infanzia Enfants de la lune, a Médenine, i cui procedimenti giudiziari sono ancora in attesa di esito. La loro persecuzione giudiziaria si inserisce in un quadro più ampio di delegittimazione della rivoluzione e di riorganizzazione autoritaria della sua eredità.

Amnesty International lancia l’allarme per il moltiplicarsi degli attacchi all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici, procedimenti contro avvocati e avvocate e il ricorso sempre più frequente alla giustizia per fini politici. Queste derive si traducono in procedimenti giudiziari avviati contro magistrati, tra cui Anas Hmedi, presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini, e contro l’avvocato Ahmed Souab, condannato a cinque anni di reclusione, nonché in numerose indagini nei confronti di avvocati e avvocate, tra cui Dalila Ben Mbarek Msaddak.

In questo contesto, Amnesty International è particolarmente preoccupata per la criminalizzazione delle persone che fanno parte dell’opposizione politica, che avviene tramite il ricorso abusivo a procedimenti giudiziari. Questi casi, spesso fondati su elementi deboli o non suffragati da prove, rientrano in una strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio il dissenso pacifico, eludendo le garanzie relative alla libertà personale, alla presunzione di innocenza e al diritto a un processo equo. Tale deriva emerge in particolare nei cosiddetti casi di “complotto”, con la condanna di oltre 37 persone nel caso del “complotto 1” e di più di 34 persone nel caso del “complotto 2”, oltre alla moltiplicazione dei procedimenti contro esponenti politici. L’arresto e la reiterata detenzione del candidato alle elezioni presidenziali Ayachi Zammel illustrano chiaramente la volontà delle autorità di mettere a tacere il dissenso pacifico.

Parallelamente le libertà di espressione, di stampa, di associazione e di riunione pacifica continuano a essere gravemente limitate. Giornalisti e giornaliste, persone attiviste, cittadine e cittadini subiscono persecuzioni e intimidazioni per aver espresso opinioni critiche, in un clima di paura incompatibile con gli impegni internazionali assunti dalla Tunisia. Le organizzazioni della società civile sono oggetto di campagne di delegittimazione, restrizioni amministrative e procedimenti giudiziari volti a criminalizzare l’azione associativa e la solidarietà.

Le restrizioni alla libertà di riunione pacifica si manifestano anche attraverso la repressione delle mobilitazioni cittadine a favore dei diritti economici, sociali e ambientali. A Gabès le proteste pacifiche e legittime della popolazione contro il grave inquinamento causato dai fumi tossici provenienti dagli impianti del Gruppo chimico tunisino sono state represse dalle forze di sicurezza, che hanno fatto ricorso in modo eccessivo ai gas lacrimogeni. La repressione delle mobilitazioni per la giustizia ambientale e per i diritti economici e sociali evidenzia chiaramente un approccio securitario che si fa sentire quando le comunità denunciano violazioni del loro diritto alla salute e a un ambiente sano, a discapito dell’obbligo delle autorità di proteggerle. Questi eventi riflettono, più in generale, il preoccupante restringimento dello spazio civico in Tunisia.

Le violazioni dei diritti umani commesse contro persone migranti, richiedenti asilo o rifugiate, in particolare persone nere o provenienti dall’Africa subsahariana, sono aumentate per frequenza e gravità, in un contesto segnato dalla recente banalizzazione di discorsi razzisti e discriminatori diffusi in televisione, nonché dall’impunità che li accompagna. L’ultimo rapporto di Amnesty International, intitolato “Nessuno ti sente quando urli” la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia, mostra come, alimentate da discorsi razzisti di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano proceduto in modo mirato e su base razziale ad arresti e detenzioni, intercettazioni marittime pericolose, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone verso l’Algeria e la Libia, e abbiano sottoposto persone rifugiate e migranti a torture e ad altre forme di maltrattamenti, comprese violenze sessuali e stupri, reprimendo al contempo la società civile che forniva loro un sostegno essenziale.

In occasione di questo anniversario altamente simbolico, Amnesty International Tunisia esorta le autorità tunisine a rompere con le attuali pratiche repressive e a rinnovare pienamente il proprio impegno a favore dei valori che hanno animato la rivoluzione: libertà, dignità e giustizia. I diritti umani non sono una scelta politica ma un obbligo legale e morale nei confronti di tutte le persone in Tunisia.

Amnesty International Tunisia chiede alle autorità di:

  • rispettare pienamente i propri obblighi nazionali e internazionali;
  • scarcerare tutte le persone detenute per aver esercitato pacificamente i propri diritti;
  • garantire l’indipendenza della giustizia, proteggere lo spazio civico e porre i diritti umani al centro di ogni politica pubblica;
  • abrogare il Decreto-legge n. 54, la cui applicazione abusiva continua a essere utilizzata per criminalizzare l’espressione pacifica, perseguire persone dell’opposizione, giornalisti, avvocati e avvocate, difensori e difensore dei diritti umani, e limitare indebitamente la libertà di espressione.